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Posts Tagged ‘robert de niro’

– Limitless – 2011 – ♥♥ –

di

Neil Burger

Sfruttare al massimo le tue potenzialità mentali. Sembra uno slogan perfetto di una campagna di marketing si un qualsiasi corso di perfezionamento allo studio o al lavoro. Invece è soltanto un pò quello che vorrebbe comunicare Neil Burger col suo Limitless. Quella tentazione che spesso spinge l’ essere umano ad andare oltre i propri limiti, superarli e non aver poi la capacità di fermarsi. E questo è evidente che, durante la progettazione di questo film, sia stato qualcosa che ha coinvolto anche il suo lavoro come regista. Infatti fin da quella lunghissima zoomata in avanti che preannuncia i titoli di testa, il regista  ci fa capire che la sua intenzione è quella di miscelare vari generi cinematografici ai fini di creare un cocktail adrenalinico che, grazie alle sue suggestioni visive, penetri dai nostri occhi fino nel profondo dei nostri sensi. E’ un pò quel tipo di fare cinema a cui spesso ormai un regista come Danny Boyle ci ha abituato fin dal suo Trainspotting, con il vantaggio però di colpire quel tanto agognato obiettivo che invece Limitless non raggiunge. Quello di arrivare fino alle nostre emozioni attraverso gli intrecci narrativi e la potenza del montaggio visivo. Limitless sembra fermarsi infatti immediatamente prima, quasi preoccupandosi di più di fornire allo spettatore quel preciso stimolo visivo, rispetto a trasmettere di fatto qualcosa. Le premesse sembrano esserci tutte però. C’è quell’ espediente, non originalissimo ma sicuramente ben sfruttabile, della nuova droga, in grado di stimolare l’ immaginazione e la creatività umana. Ma inevitabilmente lo stesso Burger sembra perdersi nei suoi stessi frequenti primi piani e flashback senza mai andare nel profondo dei suoi protagonisti ma cercando solamente una manifestazione visiva in grado di soddisfare esaustivamente le ambizioni della sua carriera cinematografica. Anche la trovata fotografica differente che ben sottolinea i due differenti stati vitali dei protagonisti, visivamente colpisce molto ma finisce poi per esprimere narrativamente solo la banalità di una concezione della mente umana che se liberata pienamente si riduce solamente a dover scegliere quale delle opzioni è migliore per colpire l’ avversario. Come in un gigantesco videogame, dove nel suo inventario il protagonista ha un certo numero di armi e deve solo scegliere quale sia la migliore da usare. Insomma un pò riduttivo. Sicuramente è riduttivo se si pensa alle pretese di riflessione (invece molto alte) che vi sono in questo film. Quest’ opera vorrebbe infatti invitare lo spettatore a riflettere sulla società globale che ci costringe affannosamente ad inseguire la grandezza ed il successo a tutti i costi e ricorrendo a qualsiasi mezzo. Il risultato finale è tutto sommato sufficiente ma fa sicuramente rimanere con l’ amaro in bocca per tutte quelle premesse poi disattese da un grande “giocattolone” visivo con ben poco coinvolgimento emotivo. Incolore è anche la prestazione di Robert De Niro, un attore che sicuramente meriterebbe ruoli ben più consistenti di quello che in questo caso è relegato ad interpretare.

(Uno dei momenti di suggestioni visive del film)
 
(De Niro tenta di spiegare a Bradley Cooper quale ruolo 
lui abbia in questo film)

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– Il Cacciatore – 1978 – ♥♥♥♥♥ –

