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Posts Tagged ‘solitudine’

Il nome del figlio di Francesca Archibugi (2015)

Non so proprio da dove cominciare. Non vedevo la necessita’ di un remake del francese “Le Prenom” (titolo italiano: ”Cena tra amici”) di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, tratto dalla loro stessa piece teatrale. Badate bene, non perche’ ero spinto da chissa’ moto nazional-socialista o perche’ avessi disprezzato il film transalpino: tutt’altro. Film pur non molto originale nella messa in scena, ma ricco di contenuti e scritto con vivida ispirazione, riusciva a non perdere molto della propria freschezza nel passaggio dal sipario alla tendina. Non voglio dilungarmi troppo nel parlare del film francese, ma credo sia doveroso per poter descrivere cosa proprio non ha funzionato nella versione italiana che prende il titolo di “Il nome del figlio” di Francesca Archibugi scritto da Francesco Piccolo. I due film sono pressoche’ identici, anche perche’ gli elementi nuovi nella scrittura italiana hanno lo stesso identico effetto di una proprieta’ commutativa. Sinceramente da uno sceneggiatore come Francesco Piccolo (“Paz!”,“Il Caimano”, “Capitale Umano” tra gli altri) ci si aspetta un adattamento molto meno organico al testo originale ma piu’ organico con quella che e’ l’attualita’, e il testo francese gli dava una ghiotta opportunita’ visto che andava a scardinare I “dogmi” della gauche, tutta presa dalla correttezza di un buon lessico solo quando necessario. Riflesso su se stessa, proteso dunque all’autocompiacimento anche il centrosinistra ai tempi di Renzi, sarebbe stato terra di conquista per una qualsivoglia critica, ma l’unico aspetto che riesce a cogliere e’ l’abuso dei social network, twitter nella fattispecie, nel personaggio interpretato da Luigi Lo Cascio, ai minimi della sua pur dignitosa carriera. Il film e’ uscito da poco piu’ 10giorni per cui non conosco ancora I risultati definitivi al botteghino, ma una cosa e’ certa: si tratta solo di una mera operazione commerciale, una paraculata per dirla alla romana. La Motorino Amaranto, casa di produzione “indipendente”, alla quale fa capo Paolo Virzi’, forse per rientrare dei soldi investiti per “Capitale Umano”, forse come Virzi’ per fare il salto di qualita’ nel cinema di distribuzione mondiale (ossia papabile per le nominations degli Academy Awards ndr), prova a seguire il filone o la tendenza aperta da Luca Miniero quando ha diretto “Benvenuti al Sud” e “Benvenuti al Nord”, anch’essi derivati da un corrispondente francese (ma guarda che coincidenza!) “Bienvenue chez les Ch’tis” (titolo italiano “Giu’ al Nord”) di Dany Boon. Mentre Miniero, onestamente fa quello che andava fatto ossia incollare alle esigenze del pubblico italiano una commedia fresca ma piena di luoghi comuni delle “non” differenze tra il Nord e il Sud del BelPaese servendosi di due caricaturisti come Bisio e Siani, l’operazione commerciale condotta dalla triade Virzi’-Archibugi-Piccolo non dice niente, farnetica qualcosa, ma non ha l’interesse a dire niente di nuovo neppure quando prova a confrontare I nostri tempi agli anni settanta/ottanta, forse l’unico elemento non dico nuovo, ma almeno diverso dall’originale. Se poi anche inserire una gopro-giocattolo (almeno da’ finalmente un punto di vista diverso nella marmellata spacciata per messa in scena tramite qualche steadycam), un twitter-addicted e il vero parto cesareo della pur sempre generosa Micaela Ramazzotti, significhi stare al passo con I tempi, allora siamo di fronte ad un punto di ritorno: la stasi di chi non ha piu’ fame di raccontare alcunche’. Di questo obbrobrio, perdonatemi la franchezza, rimangono la magistrale direzione dei bambini, ormai marchio di fabbrica della Archibugi e il tributo a Lucio Dalla con di fatto il videoclip inedito di “Telefonami tra vent’anni”, che almeno regala un tocco di classe e leggerezza amara a questa deriva di stasi creativa, che a poco a poco sta travolgendo anche gli ultimi capisaldi di una nostrana cinematografia d’autore. Rimane infatti il fortissimo rammarico nel notare che il film e’ stato conferito del titolo di interesse culturale nazionale, ovvero e’ stato in parte prodotto con soldi pubblici. Fa molto male considerando che spesso non ci sono fondi pubblici per la manutenzione del patrimonio artistico italiano, ma soprattutto anche perche’, almeno inizialmente, questo strumento veniva adoperato per finanziare le opere prime e lo sa bene Francesca Archibugi, alla quale meritatamente nel 1988 venne concesso per sovvenzionare il suo film d’esordio, “Mignon e’ partita”. Curiosamente il caso volle all’epoca che fosse l’unico lungometraggio citato per il buon utilizzo di questi finanziamenti pubblici. Altri tempi, altra fame di “cultura”.

