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Posts Tagged ‘torino’

– La Doppia Ora – 2009 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Giuseppe Capotondi

Torino è suggestiva, notturna e ambigua nel film presentato a Venezia dall’ esordiente Capotondi. Fa da sfondo ad un noir dai ritmi tutt’ altro che italiani ma che rende onore al nostro cinema facendoci scoprire orizzonti finora esplorati solo da altre nazioni cinematografiche. La protagonista Sonia (Ksenia Rappoport) dopo un incontro fulmineo  ad uno speed date con un Filippo Timi sempre più perfetto come attore  resta da sola nella sua enigmatica solitudine fatta di visioni e pensieri in conseguenza di un misterioso atto di violenza. La doppia ora narra di due solitudini che si incontrano cercandosi di specchiare velocemente l’ uno con l’ altra. Ma è allo stesso tempo un noir ad orologeria nel quale i colpi di scena sembrano essere costruiti alla Hitchcock e nel quale le dinamiche dei pensieri e delle psicologie dei protagonisti ricordano spesso lo stile di David Lynch. C’è un punto  segnato da uno sparo nel film di Capotondi che improvvisamente sdoppia la realtà e confonde la sequenza narrativa dei fatti svelando ogni tanto indizi confusi e talvolta surreali che tengono incollato lo spettatore alla poltrona. Il tutto fino ad un epilogo che è quasi un risveglio da un ambiguo sogno-realtà che incanta nella sua minacciosa tortuosità. Peccato per qualche dinamica del film forse fin troppo telefonata e che suona di già visto, anche se la costruzione psicologica dei due protagonisti, il loro chiaroscuro mnemonico e la fotografia delle location sempre cupa fanno da giusto contrappeso a queste piccole lacune. Certo se si mette il film di Capotondi all’ interno di un contesto cinematografico, quello italiano, carente di intrecci originali che invitino lo spettatore a porsi domande su quello che accade anzichè semplicemente sfogare la propria attenzione in sterili risate se ne può comprendere quanto film come questo siano importanti per il nostro Paese. I collegamenti alla Lynch tra stato di coma e stato di realtà sono invece le trovate forse meno originali del film (ma solamente perchè già viste dal cinefilo più semplice). Sicuro dubbio vi è invece sulla morte del personaggio interpretato da Filippo Timi solo dopo appena mezz’ ora di film, poichè lo spettatore si aspetta con assoluta certezza che il noto attore debba ben presto ricomparire poichè non ci troviamo davanti ad un kolossal di cartapesta come Baarìa nel quale attori famosi si prestano a piccoli ruoli di pochi minuti. Siamo al contrario davanti ad un’ opera prima di un quarantenne regista esordiente italiano che in complesso funziona e che porta sugli schermi un film sicuramente col sapore internazionale ma al quale forse non siamo proprio pronti ad apprezzare. Peccato perchè per quanto riguarda passione cinematografica e fondi di produzione ci troviamo davanti ad un’ opera rappresentativa del cinema italiano, quello vero. Non mancano nemmeno sequenze di ottima fattezza registica (come quella della sepoltura) che non fanno invidia al cinema horror americano o francese. In definitiva film che non andrebbe per nulla sottovalutato ma soltanto valorizzato.

( A pochi attimi dal trauma...)

( La solitudine della Rappoport)

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– La Meglio Gioventù – 2003 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Marco Tullio Giordana

