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Posts Tagged ‘religione’

– La Papessa – 2010 – ♥ e 1\2 –

di

Sönke Wortmann

La prima cosa che di certo non sfuggira all’ occhio degli spettatori de La Papessa è la lunghezza di questo film. Solo per raccontare l’ infanzia della sua protagonista Giovanna, diventata poi papa Johannes Anglicus, sono necessari per Wortmann ben quaranta minuti. Il Clero messo in evidenza in questo film è decisamente messo in ginocchio e viene ritratto come dominante in una società medievale, intento a sollazzarsi tra le sue ricche libagioni e i suoi anelli d’ oro. Forse un pò come adesso anche. E’ forse per questo che ieri come oggi le contraddizioni imperano nel mondo clericale. Contraddizioni come quelle che vi sono nella storia di questa Giovanna entrata nel Vaticano nell’ 847 sotto le mentite spoglie di un frate che ha l’ intento di curare papa Sergio II (interpretato da un alquanto poco credibile John Goodman).  Il film di Wortmann ha i suoi più evidenti punti di forza nella scelta della sua attrice, la Johanna Wokalek che già aveva sorpreso ne La Banda Baader-Meinhof, che con la sua fisicità e i suoi lineamenti un pò mascolini è sempre convincente nella sua parte. D’ altro canto invece la regia risulta essere decisamente piatta e televisiva, priva di movimenti di macchina un pò più sorprendenti, quelli che un film storico come questo esigerebbe maggiormente. Se certo poi di Storia si tratta. Perchè le vicende della Papessa Giovanna sono ancora oggi una Leggenda , e anche gli Storici non di parte del clero non sono poi così convinti della veridicità dell’ esistenza di queste vicende. La scrittrice americana Donna Woolfolk Cross, autrice del romanzo Pope Joan (1996) dal quale questo film ha preso spunto, è invece una accanita sostenitrice di tali vicende e soprattutto del fatto che queste siano state occultate in diversi modi dalle Chiesa. In definitiva è difficile sostenere se un film come questo possa essere definito un film storico o soltanto una ricostruzione di una leggenda popolare poi trattata in un bestseller americano alla Dan Brown. La ricostruzione ambientale e scenografica si salva perchè nonostante tutto riesce a dare verosimiglianza a quello che era il Medioevo e soprattutto i primi 40 minuti del film ambientati in una ricostruzione di un villaggio della Britannia danno ben l’ impressione del tipo di società patriarcale che vigeva durante quegli anni. Molti lo hanno accostato al recente Agorà di Amenabar, forse per l’ indole erudita e pensatrice che accomuna entrambe le protagoniste, ma a mio avviso c’è un abisso tra i due film: quello che narra le vicende di Ipazia può fregiarsi di essere un’ opera da cinema, mentre questa è solo una prolissa ricostruzione che ha più le sembianze di una miniserie in due parti che di un film. Se poi si aggiunge che in questo film vi è una sottotrama romantica che non può che essere di sicuro appeal e di scarso interesse storico allora ecco che si trovano altre ragioni che non danno la possibilità a questo film di spiccare il volo. Ultimo, ma non indifferente motivo, che abbassa il livello di questo film è l’ impiego di un attore come John Goodman, condannato dalle sue sembianze ad interpretare ruoli comici, questa volta utilizzato per interpretare il serio ruolo di Papa Sergio. E guardandolo sarà difficile non sorridere, per quanto lui si sforzi di essere serio e professionale nella parte che gli è stata assegnata.

( Papa John Goodman ???)

( La nomina a "Papessa")
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– Revanche – 2010 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Götz Spielmann

