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Posts Tagged ‘sesso’

Locandina Shame

– Shame – 2011 – ♥♥♥♥♥

di

Steve McQueen

Michael Fassbender, vincitore con questo ruolo da protagonista della Coppa Volpi a Venezia, assieme a quel suo nome e le sue origini tedesche – ricordiamolo per cortesia almeno nel suo ruolo junghiano in “A dangerous method”, ma anche in “Bastardi senza gloria” – porta con questo film un messaggio forte nei confronti del cinema hollywoodiano. Il regista inglese Steve McQueen collabora felicemente con lui per la seconda volta dopo il film mai uscito in Italia “Hunger” e dimostra con Shame che gli europei possono fare un film che sembri americano, dato che si svolge a New York, ma che tradisce tutte o quasi le regole hollywoodiane per un film di successo. Shame è uno psicodramma oserei dire quasi fuorviante dato che l’elemento principale sembrerebbe essere la sessodipendenza del protagonista, Brandon Sullivan, ma in realtà come suggerisce il titolo in modo molto evidente, il tema principale è la vergogna. La vergogna di due fratelli, Brandon e Sissy, di cui non ci è dato di sapere in alcun modo cosa li abbia portati a diventare due anime in pena, che pur rimanendo in superficie rischiano continuamente di crollare psicologicamente e affondare nell’abisso del proprio profondo disagio. Se abbiamo l’opportunità di conoscere un po’ meglio Brandon – ma comunque senza mai sapere le cause che hanno dato origine al suo circolo vizioso, tutto fatto di sesso-dipendenza usata come “spaventapasseri” per i rapporti amorosi verso i quali da misantropo incallito prova una profonda fobia -, la sorella Sissy (Carrey Mulligan, vista anche nel discreto “Drive”, film dello stesso anno), giovane cantante squattrinata e allo sbando che gli piomba a casa turbandone i delicati “equilibri”, ci è dato di conoscerla ancora meno, ma si capisce gradualmente che è un’ autolesionista sia metaforicamente che fisicamente. Non vi racconterò in dettaglio gli sviluppi della narrazione di questo film perché sarebbe scorretto, ma possiamo dire che Brandon viene messo più volte a dura prova davanti ai suoi problemi e che farà di tutto per evitare il cambiamento, fino a che, nel finale drammatico (ma non tragico) non si vedrà costretto a farlo. Il film lo si potrebbe riassumere come un percorso distruttivo, ma comunque atto al cambiamento della vita del protagonista. A differenza di altri film, ne cito due abbastanza vicini per tematica come “Sesso bugie e videotape” e “Qualcosa è cambiato”, in Shame c’è il tormento isolato, spogliato di tutte le usuali informazioni e analisi psicologiche di ogni personaggio, senza contare tutte le “melensaggini” Hollywoodiane, che sembrano esser diventate un dovere etico e morale che invece ha francamente rotto l’anima. Shame è un film vero come la sofferenza umana, tuttavia anche vero cinema, che fotografa il disagio di quest’uomo con tonalità e luci tutt’altro che accoglienti, a tratti anche con visioni distorte. La perfezione del film sta nel suo essere non consolatorio e quasi inconoscibile, ma se ci pensate bene è la posizione migliore che lo spettatore possa chiedere di avere nei confronti di un film. Pur essendo molto cinematografico, imita perfettamente la realtà poiché il rapporto dell’audience con il film va di pari passo con il rapporto che chiunque di noi potrebbe avere con un qualsiasi quasi sconosciuto. Su questo probabilmente si è giocato. E venendo alla tanto discussa gratuità e audacia dei nudi e delle scene di sesso esplicite – ma, attenzione, non pornografiche – direi che Shame è tutt’altro che erotico, perché affronta il sesso in modo diretto e abbastanza scomodo. È tutto molto in connessione e in funzione del tormento del protagonista, per cui se una scena è improvvisa e forte, è per rendere la rabbia di Brandon verso sé stesso; se un’altra scena è lunga e sembra non finire mai, è un modo di Brandon di rigirare il proverbiale dito nella piaga e non a caso quella sequenza a cui mi riferisco, che ritrae un ménage-a-trois con due sconosciute, si conclude su un primissimo del volto disperato di Brandon, lasciando fuori tutto ciò che può essere “godibile” da parte di un pubblico voyeur che sta lì per il sesso fine a sé stesso o per vedere questo famigerato pene di Michael Fassbender, che, dispiace deludervi, si vede brevemente e quindi è pressoché come se non ci fosse. Il film, a budget ristretto e girato in meno di un mese non senza scene girate estemporaneamente come quella della serata canora, non ha goduto di una buona distribuzione, anche se è già diventato un cult proprio per la bravura di Fassbender e dell’eccellente cast che lo ha circondato, includendo, ovvio, quello tecnico, non meno importante e che nell’unione di tutti questi elementi ha dato luogo ad un piccolo capolavoro. Unica nota dolente è l’inganno che attirerà e deluderà simultaneamente tutti i feticisti del genere “film erotico”; per quanto riguarda la distribuzione italiana, abbiamo quel solito doppiaggio con i soliti noti, per carità bravissimi, ma sempre i soliti rimangono e finiscono per uccidere le interpretazioni in lingua originale. Pare che presto esca in Italia distribuito dalla BIM il film precedente a questo, che ho menzionato ad inizio recensione, “Hunger”, che segna il debutto cinematografico dell’azzeccato binomio McQueenFassbender.

