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Posts Tagged ‘pregiudizi’

Il nome del figlio di Francesca Archibugi (2015)

Non so proprio da dove cominciare. Non vedevo la necessita’ di un remake del francese “Le Prenom” (titolo italiano: ”Cena tra amici”) di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, tratto dalla loro stessa piece teatrale. Badate bene, non perche’ ero spinto da chissa’ moto nazional-socialista o perche’ avessi disprezzato il film transalpino: tutt’altro. Film pur non molto originale nella messa in scena, ma ricco di contenuti e scritto con vivida ispirazione, riusciva a non perdere molto della propria freschezza nel passaggio dal sipario alla tendina. Non voglio dilungarmi troppo nel parlare del film francese, ma credo sia doveroso per poter descrivere cosa proprio non ha funzionato nella versione italiana che prende il titolo di “Il nome del figlio” di Francesca Archibugi scritto da Francesco Piccolo. I due film sono pressoche’ identici, anche perche’ gli elementi nuovi nella scrittura italiana hanno lo stesso identico effetto di una proprieta’ commutativa. Sinceramente da uno sceneggiatore come Francesco Piccolo (“Paz!”,“Il Caimano”, “Capitale Umano” tra gli altri) ci si aspetta un adattamento molto meno organico al testo originale ma piu’ organico con quella che e’ l’attualita’, e il testo francese gli dava una ghiotta opportunita’ visto che andava a scardinare I “dogmi” della gauche, tutta presa dalla correttezza di un buon lessico solo quando necessario. Riflesso su se stessa, proteso dunque all’autocompiacimento anche il centrosinistra ai tempi di Renzi, sarebbe stato terra di conquista per una qualsivoglia critica, ma l’unico aspetto che riesce a cogliere e’ l’abuso dei social network, twitter nella fattispecie, nel personaggio interpretato da Luigi Lo Cascio, ai minimi della sua pur dignitosa carriera. Il film e’ uscito da poco piu’ 10giorni per cui non conosco ancora I risultati definitivi al botteghino, ma una cosa e’ certa: si tratta solo di una mera operazione commerciale, una paraculata per dirla alla romana. La Motorino Amaranto, casa di produzione “indipendente”, alla quale fa capo Paolo Virzi’, forse per rientrare dei soldi investiti per “Capitale Umano”, forse come Virzi’ per fare il salto di qualita’ nel cinema di distribuzione mondiale (ossia papabile per le nominations degli Academy Awards ndr), prova a seguire il filone o la tendenza aperta da Luca Miniero quando ha diretto “Benvenuti al Sud” e “Benvenuti al Nord”, anch’essi derivati da un corrispondente francese (ma guarda che coincidenza!) “Bienvenue chez les Ch’tis” (titolo italiano “Giu’ al Nord”) di Dany Boon. Mentre Miniero, onestamente fa quello che andava fatto ossia incollare alle esigenze del pubblico italiano una commedia fresca ma piena di luoghi comuni delle “non” differenze tra il Nord e il Sud del BelPaese servendosi di due caricaturisti come Bisio e Siani, l’operazione commerciale condotta dalla triade Virzi’-Archibugi-Piccolo non dice niente, farnetica qualcosa, ma non ha l’interesse a dire niente di nuovo neppure quando prova a confrontare I nostri tempi agli anni settanta/ottanta, forse l’unico elemento non dico nuovo, ma almeno diverso dall’originale. Se poi anche inserire una gopro-giocattolo (almeno da’ finalmente un punto di vista diverso nella marmellata spacciata per messa in scena tramite qualche steadycam), un twitter-addicted e il vero parto cesareo della pur sempre generosa Micaela Ramazzotti, significhi stare al passo con I tempi, allora siamo di fronte ad un punto di ritorno: la stasi di chi non ha piu’ fame di raccontare alcunche’. Di questo obbrobrio, perdonatemi la franchezza, rimangono la magistrale direzione dei bambini, ormai marchio di fabbrica della Archibugi e il tributo a Lucio Dalla con di fatto il videoclip inedito di “Telefonami tra vent’anni”, che almeno regala un tocco di classe e leggerezza amara a questa deriva di stasi creativa, che a poco a poco sta travolgendo anche gli ultimi capisaldi di una nostrana cinematografia d’autore. Rimane infatti il fortissimo rammarico nel notare che il film e’ stato conferito del titolo di interesse culturale nazionale, ovvero e’ stato in parte prodotto con soldi pubblici. Fa molto male considerando che spesso non ci sono fondi pubblici per la manutenzione del patrimonio artistico italiano, ma soprattutto anche perche’, almeno inizialmente, questo strumento veniva adoperato per finanziare le opere prime e lo sa bene Francesca Archibugi, alla quale meritatamente nel 1988 venne concesso per sovvenzionare il suo film d’esordio, “Mignon e’ partita”. Curiosamente il caso volle all’epoca che fosse l’unico lungometraggio citato per il buon utilizzo di questi finanziamenti pubblici. Altri tempi, altra fame di “cultura”.