Un oggetto disturba la pace di uno specchio d’ acqua. E’ così che si apre Revanche con una breve immagine che racchiude da sola il senso di tutto quello che andrà ad accadere: l’ inevitabile e improvviso al quale si susseguono delle dovute conseguenze. Per ogni azione c’è un dovuto effetto, ma soprattutto c’è una sincera conseguenza interiore e psicologica. Tutto sembra già deciso fin dal trailer nel film di Spielmann, connazionale del famoso Haneke, quindi ciò che maggiormente capta l’ attenzione dello spettatore non sono gli avvenimenti in sè quanto il dolore dei sensi di colpa dei suoi personaggi. Proprio come fa Haneke, la trasposizione filmica di questi sentimenti viene espressa in maniera fredda e amara non lasciando alcun spazio a una qualsiasi possibilità di rivincita. Spielmann mette a fuoco e al tempo stesso contrasta le differenze tra città e campagna. Tra il caos frenetico di un luogo dove gli uomini agiscono sempre per avidità e prestano sempre meno attenzione alla riflessione, alle parole e alle emozioni e il silenzio della natura che al suo interno racchiude ricordi e usanze che sembrano ormai passate (come il rito domenicale della messa) ma che lascia più spazio a una calma apparente dietro alla quale molto spesso si nascondono sentimenti inespressi. Alex e Robert, i due protagonisti sono legati dallo stesso tragico evento che soffoca i loro pensieri e ossessiona le loro azioni quotidiane. Gli angoscianti silenzi delle lunghe riprese  rurali hanno su di loro impresse le ragioni dei  sensi di colpa di Alex e Robert e la violenza repressa ben si sfoga nelle sequenze del taglio della legna, unica valvola di sfogo per il protagonista Alex (Johannes Krisch). Due uomini entrambi incapaci di giocare attivamente il ruolo che vorrebbero, concentrati a tal punto su quell’ immagine di loro stessi che non riescono ad ottenere da non vivere la loro stessa vita. Spielmann sospende il suo giudizio di qualsiasi genere sui fatti e preferisce focalizzare l’ attenzione sui sensi di colpa, non giudica mai le azioni dei suoi protagonisti ma tenta di delineare i loro meccanismi introspettivi. Un tipo di fare cinema prettamente teutonico quello di Spielmann che, come già molti suoi connazionali (la Hausner di Lourdes ne è un altro esempio) fanno, raggela la sequenza delle inquadrature in meccaniche geometriche che ignorano totalmente i ritmi americani del campo e controcampo. Le inquadrature fisse non lasciano alcuna via di fuga al dinamismo delle azioni e intrappolano lo spettatore nel doloroso contesto che i suoi protagonisti stanno vivendo. Anche le scene erotiche sono filmate in maniera del tutto glaciale, come a voler sottolineare il senso meccanico che assumono talvolta le azioni umane quando sono dominate da tutt’ altri sentimenti. La religione assume il valore di etica morale che intacca la coscienza umana e che invita a riflettere se il senso di vendetta sia giusto e fin dove le nostre responsabilità hanno un peso all’ interno del nostro animo. Tutti tumulti interiori che nascono nell’ uomo e che dopo aver passato il loro momento di inevitabile tempesta e dolore ritornano, come ciclicamente, alla loro naturale calma piatta.

( Violenza repressa)
( L' esplicativo incontro finale)

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– Lourdes – 2010 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Jessica Hausner