Prove di ordinarietà

(Prove di ordinarietà)

Amore odio fratelli

(Un amore-odio fraterno)
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– Chloe – 2010 – ♥♥♥ –

di

Atom Egoyan

Sono fragili i personaggi del regista canadese Atom Egoyan, la loro psicologia è decisamente instabile e le immagini della loro memoria sono spesso paure o semplici macchinazioni della loro mente. Questa volta Egoyan mette a riposo la sua penna da sceneggiatore e si dedica puramente alla regia, sfruttando uno script di Erin Cressida Wilson che per molti versi ricorda il suo precedente Nathalie. La storia è quella di una moglie (Julianne Moore) che sospetta del tradimento del marito (Liam Neeson) e ingaggia per scoprirlo una giovane prostituta esperta di seduzione (Amanda Seyfried). Ma ovviamente non tutto va da programma ed Egoyan è abile soprattutto a confondere spesso i livelli di ciò che è reale con quelli della finzione, avvalendosi di frequenti flashback che fino alla fine non si saprà se in realtà sono reali. L’ ipocrisia del mondo borghese fa da sfondo all’ intero film che dietro perfette architetture e vestiti eleganti mostra le ossessioni e le angosce dell’ animo umano che nessuna moneta può placare. Julianne Moore spicca nel suo ruolo di donna di mezza età sopraffatta dalle sue paranoie che trovano un’ origine profonda nella sua paura di invecchiare e di essere abbandonata dal marito. L’ intera storia viene mostrata da Egoyan attraverso la singolare lente di Catherine ( Julianne  Moore) che è offuscata dalle sue emozioni e che molto spesso varia la propria prospettiva. Spesso la macchina da presa si sofferma in inquadrature riflesse allo specchio che delineano le due figure femminili delle protagoniste, come in un gioco ambiguo della mente che lo spettatore avrà chiaro solamente nel finale. E’ come se il regista canadese volesse comunicare la sua personale visione del concetto di realtà che è visibile all’ essere umano attraverso due differenti livelli: quello della trasparenza e quello della riflessione. Ecco che è proprio per questo che, in una delle sequenze migliori del film, vediamo la realtà che Catherine crede sia vera attraverso le trasparenze di un vetro di una cabina da doccia o i suoi pensieri dolorosamente erotici attraverso i vetri di una serra di un giardino botanico. Sequenze erotiche di alto livello, anche quelle colme di giochi di luci e trasparenze, mai volgari e che tengono l’ aspetto seduttivo sempre in primo piano. E’ colmo di aspetti decisamente psicologici inoltre il film di Egoyan che ben delinea il personaggio “borderline” della giovane prostituta Chloe ossessionata morbosamente dal suo mondo affettivo immaginario che esplica attraverso le sue notevoli capacità seduttive. E non vi è spazio per una spiegazione delle dinamiche ma solamente per un bombardamento di immagini stilisticamente ben costruite che hanno lo scopo di invadere l’ emotività dello spettatore facendolo perdere nei labirinti dell’ ossessione che la mente spesso produce. Il tutto non è esente da oggetti\feticcio ricchi di simbolismi sottointesi e mai esplicati in maniera diretta e un singolare gusto per l’ estetica, caratteristiche che hanno la sua massima espressione nell’ ottimo gioco di sguardi (e di inquadrature) delle sequenze conclusive del film.