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– Fratelli in Erba – 2010 – ♥♥ e 1\2 –

di

Tim Blake Nelson

Per me è inevitabile non iniziare a scrivere di questo film pensando alla solita attività pubblicitaria, dai fini stupidi e senza senso, che stravolge ancora una volta il titolo di un film forse perchè sarebbe stato poco politicamente corretto limitarsi a tradurlo fedelmente o semplicemente lasciarlo uguale all’ originale (Leaves of Grass). Nel nostro Paese dei divieti chiamare semplicemente un film “Foglie di Erba” sarebbe stato un rimando troppo diretto al taboo della droga e della marijuana, troppo anche soltanto per un titolo di un film. Per quanto però i nostri titolisti abbiano provato a sponsorizzare Fratelli in Erba come una commedia poco impegnativa non credo che l’ intenzione di Nelson sia stata proprio questa. La riflessione che infatti il regista pone è quella di ritrovare lo spirito poetico di Whitman in un’ America spaccata in due che non sa vivere con equilibrio la dualità di una legge troppo severa e punitiva e di un senso di libertà e passione fin troppo dirompente. Per introdurre a questo utilizza come protagonisti due fratelli gemelli, entrambi interpretati da un perfetto Edward Norton, che rappresentano queste due differenti facce della medaglia umana. Uno dei due è un brillante professore universitario di filosofia che ha abbandonato il suo accento del Sud e il suo passato familiare tragico alla ricerca di un più rigido sistema di vita; l’ altro invece è un delinquentello di provincia che coltiva marijuana biologica ed è costantemente diviso tra buone intenzioni e la tentazione del crimine. Si alternano quindi ordine e caos in questa tragicommedia dai toni più leggeri che drammatici, fino a culminare in un amaro epilogo nel quale il fato risulta l’ unico vero e proprio arbitro delle esistenze umane. Nelson però ha forse la pecca di tirare in ballo fin troppi elementi di riflessione come l’ impossibilità di rompere con i legami del passato o l’ antisemitismo e l’ infondatezza dei pregiudizi umani. Tutto questo finisce per essere tirato in ballo in maniera decisamente superficiale e non tocca mai l’ approfondimento che servirebbe. Edward Norton però riesce a mostrarsi il vero mattatore di questo film contrapponendo due ruoli molto differenti ma paralleli e dimostrando una notevole capacità recitativa nel cambiare repentinamente registro e stati d’ animo, cercando di non risultare mai caricaturale ma decisamente sempre originale ed eclettico. Interessanti le atmosfere da tragicommedia, che non faranno di questo film di certo un capolavoro memorabile, ma che di certo accompagnano durante i suoi centocinque minuti di durata. E perlomeno lo rendono differente dalle solite commediole statunitensi che arrivano in distribuzione nel nostro Paese.

( Due Facce della stessa medaglia)

( La Ricerca della passionalità)

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– About Elly – 2010 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Asghar Farhadi