Ci sono entrambe le parti nel film che ha stupito il 66esimo Festival di Venezia. Ci sono i cattolici che si affidano ciecamente ai miracoli e nascondono i loro stessi dubbi sotto risposte sbrigative e che danno la colpa ai peccati dell’ anima. Ma ci sono anche i laici (i volontari della Croce di Malta) che ormai hanno ben capito che i miracoli non esistono e annoiati dalla quotidianità dei pellegrinaggi si rifugiano nelle barzellette o nei corteggiamenti delle belle crocerossine. Tutto nel film della Hausner sembra voler trattare il duplice aspetto delle contraddizioni, del dubbio. La protagonista Christine è immobilizzata su una sedia a rotelle a causa della sclerosi multipla, ma non sembra perdere l’ espressività del viso e del sorriso. Riesce a farsi voler bene  un pò da tutti anche se nel suo animo cela una profonda invidia per chi è normale e sano e può muoversi liberamente senza essere costretto o aiutato da nessuno. Sogna cose semplici come il desiderio di un uomo, di una famiglia o quello di ballare anche per pochi attimi con un ragazzo. La tecnica narrativa della quale la Hausner usufruisce è anch’ essa molto minimalista e fatta di semplicità: la telecamera è spesso fissa e regala lunghi piani fissi che sembrano voler di proposito “paralizzare” lo spettatore da un unico punto di vista. Quel medesimo punto di vista offerto è però colmo di colori e sfaccettature e ha lo scopo di voler offrire proprio le contraddizioni dell’ animo umano e di conseguenza anche della religione. Contraddizioni che hanno come unico scopo quello del raggiungimento della felicità, in qualsiasi modo o maniera questa sia raggiunta. E Lourdes rappresenta,  per chi questa felicità la vede molto lontana un pò quella speranza di poterla finalmente ottenere. Dietro quel luogo di culto, un enorme business di statuette e di acqua benedetta e salvifica. Per Christine alla fine quel miracolo avverrà anche se sarà seguito da dubbi e invidie di chi la circonda che comunque finirà per domandarsi perchè proprio a lei. Lei che è meno religiosa e assidua di tanti altri lì in quel posto. Anche a queste domande il prete darà risposte semplicistiche che hanno forse come unico scopo quello di liquidare il dubbio sotto una coltre di un’ illusione. Ma la verità è che la stessa vita umana è avvolta da una coltre di dubbio quotidiano che forse nessuno, se non noi stessi possiamo risolvere, nel nostro piccolo, quotidianamente. Il film della Hausner sembrerebbe essere religioso in superficie ma nel suo profondo è davvero ateo, ma per riuscire ad intravedere questa sua matrice bisogna andare oltre quello che si vede o i protagonisti dicono e soffermarsi sui profondi stati d’ animo di tutti i personaggi, sulle loro azioni quotidiani. I miracoli a Lourdes accadono veramente e di certo sono inspiegabili per la scienza, ma forse la cosa principale è chiedersi cosa essi veramente siano e se questi non siano in realtà frutto di un altra straordinaria forza altrettanto misteriosa rispetto al volere divino cristiano: il cervello umano. La sequenza finale del film racchiude al suo interno proprio questo amletico dubbio: di cosa veramente sia il miracolo e se questo sia definitivo o controllato dalla stessa volontà umana. Christine non si sa se guarirà del tutto ma di certo pian piano dovrà arrendersi alla quotidianità del dubbio del vivere umano.

( I Corteggiamenti dell' Ordine di Malta)

( Il fugace attimo della felicità)

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– Io, Loro e Lara – 2010 – ♥ e 1\2 –

di

Carlo Verdone

Ci ha abituati, ormai, Carlo Verdone ai suoi personaggi in preda alla crisi di mezza età sia che essi siano uomini sposati, single e questa volta anche preti. Si perchè vorrebbe essere una novità quella di rendere protagonista di questa crisi un uomo di fede ma invece finisce per essere sempre il solito Verdone e forse tra i peggiori. E non solo il suo protagonista ma anche gli elementi all’ interno del suo ultimo film sembrano tutti essere un grande rimpasto delle sue migliori commedie drammatiche. Non è difficile infatti scorgere le analogie nel rapporto tra il protagonista e Lara (una Laura Chiatti che punta come sempre più sulla fisicità che sulla recitazione) con il Sono Pazzo di Iris Blond e “l’ iniziazione”  di un quarantenne, in questo caso prete missionario, al mondo dissoluto giovanile. Oppure accostare le tendenze depressoidi e problematiche di Don Carlo Mascolo (Carlo Verdone) a quelle del Verdone di Maledetto il giorno che t’ ho incontrato. Anche la scelta di rendere il prete un modello contemporaneo e un pò alternativo di uomo religioso risulta essere costruita in maniera decisamente sempliciotta e superficiale così tanto che dopo una buona mezz’ ora ci si dimentica anche che egli sia un missionario e lo si inizia a guardare soltanto come un uomo semplice spogliato da qualsiasi abito talare. I personaggi secondari che circondano il protagonista riesco a fare anche peggio: sono tutti delle pure macchiette piene zeppe di stereotipi di ogni tipo. Spaziano dalle nipotine emo che nel finale si trasformano in lolite rococò, alla sorella psicologa dotata di una pessima propensione all’ ascolto fino ad arrivare al fratello cocainomane e donnaiolo. Ma se questo non bastasse abbiamo anche il padre di Don Carlo impenitente rubacuori di badanti. Certo va detto però che, se si fa eccezione dei continui riferimenti sessuali che il film ha in maniera latente, è piuttosto contenuta la volgarità del film. Il soggetto iniziale (quello di portare in scena la crisi mistica di un missionario africano ritornato in patria a riflettere sul suo futuro) era sicuramente sufficiente. Ma la stesura successiva della sceneggiatura mostra evidenti segni di tracollo che tentano di essere colmati dalle gag e dalle battute spesso scontate o da momenti isterici nei quali i toni si alzano e il gesticolare ad ampie braccia domina le scene. Nascosta dietro tutto questo c’è la riflessione finale, peraltro poco realistica (un computer portatile che fa una videoconferenza in maniera scorrevolissima senza fili nel ben mezzo di un villaggio africano), di una società sempre più in preda al materialismo e ai finti valori più che impegnata nel volontariato e nell’ occuparsi dei problemi veri del terzo mondo. Detto in altri termini, in definitiva non c’è assolutamente nulla di veramente rivoluzionario e non politically correct nel personaggio del prete interpretato da Verdone: nessun segno di opposizione vera a quel buonismo smaccatamente cercato dai valori cristiani. Forse le tentazioni sessuali vorrebbero rappresentare l’ apice (secondo il regista romano) dei problemi di un uomo di fede ma a questo punto sorge spontanea la domanda: se la fede di un religioso è basata solamente sulle proprie sicurezze o dubbi in materia sessuale allora non basterebbe semplicemente diventar eremiti o asceti? Troppa superficialità, quella che non c’era in Compagni di Scuola o del già citato Maledetto il giorno che t’ ho incontrato. Anche se di risate si parla.