( Realtà o finzione?)

(Ossessione)

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– Brüno – 2009 – ♥ e 1\2 –

di

Larry Charles

Si fa di tutto pur di riconquistare la fama e il successo. Anche cambiare orientamento sessuale se si è gay. Soprattutto poi se ci si trova negli Stati Uniti: la patria del successo slegato però da ogni sua caratteristica artistica e maggiormente incentrato nell’ apparire e nell’ essere politically correct. Questo è l’ intento di Larry Charles e del talento ironico di Sacha Baron Cohen che dopo aver decisamente sorpreso con l’ esilarante Borat ritorna nei panni di un gay austriaco modaiolo, licenziato dai media del suo paese, e deciso ad emigrare negli States alla ricerca di gloria. Ma guardando questo film viene più da pensare che il successo di Borat sia stato soprattutto sfruttato e copiato che valorizzato e rimodellato ai fini di un’ altra causa. Anche in questo caso è sempre il sistema americano ad essere sotto accusa. Il suo showbiz incentrato sul falso perbenismo, le discriminazioni nei confronti degli omosessuali e le ancora presenti discriminazioni razziali di colore presenti anche nei programmi televisivi. Ma che senso aveva trattare tutto questo in 80 lunghissimi minuti colmi di scene di pseudosesso omosessuale inconsueto o di comportamenti eccentrici, irriverenti del suo protagonista? In questo caso il plot è decisamente slegato e fatto di scene fini a se stesse, più televisive in stile real tv che cinematografiche. La forza di Borat stava tutta nel contrasto tra mondo occidentale e mondo sottosviluppato dell’ est. Qui il confine era molto più sottile trattandosi Bruno di un personaggio estremamente occidentalizzato, anche se all’ ennesima potenza e privo di ogni inibizione. E per fare questo non basta copiare le linee drammaturgiche di Borat (anche Bruno viaggia in America con il suo assistente, solo che questa volta se ne innamora anzichè lottar con lui sul letto nudo). Non basta enfatizzare al massimo scene di sesso scabroso per scandalizzare o inquadrare tutto come approccio cinematografico modernista. La settima arte cinematografica credo abbia molto più bisogno di sofisticatezza e di cura nei dettagli sceneggiativi  che di grossolane esibizioni di irriverenza sessuale. Brüno pretende di essere un mockumentary ma non risulta assolutamente credibile come tale, poichè è inverosimile che la stessa scena venga ripresa da più di una telecamera. E non bastano nemmeno le lodi tessute a Sacha Baron Cohen da parte del re della commedia demenziale Mel Brooks per salvare il giovane attore trasformista dalla sua prestazione in questo suo ultimo film. Perchè un comico bisogna anche che si rinnovi ed evolva. Non basta limitarsi a scopiazzare sempre personaggi simili irriverenti e libertini sessualmente per essere definito un comico completo. Serve un talento artistico ben più complesso. Speriamo che Baron Cohen possa capirlo.

