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Posts Tagged ‘televisione’

– Diary of Dead – 2009 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

George A. Romero

Non era di certo difficile pensare che la nostra “gloriosa” distribuzione cinematografica italiana facesse giungere l’ ultimo Horror di Romero in così pochi cinema (si possono contare sul palmo di una mano). Perchè non si tratta solo di Horror ma di “political horror” decisamente poco “politically correct”. Diary of Dead utilizzando il punto di vista esclusivo di due videocamere utilizzate dagli stessi protagonisti del film, di telecamere di sorveglianza e videocamere di telefonini è un apologo politico sulla società americana e la sua paura del terrorismo. Un terrore che non viene da fuori ma che è nascosto dentro di noi, in ogni luogo. Infatti nel film chiunque muore è destinato a risvegliarsi e diventare uno zombie “mangia umani”. Ma ancor prima è un film sull’ informazione che ci circonda oggi: quella falsa data dai media a confronto con quella libera su internet che però spesso è eccessiva e confusionaria. E non è quindi difficile pensare ai perchè in un paese come il nostro, che al momento vive proprio questo dilemma informatico un film come questo sia stato così ampiamente censurato dalla distribuzione. La visione in soggettiva ricorda i precedenti REC e Cloverfield, tra i quali il film di Romero si pone esattamente al centro avendo sia la critica verso l’ ossessione delle persone di riprendere tutto (Cloverfield) sia l’ angoscia provocata dalle claustrofobiche riprese in presa diretta che accrescono la suspence (REC). Il voyerismo al quale oggi tutti noi siamo sottoposti trova il suo massimo sfogo nella pellicola horror di Romero nel quale i protagonisti sono del tutto assuefatti dagli orrori della morte e incuranti del rischio preferiscono continuare a riprendere quasi compulsivamente che scappare. Ciò che sicuramente c’è da dire è che il film di Romero è sostanzialmente  un film indipendente che è prodotto con un budget limitato (nonostante l’ ottima fattura del trucco artigianale sembrerebbe non far pensare lo stesso) e che critica fortemente gli attuali teen horror che pur vantando di finanziamenti ben superiori finiscono per riproporre sempre i medesimi format comunicativi del cinema horror standard. In Diary of Dead c’è invece una voglia di evoluzione e di innovazione: la dimensione inscatolata che relegava i protagonisti in un’ unica location che poteva essere una casa, una soffitta o un supermercato qui trova sfogo in un on the road movie che fa attraversare ai suoi personaggi una Pennsylvania colma di svariati quanto differenti microcosmi rurali. L’ unico rammarico resta quello di non vedere mai decollare il quinto film della saga dei morti viventi di Romero. Ci scorre davanti gli occhi quasi come fosse un telegiornale, del quale passivi non possiamo che essere spettatori, anche se non sempre coinvolti emotivamente. La natura umana per Romero non è poi così differente da quella dei suoi zombies. Ognuno è comunque ossessionato da qualcosa. Chi spinto dall’ istinto di uccidere e mordere i vivi. Chi invece è maniacalmente preso dal documentare tutto, anche la morte.

diary-of-the-dead

(Riprendere tutto...anche poco prima di morire)

(Zombie artigianali ma verosimili)

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– Videocracy – 2009 – ♥♥ e 1\2 –

