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La parte degli angeli (2012) di Ken Loach

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Con la media di quasi un film l’anno negli ultimi 30, il regista inglese Ken Loach realizza il suo trentatreesimo film per il cinema e nonostante le sue settantasei primavere non pare affatto che la sua arte si sia logorata. Si affida alla sceneggiatura del suo tenente di lungo corso Paul Laverty, ormai giunti al trentennale della loro proficua collaborazione. Dopo “Carla’s song” del 1996 e “Sweet Sixteen” del 2002, torna nei sobborghi di Glasgow, stavolta non per parlare dell’immigrazione nel Regno Unito o della violenta generazione di sedicenni, ma per dare voce alla profonda disoccupazione giovanile, che per quanto si possa pensare c’é anche nel Regno Unito, perché la Scozia ne fa ancora parte. Forse per questo adotta la commedia come registro di questo fenomeno. Si potrebbe pensare ad un fiasco annunciato per quanto nei suoi film non mancano mai i toni di un’ironia sopraffina volta ad alleggerire le questioni sociali che racconta. Invece ecco che come un cavallo di razza inverte la sua narrazione senza però venire meno alla sua poetica. Ed é per questo motivo che “The Angel’s share” probabilmente non riceverà i più onorevoli premi della critica, ma sicuramente si instaura stabilmente tra le migliori opere della filmografia loachiana. Come sempre prende attori poco conosciuti al grande pubblico e li plasma al ruolo come un artigiano plasma le sue creazioni, anche se pochi poi dopo aver lavorato con lui riescono a fare il grande salto, come Peter Mullan visto in “My name is Joe” e Robert Carlyle di “Carla’s song” e “Riff Raff” (in questo le eccezioni sono due, visto che é l’unico ad essere stato scelto due volte da Loach per un ruolo da protagonista). A Loach non importa un fico secco avere un gran budget o un grande cast, ma raccontare quello che non va nel mondo, soprattutto nel mondo del lavoro. Stavolta prende dei reietti per la società, ossia dei ragazzi affidati ai lavori socialmente utili e affida loro il loro destino, cosa che a nessuno verrebbe in mente, probabilmente nemmeno al cinema. Invece imbastisce un commedia avvincente e, udite udite, a lieto fine. In una Scozia dove il lavoro scarseggia e i giovani – qui sono maggiorenni – non conoscono nemmeno i monumenti più importanti dunque le loro radici culturali (esilarante la scena dove il Castello di Edinburgo viene riconosciuto solo grazie alla pubblicità nei cartoni del latte), l’unica alternativa allo sbronzarsi quotidianamente e’ vendere droga o altre attività illecite. In questo contesto, la Storia viene loro in aiuto sotto le spoglie del prodotto nazionale scozzese, il whisky, che da par suo invece richiede un palato delicato e una cultura del prodotto non indifferente. Come sia possibile trovare un trait d’union tra le due parti divergenti, in pochi hanno la visione d’insieme per carpirlo, uno di questi é appunto Ken Loach. Dà una seconda chance ad una generazione impaurita senza un obiettivo che si annoda su se stessa e non può che essere dannosa e letale: il protagonista ha infatti ucciso un uomo. Come se volesse recitare il mea culpa per non aver concesso, quattordici anni prima, la grazia a Joe (“My name is Joe”), stavolta non assilla Robbie (Paul Brannigan) con estenuanti primi piani o dialoghi intrisi di realismo, ma lo lascia respirare e scazzottarsi, dandogli l’occasione di sbagliare e dunque crescere, come se ordire un piano degno de “I soliti ignoti” potesse riabilitare ogni errore di gioventù e colmare ogni lacuna sociale. Pertanto non fatelo scappare, siamo dalle parti del capolavoro.

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– Crazy Heart – 2010 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

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Scott Cooper

Crazy Heart è un gran film. E’ una stupenda prova corale di attori con alle fondamenta una storia trascinata dagli accordi di un avvolgente musica country che scandisce tutti i ritmi emotivi di ogni singola sequenza del film. Ed è un film americano vecchio stile, con una storia che va dritta al cuore e lunghe inquadrature con paesaggi sconfinati un pò Texani e bottiglie di Whisky che si esauriscono come fossero acqua. Ma soprattutto con tanta musica Country che insieme a un sorprendente e perfetto Jeff Bridges (vincitore dell’ Oscar 2010 come migliore attore per questo film) fa da protagonista indiscussa. La regia di Scott Cooper è molto semplice e sfrutta lo straordinario carisma recitativo di Jeff Bridges e dei suoi tanti validi comprimari (Maggie Gyllenhaal, Colin Farrel e Robert Duvall), muovendo la sua macchina da presa in innumerevoli campi e controcampi e scegliendo un montaggio con frequenti primi piani delle varie espressioni dei protagonisti.  Il film ci mostra un triangolo tutto maschile fatto di tre cowboys solitari ognuno a suo modo legato alla musica country (Bridges-Farrel-Duvall), che trascinati dalla forza della musica conducono la loro vita un pò vittime dei picchi di popolarità che la loro arte ha saputo dargli e col tempo strappar via loro. E il country è la musica per eccellenza di chi perde e sta ai margini della società ma sogna comunque un’ occasione di riscatto e di redenzione dalla propria sofferenza. Quella che Bad Blake non riuscirà ad ottenere solo attraverso il suo talento musicale, perché più che deciso a spremerlo fino all’ ultima goccia che a ricercare in esso una nuova strada verso il successo. Sarà l’ entrata in scena della giovane madre e giornalista interpretata da Maggie Gyllenhaal a cercare di risollevare le tendenze autodistruttive di Bad anche se ovviamente lui non riuscirà a compensare le esigenze di stabilità di lei. E’ inevitabile non rammentare osservando il personaggio interpretato da Bridges al The Wrestler di Rourke, anche se ovviamente lo stile registico di Aronofsky è del tutto diverso da quello decisamente più semplice che Cooper esplica nel suo film. Crazy Heart gode interamente del carisma di Jeff Bridges in grado qui di trasformarsi totalmente in un’ eroe tipicamente americano con la “malattia” del Whisky e della musica e totalmente affaticato dalle delusioni della vita. Non scrive un nuovo brano da anni ed è costretto inoltre a sopportare l’ umiliazione di dover aprire i concerti del suo ex allievo Tommy Sweet (Colin Farrel) ora all’ apice del suo successo. Quest’ ultima però sarà la molla, insieme a Jean (Maggie Gyllenhaal), che lo porterà a vergognarsi definitivamente della sua condizione di fallito e alcolizzato, nella quale fino a quel momento sguazzava senza alcun senso di rivalsa nei confronti della vita. Il film è ulteriormente arricchito dall’ intensissima The Weary Kind di Ryan Bingham, astro nascente della musica country statunitense. Crazy Heart è un pò come la stessa musica country: non ha la pretesa di essere un ‘opera originale o formalmente perfetta ma preferisce puntare tutto sulla sua sostanza sincera, il calore dei dialoghi e delle parole e l’ interpretazione degli attori. Interpretazioni capaci di scaldare il cuore di ogni spettatore più di un bicchiere di Whisky.

( Bad Blake compone il suo ultimo capolavoro musicale targato Bingham)

( Posso farle un intervista?)

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