(Uno dei tentativi di Bruno di arrivare al successo: 
Abbassarsi i pantaloni davanti ad un senatore repubblicano)

(Ennesimo tentativo: Adottare un bambino africano come ha fatto Angelina Jolie)

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– Ex Drummer – 2008 – ♥♥♥ –

di

Koen Mortier

Koen Mortier ha definito il suo film un esperimento musicale. E in effetti in Ex Drummer c’è tanta, forse troppa musica punk belga che ha il pregio però di adattarsi alla violenza straripante delle immagini e al frenetico montaggio. Immerso in una scenografia fatta di atmosfere putride e sporche e di personaggi borderline il film narra dello scrittore borghese Dries (Dries Van Hegen) che mentendo sulle sue capacità di batterista decide di entrar a far parte della scapestrata band punk The Feminist. Formeranno un quartetto di musicisti ognuno con un handicap con il quale convivere senza nessuna possibilità di guarigione. Ex Drummer è basato sul romanzo di Herman Brusselmans e ha come obiettivo finale quello di mostrare allo spettatore come la noia di chi raggiunge il successo e il potere spesso sia usata per manipolare i più disagiati senza i minimi scrupoli. Mortier cura tantissimo la fotografia dei luoghi rendendo le atmosfere brutali e violente ancora più cupe. Senza la minima attenzione verso ciò che è politicamente corretto il regista belga riproduce un susseguirsi di immagini violente e sanguinolente con l’intento di rappresentare un mondo underground (quello dei sobborghi fiamminghi) e la perdizione che la conoscenza del diverso provoca nell’ indole di Drier. Lo stile registico ricorda spesso il Trainspotting di Boyle (invece dell’ Inghilterra però qui siamo in Belgio) con immagini scomposte e inquadrature sperimentali, come quella rovesciata che ritrae di frequente il cantante Koen (Norman Baert), balbuziente e con un irrefrenabile odio violento verso le donne. Le sequenze di violenza invece portano spesso a rammentare i personaggi di Arancia Meccanica e l’irriverenza crudele che non rispetta nessuno, siano essi nazisti, gay, potenti, handicappati, uomini, donne o neri. Fin dai titoli di testa del film si evince subito che Ex Drummer non è un film destinato a tutti ma ad un pubblico abituato a film da festival del cinema o dagli stomaci forti. Il film si apre infatti con una sequenza girata al contrario dei protagonisti e con i titoli incastonati come oggetti negli oggetti di scena. Metodo decisamente originale di apertura che sicuramente invoglia lo spettatore a restare a guardare. Questo stile registico ricercato sembra però spesso finire con essere un’ ostentazione di uno spettacolo fine a se stesso che amplifica le violenze e le brutalità in un grand guignol del quale ci si chiede alla fine il suo vero senso. Forse appunto quello di shockare. O, più semplicemente, quello di dimostrare un micro ambiente tutto fiammingo nel quale le band del luogo sono onorate come le più famose ma finiscono per cadere nel vortice stereotipato di droga, eccessi ed alcol. Un film anarchico, zeppo di musica punk (almeno mezz’ora del film è dedicata alle esecuzioni della strampalata band), e che mostra attraverso le sue visioni un mondo contemporaneo fatto anche, purtroppo, di micro realtà violente.

( La sequenza rovesciata che ritrae il leader balbuziente della band)

(Uno dei frequenti momenti di esibizione musicale dei The Feminist)

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– L’ Ultima Donna – 1976 – ♥♥♥♥ –

