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Posts Tagged ‘seconda guerra mondiale’

– Uomini senza Legge – 2011 – ♥♥ e 1\2 –

di

Rachid Bouchareb

Uomini senza Legge ha sicuramente tutte le carte in regola per essere considerato un buon film. Ha la fotografia che è tipica dei film noir e che grazie alle sue tonalità cupe comunica allo spettatore quel senso di grigiore e difficoltà che derivano dalle ingiustizie e dalle condizioni politiche e sociali di un popolo alla ricerca della propria identità e indipendenza. Il periodo storico che fa di sfondo ai tre fratelli algerini protagonisti è quello dell’ indipendenza algerina e della difficile, quanto controversa operazione di liberazione attuata dal movimento algerino FLN, contrastato dal Main Rouge francese, partorito proprio per contrastare il primo. Il regista Rachid Bouchareb però non si accontenta di raccontare solamente il punto di vista storico degli avvenimenti, ma desidera arricchirli ulteriormente con toni da epopea familiare, inserendo le vicende e le emozioni personali dei tre fratelli dal ’45 al ’61. Un periodo durante il quale li vedremo lentamente arrendersi alla violenza, nonostante siano spinti da nobili ideali di libertà. Dopo un prologo, dai toni anche fin troppo da romanzo popolare,  che va indietro fino al 1925, quando i fratelli e la loro famiglia sono spossessati della loro terra e assistono all’ uccisione del padre da parte dei coloni francesi, il film infatti passa subito al 1945. Epoca in cui la Francia esulta per la resa tedesca e la fine della Seconda Guerra Mondiale, ma in Algeria invece una folla di manifestanti indipendentista viene massacrata dallo  stesso esercito Francese. Da quel momento i tre fratelli saranno costretti per motivi diversi a vivere senza legge e senza “patria” per lottare per i loro ideali. I propositi del regista di unire l’ epico al gangster movie quindi ci sono, ma purtroppo il film risulta avere molto spesso ritmi e recitazioni da ottima produzione televisiva più che da cinema. I protagonisti stessi, infatti, sembrano imbrigliati all’ interno dei loro schematici personaggi, dall’ epilogo che sembrerebbe senza alcuna evoluzione o via di fuga. C’è l’ ex soldato reduce dalla guerra in Indocina continuamente turbato dai suoi ricordi di morte e che sembra non riuscire a liberarsi dal suo istinto omicida; l’ attivista politico rivoluzionario che si trova a confondere il fanatismo violento con i veri ideali di rivoluzione; e il fratello più giovane e più opportunista che pensa più alla sua fortuna economica che agli ideali patriottici. Ma tutti loro sono accomunati dallo spirito di fratellanza che diventa forse il vero filone portante delle vicende familiari. Lo sguardo di Bouchereb è di conseguenza molto pacato e fino alla fine tende ad evidenziare che gli estremismi violenti in una rivoluzione sono sempre sbagliati. Non a caso tiene in vita il fratello che più è lontano dalla lotta ad ogni costo per l’ indipendenza. Quindi nonostante la ribellione e l’ andare contro la legge, nel loro caso, sia l’ unica strada possibile ciò che lo spettatore finirà per leggere sarà che è sempre meglio mediare con i propri nemici prima che combatterli ciecamente con ogni mezzo possibile. Ecco che quindi il film finisce per essere più un film sulla fratellanza, con un finale strappalacrime, e con ben poco approfondimento sulle vere vicende storiche algerine. Più un film che fa smaccatamente un occhiolino ai gangster movie di Brian de Palma o di Scorsese che un vero e proprio film con una sua ben costruita identità.

(1925: Morte del padre)
 
( Fine anni '50 in Francia)
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– Il Discorso del Re – 2011 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Tom Hooper

