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Posts Tagged ‘michele placido’

– Vallanzasca. Gli Angeli del Male – 2011 – ♥♥ e 1\2 –

di

Michele Placido

Certo è stato facilissimo tentare di boicottare questo film. Additarlo come un film che esalta la criminalità o che mette in luce eccessivamente un criminale che ha provocato lutti e dolori rendendolo una star. E’ però molto meno facile comprendere che nessuna persona di buon senso giudicherà positivi o metterà in discussione mai l’ efferatezza dei delitti al solo riconoscere che anche i criminali possano avere un’ etica personale o delle emozioni (seppur discutibili). Il Cinema è fatto per raccontare storie e queste tante volte possono parlare anche di tragici avvenimenti delineando anche personaggi che abbiano caratteristiche un pò borderline e che non necessariamente siano ovvi. Non può esserci un cinema fatto solo di risate, personaggi leggeri e tagliati con le cesoie o si rischierebbe di catalogare la Settima arte entro dei limiti che  un’ attività creativa come questa non dovrebbe avere. Ma scendiamo nei dettagli di questo ennesimo “film criminale” di Michele Placido. Dopo il suo Romanzo Criminale, il regista pugliese, torna a fare un film su una banda criminale, quella della Comasina, scegliendo però questa volta di non dirigere un’ opera corale ma incentrando quasi tutto sul carisma di Kim Rossi Stuart e sul personaggio di Renato Vallanzasca. E forse questo aver scelto di consegnare le speranze del suo ultimo film solo sull’ interpretazione di un bravissimo attore come Rossi Stuart è stata la sua più grande condanna. E’ infatti evidente come il personaggio di Turatello interpretato da Francesco Scianna o quello del gangster un pò isterico e tossico interpretato da Filippo Timi siano delineati in maniera grossolana e superficiale, facendo risultare il primo decisamente scialbo e il secondo un pò troppo enfatizzato e macchiettistico (seppur il bravo Timi è bravo nel regalare ansia e drammaticità al suo personaggio). Al contrario, Kim Rossi Stuart, che ha anche collaborato con la sceneggiatura e ha vissuto a stretto contatto con il vero Renato Vallanzasca prima delle riprese, riesce a dar vita a un personaggio che fà della sua vanità una caratteristica primordiale del suo carattere, ma che oltre al suo carisma mostra anche una buona dose di autolesionismo. Quello che manca del tutto a questo film ( e che invece non mancava affatto in Romanzo Criminale) è l’ inserimento dei crimini che la Banda della Comasina compie all’ interno di quel determinato contesto socio-politico, caratteristica che questa volta fa mancare quella contestualizzazione che nel film precedente era un vero punto di forza. Tutto sommato è evidente che questa volta Michele Placido abbia voluto seguire una linea decisamente diversa ispirandosi a quel Nemico Pubblico con Vincent Cassel che solo un annetto fa ha stupito molti spettatori. Ecco quindi che ciò che risalta maggiormente sono le caratteristiche istrioniche del bel Renè, che ama le belle donne, il sesso e che ha un carisma che gli frutta decine e decine di ammiratrici pur essendo all’ interno delle mura di un carcere. Il montaggio del film è vorticoso e spesso accelerato così da rendere le due ore del film veloci e godibili anche se spesso carenti di raccordi su ciò che sullo sfondo accadeva. Tutto è incentrato sulle reazioni di Vallanzasca agli eventi e l’ intero panorama che lo circonda assume quindi solamente uno sfondo nel quale il suo personaggio è libero di esprimere il suo lato oscuro e il suo lato umano. E questo suo continuo sfogarsi è maggiormente fisico, lasciando come conseguenza naturale, poco spazio alla costruzione della sua interiorità o ai significati veri delle sue scelte criminali. Un personaggio sbruffone e narcisista che più che fermarsi a pensare preferisce agire. Tutto il contrario de Il Freddo di Romanzo Criminale. Era sempre Kim Rossi Stuart allora, sempre bravissimo, ma con il vantaggio di avere avuto un regista che aveva deciso di curare i background emozionali maggiormente, piuttosto che l’ adrenalina delle immagini e delle azioni. Una scelta quella di Placido, forse più di moda, ma sicuramente molto più grossolana.