E’ insolito ultimamente che ci giunga un film iraniano che non parli di Teheran o dei villaggi interni nei quali regna la povertà più estrema. In questo sorprendente film di Farhadi, infatti, troviamo tutti gli elementi capaci di renderlo un film decisamente differente: il dinamismo nei movimenti di macchina e una sceneggiatura ricca di elementi nascosti che portano lo spettatore ad analizzare ciò che vede. Dopo un’ inizio apparentemente lineare e con toni da commedia, inaspettatamente (dopo più di mezz’ ora) il regista iraniano ci introduce il dramma della sparizione della giovane maestrina Elly, invitata ad una gita sul Mar Caspio dalla madre di una delle bambine dell’ asilo dove insegna. Il cambio di registro da quel momento è piuttosto evidente e Farhadi ce lo demarca con improvvisi cambiamenti nei movimenti di macchina che passano dall’ essere più statici a diventare dinamici tallonando i protagonisti con frequenti riprese a spalla. Dietro una storia apparentemente normale il regista ci parla di ciò che un regime teocratico come quello iraniano provoca all’ interno degli animi di un gruppo di giovani iraniani, nei quali sembrano essere molto più importanti le rigide regole morali che la verità. Nella struttura sceneggiativa questo About Elly (titolo che da l’ illusione di essere un film leggero) assomiglia molto a L’ Avventura di Michelangelo Antonioni: un gruppo di giovani sono in vacanza, una ragazza scompare e da quel momento in poi tutti i rapporti all’ interno del gruppo sembrano non essere più come al principio. Ma come ho accennato prima, di quella storia che Antonioni raccontava in maniera decisamente esistenziale Farhadi ne fa un pretesto per analizzare le sottintese conseguenze morali di un regime fondato sui doveri morali religiosi. I protagonisti della vicenda sono differenti dai soliti personaggi che siamo abituati a vedere nei film iraniani, perchè sembrano liberi o quanto meno sembrano indifferenti alle costrizioni politiche in atto a Teheran, così tanto da concedersi un week end spensierato e lontano dalle proprie abitudini. Lo stesso protagonista maschile Ahmad è emigrato in Germania ed è reduce da un divorzio con una tedesca che farebbe ben sperare sulla sua differente apertura mentale. Ma è proprio dall’ inatteso che viene fuori una cruda verità: quella che dimostra a tutti loro ( e anche a noi spettatori) che molto spesso è più difficile liberarsi dei propri pregiudizi e dei propri scrupoli religiosi che di un regime politico. Quella bugia finale detta dalla protagonista Sepideh ( una molto espressiva Golshifteh Farahani) rappresenta proprio il crollo di una dignità femminile che in quel paese mediorientale sembrerebbe non riuscire ad essere rispettata come si dovrebbe e che spesso è calpestata proprio all’ interno del nucleo familiare dai rappresentati maschili di questo stesso. La regia sceglie di posizionare  più personaggi davanti la macchina da presa, proprio per farci gustare la coralità delle vicende, che coinvolgono tutti i protagonisti, e sceglie dei dialoghi spesso concitati e in preda alle emozioni dei personaggi che purtroppo sono distrutti da un impietoso e pessimo doppiaggio italiano che sceglie (in maniera del tutto inconcepibile) di doppiare anche i momenti di canto o di gioco rendendo così quei particolari momenti freddi e teatrali, ma soprattutto con un risultato finale che comunica allo spettatore finzione scenica e non il realismo che al contrario gli attori sanno ben esprimere con le loro espressioni. Ottime sono due scelte di sceneggiatura: quella del doppio incidente in mare che ci fa porre attenzione prima su un fatto (la sparizione del bambino) e improvvisamente su quello che risulta poi essere più importante (la sparizione di Elly); e quella del cambio repentino di registro da commedia a dramma con delle venature tipiche da film giallo. About Elly è, infine, un bel film ricco di efficaci simbolismi, come quelli racchiusi nella villa a mare che ha evidenti cedimenti (un pò come l’ Iran) ma che se si vuole possono essere riparati, o ancor meglio la metaforica scena conclusiva finale del film che vede tutti i protagonisti impegnarsi a spingere invano un’ auto dalla sabbia mentre all’ interno della casa ci mostra Sepideh, da sola a combattere con il dolore della sua bugia appena detta. Come a voler sottolineare che con le bugie non si va da nessuna parte, se si vogliono davvero cambiare le sorti di una Storia di una Nazione. Meritato Orso D’ Argento al 59° Festival di Berlino.

( L' attimo antecedente al dramma)

(L' intensa scena conclusiva del film)

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– La Prima Cosa Bella – 2010 – ♥♥♥♥ –