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– Nord – 2010 – ♥♥♥ –

di

Rune Denstad Langlo

Sono poco più di 15 le sale cinematografiche in Italia nelle quali è distribuita questa piccola chicca norvegese. Forse perchè Nord esprime un tipo di cinema che è così lontano dal nostro e da quello da noi più conosciuto, colmo di azioni e dialoghi, molto spesso superficiali o ridondanti o altre volte inanellati da una linea comica per nulla opportuna e forzata. Le parole e i dialoghi sono decisamente pochi in Nord. Quello che conta è il viaggio, è il percorso, fatto di incontri e tanta neve, che Jomar intraprende verso il Nord della Norvegia. E questo viaggio è come se fosse una terapia per l’ ex campione di sci Jomar, abbandonato a se stesso a causa di un esaurimento nervoso. Ma è anche il viaggio che  compie alla ricerca del figlio che non sapeva di avere e che non ha mai conosciuto. E ogni sosta che farà lungo il suo cammino innevato sarà in qualche modo educativa per lui e fungerà da specchio a quelle che per anni sono state le sue solitudini e le sue ansie. Tutti i suoi incontri sono inevitabilmente contraddistinti dalla solitudine e dall’ isolamento dal mondo e dalla società: per alcuni di loro (la bambina e la nonna) non è stata una scelta , per altri invece (il vecchio eremita) è stata l’ unica alternativa possibile per rifuggire gli agi e le comodità che la società ci impone, e ritrovare un’ armonia con la natura. Il giovane regista norvegese Rune Denstad Langlo ha girato tutte le riprese in condizioni quasi proibitive, in una zona a nord del circolo polare artico e con un cast improvvisato spesso sul loco, ed è proprio questo ad aggiungere sicuro valore alla storia silenziosa dei suoi personaggi, che si intrecciano in un deserto esistenziale fatto di dialoghi minimalisti e spesso ironici. Vengono quindi privilegiati gli stati emotivi ansiosi e le nevrosi del protagonista, le ansie e le solitudini di ogni personaggio sono espressi con la potenza delle immagini e delle sequenze, che divengono la vera voce narrante di Nord. Una metafora sulla difficoltà della vita e sulla maggiore importanza assunta dal suo percorso più che dal  risultato finale o dal traguardo raggiunto. Nel finale muto di Nord diventa chiaro  come non sia importante la risoluzione del rapporto tra il protagonista Jomar e il figlio appena incontrato, quanto il percorso che ha dovuto affrontare prima. Colmo di elementi surreali, bizzarri e dolorosi ma in qualche modo formativi. Una silente metafora di come si possa interpretare il viaggio della vita in maniera costantemente difficile ma non per sempre. Esattamente come afferma Jomar in uno dei pochi dialoghi di questo brevissimo film (78 minuti).

(Recensione corretta da Caterina Romaniello)

( Ubriacarsi)

(Ritorno alla natura)

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– A Single Man- 2010 – ♥♥♥♥♥ –