( Prete "svestito" e nipote emo con amica )

(Ecco a voi un prete alternativo che poi così tanto non lo è)

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– The Horsemen – 2009 – ♥ –

di

Jonas Akerlund

Si sentiva l’esigenza del solito papà eroe Dennis Quaid in questo film. Se ne fiutava la sua presenza e la sua necessità fin dall’ inizio del film e dai primi diverbi e incomprensioni con i figli. Ma questa volta non è solo un papà eroe come lo è stato in precedenti “polpettoni” americani (The Day after Tomorrow), ma è anche un accigliato detective che senza un solo attimo di sosta è chiamato a risolvere un insolito caso di omicidi. Delitti non particolarmente difficili da risolvere (dato che basta un bambino per far capire al bravo Dennis quale strada seguire), ma che forniscono di certo al detective, ma soprattutto a noi spettatori una spettacolare scena del crimine (tutte le vittime vengono ritrovate “appese” mediante l’antica tecnica della “sospensione” corporea). Ma soltanto al primo omicidio. Perchè la regia non fa che riproporci ad ogni delitto la stessa scena lasciando ben presto intuire il suo unico scopo: quello tentare di fuorviare lo spettatore e il detective facendo pensare più a degli omicidi seriali. Tutti attimi che durano poco perchè ben presto scopriamo che c’è una ragazzina cinese adottata (Ziyi Zhang) dietro tutto  anche se non agisce sola. E l’attrice cinese già vista ne La Foresta dei Pugnali volanti enfatizza il suo ambiguo personaggio colmandolo di toni pseudo buoni e complici che vorrebbero ricordare quelli “perfetti” del personaggio di Hannibal Lecter ne il Silenzio degli Innocenti. Ma non è della sola regia la colpa della noia e della prevedibilità di questo ennesimo thriller- horror americano. Colpe ha anche la sceneggiatura che non riesce a definire bene le psicologie dei personaggi non curando i dialoghi e finendo nel patetico-moralistico in conclusione di film. Il plot è quello dei delitti a sfondo religioso che si era già visto in Seven (e non solo) ma vorrebbe anche metter dentro riferimenti sociologici introducendo giovani personaggi insoffisfatti dei loro legami parentali che ripiegano questa loro mancanza architettando dei delitti macchinosi. Come a voler sottointendere che non c’è mai fine agli incubi peggiori, sopratutto quando si celano sopiti all’ interno delle proprie mura domestiche. Quindi ancora una volta il cinema da botteghino americano tenta di parlarci dei traumi adolescenziali, anche in un horror. Ma avevamo proprio il bisogno di questo mix di sociologia, religione, morale in un horror? La mia personale risposta è no. Soprattutto se questi elementi tirati fuori senza la minima cura nei dettagli non servono per nulla ad alzare il livello della drammaticità e della tensione, ma hanno come unico effetto la noia e la ripetitività.