( Il Bel Renè agli inizi della sua carriera criminale)

( Un Filippo Timi fuori controllo)
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– Genitori & Figli: Agitare bene prima dell’ Uso – 2010 – ♥  –

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Giovanni Veronesi

Ci ha abituato ormai Veronesi ai suoi film “manuali”, nei quali dispensare istruzioni su quelli che sono le maggiori preoccupazioni del popolo Italiano del nostro ventunesimo secolo. E allora ecco che dopo averci parlato in due capitoli dell’ amore torna sul grande schermo cercando di spiegare il perchè dei conflitti generazionali moderni tra genitori e figli. E lo fa, come ormai ci ha abituato, con leggerezza, semplicità e con anche la medesima dose di banalità e superficialità. E si sa, nella nostra Italia un film come questo fa molto presto a  essere definito di interesse e valore artistico e culturale, perché oggi ci siamo ridotti proprio ad apprezzare ciò che in questo film, i bravi attori protagonisti mettono in luce. E cioè le litigate furibonde, i turpiloqui frequenti e le urla, quelle stesse urla che spesso possiamo aver modo di ascoltare nelle trasmissioni di punta della nostra televisione privata e ultimamente anche pubblica. Veronesi utilizza questa volta la voce narrante di un’ adolescente per condurci attraverso due storie parallele di famiglia e conflitti generazionali. Quella dominata da Michele Placido, professore in conflitto con il figlio che vorrebbe partecipare al nuovo fratello e che incarna la cultura del “niente” giovanile di oggi, e quella che vede come genitori Luciana Littizzetto e Silvio Orlando, genitori separati di Nina, voce narrante e a sua volta alunna del professore interpretato da Placido. Il film è caratterizzato dai soliti dialoghi leggeri che ultimamente hanno caratterizzato i film di Veronesi, con personaggi che si riducono ad interpretare delle moderne macchiette , in episodi che si intrecciano e che danno sfogo solo a immensi luoghi comuni su quelli che vengono considerati i problemi predominanti nella nostra società: il sesso adolescenziale, i conflitti padre-figlio e la frustrazione di una vita che sembra non soddisfare mai. Lo sfondo economico-sociale è sempre lo stesso, quello della Roma dialettale e borghese, quello delle famiglie che guadagnano duemila euro al mese e che comunque sembrano trovare pretesti e occasioni per lamentarsi delle loro situazioni di vita. Di certo negli ultimi venti anni Giovanni Veronesi è stato tra i registi che più si è distinto nella commedia all’ italiana per aver sempre sbancato i botteghini italiani ed essere apprezzato dal pubblico. Ma di questo non ci si stupisce se poi l’ Italia è proprio quella che lui fa vedere nei suoi film: un’ Italia fatta di Italiani lamentosi e che sembrano non essere mai soddisfatti di quello che hanno, caratterizzati tutti quanti da quell’ atteggiamento superficiale e un pò individualista che non porta di certo alla comprensione dell’ altro, quanto più facilmente alla critica non costruttiva. E’ infatti proprio l’ atteggiamento di vera critica che manca del tutto in questo film di Veronesi, che piuttosto che analizzare veramente queste piaghe sociali italiane si limita a sminuirle in simpatiche gag dialettali, restando in maniera sicura nel politically correct senza mai veramente osare, quello di cui il cinema Italiano oggi avrebbe forse più bisogno. Ecco quindi che vediamo piccoli ragazzini cinesi che iniziano le adolescenti italiane al sesso o un rom chiedere soldi alla “mamma” Littizzetto che va da loro a chieder scusa per l’ atteggiamento razzista del figlio. Piacerà ai più di certo perchè non richiede di certo impegno per vederlo, e non invita nemmeno a riflettere su quelli che sono gli argomenti di sfondo del film. Solo un’ ennesima occasione per invitare alla risata becera, sfruttando la bravura di sicuri bravi attori del panorama italiano. Ovviamente in questo frangente piuttosto sprecati.