di

Erik Gandini

Videocracy è un documentario che ritrae con sguardo stranito e inquieto l’Italia di Berlusconi cercando di risvegliare le coscienze degli italiani su come il suo impero mediatico e luccicante dell’apparenza abbia saputo sedurre così tanta gente. Una sequela di personaggi di dominio pubblico, fra i quali nella seconda parte spicca Fabrizio Corona, sfila davanti alla cinepresa in delle riprese-interviste che tentano di eludere in modo piuttosto marcato lo stile documentaristico. Viene messo in rilievo come questo mondo di successo e potere, fatto di soldi veri e cifre da capogiro, sia fondato sul nulla perché in definitiva è contenuto all’interno di una scatola magica fabbricatrice di sogni illusori. C’è il personaggio di un operaio appassionato di Ricky Martin e Van Damme, che bazzica il mondo televisivo da una vita ottenendo però solo delusioni e zero successo, perché la TV è terreno di prostituzione quasi esclusivamente delle donne. Come già detto però, c’è la figura di Corona, che da re dei gossip magazines e dei paparazzi, si trasforma in uomo immagine e uomo televisivo che si mostra con brutalità e molto più delle veline & company in tutta la sua arroganza e strafottenza. In una scena come tante altre del film che si prefigge lo scopo di seguire i personaggi nelle loro lussuose routine, Corona infatti lo troviamo nella toilette a farsi il bagno, a depilarsi, cremarsi e profumarsi proprio come una puttana e come una puttana, si masturba o si tocca comunque il pene senza pudore alcuno da parte sua né da parte della macchina da presa. Con una colonna sonora tesa, accattivante e ammiccante allo spaghetti western, questo film ti intrappola nella ragnatela che Berlusconi per anni ha tessuto con le sue televisioni e ti sembra, se ti senti estraneo a quel mondo, di ritrovarti in un brutto incubo televisivo e di non poter cambiar canale. Ti sembra quasi che il regista, pur di vedere da una prospettiva così interna questo mondo a costo di capirlo e analizzarlo – come dichiara la voce narrante che introduce gli argomenti e i personaggi – sia disposto a farsi far ammaliare, a perdere il distacco e la giusta distanza che sarebbero serviti in un film di denuncia così palese. Insomma, lo stesso film nel mondo della televisione ci si è fatto trascinare, ci ha sguazzato un po’ troppo e ha finito per affondarci gli occhi, la bocca, il naso, tutti i sensi, persino il sesso. Il film vive degli sguardi vuoti e colmi di nulla di Corona, Mora, Berlusconi e tenta qualcosa di audace, ma non arriva al fondo della questione perché se fosse stato così si sarebbe più incentrato su Berlusconi e i suoi loschi traffici – e allora altro che censura al trailer sulle reti televisive Mediaset e Rai, ci sarebbe stato il completo sabotaggio di una tale produzione! Non basta certo porre in coda al film le didascalie che avvertono che l’Italia quanto a pari diritti e informazioni si posiziona quasi al 70esimo posto. Inoltre a confermare la mia ipotesi che forse la posizione politica sia quasi ambigua in questo film, c’è il fatto che a distribuire Videocracy in Italia (i produttori principali invece sono case svedesi e danesi, fra le quali la Zentropa di von Trier, che negli ultimi anni si è molto ‘pornografizzata’) è la Fandango distribuzione, che a sua volta, fa parte del gruppo Medusa, appartenente come tutti sappiamo a Berlusconi. Se Videocracy può servire a svegliare dunque qualche coscienza vittima dell’impero televisivo di Berlusconi ben venga, ma lo potrebbe fare solo e miracolosamente in modo subliminale poiché ad esso manca l’energia e la punta giusta di ribellione. Dalla prospettiva politica dell’opposizione, il film non sembra schierarsi mai apertamente e serve solo a fare sentire noi, che nella realtà vera ci viviamo, più deboli e sconfitti.

(Riccardo, l'operaio col sogno di sfondare in TV)

(Fabrizio Corona si fa bello...)

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– Vincere – 2009 – ♥♥ e 1\2 –

