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Posts Tagged ‘Noir’

– Una Vita Tranquilla – 2010 – ♥♥ e 1\2 –

di

Claudio Cupellini

Peccato viene da dire. E’ davvero un peccato che in Italia si producano pochissimi noir, ma ancor più è un peccato che quelle poche volte che vengono distribuiti le storie siano potenzialmente interessanti, ma telefonate fin dal principio e con pochissimo pathos. E’ questo il caso de Una Vita Tranquilla, noir di Claudio Cupellini gradevole e godibilissimo solamente se si guarda la recitazione di uno straordinario Toni Servillo, sempre perfetto in ogni cambio di emozione e in ogni sottile espressione manifestata nel suo volto. Per il resto la sceneggiatura ci offre il solito ritorno di un figlio, pronto a sconvolgere l’ apparente vita tranquilla di Rosario (Toni Servillo), ristoratore di origini campane che in Germania si è rifatto una vita dopo un passato turbolento da camorrista. Il problema è che fin dai primi venti minuti del film lo spettatore percepisce i legami tra i personaggi e quello che è peggio la personalità del suo protagonista, ragion per cui l’ unica cosa che per consolarci si può fare è seguire (come già fa la macchina da presa) le espressioni del mattatore Servillo, il suo alternare momenti di quiete a momenti di rabbia e la sua controllata angoscia.  Servillo è decisamente ottimo nel recitare in due lingue diverse un personaggio colmo di ambiguità che da solo è capace di imprimere quell’ alone di mistero che la sceneggiatura al contrario non riesce ad apportare. Edoardo (Francesco Di Leva) e Diego (Marco D’Amore), il figlio napoletano di Rosario, nei panni dei due delinquentelli camorristi arrivati in Germania per compiere un omicidio, finiscono per essere decisamente troppo macchiettistici. Soprattutto Edoardo concentra l’ intero personaggio sulla sua parlata eccessiva napoletana tralasciando del tutto altri aspetti del personaggio. Il confronto finale tra padre e figlio in macchina è sbrigativo e veloce, sottolineato dalle urla dei due protagonisti e conduce ad un finale ciclico che non ha nulla di particolarmente originale per questo genere. Il testo sceneggiativo è ridotto all’ essenziale e Cupellini forse preferisce lasciare esprimere gli sguardi e le espressioni di Servillo e del giovane D’ Amore, la loro fisicità in grado di trasmettere allo spettatore, anche con solo un abbraccio, la potenza di mille parole. La macchina da presa quindi si alterna tra primi piani dei volti e piani lunghi (che attraversano anche le trasparenze di un vetro di una finestra) per spiegare l’ evoluzione dei suoi personaggi. Ma non basta puntare tutto sugli attori per rendere un film veramente completo. Un’ occasione (sprecata) che Cupellini dovrebbe capire.

( L' apparente Vita Tranquilla di Rosario)

( Verso il finale ciclico)
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– Il Segreto dei suoi occhi – 2010 – ♥♥♥♥ e 1\2   –