( Dennis Quaid attonito davanti a una spettacolare 
scena del crimine)

( Ti dico io chi è il prossimo cavaliere da stanare)

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– Tutta colpa di Giuda – 2009 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Davide Ferrario

Quando nel panorama del cinema italiano assistiamo a certe perle rare non si può non restare indifferenti e concedere un segno di plauso a registi come Davide Ferrario. Con l’ausilio di riprese che sanno benissimo fondere lo stile del documentario con quello della finzione cinematografica il suo Tutta colpa di Giuda è un film che pur parlando della situazione nelle carceri finisce per sottoindendere un profondo significato sulla religione. Ambientato quasi interamente nel carcere delle Vallette a Torino il film narra  di una giovane regista di teatro sperimentale, Irina (Kasia Smutniak), che accetta di allestire proprio all’interno della struttura penitenziaria una rappresentazione teatrale usufruendo delle sole prove recitative di alcuni detenuti. Ma ben presto Irina si troverà a dover affrontare le pressioni di don Iridio, il prete del carcere, che vuole a tutti i costi mettere in scena la passione di Cristo ma inizialmente anche quelle del direttore del penitenziario (Fabio Troiano) che ha paura del rischio che possa esserci nel fare appassionare troppo dei detenuti alla vita e quindi anche conseguentemente alla libertà. E proprio la libertà diventa un tema fondamentale del film e finisce per fondersi oltre che con il desiderio dei carcerati anche con quella della religione. L’interpretazione del vangelo usata da Irina per costruirne il suo musical recitativo è interamente liberamente reinterpratato attraverso il mondo laico e antiomologato di Ferrario che nel personaggio di Kasia Smutniak trova il perfetto alter-ego. E sarà proprio sfidando le convenzioni del prete moralista don Iridio e superando le frecciatine dell’ acida suor Bonaria (Luciana Littizzetto), che è intollerante dai calendari delle modelle seminude dei detenuti allo stesso modo che dalle preghiere buddiste, che Irina offrirà ai detenuti un diversivo artistico che si rivelerà essere il loro vero elemento salvifico. Al contrario dell’elemento salvifico basato sulla sofferenza e sull’espiazione attraverso la sofferenza, che la morale cattolica vorrebbe imporre ai suoi discepoli proprio portando ad esempio il sacrificio del Nazareno e il sacrificio di Giuda. E straordinario è anche come venticinque detenuti si siano trasformati in attori così reali da portare lo spettatore a non distinguere più quali nel film siano i veri attori e quelli invece che si limitano a impersonificare se stessi e la loro stessa condizione di prigionia. Gli stessi detenuti che proprio grazie all’ arte cinematografica e alla possibilità data loro da Ferrario si trasformano da squallidi e tristi ammassi di carne immobili a geniali danzatori e musicisti improvvisati mescolando il concetto di libertà con la magia della musica e della colonna sonora di questa brillante commedia. Io stesso non ho potuto fare a meno  di acquistare la colonna sonora (I Marlene Kuntz tra tutti sono autori principali di questa), vero punto di forza aggiunto in questo raro esempio di buon cinema nostrano. Cecco Signa diventa, con la sua rappeggiante canzone Tutta colpa di Giuda, il simbolo musicale della situazione dei carcerati come di quella religiosa e ben si fonde tra i detenuti. Quella situazione carceraria che da Ferrario non viene trattata in termini eroici o in termini di recupero ma solamente come un’ annoiata realtà nella quale gli abitanti di questa stessa ( i carcerati stessi) altro non fanno che fingere di comportarsi bene davanti ai loro custodi o di seguire fintamente la morale religiosa imposta dai moralisti guardiani della fede (preti o suore carcerarie). In un mondo dove ormai Giuda ha preso il comune significato di infame o di traditore Davide Ferrario aiuta a riflettere su come senza quell’apostolo la chiesa stessa non avrebbe potuto avere il suo Salvatore. Fa riflettere sul perchè la croce debba per forza avere quel significato di sofferenza attraverso la quale è solo il dolore e la sofferenza che portano all’espiazione e la porta invece ad assumere un significato di trampolino di lancio utile per spiccare il volo in una società nella quale è più semplice emarginare. Ottimi i due protagonisti: Fabio Troiano è abile a usare l’ironia del dialetto napoletano come abile spunto per riflettere su importanti tematiche carcerarie, mentre Kasia Smutniak abilmente costruisce un personaggio anticonformista che confida nell’arte come unica fede laica che possa offrire un’ utile alternativa leggera, magica e sognante rispetto a quella dolorosa e pesante che spesso la fede religiosa provoca. Spontaneo, filosofico e magico Tutta colpa di Giuda si pone senza dubbio come una delle rare  produzioni che ci rendono orgogliosi del cinema italiano.