Di rado un film nato per la televisione diventa in seguito un prodotto per il cinema molto apprezzato e in grado di vincere anche l’ambito premio Un Certain Regard al Festival di Cannes. Di certo il merito del successo di questa epopea italiana di sei ora va alla dedizione e alla cura dei particolari, sotto ogni piccolo suo aspetto. Giordana è in grado di portare in scena dei personaggi completi e che hanno una loro evoluzione nel film e nel tempo reale di narrazione (dal 1966 al 2002). Gran parte della prima parte del film ci mostra le ambizioni, i sogni e i turbamenti dei due fratelli Carati, Nicola (Luigi Lo Cascio) e Matteo (Alessio Boni).In entrambi i fratelli fin dalla loro gioventù si evince quell’ ardente desiderio di chi rifiuta la realtà nella quale vive e ricerca qualcosa che non sarà forse mai abbastanza. Nicola in maniera più calma e liberitaria vorrebbe cambiare le cose da dentro e attivamente. Matteo vorrebbe cambiarle con la cultura e con i libri, ma vive sempre all’ ombra del fratello e dell’ invidia nei confronti della sua calma nell’affrontare le cose, come conseguenza quindi diventa schiavo della sua irruenza violenta. Due visioni della vita antitetiche le loro che più fanno evincere come spesso nella difficile società nostrana sia complicato cambiare le cose. Sia che queste piccole rivoluzioni si voglian fare da dentro che da fuori il sistema. Nel corso degli anni si scontreranno i due fratelli e avranno modo di interagire con gli altri componenti della famiglia Carati e con i loro amici fidati. Di sfondo alle loro vicende familiari e di vita c’è un Italia che arde di voglia di cambiamenti e che è in mano a “brontosauri”, come ben afferma uno dei professori universitari di Nicola. Giordana ci regala una visione di quella che è diventata oggi l’Italia attraverso gli sbagli di alcuni dei protagonisti o i sensi di impotenza a una società italiana che è sempre più schiava delle sue ingiustizie legalizzate. E non manca nulla nella cornice storica di questi ultimi anni di storia Italiana: dall’ alluvione di Firenze alla contestazione sessantottina della Fiat, dalla legge Basaglia per “liberare” i malati psichiatrici al terrorismo delle Brigate Rosse, fino ai tempi più recenti contraddistinti dalla mafia siciliana o da tangentopoli. Una sceneggiatura quella de La Meglio Gioventù colma di battute sempre ben pensate e che aiutano a riflettere. Come quella del detenuto di tangentopoli che rivela che saranno sempre e comunque i cosidetti “pesci piccoli” a venire rinchiusi nelle carceri e non i veri ladri. E di questo basta non guardar lontano e osservare il nostro panorama politico per accorgercene. Giordana però vuole essere ottimista e speranzoso e atttraverso i suoi protagonisti invita a capire che se ci fossero più meglio gioventù anche all’ interno delle caste politiche, della televisione o del cinema italiano magari la situazione nel BelPaese potrebbe migliorare. Personaggi in grado di non far sembrare naturali solamente le cose negative e che non facciano fatica a credere alle evoluzioni positive  delle situazioni. Tutti gli attori sembrano essere in un particolare stato di grazia in questo film e sono capaci di essere credibili e veri nella crescita del loro personaggio da ventenne a ultra cinquantenne. Ogni situazione vissuta dai protagonisti viene interiorizzata e vissuta con ogni suo risvolto psicologico dando a questo film un’ impronta decisamente realistica di ogni avvenimento in scena. Sei ore riescono a scorrere molto bene ma vengono a mio avviso interrotte da una piccola macchietta finale surreale che inserità nell’ intero complesso realistico del film risulta stonare (la riapparizione di Alessio Boni conciliatore della coppia Sansa – Lo Cascio). Per il resto Giordana regala un film che fa ben sperare sulle sorti del cinema italiano, ma anche della televisione, ma che purtroppo resta materiale per pochi. Per i meglio.

Alessio Boni e Luigi Lo Cascio

( I Fratelli Carati si reincontrano a Firenze in diverse vesti)
Maya Sansa e Luigi Lo Cascio
( Il futuro di Nicola)

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– Tutta colpa di Giuda – 2009 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Davide Ferrario