di

Tom Ford

Di eleganza  Tom Ford sicuramente se ne intendeva, essendo stato per anni lo stilista di Gucci o di Yves Saint Laurent, ma di certo che fosse dotato di un tale portamento cinematografico nessuno se lo sarebbe mai aspettato. E lo esprime con coraggio portando sugli schermi cinematografici un film tratto dal romanzo di uno dei più grandi scrittori del secolo scorso inglese (Christopher Isherwood), ed essendo in grado di esprimere concetti introspettivi con una convinzione visiva degna di una regia decisamente esperta. La storia narra dell’ ultimo giorno di vita di un uomo solo (come recita il titolo italiano della novella di Isherwood), che si confronta da anni con il vuoto apportato dalla scomparsa prematura del suo compagno, sul quale aveva investito ogni progetto di vita. Il tutto è sviluppato su due diversi spazi temporali: quello presente e quello dei pensieri del protagonista George (Colin Firth) che in svariati momenti ricorda gli attimi trascorsi in compagnia del suo scomparso Jim. Tom Ford cura ogni piccolo dettaglio di questa ultima giornata, sia visivo che introspettivo. Attraverso due diverse tonalità fotografiche riesce ad imprimere gli stati interiori del suo protagonista che è ormai circondato da un incessante scorrere di personaggi nella sua vita privi di colore e grigi. Solo in sporadici fugaci attimi tutto assumerà delle tonalità più vivide per lui riuscendo a fargli sentire quello che della vita è sempre stato lì ma che a causa della sua solitudine e del suo dolore di rado riesce a percepire. Efficaci sono anche i rallenty che il regista mette in atto quando inquadra il suo vicinato per esprimere quel senso di immobilità e vacuità che secondo lui lo circonda e che vede personificato nei suoi vicini. I ricordi hanno quasi tutti caratteristiche iconografiche che tendono a  mostrare Jim quasi come fosse una vera e propria musa ispiratrice di George, incapace di innamorarsi delle donne, nonostante in qualche modo se ne senta attratto fisicamente. Ogni dettaglio espresso dalla macchina da presa di Ford è uno specchio di quella che è la sua concezione di eleganza e di bellezza. Tutto sembra essere al suo posto anche nelle movenze degli attori e nei costumi. Persino gli accessori o il trucco dei suoi personaggi finiscono entrambi per avere un loro ruolo, spesso espresso grazie alle inquadrature effettuate con l’ausilio di efficaci macro. Julianne Moore è perfetta e quasi divina nel ruolo dell’ eterna amica-innamorata e allo stesso tempo sofisticata ma che George non riesce proprio a contraccambiare. Sicuramente da Oscar è Colin Firth in grado senza mai esagerare di imprimere al suo personaggio una vasta gamma di emozioni espresse e latenti che trovano in quasi tutte le sequenze la naturalezza delle più grandi interpretazioni di tutti i tempi. E’ aiutato sicuramente da una sceneggiatura che seppur ispirata da un efficace romanzo non è mai scontata nè noiosa ma che fa dei suoi dialoghi la vera colonna portante dell’ intero film. Un personaggio quello di George che vive da tempo con la pistola in mano, arma con la quale ha un rapporto quasi metafisico, e che fa del suo passato l’ espressione vitale del suo futuro. Ogni tassello del suo passato, infatti, sembra trovare un perfetto incastro di ogni suo stato d’ animo presente che andrà quindi inevitabilmente a condizionare il suo futuro. Fa sicuramente discutere e ancora una volta rammaricare la scelta delle case distributrici italiane di portarlo in pochissime sale, anche perchè decisamente azzoppato dallo stesso giorno di uscita di un colosso come Avatar. Film ed esordi come questo credo debbano essere valorizzati molto di più in un paese come il nostro che sembra vivere anch’ esso, cinematograficamente, della propria eredità del passato.

(Uno dei pochi attimi di colore nell' ultimo giorno di George...)

(...attanagliato spesso da ricordi iconografici)

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– Moon – 2009 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Duncan Jones

