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The Hateful Eight – ♥♥♥♥ e 1\2

di

Quentin Tarantino

The Hateful Eight o si ama o si odia. Tarantino, come afferma  lui stesso, vede il suo percorso da regista come un viaggio all’ interno della storia del cinema. Un onnivoro di cinema come lui non può che viaggiare attraverso ogni genere cinematografico che il grande schermo conosce. Di conseguenza, è abbastanza scontato che chi ha amato Quentin per il genere Pulp de Le Iene o di Pulp Fiction, che lo hanno consacrato alla storia del cinema, difficilmente ama la trasformazione che hanno avuto i suoi film da Bastardi senza gloria in poi. Anche se a mio avviso non parlerei di trasformazione quanto più di percorso. Il termine percorso mi sembra molto più appropriato per un regista che inizia appassionando il suo pubblico rileggendo i gangster movies in una nuova e originale chiave che lui conia come Pulp. In seguito prende per mano i suoi spettatori e li invita a non avere paura e attraversare anche la sua personalissima visione dell’ horror thriller a colpi di katana  in Kill Bill o di scontri automobilistici  in Grindhouse. Rivisita anche la storia e i film storici con Bastardi senza Gloria dichiarando al mondo ciò che forse in molti non avevano visto fino ad allora: anche nei film di Quentin Tarantino, nonostante lo splatter e il sangue c’è un significato politico. C’è una forte attenzione per le minoranze sociali e per i personaggi sconfitti, i cosiddetti ultimi della società. Da Jackie alla materna ma sanguinaria Beatrix fino ad arrivare agli ebrei o agli afro americani come Django. Se si fa eccezione de Le iene e Pulp Fiction dove tutti in qualche modo sono vincitori e vinti nei seguenti film di Tarantino sono sempre gli ultimi a trionfare. Ma arriviamo al suo ottavo film:  The Hateful eight. Il suo ottavo film chiude il cerchio che lui stesso ha creato ed esplorando il genere giallo alla Agatha Christie (come alcuni racconti della Signora del Giallo tutto avviene in una location claustrofobica e i protagonisti sono inchiodati ad esse proprio come lo erano i suoi dieci piccoli indiani), pur rimanendo in salsa western per mantenere il collegamento con il suo precedente Django Unchained, torna a non concedere a nessuno dei suoi personaggi la vittoria o la sconfitta.Ci offre un intreccio fatto di personaggi bugiardi e infami, chiusi in un mondo dove nulla è quello che sembra . Un mondo dove le alleanze non hanno un criterio e persino il “negro” è costretto ad allearsi con il razzista o la donna è trattata come una criminale indegna di qualsiasi tipo di rispetto. Ritorna la sua suddivisione in capitoli e racchiude in tre ore un intero universo tarantiniano che ben riassume anche i lunghi dialoghi di Bastardi senza gloria o il sangue de Le Iene. Il numero otto simboleggia l’ infinito e chiude il cerchio. Adesso solo Dio o solo Quentin sa cosa ci aspetterà nelle ancora altre due opere (almeno) che ha annunciato di avere in progetto prima di appendere la sua macchina da presa al chiodo della Storia del Cinema Internazionale. Di The Hateful Eight cosa altro dire? Vederlo come una Summa del suo modo di vedere il cinema non può che farcelo amare.  Io lo ho amato.

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(Devi mettere due picchetti alla porta non uno solo!!!)

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(Una delle rare sequenze in esterno)

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– Vendicami – 2010 – ♥♥♥ e 1\2  –

di

Johnnie To

Riporta a memorie Tarantiniane ( Kill Bill nello specifico) l’ inizio di questo film di Johnnie To, nel quale la tranquillità domestica di una famiglia viene spazzata via dagli spari di tre killer incappucciati. Il regista cinese, che è spesso invitato in vari festival e che presentò proprio questo film allo scorso Festival di Cannes (ancora una volta scandalosa la nostra distribuzione lo porta sui nostri schermi quasi un anno dopo) avrebbe voluto Alain Delon per interpretare il suo Costello (che rammenta quello del ’64 interpretato proprio da Deloin nel film di Melville), un cuoco francese a cui la triade cinese ha sterminato l’ intera famiglia della figlia. Ma in seguito al suo rifiuto, in quel ruolo vediamo Johnny Halliday, icona rock francese che ha deciso di abbandonare la carriera musicale per il cinema. E di certo non stento a credere che questa sua scelta gli possa dare buone soddisfazioni, perchè il “vecchio” Halliday riesce a imprimere, grazie alla sua faccia di marmo, una convincente durezza in un personaggio che deve riuscire a mostrare tutto il suo dolore non in maniera enfatizzata. E’ a metà tra l’ azione e il noir il film di To, che trae spunto dai videogiochi e dai fumetti (proprio come Tarantino in Kill Bill) nelle frequenti sparatorie a metà tra il cinema spaghetti western e quello pulp. Splendida è la sequenza della sparatoria isolata dal caos di Hong Kong dove buoni e cattivi, entrambi appartenenti alla triade si fronteggiano trincerandosi dietro enormi balle di carta rotolanti. La colonna sonora culla lo spettatore nelle lunghe attese che separano ogni sparatoria, stravolgendo così  i tempi di un gangster movie che molto spesso sono più veloci e nettamente dominati dalla velocità delle azioni. Splendida la fotografia che con le sue tonalità fredde che spesso danno sull’ azzurro ben rende le atmosfere noir del film. Fa spesso ricordare Memento il protagonista Costello, che è costretto a scattare delle polaroid ai suoi amici per ricordarsi di loro e a scriver sulle foto la tanto ambita parola Vendetta per ricordarsi di portarla a termine. Tutto a causa di un proiettile conficcato nel cervello che inevitabilmente lo condurrà all’ amnesia totale. To abilmente mescola il noir orientale con quello più occidentale mostrando un’ efficace resa di questa mistura non solo di generi ma anche di etnie dei protagonisti della storia. Anche il doppio linguaggio si sposa alla perfezione con il suo lavoro apportando credibilità maggiore ad ognuno dei personaggi. Non manca neanche l’ ironia in questo film di To che caratterizza i personaggi dei tre killer della Triade alleati di Costello in maniera decisamente simpatica, iniziando col farceli conoscere come uccisori di adultere e proseguendo rendendoli eroicamente simpatici nel loro combattimento dall’ esito suicida. A metà tra il fumetto e il noir un film che vale sicuramente la pena di esser visto per saper valorizzare chi non ha il nome di Tarantino e appartiene a tutt’ altra cultura ma che riesce comunque a mostrarci un ottimo pulp.