Quando nel panorama del cinema italiano assistiamo a certe perle rare non si può non restare indifferenti e concedere un segno di plauso a registi come Davide Ferrario. Con l’ausilio di riprese che sanno benissimo fondere lo stile del documentario con quello della finzione cinematografica il suo Tutta colpa di Giuda è un film che pur parlando della situazione nelle carceri finisce per sottoindendere un profondo significato sulla religione. Ambientato quasi interamente nel carcere delle Vallette a Torino il film narra  di una giovane regista di teatro sperimentale, Irina (Kasia Smutniak), che accetta di allestire proprio all’interno della struttura penitenziaria una rappresentazione teatrale usufruendo delle sole prove recitative di alcuni detenuti. Ma ben presto Irina si troverà a dover affrontare le pressioni di don Iridio, il prete del carcere, che vuole a tutti i costi mettere in scena la passione di Cristo ma inizialmente anche quelle del direttore del penitenziario (Fabio Troiano) che ha paura del rischio che possa esserci nel fare appassionare troppo dei detenuti alla vita e quindi anche conseguentemente alla libertà. E proprio la libertà diventa un tema fondamentale del film e finisce per fondersi oltre che con il desiderio dei carcerati anche con quella della religione. L’interpretazione del vangelo usata da Irina per costruirne il suo musical recitativo è interamente liberamente reinterpratato attraverso il mondo laico e antiomologato di Ferrario che nel personaggio di Kasia Smutniak trova il perfetto alter-ego. E sarà proprio sfidando le convenzioni del prete moralista don Iridio e superando le frecciatine dell’ acida suor Bonaria (Luciana Littizzetto), che è intollerante dai calendari delle modelle seminude dei detenuti allo stesso modo che dalle preghiere buddiste, che Irina offrirà ai detenuti un diversivo artistico che si rivelerà essere il loro vero elemento salvifico. Al contrario dell’elemento salvifico basato sulla sofferenza e sull’espiazione attraverso la sofferenza, che la morale cattolica vorrebbe imporre ai suoi discepoli proprio portando ad esempio il sacrificio del Nazareno e il sacrificio di Giuda. E straordinario è anche come venticinque detenuti si siano trasformati in attori così reali da portare lo spettatore a non distinguere più quali nel film siano i veri attori e quelli invece che si limitano a impersonificare se stessi e la loro stessa condizione di prigionia. Gli stessi detenuti che proprio grazie all’ arte cinematografica e alla possibilità data loro da Ferrario si trasformano da squallidi e tristi ammassi di carne immobili a geniali danzatori e musicisti improvvisati mescolando il concetto di libertà con la magia della musica e della colonna sonora di questa brillante commedia. Io stesso non ho potuto fare a meno  di acquistare la colonna sonora (I Marlene Kuntz tra tutti sono autori principali di questa), vero punto di forza aggiunto in questo raro esempio di buon cinema nostrano. Cecco Signa diventa, con la sua rappeggiante canzone Tutta colpa di Giuda, il simbolo musicale della situazione dei carcerati come di quella religiosa e ben si fonde tra i detenuti. Quella situazione carceraria che da Ferrario non viene trattata in termini eroici o in termini di recupero ma solamente come un’ annoiata realtà nella quale gli abitanti di questa stessa ( i carcerati stessi) altro non fanno che fingere di comportarsi bene davanti ai loro custodi o di seguire fintamente la morale religiosa imposta dai moralisti guardiani della fede (preti o suore carcerarie). In un mondo dove ormai Giuda ha preso il comune significato di infame o di traditore Davide Ferrario aiuta a riflettere su come senza quell’apostolo la chiesa stessa non avrebbe potuto avere il suo Salvatore. Fa riflettere sul perchè la croce debba per forza avere quel significato di sofferenza attraverso la quale è solo il dolore e la sofferenza che portano all’espiazione e la porta invece ad assumere un significato di trampolino di lancio utile per spiccare il volo in una società nella quale è più semplice emarginare. Ottimi i due protagonisti: Fabio Troiano è abile a usare l’ironia del dialetto napoletano come abile spunto per riflettere su importanti tematiche carcerarie, mentre Kasia Smutniak abilmente costruisce un personaggio anticonformista che confida nell’arte come unica fede laica che possa offrire un’ utile alternativa leggera, magica e sognante rispetto a quella dolorosa e pesante che spesso la fede religiosa provoca. Spontaneo, filosofico e magico Tutta colpa di Giuda si pone senza dubbio come una delle rare  produzioni che ci rendono orgogliosi del cinema italiano.

(Signorì per sopravvivere qua dentro bisogna fare il morto)
(Tu dimmi adesso chi era l'idiota il Nazareno o Giuda Iscariota?)

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