di

Marco Ferreri

I maschilisti moderni forse desidererebbero che il femminismo fosse terminato negli anni ’70. Ferreri era proprio nel mezzo di quegli accesi anni di lotta politica femminile quando diede alla luce questa sua produzione italo- francese che profetizza sul futuro del femminismo attraverso un crudo apologo sull’ amore fallito tra due persone molto differenti tra loro. E il contrasto tra i due protagonisti è fin da subito evidente. Geràrd (Gerard Depardieu) è il tipico uomo padrone che ostenta ed è consapevole che la sua forza ha origine dal fallo-bastone che possiede e mostra con orgoglio. Ragion per cui passeggia innanzi la macchina da presa continuamente nudo e spesso con l’oggetto del potere tra le mani e cibandosi solamente di alimenti fallici (il salame), abili metafore di questo stesso oggetto del potere. E nel suo personaggio all’ apparenza sicuro di se e deciso a voler dominare sulla donna si cela un forte comportamento esibizionista ed infantile (come nella sequenza ardita della fellatio che mostra l’attore con un ciucciotto in bocca). Valerìe (Ornella Muti) invece all’ inizio dimostra di amare l’ egoista Gerard e non esita ad affezionarsi al piccolo figlio di lui Pierre, ma ben presto si accorgerà del dominio fallocratico esercitato da lui reagendo di conseguenza con l’ unico modo possibile: la frigidità. Al centro della critica di Ferreri c’è il concetto della coppia moderna nella quale una delle due parti lotta per prendere il potere all’ interno di essa. Se ne evince una sua posizione necessariamente più anarchica anche se non si intravede nel film una valida alternativa alla coppia che sappia ben sopperire alle esigenze dei due sessi. Di certo questo quesito è ancor più reso dubbio dalla nostra società occidentale che è schiava del sesso e che traduce in felicità maschile  il desiderio di soddisfare la donna così da essere un abile detentore di fallo, e in felicità femminile quella di riuscire a raggiungere la vetta dell’ orgasmo. E per il regista l’unica, dolorosa via d’uscita sembra essere la castrazione, vista come fine crudele di ogni problema di coppia occidentale. Quindi non una visione nella quale si esclude la volontà e il desiderio di potere da una delle due parti alla ricerca della cooperazione e della comprensione (secondo Ferreri forse impossibile) ma una netta destabilizzazione della coppia. Un’ autocastrazione che è un comune gesto d’amore di negazione che accumuna finalmente le emozioni dei due protagonisti in un pianto condiviso. La freddezza e il distacco con il quale questi scottanti argomenti vengono trattati è sicuramente uno dei punti di forza dell’ intero film e ne fanno da importante contrasto. Un film girato quasi interamente in interni, se si esclude la sequenza iniziale (anch’ essa peraltro fredda) nella quale si intravedono le imponenti fabbriche che sono luogo di lavoro di Geràrd. Anche questa scelta di location dona al film di Ferreri completezza tra argomento, trama e personaggi. Un tocco di surrealismo nella sceneggiatura, per finire, è indispensabile per comprendere in pieno quelli che sono i problemi di una dittatura sessuale che sia essa fallocentrica o femminista. Da non perdere.

L' Ultima Donna

( E' Amore...)
ultima donna2
(...o è Ossessione??)

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– Niente Velo per Jasira – 2009 – ♥♥♥ e 1\2-