di

Paolo Virzì

C’ era una volta la commedia all’ Italiana. Iniziare così a parlare di quest’ ultima opera del regista Livornese di Ovosodo sembrerebbe quasi una prefazione a un’ intenzione di volerne parlare male. Ma in realtà è proprio rammentare la nostra vera commedia italiana che credo bisogni fare quando ci si approccia alla visione di questo La Prima Cosa Bella. Perchè trovare dei parallelismi positivi con quel tipo di fare film, che si tuffava nella realtà di una società in maniera diretta e sincera, magari descrivendone dei ben delineati spaccati, qui nel film di Virzì è spontaneo. Erano altri tempi quelli, quelli in cui una donna di provincia subiva l’ incomprensione di un genere maschile spesso padrone e limitato mentalmente ai pregiudizi di paese o di città di provincia come Livorno è in questo caso. La protagonista è Anna (interpretata da Micaela Ramazzotti durante la sua giovinezza e da Stefania Sandrelli nella fase anziana),  un personaggio che vive costantemente questa incomprensione, ma che nonostante tutto va oltre le lacrime, e con una straordinaria forza da quello che sente ai propri figli, consapevole di non poter loro offrire il più roseo dei futuri agiati. Il fulcro dell’ intero film è però la relazione di amore\odio che il figlio Bruno ( un ottimo Valerio Mastandrea) ha con la madre. Da un lato, come il padre non ne comprende la sua candida autenticità al limita del pudore secondo i pregiudizi del paese, ma dall’ altra ne invidia sicuramente il coraggio e l’ apertura alla vita, alle persone, al mondo. Tutto quello che lui nel suo piccolo e anche dopo la sua fuga da Livorno a Milano non riesce comunque ad esprimere nella sua vita. Virzì elabora il suo film su due diversi livelli temporali, quello della memoria, ambientato negli anni ’70 e quello del presente fatto delle ripercussioni psicologiche di quello stesso passato. La fotografia dalle tonalità molto accese accompagna le riprese del passato riuscendo a immergere lo spettatore in un’ epoca caratterizzata proprio da una pellicola sgranata e dalle tonalità molto gialle. Le interpretazioni di tutti i protagonisti sono perfette e sincere e riescono a calibrare tutte le atmosfere del film senza mai eccedere nel melodrammatico. Ottimamente sfruttata la scelta di Micaela Ramazzotti e di Stefania Sandrelli nell’ interpretare un ruolo non sicuramente facile ma che le due attrici sanno ben rendere spontaneo; ma soprattutto sono capaci di donare coerenza al personaggio di Anna nelle due differenti età temporali. Eccellente Valerio Mastandrea che riesce in maniera efficace a liberarsi del suo naturale dialetto romanesco, donando qui al suo Bruno una parlata livornese spontanea che non fa di certo rimpiangere quella naturale dell’ Edoardo Gabbriellini (nel film il protagonista Piero) di Ovosodo. Un inno alla vita è la vera cosa bella che Virzì ci regala vedendo questo film: la capacità di comprendere che spesso è nella spontaneità e nella semplicità che forse si riesce a vivere meglio, liberi da quei pregiudizi e sovrastrutture che spesso la società ci impone. Un invito ad allontanarsi da quella tendenza moderna, e non solo, di aspirare alla fama e alla ricchezza, ritrovando nelle piccole cose e nei piccoli gesti l’ importanza di quel grande sentimento chiamato amore. Che non si compra con i soldi ma che è fatto molto spesso di spontaneità. Un’ ottima eredità anche del nostro buon vecchio cinema italiano (quello esente dalle politiche “d’ essai” dei cinepanettoni) che si spera con opere come questa possa donarci un futuro cinematografico italiano decisamente migliore. E questo 2010 con Virzì sicuramente si può dire che ci ha donato, cinematograficamente parlando, “la prima cosa bella”.

( Strappata via dal sogno del cinematografo)

(Ricordi d' Infanzia)

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– Diverso da chi? – 2009 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Umberto Carteni