di

Michael Cimino

Ci sono tantissimi film sulla guerra e poi c’è Il Cacciatore, forse il precursore di tutti i film che hanno parlato non solo della guerra ma di come quest’ ultima cambi la vita delle persone che la fanno. Di come queste persone siano delle vittime di un terribile evento che non permetterà più di vivere le loro emozioni, i loro sentimenti e principalmente la loro vita come una volta. Perchè c’è un prima e c’è un dopo. E queste due fasi Michael Cimino vuole ben sottolinearle dilatando i tempi narrativi del suo capolavoro e mostrando allo spettatore la vita di tre giovani amici, operai della Pennsylvania, prima e dopo la loro attiva partecipazione alla fallimentare guerra degli Stati Uniti in Vietnam. La prima parte del film per certi versi ricorda quella lunga sequenza del matrimonio presente ne Il Padrino, che allo stesso modo serve per narrarci quella che era prima la vita dei nostri protagonisti fino al triste presagio durante il matrimonio: una goccia di vino che cade sul vestito della sposa. Nessuno dei protagonisti se ne avvede, ma Cimino, con un primo piano, vuole renderlo noto allo spettatore come a voler profetizzare che da quel momento in poi la vita dei tre amici sarà in modi diversi distrutta. I movimenti della macchina  da presa ( in maggioranza carrelli e piani sequenza) sono frequentemente lenti perchè il regista non vuole farci perdere nessun particolare di ciò che ci mostra. I personaggi sono ottimamente delineati e ricchi di particolari. Di Mike (Robert De Niro) spicca la sua freddezza sia nel cacciare prede sia nel momento della roulette russa sotto prigionia, una freddezza che però sa riconoscere quando essere leale sia durante la straordinaria sequenza di caccia nella quale risparmia il cervo dopo aver sbagliato il suo unico colpo, sia nel finale quando tenta di riportare a casa l’ amico Nick ( Christopher Walken). Nick è invece un amante del gioco d’ azzardo e lo si nota sia prima della loro partenza per il Vietnam che in seguito quando ormai traviato dai dolori della guerra che ha generato in lui follia si dà all’ azzardo della roulette russa in una Saigon ormai sotto scacco. Infine Steven è forse il personaggio più umano e innocente avvolto da un’ tragico destino fin da quando quella goccia di vino al suo matrimonio cade sul vestito della sua sposa. Anche le donne che restano a casa sono straordinariamente presenti nel film di Cimino. Una superba e bellissima Meryl Streep dà alla sua Linda credibilità nell’ interpretare una donna, amata da due uomini (Nick e Mike), sofferente ma incapace di comprendere fino in fondo le ragioni del suo dolore. E’ un film equilibrato Il Cacciatore che non lascia predominare nè la drammaticità della commozione nè quella della crudeltà, ma li rappresenta entrambe come un affresco che lo spettatore osserva provando anch’ egli una commistione di emozioni alla visione. Tutto fino a giungere a un finale catartico e che invita alla speranza: quel God Bless America cantato da tutti i “reduci” dopo il funerale dell’ amico Nick.

( Un Colpo solo...)

( Un Colpo solo...)

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– City Island – 2010 – ♥♥ e 1\2 –

di

Raymond De Felitta

Viene spontaneo far nascere fraintendimenti  guardando questo film. E’ facile fraintenderlo con un melodramma familiare dalle tonalità enfatizzate (un pò come il Segreti e Bugie di Leigh o i film che trattano di disturbi familiari di Solondz) , ma al contrario ciò che risalta maggiormente è la leggerezza con la quale è descritto un piccolo nucleo familiare sconvolto dai suoi stessi segreti interni, dalle frustrazioni e dal non detto. E la famiglia di Vince Rizzo ( un sempre in parte Andy Garcia, che si fa forza della sua vena italiana per enfatizzare certi toni), guardia carceraria di un piccolo quartiere del Bronx, non ha di certo poche frustrazioni. Lo stesso Vince deve nascondere alla moglie la sua passione della recitazione, nascondendola dietro l’ hobby del poker, mentre quest’ ultima, totalmente assorbita da una vita domestica che non l’ appaga e un marito che non le da più le attenzioni di una volta sfoga tutto questo in aggressività e nel sospetto che dietro le “false” partite a poker del marito in realtà vi sia un’ amante. Anche i figli hanno i loro segreti: il figlio più piccolo nasconde il suo amore morboso verso le ragazze grasse e la figlia studentessa al college è incapace di rivelare ai propri genitori di aver perso la borsa di studio ed esser costretta di conseguenza a fare la spogliarellista per pagarsi gli studi. Ma proprio quando tutti questi segreti sembrerebbero galleggiare in un limbo di tranquillità ecco che una classica situazione da cinema è pronta a tirarle fuori tutte quante: Vince scopre che un suo figlio di primo letto è detenuto presso il carcere nel quale lavora. Decide quindi di prenderlo in custodia presso la propria famiglia e da quel momento tutto non sarà più come prima. La sceneggiatura del film di De Felitta non è delle più originali e soprattutto i personaggi dei figli non hanno delle caratteristiche ben approfondite, ma sbrigativamente liquidati con tratti piuttosto banali. Ma di sicuro il regista è capace di calibrare quello che sarebbe potuto diventare un drammone familiare in una vicenda leggera e divertente dal sapore estivo e che sicuramente è capace di “raffreddare” le caldi notti estive con qualche risata e qualche tono ironico. Il piccolo paesino ai margini di New York, nel quale vive la famiglia Rizzo, è forse fin troppo caricaturale e rischia di far associare questo film a numerose commedie americani che hanno come sfondo piccole comunità un po’ tutte uguali. Il finale del film assume dei toni in totale controtendenza con l’ intero film, apportando una vena tragica a quello che fino a quel momento era stato un film leggero. Ma è tutta un’ illusione e un preambolo agli abbracci finali familiari e al consueto happy ending. Merito va soprattutto a De Felitta, per non aver appesantito con seriosi giudizi morali le vicende della famiglia un pò borderline (ma alla fine tanto comune) ma per aver cercato sempre di smorzare i toni alla  ricerca di un colpo di scena anche nella recitazione degli attori e negli scambi di sguardi inattesi. Imperdibile la sequenza nella quale Andy Garcia fa un provino per un direttore del casting di un fantomatico film di Martin Scorsese con Robert De Niro.