di

Alan Ball

Alan Ball è una certezza nel mondo della sceneggiatura. Vanta un premio Oscar per lo shockante American Beauty e il fatto di essere il creatore di due ben fatte quanto famose serie televisive come Six Feet Under e True Blood. Ma questa volta si cimenta dietro la macchina da presa traendo la sua sceneggiatura dalle pagine del romanzo di Alicia Erian “Beduina” creando un film per molti aspetti paragonabile al celebre film di Sam Mendes (American Beauty) ma con l’intento più profondo si indagare le radici di una cultura americana che nasconde dietro al puritanesimo una sessualità che dall’ altra parte ostenta. La protagonista è la tredicenne Jasira che viene mandata a vivere dal padre-padrone libanese, perchè la madre americana non riesce a gestire lo sguardo interessato del suo compagno verso la giovane ragazza che è nel bel mezzo del suo sviluppo sessuale. Jasira non saprà gestire in maniera corretta le pulsioni espresse dal suo corpo perchè circondata da un mondo di adulti ambigui e potenzialmente pericolosi che invece sanno perfettamente come trarre vantaggi da lei. Ball partendo dal forte valore che gli Stati Uniti danno alla bellezza punta il dito con coraggio verso le contraddizioni della sua stessa nazione sia in campo sessuale, che in campo politico (il periodo è quello della controversa Guerra del Golfo per stanare Saddam Hussein). E non solo. Anche la discriminazione razziale celata dietro un “velo” di perbenismo o protezione sembra essere ancora uno dei grandi problemi della società americana secondo il regista.E le emozioni dello spettatore durante la visione di questo film anch’esse sono pervase da un senso di ambiguità che portano a domandarsi quali siano i reali confini di una società dominata dal sesso e dall’ apparire ma che non sa gestire con adeguati metodi educativi questa esigenza esterna imposta. La fotografia di Towelhead (questo è il titolo originale del film che tradotto letteralmente sta a significare una delle offese lanciate ai mediorientali: “teste di turbante”) è interamente pervasa da tonalità calde giallo-arancioni che rendono le atmosfere del film ancora più avvolgenti e immergendo lo spettatore in un disagio continuo. Soprattutto durante le scene di molestie messe in atto dall’ ambiguo riservista dell’ esercito americano, nonchè vicino di casa di Jasira, Mr. Vuoso (Aaron Eckhart). Il personaggio di Jasira vorrebbe rappresentare secondo Ball una metafora perfetta dell’ ipocrisia della società statunitense in continuo dilemma tra la sua apparente realtà fatta di prati perfettamente curati e villette a schiera e la sua indole multi-culturale e razzista. L’ esordiente protagonista Summer Bishil, facendosi forza del suo naturale sguardo intenso da mediorientale, gioca bene a far la lolita confusa ma consapevole e dà luce a una prova soddisfacente seppur a tratti un pò monocorde. Un finale catartico e pervaso dal senso di rinascita dalle proprie ceneri e dalla confessione delle violenze pedofile sembra tuttavia apparire molto surreale. Ma quando ci si ricorda che a dipingere il tutto è un regista grottesco e ironico come Alan Ball in grado di parlare del puritanesimo statunitense anche utilizzando i vampiri (True Blood) si comprende il senso della scelta speranzosa.

( Mia figlia è casta e pura..guai a chi la tocca)

( Perdità della verginità)

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– Settimo cielo – 2009 – ♥♥♥♥  –