di

Marco Bellocchio

Un film Italiano. Un film che si fa forza e si sorregge sul personaggio di Benito Mussolini ma che alla fine non ci è del tutto chiaro dove veramente voglia portare lo spettatore. Marco Bellocchio ci parla nel suo Vincere di una pagina della storia italiana caduta nel dimenticatoio. Narra della storia d’amore avvenuta durante i primi del novecento tra un giovane Benito Mussolini (Filippo Timi) , direttore del quotidiano Avanti!, e la passionale Ida Dalser (Giovanna Mezzogiorno), che ha dato luce al giovane Benito Albino Mussolini inizialmente riconosciuto dal futuro duce ma in seguito abbandonato ad un tragico destino. Vincere è un film che mi ha lasciato pienamente non convinto perchè se osservato andando oltre la sua ottima fotografia, attenta ai chiaroscuri e colma di fumi che avvolgono lo spettatore in un’ atmosfera decisamente angosciosa, e il suo montaggio ben coordinato tra immagini di repertorio e immagini di fiction, non permette però di decifrare perfettamente il disagio di questa donna nè dove veramente il film voglia andare a finire. Bellocchio in pratica vorrebbe criticare le radici degli idealismi fascisti, che vedono nel suo leader Mussolini un leader carismatico capace di farsi ubbidire e credere dalla maggiorparte degli italiani (storia che si ripete anche oggi ?), oppure vuole parlarci di una sindrome psicologica nella quale il potere e il carisma sono in grado di annebbiare le capacità mentali di una comune persona fino a farla diventare socialmente una devianza? L’  interpretazione è forse lasciata nelle mani  dello spettatore da parte di Bellocchio che utilizza di frequente ellissi temporali anche per giocare con l’intelligenza degli stessi per ricostruire le dinamiche emotive dei personaggi. Giovanna Mezzogiorno appare la solita attricetta italiana non in grado di trasmettere qualcosa se non le sue stereotipate espressioni da isterica che la hanno praticamente sempre contraddistinta fin dai tempi in cui faceva la moglie tradita ne L’ Ultimo bacio, mentre Filippo Timi risulta molto abile nell’ interpretazione di un Duce macchiettistico (con il suo particolare roteare degli occhi o i tic voluti alla bocca) come anche nella parte del figlio imitatore del padre dei cinegiornali. La regia di Marco Bellocchio ( L’ Ora di religione ne è un esempio) ci ha ormai abituato a un tipo di cinema che non conosce freni o limiti, molto sanguigno e sopratutto che non ha paura di critiche moralistiche e ce lo dimostra molto apertamente in Vincere il fatto di regalarci due lunghe scene di sesso, molto passionali e uditive, che hanno lo scopo di farci conoscere il contrasto tra i due differenti tipi di emotività passionale dei due personaggi ma che a mio giudizio risultano essere troppo prolisse e lunghe e quindi finire per non avere un chiaro senso cinematografico. Un ‘ impronta registica sicuramente molto futurista quella di Bellocchio che aiutato da frequenti primi piani pubici della Mezzogiorno dà sfogo alle sue sensazioni cinematografiche prive di freni. Quello che mi chiedo è però se tutto questo abbia un vero senso cinematografico o se rischi di restare una pura ostentazione dell’ estetica. La stessa estetica tanto decantata e amata dagli ideali fascisti e quindi sicuramente in linea con l’argomento del film. Ma non vi è alcuna certezza d’altra parte di questa interpretazione perchè il film non colpisce fino in fondo ma resta profondamente irrisolto. Come quell’ ultimo sguardo in telecamera che Giovanna Mezzogiorno concede allo spettatore quasi come a volerlo richiamare ad una realtà non troppo passata fino a richiamare quel lato profondamente inconscio dell’ essere umano, anche moderno, assoggettato spesso al potere dei media, della televisione o del carisma dei personaggi politici. Vincere è un film colmo di metafore che sono sicuramente le parti più interessanti del film come quella di un popolo assoggettato che se non si piega al volere di chi comanda o finge rischia di arrampicarsi vanamente sulle sbarre di una prigione reale e lanciare al vento e alla neve parole che non saranno mai ascoltate. Un popolo vittima sempre di più (ieri come oggi) della televisione che ha il duplice lavoro di plagiare (attraverso i discorsi politici ieri di Mussolini oggi di Berlusconi e non solo) e di consolare con le immagini o i film ( come la stupenda sequenza tratta dal capolavoro di Chaplin Il monello). Sapremo alla fine vincere noi e non loro?

(Scoppia l' amore tra due personaggi estremamente passionali)

( La prigione di chi non si assoggetta al potere)

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– REC – 2008 – ♥♥♥ –

di Jaume Balaguerò e Paco Plaza

Horror e real tv sono due generi abbastanza distanti tra di loro. Il primo gioca sulle paure degli spettatori con un pizzico di irrealtà, il secondo vuole portare in scena la vita reale e cercare di intrattenere il proprio pubblico. Balaguerò in Rec sintetizza molto bene questi due generi visivi e dà luce ad una pellicola che attraverso immagini sporche e talmente “realistiche” sa provocare un senso di angoscia e claustrofobia per gli avvenimenti in atto. La macchina da presa che gira questo film è quella diretta da Balaguerò ma allo stesso tempo è quella di ” Mentre voi dormite”, il programma televisivo condotto dalla giovane reporter Angela che nella puntata in questione entra nella vita di una caserma di pompieri di Barcellona. I vigili del fuoco vengono chiamati per risolvere un problema in una palazzina, ma ben presto si ritrovano ingabbiati insieme agli abitanti della stesso palazzo in una sorta di quarantena ordinata dalle autorità locali. Di certo poco originale è l’idea del virus che rende zombie gli umani (anche se in questo caso sembra più essere una qualche sorta di possessione demoniaca) in un escalation di morte (28 Giorni dopo, L’alba dei morti viventi), come anche la trovata del metahorror alla Blair Witch Project, ma il merito dei due registi sta nel rendere il loro prodotto originale in quanto a suspence, sceneggiatura e crescita di tensione. Quella stessa tensione che deve essere mantenuta alta dal programma di Angela si trasforma in tensione provocata dagli zombie assassini che inseguono Angela e il suo cameraman Pablo per tutti gli 85 minuti del film, sempre in presa diretta e non sbagliando mai la prospettiva quasi-amatoriale del tutto. Rec diventa anche una riflessione su come in molta della tv spazzatura odierna sia lecito filmare proprio tutto, senza perdersi proprio nulla della diretta, anche se doloroso. La telecamera di Pablo documenta tutto come se fosse più importante l’orrore che è protagonista del film, più della vita degli stessi personaggi. Diventano più importanti i litigi tra gli inquilini del condominio, i pregiudizi etnici-razziali, più importanti della vita e della morte stessa. Fino a quando il tasto Rec della videocamera continuerà a registrare noi assisteremo a questo spettacolo di orrore.