Rarissimo è trovare una produzione indipendente in grado di imbastire un convincente quanto coinvolgente lavoro di fantascienza inscenandolo interamente in un teatro di posa semplice ed efficace. In un futuro più realistico che immaginario la Terra è priva di energia, consumata da anni di sprechi, e l’ unico modo per continuare in qualche modo la vita sul nostro pianeta è quello di grattare la crosta del tanto amato satellite lunare, qui in grado di essere una fonte energetica. Il regista Duncan Jones (noto per essere il figlio di David Bowie) è in grado di creare un rapporto speciale con lo spettatore, trascinandolo nella solitudine dello spazio e nel mistero da esso prodotto, caratteristiche necessarie del genere di fantascienza. A sperimentare questa solitudine è il solo protagonista (insieme al robottino Gerty con la voce monocorde di Kevin Spacey) Sam Bell (interpretato da Sam Rockwell) che si ritrova da solo a dialogare con gli infiniti misteri lunari. L’ intero film è claustrofobico e gli ambienti scenografici ben rispecchiano il concetto di finito nell’ infinito. Il film per una buona metà ha tutte le caratteristiche del fanta thriller (qui non è difficile trovare parallelismi con il Solaris di Tarkovskij) perchè si ha fin da subito  la percezione che qualcosa di misterioso stia per accadere. Ma Jones va oltre e non si limita a questo e proprio al momento giusto fa riflettere lo spettatore su concetti umani come l’ alienazione aziendale o la clonazione umana. Il primo quanto mai attuale e il secondo ipotesi tanto discussa anche nel nostro presente sui tavoli scientifici. Proprio in un’ epoca nella quale il mainstream fantascientifico moderno esige prospettive catastrofiche del mondo ed effetti speciali fracassoni Jones ritorna ai vecchi colossi fantascientifici come il Kubrikiano 2001 Odissea nello Spazio per i quali il concetto di fantascienza era tutt’ altro che rumoroso. Una fantascienza dal senso più intimista che dovrà fare i conti con le angosce e le paure umane. Sam ben presto si renderà conto che la sua non unicità e le sue allucinazioni sono frutto non del mistero ma di una truffa quanto mai insita  nell’ indole umana. E da qui immediatamente la riflessione se è possibile un mondo nel quale il necessario utilizzo della forza lavoro umana non debba solo essere cagionato da politiche di interesse economico. Sam è infatti sulla tanto ambita Luna ma per tutto il film non sarà il solo lui a desiderare di ritornare sulla terra. Per far capire a chi sta laggiù pensando di avere un potere economico così grande da comandare sulla vita di esseri umani che il valore della vita è ben più alto di quello economico e lavorativo. Un piccolo gioiello costato solo 5 milioni di dollari quello dell’ esordiente Jones che si pone come evidente obiettivo di andare controcorrente e puntare più sulla forza di una buona sceneggiatura che su quella scontata degli effetti visivi. Altro punto decisamente a favore del film è apportato dalle ipnotiche musiche di Clint Mansell, reso famoso per le colonne sonore di tutti i film di Darren Aronofsky e soprattutto dell’ eccellente main theme di Requiem for a Dream. Duncan James sicuramente condivide con il padre David Bowie il talento immaginifico, qui  ben esplicato nelle scenografie e nella complessità dell’ argomento, quanto nell’ attualità dei temi scientifici e umani. Da parte mia la speranza che un film come questo non resti solo un piccolo gioiello sulla luna ma possa arrivare a mutare certe politiche “erroneamente fantascientifiche” di chi è qui tra noi sulla nostra amata Terra.

( Le scenografie claustrofobiche di Moon)

( Un quasi sempre sorridente Gerty)

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– Meduse – 2007 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Etgar Keret e Shira Geffen

Un film non sempre è una trama. Non sempre è l’esplicarsi di una storia che abbia un inizio, un’ evoluzione e un finale . A volte è solo un intrecciarsi di attimi di vita, di solitudini interiori di personaggi che vivono con estrema importanza una delle cose fondamentali della vita: i rapporti umani. Sei personaggi si intervallano in una Tel Aviv cercando il loro posto nel mondo tra solitudini e incertezze. Colmo di parentesi surreali Meduse riesce bene a esprimere in linguaggio cinematografico una sceneggiatura molto attenta ai dialoghi che ha rimandi spesso al cinema francese o al cinema iraniano. Le Meduse sono proprio la metafora degli esseri umani che si lasciano trasportare dalle onde del mare in continuo mutamento, a volte con immenso senso di impotenza. Nello specifico in questo film israeliano, premiato con la Camera d’Or al Festival di Cannes 2007, le meduse sono tutte donne che sono preda dei loro sogni e delle loro speranze e vivono la loro vita come in un mosaico. Una solitaria cameriera incontra una misteriosa bambina, quasi surreale, eco della sua infanzia perduta; una coppia di giovani sposi è costretta a rinunciare alla loro luna di miele perchè lei si rompe una gamba; e una badante filippina arriva in Israele con la speranza un giorno di ritornare nel suo paese , dal suo bambino. E l’acqua fa da filo conduttore a tutte le storie quasi a dimostrare il loro vivere fuori dal mondo, con la testa sott’ acqua. In una Tel aviv nella quale solo per un attimo si ricorda della guerra israelo-palestinese, solo in una battuta, come a voler sottolineare il fatto che i protagonisti di questa favola sono tutti di una “seconda generazione”. Una generazione israeliana molto assortita fatta di un presente dominato  dalle immigrazioni. E il passato invece è doloroso o a volte quasi assente, fatto di ricordi sporadici che ben non sono definiti (come l’ omino dei gelati visto dalla giovane cameriera in infanzia). Poetico e artistico quasi come un mosaico Meduse lascia più spazio alle fluide immagini per narrarci i ricordi e le assenze di queste donne che nuotano nel loro liquido amniotico, a volte restando anche ferme. Le stesse immagini che saranno la vera forza dello script dei due registi, avvolgendo lo spettatore in un pathos fluido come la colonna sonora che domina il film. E sarà l’acqua della pioggia che unirà i personaggi di questa storia proprio come la pioggia di Rane aveva in qualche modo fatto in Magnolia di Anderson. Il surreale si fonde con l’intimo reale di queste donne in maniera discreta cerca di far ritrovare quel sè perduto nelle profondità dell’ oceano. Fino ad emergere e risalire come una medusa a galla cercando non soltanto di galleggiare ma di vivere.