( Litigi Sboccati tra padre e figlio)

( e i soliti amori adolescenziali un pò ribelli)

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– Il Sangue dei Vinti – 2009 – ♦ –

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Michele Soavi

Non è un caso che film come questo attirino il favore di gran parte del pubblico medio. Seppur forse il pubblico delle televisioni, abituato ai ritmi scanditi, prevedibili e moralisti delle fiction. Il film in questione si presenta come una trasposizione del romanzo omonimo di Giampaolo Pansa che descrive molte delle conseguenze degli italiani durante gli anni del ’45 e del ’46. Fin dalle prime scene ci si accorge però che il film di Soavi è incentrato invece negli anni immediatamente prima la fine della guerra e cioè quelli dal ’43 al ’45. E invece quindi di mostrare come è andata veramente la storia, indagando ad esempio i perchè del tanto sottolineato bombardamento di San Lorenzo che domina le sequenze iniziali del film intervallando in maniera del tutto antiestetica immagini di repertorio con ricostruzioni da fiction, il regista di Arrivederci Amore, Ciao si sofferma sugli sguardi arrabbiati, truci o con i lacrimoni dei protagonisti. Insomma tutto quello al quale una fiction televisiva ambisce: enfatizzare le mimiche facciali, i pianti e gli isterismi per “telefonare” ai centri limbici dello spettatore e invitarlo ad emozionarsi. Ma questo non è cinema. Non lo è neanche nei dialoghi, sempre moralisti e colmi di citazioni ad effetto (come la citazione di Sofocle pronunciata da Placido: ” Non ci sarà nessuna pietà per i vinti”). Per non parlare poi della sceneggiatura scontata che vede protagonisti tre membri della stessa famiglia scegliere tre differenti vie ( la sorella diventa repubblichina, il fratello partigiani e il fratello maggiore, interpretato da Placido, resta nel mezzo scegliendo la strada della pseudo giustizia della polizia). Ed è quindi palese quale effetto possa suscitare un plot come questo negli animi dell’ italiano medio un pò patriottico e un pò mammone: emozioni e coinvolgimento alle stelle. Ma se solo ci si sofferma a guardarne i particolari anche tecnici ci si accorge ben presto di come soavi abbia girato sommariamente questo film non preoccupandosi nemmeno di istruire le comparse a non guardare in telecamera o nascondere i riflettori di scena dalle panoramiche. Ed è noto che il pubblico cinematografico pretende di più di cartine geografiche tagliate a metà da raffiche di mitra o patetici, ostinati quanto inverosimili tallonamenti in auto in mezzo ad una folla di persone quando sarebbe più semplice scendere e andare a piedi. Lo stesso Michele Placido, che ha sicuramente espresso in passato prestazioni migliori, sembra qui spaesato e forzato ad interpretare un personaggio assolutamente privo di spessore psicologico ma solo in preda delle emozioni scontate del momento. Anche Alina Nedelea e Alessandro Preziosi giocano a fare gli isterici faziosi delle due differenti parti della stessa guerra soltanto con espressioni ingrugnite, pianti o occhi strabuzzati. Tutto questo da un punto di vista solamente artistico, lasciando da parte il revisionismo e la diatriba politica che questo film ha suscitato. Perchè sicuramente va dato merito al coraggio di Soavi nel parlare di un argomento scomodo come le vittime dei partigiani, ma  manipolando la storia passandola per vera e non volendo palesemente ironizzare su di essa alla Tarantino e producendo un film così scarsamente cinematografico non si può pensare di farla franca dalle stroncature. Le vere vittime di certo sono state quelle che hanno dovuto sopportare le ingiustizie, i soprusi e le violenze di entrambe le fazioni. Non basta essere vinti per essere vittime. Mi spiace.

( Evviva l' enfasi isterica degli occhi strabuzzati)

(Placido sembra chiedersi cosa ci faccia lì)

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– Il Grande Sogno – 2009 – ♥♥  –