E’ raro oggi trovare un film  capace di racchiudere al suo interno contenuti che fanno parte della storia, trattandoli con una rara cura che porti lo spettatore ad immedesimarsi con le emozioni dei suoi protagonisti. La balbuzie di Re Giorgio VI (Colin Firth) diventa quindi, non soltanto un problema comunicativo ma è l’ origine di un profondo senso di inadeguatezza del suo personaggio chiamato a causa dell’ imminente inizio della Seconda Guerra Mondiale a rappresentare il leader istituzionale di un’ Inghilterra ormai futura preda dell’ Asse di Hitler. Il protagonista Colin Firth ( candidato all’ Oscar 2011 come miglior attore protagonista) è impeccabile nel suo ruolo riuscendo a manifestare un personaggio  impacciato e ingabbiato nel ruolo di chi vive uno squilibrio comunicativo che ha radici interne originate da un’ educazione molto repressiva. Il regista Hooper delinea un momento delicato della storia britannica nel quale non è solo l’ imminente ingresso in guerra a essere protagonista ma anche l’ evoluzione dei mass media e l’ avvento della radio come mezzo di comunicazione che è in grado di restituire al popolo un ritorno auditivo, e quindi un contatto con l’ autorità monarchica che rappresenta la Gran Bretagna. Una radio che diventa simbolo di unità nazionale ma che si cela dietro un microfono che per chi è balbuziente come  Re Giorgio VI diventa un enorme mostro che catalizza la sua attenzione paralizzandolo. La sceneggiatura, scritta da David Seidler, che ha sperimentato la balbuzie sulla sua persona, essendo diventato balbuziente da bambino durante la guerra, è misurata e mai superflua. E’ costruita molto sulla relazione tra il re “Bertie” e il suo terapeuta\logopedista, interpretato superbamente da Geoffrey Rush, e sul lento processo che condurrà il paziente reale a venir fuori dalla sua nevrosi blindata dietro ricordi dolorosi d’ infanzia e una rigida impostazione dettata da formali buone maniere. Ecco che allora diventa fondamentale guardare questo film in lingua originale per gustarsi pienamente la bravura dei due attori durante i loro siparietti colmi dell’ essenza del conflitto di classe, ma anche per apprezzare la bravura di Colin Firth nell’ interpretare i suoi momenti di spasmi otorinolaringoiatrici e le sue interruzioni fonetiche con immensa credibilità visiva e uditiva. Interessanti sono poi anche le riprese a mano delle quali Hooper si avvale per trasmettere l’ ansia del suo protagonista allo spettatore, senza però mai eccedere ma limitandosi ad essere prerogativa solo di quegli stati d’ animo. Sapienti sono anche le scelte di alcune inquadrature che spesso tengono il protagonista Colin Firth ai margini di essa, rappresentando perfettamente i suoi stati d’ animo, o anche l’ utilizzo frequente di riprese dal basso o le deformazioni del grandangolo. Il Discorso del Re è un film che al suo interno è un manifesto di quella che è stata la fine di un mondo fatto di formalismi e l’ inizio (proprio grazie l’ avvento dei nuovi mass-media) dei favoritismi nei confronti di coloro che sanno come parlare alle persone in barba alla qualità e alla sostanza delle loro parole. Emblematica è infatti la sequenza nella quale lo stesso Re Giorgio VI pur non comprendendo ciò che il suo futuro nemico Hitler dice durante uno dei suoi discorsi ne rimane impressionato constatando che “sembra saperlo dire piuttosto bene”. Un film quindi sulla forza della parola nella comunicazione di massa, ma anche un’ opera che non dimentica di mettere in luce che l’ empatia e la fiducia reciproca è una prerogativa essenziale per chi vuole affrontare i suoi problemi non chiudendosi rigidamente in sè stesso.

( Prima prova di registrazione)

( Il Discorso finale del Re)

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– L’ Uomo che verrà – 2010 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Giorgio Diritti

Il cinema ci ha ormai abituato agli sguardi sulla storia, spesso elementari, superficiali o da fiction televisiva, così tanto che quando siamo difronte ad un film come questo di Giorgio Diritti non si può restare indifferenti. Il regista noto per Il Vento fa il suo giro, non sceglie come molti avrebbero già fatto di rivisitare una vicenda storica ma ci narra una sua storia, un suo script che alla fine tende a precisare di pura immaginazione, ma che è perfettamente inserito in una vicenda storica dolorosa della nostra Italia: L’ eccidio nazifascista di Montesole, uno dei piccoli borghi vicino al ben più noto Marzabotto . Diritti si pone a distanza da qualsiasi posizione ideologica e assume quella degli innocenti, in questo caso dei bambini, e come ispira il titolo stesso anche di quelli che dovranno nascere. Le vicende si svolgono infatti durante i nove mesi antecedenti alla nascita del fratellino della piccola Martina (l’ espressiva Greta Zuccheri Montanari). La telecamera resta sempre a discreta lontananza dal sangue, preoccupata di analizzare ben altri meccanismi, come l’ impotenza dei suoi protagonisti agli avvenimenti o lo sguardo innocente di Martina su quanto di inevitabile e truce sta per accadere. Tutti i protagonisti del film sono pervasi da un’ aura di estremo realismo, ripresi nelle loro vicende quotidiane e arricchiti dalla scelta del regista di usare il loro dialetto contadino. L’ uomo che verrà è dalla parte degli innocenti e degli impotenti che sono costretti a subire una guerra che non hanno scelto di combattere e che si trovano soltanto tra i due fuochi dei nazifascisti e dei partigiani. Le due parti di questa guerra sono infatti narrate con quasi pari crudeltà: quella ben più nota dei nazisti viene accompagnata da quella partigiana rivelata in una fredda sequenza che ci mostra come il più gentile tra i soldati delle SS viene ugualmente freddato senza pietà. In mezzo a queste due parti attive della guerra  vi sono coloro che si vedono costretti a rifugiarsi nella fede della Chiesa che però non garantisce loro un certo rifugio e perde cinematograficamente quel connotato salvifico che spesso nei film di guerra assume. Seguendo uno schema cinematografico che trae spunto da opere di memoria Pasoliniane Diritti si concentra sui riti quotidiani dei suoi personaggi, le loro concezioni prettamente arcaiche e le loro abitudini. Mescola sapientemente un cast di attori non professionisti con ottimi interpreti del panorama recitativo italiano ( Maya Sansa, Alba Rohrwacher e Claudio Casadio) creando uno sguardo corale colmo di particolari e sfaccettature spesso ignorate. Un pò come il bellissimo Katyn, documenta le atrocità della guerra con la freddezza necessaria delle tonalità fotografiche e con una cura dettagliata delle location (ogni scorcio paesaggistico sembra uscito da un film di Olmi) e degli oggetti di scena. E’ quasi un film muto (come la sua piccola protagonista Martina, divenuta muta in conseguenza ai traumi della guerra) l’ opera di Diritti che filma con pochissime parole la quotidianità dei morti, di chi non può più raccontarci ciò che veramente è avvenuto in quei momenti. Per ricreare tutto questo il film si avvale delle vere testimonianze e di documentari come quelli di Carlo Di Carlo. Il finale accende il lume della speranza dopo un oceano di dolore ed estremamente catartico si spegne in una istantanea perfetta sulla quale i titoli di coda che scorrono sono da contemplare per rendere onore a coloro che hanno lavorato dietro a questa ottima creazione. La speranza di noi spettatori è quella di vedere certe realtà del nostro passato riacquistare una voce attiva nella nostra memoria. Con la speranza che” l’ uomo che verrà” dentro di noi, nel futuro, possa essere sempre migliore ma pur sempre memore di certe dolorose pagine di disumanità.