(Momento felice prima della rottura)

( Una bambina venuta dal mare)

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– Questione di Cuore – 2009 – ♥♥♥♥ –

di

Francesca Archibugi

Le storie fanno spesso di un film la sua vera e propria forza ed è il caso del nuovo film di Francesca Archibugi. Due personaggi contraddistinti da un’ estrema e profonda diversità nelle scelte di vita e nella pragmaticità del vivere ma entrambi vittime di un’ insofferenza di fondo e di un problema cardiaco che li farà incontrare nel posto forse meno aspettato per consolidare un rapporto di amicizia duraturo: la rianimazione di un ospedale. Alberto (Antonio Albanese) è uno sceneggiatore di successo che ama definirsi originario del nord e che nonostante viva ormai da molti anni a Roma, non riesce ancora ad amare gli usi e costumi della capitale. Si nasconde dietro una relazione infelice con una ragazza più giovane di lui ( Francesca Inaudi) e vive in un bell’appartamento del centro romano continuando a sognare il fatidico “qualcosa che non ha” e covando una profonda insoddisfazione per la sua attuale situazione. Angelo (Kim Rossi Stuart) , al suo contrario, vive in una borgata romana e fa il carrozziere. E’ estremamente pragmatico e legato alla realtà del suo quotidiano e della sua famiglia, ha due figli una moglie tipicamente romana e “ingrugnita” (Micaela Ramazzotti), ma anche lui è  disilluso sul suo futuro e nutre la profonda paura della morte prematura come molti anni prima accadde al padre quarantenne.  I due scopriranno dopo esser stati vicini di letto in sala rianimazione un’ amicizia profonda che va oltre le parole e che è capace di capire anche solo con gli sguardi ma che mai finisce nel melodrammatico. Un film che è in grado di comunicare emozioni attraverso proprio inquadrature di sguardi e una sceneggiatura sapiente e mai prolissa. Questione di Cuore fa degli sguardi dei due attori la vera forza narrativa ed emotiva e ci regala un Kim Rossi Stuart e un Antonio Albanese che mai esagerano nelle loro interpretazioni e che attraverso poche parole ma una grande espressività nei volti riescono a comunicare le angosce dei loro personaggi. Il dialogo tra i due a letto è da grande cinema e fa del loro divertimento non esagerato un pò il segno di distinzione della loro amicizia. Un film estremamente attuale che espone chiaramente uno dei problemi più in auge oggi e cioè quello della difficoltà dei rapporti umani e delle relazioni che ha come risultato la solitudine, la freddezza sociale e l’ isolamento. E sarà proprio il cedere del loro organo biologico vitale ad aprire le porte al cuore emozionale e alla comprensione reciproca riuscendo a compensare la loro fragilità interiore e fisica con la forza dei legami di amicizia e della complicità. Gran parte del merito va dato alla Archibugi in grado di dirigere alla perfezione due attori già bravissimi uscendo da una secca creativa che l’aveva ben contraddistinta nella sua precedente opera (Lezioni di Volo). Concreto, reale e sincero. Riuscirà finalmente un buon film italiano ad attecchire in maniera soddisfacente nei cuori e nei risultati dei botteghini nostrani? Questa è la domanda.