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Michele Placido

Parlare del ’68 cinematograficamente non è di certo una cosa facile. Ma o lo si fa bene oppure si parla di altro. Michele Placido prende spunto dalla sua vita, dal suo passato e costruisce un’ opera autobiografica che pecca forse troppo proprio dell’ elemento passionale dato dall’ autobiografia. Il calderone di avvenimenti storici che avevano luogo durante quegli anni inizialmente sembra che sia argomento principale del film, ma dopo poco ci si accorge che ne è solo il contorno. Tutti quegli anni vengono visti solamente sotto gli occhi degli studenti, dei giovani che sembrano sognare (almeno questo è quello che più sembra evincere guardando il film) più un risveglio sessuale e sentimentale, che uno politico. Tre sono i personaggi principali che hanno il vantaggio di essere sicuramente ben costruiti, anche se talvolta su degli stereotipi: Libero (Luca Argentero) , lo studente attivo politicamente che grazie alla sua abile dialettica fa cadere in brodo di giuggiole tutte le ragazze; Laura (Jasmine Trinca) è una studentessa proveniente da una famiglia cattolica in cerca di nuove verità sia politiche che sentimentali; e infine c’è proprio Nicola (Riccardo Scamarcio) l’alter ego di Placido, ragazzo povero pugliese che cova il sogno di fare l’attore  e si mantiene facendo il poliziotto ma non riconoscendosi in pieno in quell’ uniforme. E Scamarcio tenta di interpretare, per quanto può col suo viso da ragazzo piacione, un giovane Placido impulsivo e sanguigno. Ma gli avvenimenti importanti di quegli anni come la morte di Che Guevara, le lotte contadine in Sicilia o la manifestazione contro Nixon sembrano solo essere accenni risaputi di quegli anni, che peraltro non sembrano incidere più di tanto nelle vite dei tre giovani protagonisti. Vittime di questo trambusto politico e sociale di quegli anni i tre giovani sembrano interessarsi solo del loro intrigo amoroso alla Jules e Jim. Placido tenta, attraverso la sua eleganza e suggestione della macchina da presa, di rievocare atmosfere alla Romanzo Criminale, ma ben presto ci si accorge che in questa sua ultima opera non vi è quel tocco che vi era stato in merito al film sulla nota Banda della Magliana. E forse le colpe vanno principalmente al coinvolgimento emotivo e personale del regista in tutta la storia. Il finale infatti, che ci descrive il futuro dei tre protagonisti, è del tutto forzato e scontato e ci fa pensare su come l’intento vero di Placido sia stato quello di autocompiacersi attraverso un’ opera che parla di sè. Jasmine Trinca spicca sicuramente rispetto ai suoi due compagni di recitazione, complice di una migliore caratterizzazione del personaggio (bella la ricostruzione  della famiglia cattolica in perenne contrasto tra modernismo e conservatorismo clericale). Luca Argentero, al contrario è il vero tasto dolente dell’ ultima fatica placidiana, ma non per colpa sua. Il suo personaggio è costruito in maniera debole e superficiale, quasi marginale e non permette di dar luce ai suoi miglioramenti recitativi avvenuti negli ultimi anni. In definitiva un Placido che sembra non avere fiducia delle sue qualità, che ha ben messo in evidenza nel suo Romanzo Criminale, e che si limita a una fotografia ben fatta , a sequenze confusionarie di lotte tra polizia e studenti fatte tutte con telecamera a spalla e a “finti” bianchi e nero che vorrebbero creare l’effetto immagini di repertorio , utilizzando però i veri attori (metodo peraltro già visto recentemente nel Che di Soderbergh). Il rammarico è tutto nella sceneggiatura telefonata e faticosa che getta nel calderone numerosi personaggi (anche il personaggio dell’ insegnante di recitazione interpretata da Laura Morante sembra solo un pretesto per l’ennesimo amplesso visivo dell’ aitante Scamarcio) ma che ne delinea accuratamente forse solo uno (quello della studentessa interpretata dalla Trinca). Spontanei sono i paragoni alla Meglio Gioventù di Giordana, poichè l’intento del regista sarebbe stato quello di portare al cinema un romanzo popolare sullo sfondo della nostra storia italiana. Ma al contrario dell’ ottimo film di Marco Tullio Giordana , ne Il Grande Sogno questo contesto sembra solo un banale nozionismo senza alcun approfondimento.

( Scelgo l' irresistibile attivista politico...)

( ...o il sanguigno poliziotto dagli occhi di ghiaccio??)