( La prima infettata in presa diretta)
( La fine è vicina anche per Angela)

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– Live! – Ascolti record al primo colpo – 2009 – ♥♥♥♥  –

di

Bill Guttentag

L’occhio della televisione una volta insediatosi attivamente nella nostra vita rischia davvero di entrare nelle nostre coscienze e offrirci uno scenario che ben presto potrebbe trasformarsi in qualcosa di apocalittico. Giudicare questo film prodotto e interpretato dalla stessa Eva Mendes di scarsa originalità nella tematica mediatica di certo non sarebbe un ottimo motivo per non valutarlo come un ottimo film. Perchè Live! affronta in maniera del tutto convincente una delle problematiche più preoccupanti della nostra attuale società e sopratutto di quella americana. Realtà mediatica della quale, fin dagli anni ’80 e dai tempi del Drive in, noi italiani, purtroppo, abbiamo dimostrato di esserne stati influenzati, sopratutto per le produzioni negative che per quelle positive. Il già premio Oscar Guttentag attraverso uno stile documentaristico (tecnica che gli ha fruttato l’ambita statuetta) ma che quando diventa finto viene definito mockumentary ci parla dell’evoluzione di quello che viene definito lo show che farà la storia della televisione. La prima ora del film è interamente girata con telecamera a mano quasi a voler documentare quello che c’è dietro la creazione di uno show nel quale sei concorrenti si sfidano al gioco della roulette russa. Cinque vinceranno 5 milioni di dollari a testa, mentre uno semplicememente morirà. Katy Courbet (Eva Mendes) è la produttrice e creativa senza scrupoli che idea il programma difendendolo da ogni ostacolo e seguendo solamente i suoi ambiti desideri di audience. Live! è un film, a mio parere con piccole chicche registiche e tematiche, che spesso possono essere tralasciate dallo spettatore meno attento.Come prima cosa la scelta dei concorrenti. Rappresenta esattamente ciò che il pubblico americano si aspetta e ci invita a riflettere come tutto nella televisione (sopratutto nei Reality) sia fintamente architettato. E quindi troviamo il padre di famiglia pronto a sensibilizzare i cuori di tutte le famiglie medie, il messicano omosessuale, il ragazzo di colore che ambisce a diventare uno scrittore, la modella e attrice di successo che si improvvisa artista, la cheerleder che sogna di diventare attrice e il tipico ragazzo americano belloccio e surfista. A ogni spettatore il suo eroe da tifare. Il falso regista del film (Rex) è uno dei protagonisti di Live! che se inizialmente vanterà una morale e dei valori contrari allo show in seguito quando Katy gli offrirà metà della mela che lei stessa ha appena mangiato inizierà ad entrare nel meccanismo televisivo, e lo resterà in futuro. Quella mela rappresenterà la mela marcia della televisione di chi, pur di raggiungere ascolti, denaro e notorietà , porterebbe in scena addirittura la morte. La morte che per anni è stata oggetto di fascinazione di ogni uomo. Se si pensa ai combattimenti dei gladiatori nell’antica Roma, alle esecuzioni in pubblico attraverso la ghigliottina in Francia, o alle impiccagioni anche oggi non si fa fatica a credere che lo scenario “documentato” da Guttentag non possa essere poi così tanto fantascientifico. E c’è anche l’ allusione alle immense contraddizioni della televisione che pur essendo chiamata piccolo schermo, ben poco ha ormai a che vedere con il grande schermo del cinema. Non basta quindi il poster del capolavoro felliniano de La Dolce Vita che Katy espone nel suo ufficio a fare del suo programma un altrettanto meravigliosa opera. Guttentag ben riesce a tenere alta l’adrenalina a tal punto che spesso da spettatore si rischia di dimenticare che tutto sia una finzione e si crede veramente che l’assurdo possa essere realtà. Alla fine il programma si farà e il vero finale (non del programma) sarà decisamente un colpo di scena. Proprio quello che Katy Courbet non si aspettava ma che di certo porterà il suo Live! ad ottenere il record degli ascolti

( Katy Courbet medita sul suo show, sullo sfondo il regista Rex)

( Vincerà il concorrente messicano??)

Pubblicato su Cineocchio


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