di

Juan Josè Campanella

Far si che un film racchiuda in sè vari significati ma soprattutto diversi generi cinematografici non è di certo cosa da poco, ma il regista Juan Josè Campanella con questo film ci dimostra perfettamente che è possibile strutturare un noir che sia però anche una gran bella storia d’ amore, che allo stesso tempo ci parli anche di un pezzo significativo di Storia argentina che ha avuto le sue ripercussioni nel senso di giustizia del suo popolo. La narrazione si svolge su due differenti piani temporali e ha come personaggio principale Benjamin Esposito ( Ricardo Darìn), un pubblico ministero in pensione che intenzionato a scrivere un libro su un vecchio caso irrisolto della sua carriera rivive con i suoi ricordi i più significativi episodi che hanno contraddistinto la sua vita: l’ ossessione per questo stesso caso e l’ amore eterno per una donna mai veramente posseduta . All’ interno di questa semplice storia si intersecano emozioni e vicende storiche che raramente sono descritte in un modo così esaustivo e che vogliono rispecchiare quello che è il comportamento umano universale. A mio giudizio è proprio questa universalità che ha avuto il merito di fargli aggiudicare l’ Oscar come miglior film straniero, in un anno che vedeva nominati altri due ottimi film come Il Nastro Bianco o Il Profeta (quest’ ultimo insuperabile registicamente ma incapace di coinvolgere in maniera totale un più ampio numero di spettatori a causa del suo tema). Certo alcune sequenze d’ amore sono forse fin troppo viste ( l’ addio sul treno in primis) anche in altri film dello stesso genere, ma certo è che il modo in cui il regista coinvolge lo spettatore contaminando la struttura del thriller con il melodramma è davvero notevole. Venticinque anni sembrano non essere facili da cancellare nella memoria del protagonista Benjamin così come è impossibile rimuovere la dittatura militarista in Argentina che in quegli anni è stata capace di modificare radicalmente il senso di giustizia etico-morale di molti argentini. E’ da questo che si dipana una vicenda dal sapore decisamente popolare, che ha come protagonista un paese stesso che crede di vedere come stanno veramente le cose mentre in realtà è cieco. Così come lo spettatore crede fino alla fine di comprendere cosa ci sia dietro i frequenti primi piani sugli sguardi degli attori protagonisti, ognuno di loro custode di un segreto inespresso per differenti motivi. Il rimpianto e il senso di colpa sono temi che dominano le emozioni dei protagonisti, a volte forse fin troppo (qui si vede che siamo in Argentina la patria delle telenovelas!), ma che introducono in maniera convincente il romanticismo amoroso che nel film assume una caratteristica anch’ essa di rilievo. Lodevole la riflessione che il regista induce sull’ inutilità della pena di morte e della giustizia fai da te, cosa che sembra ormai di moda nella società contemporanea. Introduce, al contrario, il valore della pena lunga, come l’ ergastolo, dal valore meno immediato ma decisamente più dolorosa per il condannato. Sicuramente virtuoso il piano sequenza (costruito in post-produzione e non reale) di ben cinque minuti allo stadio, che lascia senza parole alla prima visione e ancor di più durante la visione del suo backstage. Un film che sa perfettamente stupire e al tempo stesso far piangere i suoi spettatori e che ben sintetizza in sè il concetto di cinema d’ autore e cinema d’ intrattenimento di livello sicuramente alto. D’ altro canto per vincere un Oscar come miglior film straniero oggi ci vuole proprio questo.

( L' Attesa della giustizia )

( Un Amore impossibile)

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– Revanche – 2010 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Götz Spielmann