( La battaglia tra le balle di carta)

(Costello Ending)

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– Pelham 123 – 2009 – ♥ –

di

Tony Scott

Nel 1974 Joseph Sargent dava luce al suo Il colpo della metropolitana che ispirò addirittura in seguito Tarantino e il suo masterpiece Le Iene. Oggi Tony Scott lo riadatta e lo trasporta in una New York post 11 Settembre e in preda al tecnologismo wireless, non tralasciando il suo consueto stile d’ azione ipercinetico e anche un pò fracassone. Reduce da Dejavù si trascina dietro anche per questa sua opera Denzel Washington nel “solito” ruolo da buono che solo per poco tempo da allo spettatore l’illusione che invece possa essere un personaggio con una moralità molto più ambigua. Il ruolo del cattivone spetta invece a John Travolta che rende il suo personaggio più una macchietta isterica in cerca di riscatto da una società che lo ha deluso. L’unico filo trainante del film risiede nel binomio Washington-Travolta: i due attori duettano egregiamente su uno sfondo sceneggiativo abbastanza scontato e politically correct. La regia è per gran parte fatta di campi e controcampi di primi piani di dialoghi dei due protagonisti in due differenti location. Dialoghi intervallati da sequenze iperdinamiche da film d’azione di livello standard. E se la regia semplice ed essenziale di Scott è ciò che sembra far raggiungere la sufficienza al film e rende gradevole la visione allo spettatore, non lo è di certo la sceneggiatura. Il buonismo celato dietro ad ogni personaggio diventa cosa palese e ogni sospetto di ingiustizia da parte di molti personaggi finisce solo per restare tale ( il personaggio interpretato da Washington è un padre di famiglia sospettato di prendere mazzette ma che finisce per fare l’eroe e il sindaco di New York sospettato, come il nostro premier, di relazioni con escort ). Molti dialoghi finiscono nel patetico della retorica americana di stampo conservatore “deliziando” lo spettatore con una stucchevole e quanto mai poco originale morale. Ma come se non fosse già abbastanza le sequenze finali sono forse la parte peggiore di questo thriller metropolitano con un’ escalation di avvenimenti improbabili e coincidenze che hanno dell’ assurdo (come l’auto della polizia che ha un incidente mentre sta per portare i soldi chiesti come riscatto dai rapinatori). Insomma certe cose sembrano succedere solo in America, solo a New York e solo dopo l’11 Settembre.

( Travolta cattivone isterico)

( Sono un addetto allo smistamento ma mi improvviso eroe)