di

Andreas Dresen

Settimo cielo, diretto dal regista tedesco Andreas Dresen, è un film tedesco in tutto e per tutto. È diventato così raro oggi riuscire a vedere nel nostro paese una produzione germanica, che quando arriva, sconvolge e il sentimento generale è quello di non saperla accogliere nel miglior modo possibile, anche per un discorso di differenza culturale. Girato in digitale Settimo cielo ha molte carte vincenti, sia sotto l’aspetto contenutistico, che è quello di richiamo maggiore per il pubblico italiano – visto che i protagonisti sono tutti over 60 e che è in ballo un tema universale come l’istinto sessuale in contrapposizione con l’amore e la fedeltà coniugale – ma anche sotto l’aspetto cinematografico. Il film è una vera e propria apologia della natura. La protagonista Inge – interpretata da Ursula Werner – si reca a casa di un signore di 76 anni per riportargli dei pantaloni aggiustati. L’uomo, chiaramente attratto da lei, si sfila il pigiama e si prova i calzoni, ma poco dopo se li sfila di nuovo quando la donna lancia a lui chiari segnali di avere un forte bisogno sessuale da nutrire. La naturalezza con la quale i corpi flaccidi di questi signori e signore tedesche si espongono a servizio del profilmico è lodevole e invidiabile visto che da noi, ma anche in molti altri paesi, non c’è tutta questa impudicizia sia sul grande schermo che nella nostra camera da letto. Ma Settimo cielo non è uno di quei film sulla scia di Irina Palm, in cui il sesso da ‘terza età’ diventa il titolone da poter proporre come slogan nelle recensioni da quotidiani. No! Settimo cielo vira verso ben altri orizzonti. Inge, innamoratasi di Karl, non trova pace nei momenti in cui si trova a casa col marito, che la scopa ancora e anche bene. Probabilmente, il signore, interpretato da un bravissimo Horst Rehberg, è un ex-ferroviere  che ha fatto dei treni l’ossessione della sua vita. Infatti l’unica cosa che fa è ascoltare dischi con registrazioni di treni in corsa e di portare la moglie a fare delle gite in treno. La figlia di Inge, avuta da una precedente relazione, è l’unica a cui la donna confida della passione nata con Karl. Andando contro ogni regola stabilita (ovvero di mantenere la cosa segreta), Inge un bel giorno si decide di dire tutto al marito perché non ce la fa a mentire, ma la reazione di lui sarà epocalmente distruttiva. La donna si sorprende di aver trovato, a 60 anni, un nuovo compagno, un nuovo equilibrio, insomma, una nuova vita, così prende la decisione di trasferirsi da Karl. In occasione del compleanno delle nipotine, lei e il marito si rincontrano, lui farà un vano tentativo di riconquistarla, ma l’unica cosa che ottiene è un temporaneo momento nostalgico in cui Inge apprezzerà la sua apertura finale, ma ormai perso il bisogno di preservare la coppia, decide di non fare passi indietro. Settimo cielo ha momenti drammatici e comici in egual misura. C’è una bella barzelletta sconcia ricorrente nel film che fa dello spirito sul sesso da vecchi (“Come fanno l’amore due ottantenni? Lei sta a testa in giù e lui glielo cala dall’alto!”). I volti segnati e i corpi invecchiati sono ripresi copiosamente in numerevoli scene di sesso/amore senile forti per la loro stessa natura ineluttabile, non tanto per le modalità. Settimo cielo è una storia sulla scoperta di poter essere capaci di trovare coraggio a sessant’anni. Il coraggio di non reprimere se stessi in onore di cose vane e illusorie come la felicità coniugale e la stabilità della famiglia. Il coraggio di ricominciare ad amare. Il coraggio di essere spontanei, irrazionali. L’irrazionale in questo film è ovunque per varie ragioni: la più ovvia è che essendo in ballo l’amore, ogni personaggio reagisce in modo del tutto imprevedibile allo stravolgimento degli equilibri… Ma anche nelle gite campagnole e in bicicletta di Inge e Karl, nei viaggi in treno col marito Werner, nei paesaggi in movimento, nei mille treni che transitano vicino ai nostri eroi attempati scorre un senso adrenalinico, fulgido di irrazionale passione (eros) e terribile presagio di morte (thanatos). Il treno, facciamoci attenzione ogni volta che ne passa uno nel film, assume un ruolo banalmente metaforico, ma anche profetico, visto che nel finale avrà una sua drammatica importanza, anche se solo intuibile e non esplicitamente mostrata. Il film piacerà, ma non è fatto per aggradare un pubblico troppo abituato allo stile tradizionale. Viene fatto un uso piuttosto insistente, forse a voler creare fastidio, della camera fissa che limita la visione su uno spazio unilaterale e che relega certe azioni e suoni al fuori campo. L’uso delle cineprese digitali è diventato ormai così esperto nel cinema d’oggi e la qualità dei mezzi utilizzati così ottima, che non ci si fa quasi più caso. L’illuminazione è quasi del tutto naturale, eppure non manca l’inventiva e qualche momento di poesia visiva. Tutto questo fa di Settimo cielo un film da vedere assolutamente e giustamente premiato nei vari festival internazionali, a partire da quello di Cannes dello scorso anno, dove trovò così tanti consensi da aggiudicarsi il premio della giuria nella sezione Un Certain Regard. C’è da considerare poi che il regista, Dresen, non è un novellino, anzi, aveva già girato due film di cui solo questo e Catastrofi d’amore sono stati distribuiti in Italia. Con Ursula Werner, che si potrebbe definire la sua attrice-feticcio, aveva già lavorato in due film dai contenuti non molto diversi. Peccato che in Italia i film non americani debbano arrivare solo quando vincono a Cannes e Venezia.

(Dopo aver fatto un bagno nuda come una ragazzina
col quasi ottantenne Karl, Inge si imbroncia e confessa:
non riesco a smettere di pensare a mio marito)

(Dopo una corsa sotto la pioggia con l'amante, 
Inge si raffredda e il marito la accudisce ignaro...)

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