Un oggetto disturba la pace di uno specchio d’ acqua. E’ così che si apre Revanche con una breve immagine che racchiude da sola il senso di tutto quello che andrà ad accadere: l’ inevitabile e improvviso al quale si susseguono delle dovute conseguenze. Per ogni azione c’è un dovuto effetto, ma soprattutto c’è una sincera conseguenza interiore e psicologica. Tutto sembra già deciso fin dal trailer nel film di Spielmann, connazionale del famoso Haneke, quindi ciò che maggiormente capta l’ attenzione dello spettatore non sono gli avvenimenti in sè quanto il dolore dei sensi di colpa dei suoi personaggi. Proprio come fa Haneke, la trasposizione filmica di questi sentimenti viene espressa in maniera fredda e amara non lasciando alcun spazio a una qualsiasi possibilità di rivincita. Spielmann mette a fuoco e al tempo stesso contrasta le differenze tra città e campagna. Tra il caos frenetico di un luogo dove gli uomini agiscono sempre per avidità e prestano sempre meno attenzione alla riflessione, alle parole e alle emozioni e il silenzio della natura che al suo interno racchiude ricordi e usanze che sembrano ormai passate (come il rito domenicale della messa) ma che lascia più spazio a una calma apparente dietro alla quale molto spesso si nascondono sentimenti inespressi. Alex e Robert, i due protagonisti sono legati dallo stesso tragico evento che soffoca i loro pensieri e ossessiona le loro azioni quotidiane. Gli angoscianti silenzi delle lunghe riprese  rurali hanno su di loro impresse le ragioni dei  sensi di colpa di Alex e Robert e la violenza repressa ben si sfoga nelle sequenze del taglio della legna, unica valvola di sfogo per il protagonista Alex (Johannes Krisch). Due uomini entrambi incapaci di giocare attivamente il ruolo che vorrebbero, concentrati a tal punto su quell’ immagine di loro stessi che non riescono ad ottenere da non vivere la loro stessa vita. Spielmann sospende il suo giudizio di qualsiasi genere sui fatti e preferisce focalizzare l’ attenzione sui sensi di colpa, non giudica mai le azioni dei suoi protagonisti ma tenta di delineare i loro meccanismi introspettivi. Un tipo di fare cinema prettamente teutonico quello di Spielmann che, come già molti suoi connazionali (la Hausner di Lourdes ne è un altro esempio) fanno, raggela la sequenza delle inquadrature in meccaniche geometriche che ignorano totalmente i ritmi americani del campo e controcampo. Le inquadrature fisse non lasciano alcuna via di fuga al dinamismo delle azioni e intrappolano lo spettatore nel doloroso contesto che i suoi protagonisti stanno vivendo. Anche le scene erotiche sono filmate in maniera del tutto glaciale, come a voler sottolineare il senso meccanico che assumono talvolta le azioni umane quando sono dominate da tutt’ altri sentimenti. La religione assume il valore di etica morale che intacca la coscienza umana e che invita a riflettere se il senso di vendetta sia giusto e fin dove le nostre responsabilità hanno un peso all’ interno del nostro animo. Tutti tumulti interiori che nascono nell’ uomo e che dopo aver passato il loro momento di inevitabile tempesta e dolore ritornano, come ciclicamente, alla loro naturale calma piatta.

( Violenza repressa)
( L' esplicativo incontro finale)

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– Un Alibi Perfetto – 2009 – ♥♥  –

di

Peter Hyams

Lanciarsi nell’ impresa di realizzare un remake di uno dei “masterpieces” della cinematografia mondiale (il “Beyond a reasonable doubt” di Fritz Lang) non è mai una cosa facile. Il celebre regista espressionista col suo lavoro volle indagare la malvagità insita nell’ essere umano che trova la sua esternazione nella barbara esecuzione della pena capitale. L’ americano Hyams invece sembra concentrarsi fin troppo in particolari superficiali e più “moderni” come la corruzione del personaggio interpretato da Michael Douglas o la storia d’amore da serie televisiva tra la bella apprendista avvocato del nemico e il bel giornalista interpretato da Jesse Metcalfe (che viene appunto da una serie televisiva come Desperate Housewives). E infatti a non funzionare sono proprio gli attori: Michael Douglas sembra imbalsamato nel suo ruolo da procuratore corrotto che aspira a diventare governatore, affossato maggiormente da un sorriso sornione e un pò mafioso e un doppiaggio innaturale che non gli rende per nulla onore; Jesse Metcalfe al contrario non gode della notorietà di Douglas e sembra non asperare neanche a raggiungerla perchè resta imbrigliato più nell’ esternazione della sua prestanza fisica che delle suo doti recitative. Si salva in parte soltanto la riflessione in merito alla corruzione umana e a fin dove un giovane rampollo riesca a spingersi pur di raggiungere la sua fama che il regista Hyams intende produrre nello spettatore. E quest’ ultimo si sa è un fenomeno che oggi, nella nostra società è ben presente. Nel caso di Un Alibi Perfetto il giovane giornalista C. J. Nicholas si spinge addirittura a farsi incarcerare (e non solo!!) per tentare di smascherare le false prove che processo dopo processo il procuratore Mark Hunter (Michael Douglas) sembra creare dal nulla pur di vincere le cause, ma soprattutto per arrivare a diventare un giornalista da Premio Pulitzer. Nel film di Hyams si salvano anche le sequenze d’azione, soprattutto quelle degli inseguimenti che, seppur con sbavature insensate (non ci si spiega come mai il poliziotto corrotto sgomma per 2 minuti intorno alla malcapitata Amber Tamblyn), riescono ad incollare lo spettatore allo schermo con le conseguenti scariche di adrenalina che ne derivano. Il film scorre facendo pensare più ad un giallo da legal thriller in stile Grisham (genere cinematografico che tanto è andato di moda negli anni ’90). Il resto sono solo “attuali e moderni” (quanto scontati) stereotipi moderni sul mondo dell’ avvocatura , dei nerd e del giornalismo. Il tutto come se non bastasse appesantito da un finale con un colpo di scena telefonato fin da metà film e da una volgare esclamazione della protagonista femminile Tamblyn del tutto fuoriluogo. Va bene rimodernare un classico della cinematografia. Ma in questo modo è decisamente troppo!