Se Povia cantava di un gay che attraverso una donna aveva abbandonato la propria omosessualità in maniera decisamente surreale e molto “Vaticano correct”, Diverso da chi? in maniera leggera e frizzante ci invita ad aprire la nostra mente ed allargare il concetto di famiglia da quello canonico e obsoleto che oggi, nel 2009, sembra di certo essere oltre ad obsoleto inadeguato e fonte di pregiudizi e litigi politici e non. Luca Argentero torna a ricoprire il ruolo di un gay (dopo Saturno Contro di Ozpetek), Piero, che è innamorato pazzo del suo compagno Remo (Filippo Nigro) e che per un incidente di percorso si ritrova a concorrere come sindaco di una cittadina di destra del Nord Italia. Il Partito dai suoi piani alti per correre ai ripari che potrebbero venir fuori da questa imprevista candidatura di un dichiarato attivista Gay lo fa affiancare durante la campagna elettorale dalla conservatrice Adele (Claudia Gerini). Ben presto i due arriveranno a vedere cozzare i loro ideali in maniera evidente: troppo liberale e gay Piero e decisamente troppo fissata con il concetto di famiglia canonico Adele. Piero è un uomo che ha strutturato il suo mondo interamente sul suo concetto di diversità e di omosessualità, ma che ben presto dovrà fare i conti con la passione per una donna che gli farà crollare quelle che fino a quel momento erano state le sue certezze più forti. Con estremo garbo Diverso da chi? fa più volte sorridere e pensare sul mondo politico italiano sicuramente confusionario e colmo di contraddizioni idealistiche anche all’interno di stesse coalizioni o stessi partiti politici. Quelle stesse contraddizioni che inizialmente avranno Adele e Piero che dopo essere mediati dallo stesso Remo riescono prima a trovare dei punti comuni per avvicinarsi (lo shopping ) e in seguito ad essere attratti reciprocamente. Ben presto Piero scoprirà di aver tradito la sua normalità, la sua vita dichiaratamente omosessuale e si scoprirà vittima di pregiudizi uguali se non addirittura maggiori di quelli di Adele. Tutto questo fino ad uno sviluppo di un triangolo amoroso che renderà il concetto della famiglia sicuramente innovativo e forse più felice per i tre protagonisti. E mentre comunque la società cittadina confermerà il sindaco leghista che sembra preoccuparsi solo di erigere muri all’interno della propria città per dividere i buoni dai cattivi, Piero, Remo e Adele si vedranno disposti ad una convivenza allargata che basi tutto unicamente sulla cura dell’altro e sull’ amore. Facendo ben sperare per un futuro migliore nel quale i muri dei pregiudizi  e delle differenze siano abbattuti e i bambini crescano solo liberi di capire l’importanza dell’amore e della libertà. Consigliato a chi non è ingabbiato nei rigidi sistemi politico-religiosi che spesso sembrano voler limitare molti film dello stesso genere.

( I due candidati differenti ma uniti)
( Una famiglia che può essere felice se senza pregiudizi)

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– Vicky Cristina Barcelona – 2008 – ♥♥♥ –

di

Woody Allen

Sono diverse Vicky e Cristina al loro arrivo a Barcellona. Una mora l’altra bionda. Vicky (Rebecca Hall) in procinto di sposarsi e di scrivere una tesi sul catalano, mentre Cristina (Scarlett Johansson) alla ricerca dell’ imprevedibilità e di un amore che sappia sorprenderla. Eccessivamente pragmatica forse la prima mentre troppo romantica la seconda, ma entrambe americane e vittime di quei moralisti pregiudizi che secondo Woody Allen gli Europei, in questo caso gli spagnoli, non hanno. Concetto forse troppo stereotipato. Ma è quello che c’è alla base del personaggio di Juan Antonio (Javier Bardem), un artista molto irrequieto che vive con nel passato una moglie (Penelope Cruz) che forse ama ancora, seppur di un amore originale e artistico che manca di quell’ingrediente fondamentale che non ha permesso  alla coppia di andare avanti. Manca di quel “sale” che forse Vicky o forse Cristina potrebbero essere per i due. Woody Allen attraverso questa commedia dal sapore catalano e un pò artistico tenta di parlarci dell’amore e della passione demolendo i suoi connazionali statunitensi sotto una coltre di pregiudizi e moralismi. E se Vicky e Cristina sono forse un pò troppo adolescenziali nel loro modo di intendere l’amore , il futuro marito di Vicky, Doug, è troppo bacchettone nell’ etichettare a compartimenti stagni le persone e i sentimenti a tal punto da non rendersi conto che la sua donna ha per la testa qualcun altro. Insomma per una buona ora il film si regge sul personaggio interpretato da Bardem che con stile e sensualità cerca di conquistare prima Cristina, poi Vicky e in seguito ancora Cristina. Tutto questo fino all’entrata in scena di Penelope Cruz che fa calare il sipario un pò su tutti gli altri attori che in realtà sono i protagonisti del film di Allen. Una Cruz (vincitrice dello scorso premio Oscar come migliore attrice non protagonista) che dimostra perfettamente di interpretare un personaggio artistico, eccentrico e con follie omicide a sfondo amoroso. Ed è proprio il caso di dire vedendola nei suoi deliri “da copione” che in questo caso non esistono piccoli o grandi ruoli in questo film ma solamente grandi attori che se girano alla perfezione sono capaci di creare un tris perfetto. Come quello amoroso che riescono a formare per un pò Juan Antonio, Maria Elena e Cristina. Con passione riescono a compensare i punti mancanti di ognuno di loro. Tutto questo però fino a quando in Cristina non vincerà quel senso di eterno romanticismo adolescenziale che rende desiderabile solo ciò che resta inappagato. E quando Vicky tenterà di sfuggire ad un futuro che con molta probabilità la condannerà ad essere infelice insieme a Doug sarà tardi perchè per lei la voglia di normalità e la paura di vivere ciò che di inaspettato, ma allo stesso tempo pericoloso e incerto gli potrebbe offrire Juan Antonio prenderanno il sopravvento. Sicuramente interessante la concezione amorosa, priva di ogni pregiudizio, che Allen lascia intendere in questo suo film. Anche se da come lascia inappagati i futuri delle due protagoniste verrebbe da chiedersi se ne vale la pena. La risposta forse è da trovare nel sorriso scanzonato e romantico di Cristina che anche se non ha trovato (e forse mai troverà!) la stabilità di un amore (al contrario della sua amica Vicky) che veramente la appaga in pieno non vedrà mai strapparsi dalle mani il bene al mondo forse più prezioso: la Libertà.