(Signorì per sopravvivere qua dentro bisogna fare il morto)
(Tu dimmi adesso chi era l'idiota il Nazareno o Giuda Iscariota?)

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– Vogliamo anche le rose – 2008 – ♥♥♥ –

di

Alina Marazzi

Tra la metà degli anni ’60 e la fine degli anni ’70 un cambiamento storico è avvenuto in italia: quello rivoluzionario apportato dal movimento femminista. In un oggi nel quale i taboo sessuali non sono ancora del tutto domati Alina Marazzi, attraverso un montaggio di immagini di repertorio, scorci di spot o di interviste che hanno popolato i media italiani durante quei due decenni, costrisce un documentario che non si limita ad esporre quelli che sono stati gli avvenimenti e i fatti di quegli anni di lotta e di conquista per le donna. Vogliamo anche le rose usufruendo di un montaggio sicuramente convincente osserva, analizza e invita a riflettere su quelle conquiste. Lo fa sopratutto attraverso le sue tre protagoniste, che più che delle presenze in carne ed ossa del documentario sono delle voci narranti delle loro esperienze vissute: Anita, Teresa e Valentina. Anita (voce di Anita Caprioli) è una ragazza milanese che nel 1967 affronta le sue prime pulsioni sessuali, ma è talmente confusa e impaurita dall’ idea del contatto con un ragazzo che si rivolge ai medici che però, ancora più spaesati di lei, non riescono a compensare le sue esigenze educative in materia di sessualità. Teresa  ( Voce di Teresa Saponangelo) è una ragazza della Bari del 1975 che a vent’anni resta incinta e che non essendo in grado di affrontare la gravidanza decide di partire fino a Londra per abortire. Infine Valentina ( voce di Valentina Carnelutti) è una donna romana attivista femminista che si interroga sulle differenze di pensiero tra lei e le altre donne sia appartenenti al suo stesso movimento che no. In evidenza in tutte e tre le donne sono i sentimenti interiori, le loro debolezze o angosce, le loro aspettative e le loro relazioni con i loro uomini e le loro personali valutazioni dei pregiudizi in materia femminile che coinvolgono la maggioranza di persone che vivono i loro anni. Paure e angosce che durante quegli anni attraverso una lotta nelle piazze le donne sono riuscite in parte a tramutare in libertà e emancipazione da molte leggi che le vedevano palesemente sottomesse agli occhi della società e nei confronti del sesso maschile. Oltre alla conquista dell’aborto, si parla dell’ abominio della legge sul delitto d’onore che autorizzava un uomo a farsi giustizia in caso di adulterio della donna, o addirittura dell’ oscurantismo quasi medievale che vi era sulla contraccezione considerata dalla legge italiana un crimine contro la stirpe. E pensare che oggi spesso queste conquiste sono messe in discussioni da fenomeni adolescenziali come la corsa alla notorietà televisiva di molte ragazze o le bigotte diatribe cattoliche in argomento contraccezione. Verrebbe da chiedersi se davvero le donne non desidirino l’impossibile e baratterebbero l’emancipazione conquistata per la schiavitù mediatica. E poi magari, una volta raggiunta anche questa, rilottare nuovamente per riconquistare la loro libertà ormai smarrita. 

( Capelli corti o capelli lunghi? Come sto meglio?)
( Una delle sequenze di repertorio in argomento aborto )

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