(Storia d' amore da serie tv per due aitanti belloni)

( L' imbalsamato Douglas e le sue finte prove)

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– La Doppia Ora – 2009 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Giuseppe Capotondi

Torino è suggestiva, notturna e ambigua nel film presentato a Venezia dall’ esordiente Capotondi. Fa da sfondo ad un noir dai ritmi tutt’ altro che italiani ma che rende onore al nostro cinema facendoci scoprire orizzonti finora esplorati solo da altre nazioni cinematografiche. La protagonista Sonia (Ksenia Rappoport) dopo un incontro fulmineo  ad uno speed date con un Filippo Timi sempre più perfetto come attore  resta da sola nella sua enigmatica solitudine fatta di visioni e pensieri in conseguenza di un misterioso atto di violenza. La doppia ora narra di due solitudini che si incontrano cercandosi di specchiare velocemente l’ uno con l’ altra. Ma è allo stesso tempo un noir ad orologeria nel quale i colpi di scena sembrano essere costruiti alla Hitchcock e nel quale le dinamiche dei pensieri e delle psicologie dei protagonisti ricordano spesso lo stile di David Lynch. C’è un punto  segnato da uno sparo nel film di Capotondi che improvvisamente sdoppia la realtà e confonde la sequenza narrativa dei fatti svelando ogni tanto indizi confusi e talvolta surreali che tengono incollato lo spettatore alla poltrona. Il tutto fino ad un epilogo che è quasi un risveglio da un ambiguo sogno-realtà che incanta nella sua minacciosa tortuosità. Peccato per qualche dinamica del film forse fin troppo telefonata e che suona di già visto, anche se la costruzione psicologica dei due protagonisti, il loro chiaroscuro mnemonico e la fotografia delle location sempre cupa fanno da giusto contrappeso a queste piccole lacune. Certo se si mette il film di Capotondi all’ interno di un contesto cinematografico, quello italiano, carente di intrecci originali che invitino lo spettatore a porsi domande su quello che accade anzichè semplicemente sfogare la propria attenzione in sterili risate se ne può comprendere quanto film come questo siano importanti per il nostro Paese. I collegamenti alla Lynch tra stato di coma e stato di realtà sono invece le trovate forse meno originali del film (ma solamente perchè già viste dal cinefilo più semplice). Sicuro dubbio vi è invece sulla morte del personaggio interpretato da Filippo Timi solo dopo appena mezz’ ora di film, poichè lo spettatore si aspetta con assoluta certezza che il noto attore debba ben presto ricomparire poichè non ci troviamo davanti ad un kolossal di cartapesta come Baarìa nel quale attori famosi si prestano a piccoli ruoli di pochi minuti. Siamo al contrario davanti ad un’ opera prima di un quarantenne regista esordiente italiano che in complesso funziona e che porta sugli schermi un film sicuramente col sapore internazionale ma al quale forse non siamo proprio pronti ad apprezzare. Peccato perchè per quanto riguarda passione cinematografica e fondi di produzione ci troviamo davanti ad un’ opera rappresentativa del cinema italiano, quello vero. Non mancano nemmeno sequenze di ottima fattezza registica (come quella della sepoltura) che non fanno invidia al cinema horror americano o francese. In definitiva film che non andrebbe per nulla sottovalutato ma soltanto valorizzato.

( A pochi attimi dal trauma...)

( La solitudine della Rappoport)

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