( La scoperta del figlio carcerato)

( La passione segreta per la recitazione e per Marlon Brando
di Vince)

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– Disastro a Hollywood – 2009 – ♥♥♥ –

di

Barry Levinson

Già precedentemente parlare di cinema nel cinema era un argomento del quale si era discusso. Ma con questo suo ultimo lavoro Levinson mostra chiaramente e senza eccessivi sguardi bonari un mondo cinematografico nel quale tutti gli addetti a lavori sono spesso invischiati in cinici affari di cuore o vittime di star arroganti che non vogliono scendere a nessun tipo di compromesso. Disastro a Hollywood racconta di due settimane di vita di un produttore cinematografico (Robert De Niro) che è costretto a conciliare il deciso volere del regista e le esigenze degli studios sul final cut di un film che deve essere presentato a Cannes. Il protagonista del film in questione è Sean Penn che nella scena finale dovrà morire davanti gli occhi degli spettatori insieme al suo fidato cane. Ed è proprio la morte del fidato cane ad essere considerata una scena rischiosa quanto audace che può portare il film a non ricevere i consensi aspettati proprio dalla casa di produzione. Contemporaneamente dovrà placare le bizze di un Bruce Willis barbuto che non vuole rinunciare al suo folto “look” per recitare in un film in lavorazione. Interessante è la contrapposizione tra il personaggio interpretato da De Niro che appunto ha il ruolo di dover necessariamente placare gli animi e cercare dei compromessi pur di salvare la sua carriera e quello interpretato da Turturro, agente di Bruce Willis, debole vittima del suo cliente e che somatizza ogni problema. Quello di Levinson è uno sguardo sul cinema sicuramente non originale ma porta gli spettatori all’interno delle meccaniche frenetiche della “fabbrica dei sogni” americana portando i profani dell’ ambiente a conoscenza di ciò che c’è dietro le scelte di un finale. E lo fa con un tono di satira che funziona e che demolisce i miti e le star che tutti noi amiamo. Fino ad arrivare anche a portare a conoscenza di quelle che alla fine siano le vetrine più importanti per il cinema internazionale come il cinema di Cannes da sempre uno dei festival più importanti del mondo e che guarda più alla recitazione degli attori che alle tecniche cinematografiche. Quella recitazione che in Disastro a Hollywood sicuramente funziona perchè rafforzata da attori sicuramente esperti e consolidati. Il rischio è solo che alla fine il pubblico comune non si interessi molto di queste dinamiche di vita sociale tipicamente da razza hollywoodiana e nonostante le risate non riesca a cogliere veramente l’ ironia nevrotica di un mondo che spesso ci fa sognare ma che cela perversi quanto cinici meccanismi al suo interno.

( Il barbuto Willis con il suo agente e il produttore de Niro 
al funerale di un agente)
( Il regista del fallimentare film con Sean Penn presenta
la sua opera a Cannes)

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