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– Killshot – 2009 – ♥♥ –

di

John Madden

John Madden si salva in extremis e raggiunge la sufficienza in questa sua ultima opera grazie ad un superbo Mickey Rourke. Di certo è stata lunga e difficile la produzione di Killshot: era un progetto che doveva esser prodotto da Tarantino e che dopo passò alla Weinsten Company allungandone i tempi, che furono poi ulteriormente aumentati dal successo di Rourke in The Wrestler. Il meccanismo narrativo del film è piuttosto semplice e segue le dinamiche della caccia all’ uomo, nella quale una malcapitata coppia (Diane Lane e Thomas Jane) hanno come unica colpa quella di aver casualmente assistito ad un colpo effettuato da parte di un giovane balordo (Joseph Gordon-Levitt) e un killer professionista (Mickey Rourke) con non pochi scheletri nell’ armadio. Ma il grazie di tutto questo va principalmente allo script che è tratto dal romanzo di uno degli autori pulp del tardo novecento come Elmore Leonard. Killshot nonostante abbia dei ritmi sostenuti e ben lontani da quelli più serrati e veloci di quelli che un film d’azione dovrebbe avere, grazie ai conflitti interiori dei personaggi riesce a trovare quel necessario sufficiente a tenere lo spettatore attento fino al finale. Purtroppo però anche il finale risulta essere prevedibile, scegliendo la più ovvia strada del più scontato e buonista tra le liete fini. Soltanto la sagoma sontuosa e rude di Rourke riesce a mantenere il film entro standard accettabili. I suoi pericolosi silenzi e le sue poche espressioni fredde ma che ben sanno far cogliere il dramma interiore del personaggio sono il vero valore del film e fanno ben sperare sull’ impiego più frequente di un attore troppo poco sfruttato nel cinema hollywoodiano. Ma anche nella caratterizzazione dei personaggi è solo merito dell’ attore di The Wrestler saperne dare un’ impronta psicologica, perchè al di fuori di lui gli altri personaggi sembrano esenti da ogni tipo di background costruttivo. Lo spettatore quindi non riuscirà a capire i drammi interiori della coppia Lane-Jane così come si troverà ad essere solamente bombardato dall’ irruenza insopportabile del giovane personaggio interpretato da Gordon-Levitt fino a gioire per il tanto atteso gesto compiuto da Falco Nero solo nel finale. Finale nel quale sembra risvegliarsi Killshot. Ma purtroppo è solo un risveglio prevedibile. In definitiva Killshot è un prodotto ben confezionato ma che per contenuti e prevedibilità raggiunge soltanto una risicata sufficienza.

( L' Insopportabile e il Superbo)

( E noi chi siamo? Perchè siamo così combattivi?)

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– Turistas – 2006 – ♥ e 1\2 –

di

John Stockwell

Un gruppo di giovani turisti americani in Brasile fa una gita pazza in corriera. L’autista della rapidao fa giustamente finire il tram giù per un dirupo, quasi provvidenzialmente, ma miracolosamente tutti quanti riescono a salvarsi. Questa scena iniziale, insieme alle ultime e claustrofobiche e subacque, direi che è la migliore del film. Il problema sorge immediatamente quando tutti scoprono che non c’è nessun’altra corriera, perciò si mettono alla ricerca di qualche altra soluzione per andarsene, ma dopo una notte passata a folleggiare in una bellissima spiaggia con tanto di bar e ballerine/prostitute brasiliane, i nativi del posto si mettono d’accordo con un dottore per drogare gli stupidi americani, sedurli, derubarli di tutto e imprigionarli nella sua casa sperduta nelle montagne, dove il dottore pianifica di asportare i loro organi per poi donarli. L’uomo, pur essendo perfido e preciso nel suo lavoro, è decisamente maldestro e finirà per rimanere ucciso da uno dei suoi servi durante l’inseguimento di alcuni superstiti fuggiti nelle grotte. Il film per certi versi ricorda Hostel, ma a differenza di quello, che oltre all’elemento splatter, in Turistas decisamente meno forte ma comunque disturbante, era spietato in quanto praticamente nessuno dei protagonisti alla fine si salvava (beh uno sì, ma considerando il numero di turisti iniziali). Il coraggio di Turistas è quello di mostrare – a  discapito delle prevedibili lamentele da parte del governo brasiliano che di certo non passa come un paradiso dopo questo film e a discapito del finale più o meno lieto per i due fratelli che si salvano – una poetica ambigua sugli americani, la cui stoltezza viene messa sì in evidenza, ma al contempo viene esaltata la loro presunta capacità di sapersi difendere e salvare quando vengono calati in situazioni estreme ed impossibili e messi a confronto con lo straniero. Tema interessante e affrontato ampiamente in vari film, da Cane di Paglia con Dustin Hoffmann ai più recenti The Beach e Bangkok senza ritorno. Il film se perde punti per la sua non eccessiva originalità, ne guadagna per essersi permesso di utilizzare,ad eccezione del divo e modello Josh Duhamel, attori poco conosciuti ma allo stesso tempo adeguati. L’australiana Pru è interpretata da Melissa George, già vista anche se in un ruolo minore non prominente nel capolavoro di Lynch Mulholland Drive. Il dottore splatter è Miguel Lunardi, bravissimo e misconosciuto attore brasiliano. Il regista è John Stockwell, attore in declino che cominciò bene negli anni 80 a fianco di Tom Cruise in film come Un week-end da leoni, Top Gun e l’horror kingiano Christine la macchina infernale. Il film nel complesso si fa vedere perchè è meno sadico e guardone di Hostel e gioca di più sul creare tensione, fastidio e antipatia nei confronti di tutti i personaggi. Inutile dire che fa definitivamente passare la voglia di andare ad avventurarsi in giri non organizzati negli entroterra dei paesi belli, esotici, ma poveri dunque selvaggi e spietati. Se film di questo genere si fanno ancora oggi con discreti risultati e successo, tutto lo si deve al maestro Deodato e al suo cultore Tarantino.

(Melissa George in una delle ultime scene claustrofobiche 
e subacquee nelle grotte)

(Ve lo diamo noi il Brasile, stupidi Yankee!)

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