( Una tragica prima comunione)

( L' inevitabile alle porte)

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– Il Nastro Bianco – 2009 – ♥♥♥♥ –

di

Michael Haneke

Una voce fuori campo narra l’ intero film. E’ quella di un anziano maestro di scuola che racconta i fatti avvenuti tra il 1913 e il 1924 in un piccollo villaggio tedesco, quando lo stesso narratore aveva 31 anni. Ma i veri protagonisti sono i bambini del villaggio: impenetrabili e silenziosi, abituati ad ubbidire in silenzio al potere autoritario delle tre più importanti figure del villaggio (il dottore, il pastore e il barone). Haneke, da sempre interessato alla perversione umana (il regista è inoltre studioso di psicologia e filosofia) dà vita ad un film che attraverso un bianco e nero composto mette in scena una sequenza di strani fatti che hanno un crescendo in orrore quanto in mistero e inspiegabilità. E quanto più misteriosi restano i fatti ai quali assistiamo tanto più lucida è invece la riflessione su una società nella quale niente è come appare. Nulla di tutto quello che è apparentemente sostenuto dal sistema politico o religioso di quel villaggio è in realtà idilliaco, ma è solo l’ inizio di un processo psicologico che culminerà in Germania vent’ anni più tardi con le atrocità del nazismo. Ed è lento il film di Haneke, forse troppo freddo e gelido per il comune spettatore medio che non potrà evitare nel finale di essere insofferente alla scelta di lasciare irrisolti i misteri di quel villaggio. Ma se si vuole capire Il Nastro Bianco occorrerà guardarlo per la sua riflessione, per il suo lento documento che meticolosamente ci lascia osservare la nascita di piccole personalità fredde e impassibili. Bambini che in nome della tanto decantata innocenza che rappresenta il nastro bianco (simbolo che sono obbligati a portare al braccio) ubbidiscono senza batter ciglio alle umilianti punizioni che i loro “educatori” infliggon loro. La macchina da presa di Haneke si muove tra le vicende sottraendo allo spettatore la verità. Riesce ad angosciare e inquietare i suoi spettatori con un orrore che non si vede che è sempre in penombra ma che è sempre lì nell’ aria per tutta la durata della pellicola. Come una fotografia, che ricorda tanto le opere di BergmanHaneke analizza in maniera psicoanalitica un pezzo di Germania che è sull’ orlo della catastrofe che dagli anni 30 fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale porterà la suddetta nazione europea a mutare radicalmente il suo destino. I dialoghi sono tutti pervasi da una lucida freddezza e lentezza che tiene col fiato sospeso ogni spettatore. Ogni spiegazione data ai bambini dalle loro figure educative di una punizione o di qualcosa che riguarda il mondo adulto è autoritaria e piena di quella rigidità che spesso ha anche contraddistinto il fondamentalismo religioso. Vince la Palma d’ Oro a Cannes sostenuto dal senso di angoscia che trasmette. Silenzioso (non vi è traccia di colonna sonora). Lento ma attento nell’ analizzare origini psicologiche del male. Analitico soprattutto in quel lungo campo finale nel quale non si scopre nulla di nuovo e i personaggi si limitano a muoversi sul campo d’azione.

( L' Obbligo di portare quel segno di purezza)

( E Obblighi di rigida reverenza)

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