( Juan Antonio tenta di sedurre l'impegnata Vicky)

( ma in seguito finirà per vivere un completo amore a tre
con Cristina e Maria Elena)

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– Verso l’Eden – 2009 – ♥ e 1\2 –

di

Constantin Costa Gravas

L’ Eden non è affatto il paradiso e non si tratta di un luogo dove si vorrebbe andare ma per caso ci si ritrova e bisogna cercare di cavarsela come si può. L’Eden è il nome di un residence per ricconi su una costa del mondo occidentale fatto di lussi sfrenati e sprechi . E’ il luogo di approdo di un clandestino che va alla ricerca del suo sogno di rivincita ma che si trova catapultato in una realtà occidentale colma di luoghi comuni su sprechi di cibo, infedeltà coniugali, deviazioni sessuali e dipendenze mediatiche. E forse anche in maniera eccessivamente evidente e sottolineata. Si perchè il moralismo che c’è dietro Verso l’ Eden forse potrebbe essere stato migliore se fosse stato trattato in maniera più velata e non così spudoratamente evidenziata attraverso inquadrature ripetitive e spesso anche inutili tendenti a sottolineare tutto questo. L’idea di di fondo di Costa Gravas di portare sullo schermo una sorta di road movie che ha come protagonista il clandestino Elias (Riccardo Scamarcio) è interessante ma è sviluppata in maniera eccessivamente fiabesca caratterizzando personaggi, lungo la strada o eccessivamente negativi o eccessivamente generosi e buoni da apparire quasi surreali. Ci sarebbe poi da scrivere un lungo papiro sui limiti recitativi del “nostro” Scamarcio che in questo ruolo, per lui quasi muto, mostra molto spesso di non avere quel “physic du role” necessario a un ruolo come questo. Quindi essendo limitato alle sue scarse espressioni facciali si ritrova incollato ad un copione nel quale il suo Elias è quasi sempre aiutato durante il suo percorso verso Parigi grazie alla suo fascino. Un fascino che diventa fastidioso da guardare quando si ritorna alla realtà narrativa del film e del suo personaggio che resta pur sempre un semplice clandestino. Uno come i tanti che oggi sono i protagonisti spesso della nostra attualità ma che non godono di tutti i privilegi che invece Elias sembra godere. Costa Gravas sembra non accontentarsi però di descrivere questa attualità ma tenta di trasformarla come una critica moralista al nostro Occidente e al confronto tra la ricchezza e la povertà. Lo fa a tutti i costi. Volendo anche far ridere lo spettatore e  tirando in ballo un pò a caso memorie chapliniane o felliniane che non dovrebbero neanche emergere per non farlo solo sfigurare. Buono il tentativo ma mi  sarei aspettato di più da un’idea così, da un regista “umanista” come Costa Gravas che sembra voler risolvere l’immagine della clandestinità con la visione di un sogno, un bel faccino e una critica ironica e severa (seppur costruita solo su stereotipi e gag) all’ Occidente.

( Io sono clandestino ma sogno di fare il mago come te mio eroe)
(...tanto mi aiuteranno avvenenti signore 
come per "magia" ad esaudirlo)

Pubblicato su Cineocchio

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