( Un dialogo amichevole che ha sapore di grande cinema)
( Angelo in rianimazione visitato dalla sua famiglia)

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– Due Partite – 2009 – ♥♥♥ –

di

Enzo Monteleone

Due generazioni a confronto. Quattro madri e quattro figlie in due differenti epoche. Un adattamento cinematografico di un testo teatrale di Cristina Comencini. Questi sono i principali ingredienti di Due Partite di Enzo Monteleone, un film gradevole che gioca i suoi punti di forza sulla forza recitativa di otto tra le più validi attrici femminili del nostro panorama attoriale e su una valida sceneggiatura teatrale. Negli anni ’60 di Mina tre madri ( Margherita Buy, Marina Massironi, Paola Cortellesi) e una futura madre in attesa (Isabella Ferrari) durante la solita partita a carte del giovedì sera si ritrovano a chiacchierare delle loro insoddisfazioni coniugali e personali come mogli, come madri, ma sopratutto come donne. E basta solo un giro di carte per scatenare le frecciatine, tipiche del mondo femminile, le critiche o le cattiverie tra loro. Quattro diversi personaggi interpretati con una sincera intensità da tutte e quattro le “mamme” di scena. La Buy come le è consueto interpretare porta in scena le sue crisi, quasi isteriche, da donna che vive un matrimonio conflittuale con un marito sempre in viaggio ma che nonostante tutto vanta una discreta unione passionale. La Massironi è un prototipo di donna sottomessa, forse la più tipica di quegli anni, infelice perchè ha un marito che la tradisce e che la relega a soccombere a un unico ruolo di madre. Isabella Ferrari interpreta una donna incinta in attesa della prima figlia, ancora piena di sogni e speranze e di un marito che le scrive poesie romantiche. Paola Cortellesi, infine , porta in scena la più atipica tra le quattro, quella totalmente disillusa sull’amore, con un marito che non ama ma con il quale è costretta a convivere e con un atteggiamento maggiormente cinico nei confronti della vita e degli uomini, anche se con una vita sessuale piena di frequenti amanti. Sicuramente ho gradito maggiormente la prova della Cortellesi che nelle sue frequenti invettive di cinismo e mutamenti di umore (passa spesso dal silenzio all’irascibilità) ben fa comprendere le angosce interiori di una donna ancora fin troppo legata alla propria madre per potersi ribellare a quel mondo ovattato di conformismo e buona educazione ipocrita del quale le altre tre sembrano essere più schiave. Vent’anni dopo le figlie si ritrovano nell’occasione spiacevole della morte di una delle madri (la Beatrice interpretata da Isabella Ferrari). E improvvisamente si respira la stessa aria di infelicità e insoddisfazione che negli anni Sessanta avevano le loro madri. Nonostante l’emancipazione femminile abbia favorito la loro condizione di donne si ritrovano catapultate in situazioni attuali , diverse dalle loro madri, ma uguali come senso di solitudine e infelicità. Quindi c’è chi come Sara (interpretata dalla Crescentini ) si ritrova a vivere una relazione matrimoniale opposta a quella della madre (Margherita Buy) e nel quale è lei quella assente e in viaggio e il marito quello ansioso e stressante. E a seguire chi desidera ardentenmente un figlio (Valeria Milillo figlia della Massironi) o chi nonostante al contrario della madre riesca a vivere la sua situazione di emancipazione e realizzazione personale alla luce del sole (Claudia Pandolfi figlia della Cortellesi) non riesce a trovare spazi liberi per condividere un’intimità col proprio marito. Il film alterna momenti più leggeri e frizzanti a momenti maggiormente riflessivi e drammatici in una chiave forse fin troppo teatrale ma che conducono insieme sicuramente a riflettere sulla difficoltà della situazione femminile ma non solo. In primo luogo portano sul tavolo di gioco il tema della difficoltà delle relazioni di qualunque tipo nella vita umana. Relazioni personali, di amicizia, di amore o di lavoro. Relazioni e desideri che si vanno a mescolare in un grande mazzo di carte chiamato vita e che sembra una volta mescolato non portare quasi mai le carte giuste per vincere una mano. Nonostante le differenti epoche, nonostante le diverse situazioni sociali.

( Il cinismo sincero della Cortellesi in primo piano 
su uno sfondo di Educazione ipocrita negli anni Sessanta)
( e le quattro figlie che ne rivivono ugualmente le angosce 
più attuali)

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