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– La Sconosciuta – 2006 – ♥♥♥ e 1\2 –

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Giuseppe Tornatore

Tornatore ormai si sa: è abile con le emozioni e a saper fare di una storia drammatica una trama pervasa da un’ atmosfera di speranza e di dolori passati. Il passato è sempre una caratteristica importante del cinema di Tornatore e lo ha contraddistinto in film come Nuovo Cinema Paradiso o L’ Uomo delle stelle. Lo rivive attraverso i continui flashback vissuti dalla protagonista ucraina e “sconosciuta” (Xenia Rappoport) della quale come un mosaico noi spettatori assistiamo passo dopo passo alla lenta ricostruzione del suo trascorso doloroso. Ed è proprio il contrasto tra un passato violento e un presente colmo di speranza e determinazione che Tornatore attraverso la sua solita regia essenziale ed asciutta tende a voler sottolineare. La fotografia si alterna dai toni molto luminosi della felicità a quelli più cupi e notturni che contraddistinguono le scene violente del film. La sconosciuta si fa inoltre forza  di attori già consolidati come Pierfrancesco Favino, Claudia Gerini, Alessandro Haber o Piera degli Esposti che ne apportano sicuramente un valore aggiunto. Il regista siciliano inoltre ancora una volta risulta abile nel dirigere i bambini regalandoci un’ interpretazione spontanea e semplice della piccola Clara Dossena. E’ una storia di un crimine su una donna e sull’ infanzia ma non vuole essere un film di denuncia quanto più un thriller che confina lo spettatore a continui colpi di scena su quali siano i reali intenti della protagonista extracomunitaria. Questa sconosciuta si infiltra in pratica nella vita familiare degli orafi Adacher e più di una volta sembra, per lo spettatore, che voglia sconvolgere negativamente la vita dei coniugi, rubando l’affetto della piccola bambina di casa. Ma lentamente si fa strada nel personaggio della giovane ucraina la bontà e la speranza (grazie sopratutto agli esplicativi flashback) che lentamente trascinano il film verso un finale tragico ma allo stesso tempo sentimentale e colmo di aspettative future. Anche Michele Placido regala una straordinaria interpretazione portando in scena un cattivo viscido e glabro che altro non deve fare se non instillare nelle menti del pubblico la sensazione di repulsione. Ma più di tutti è la Rappoport, attrice russa nota nel mondo teatrale, a dar di sè un’ ottima impressione essendo efficacemente in grado di far evolvere il suo personaggio attraverso i differenti piani temporali messi in scena da Tornatore. Molti hanno paragonato lo stile di Tornatore ne La Sconosciuta ai film di Hitchcock ma ci si rende ben presto conto che infondo manca un elemento fondamentale che contraddistingueva quei gialli: la distanza emotiva tra spettatore, regista e protagonisti. Ne La Sconosciuta c’è la compassione e il coinvolgimento che sono tipici del regista siciliano aiutati inoltre da un maestro del mood musicale come Ennio Morricone. Ci sono quegli elementi nostalgici che già si sono ben visti nel suo capolavoro (Nuovo Cinema Paradiso). Ma questa volta sono colmi di sangue e violenza.

la sconosciuta

( La buona e il brutto e cattivo)
Clara Dossena e Xenia Rappoport
( Bisogna anche imparare a cadere bene e a rialzarsi)

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– La Banda Baader Meinhof – 2008 – ♥♥ e 1\2 –

di

Uli Edel

Fine anni 60 e inizio anni 70. In Italia c’erano le Brigate Rosse. In Germania la RAF e in seguito il terrorismo della banda Baader Meinhof. Alla base c’era un comune movimento basato sull’ opposizione al dilagante imperialismo americano di quegli anni. Un imperialismo che permetteva agli USA di governare su ogni azione politica e che assoggettava i paesi europei a un tirannico volere, come le sovvenzioni a Israele o la guerra in Vietnam. Uli Edel si confronta con una parte della storia tedesca scomoda che narra della lotta armata del movimento Rote Armee Fraktion (RAF) seguendo le coordinate del libro Der Baader Meinhof Komplex di Stefan Aust. Il film vuole quindi essere una ricostruzione nella ricostruzione della storia di un movimento terroristico. Si articola in due parti: una prima parte narra della nascita e crescita del movimento fondato dalla giornalista Ulrike Meinhof , da Andreas Baader e Gudrun Enslinn in seguito all’ uccisione di uno studente da parte delle forze di polizia durante una violenta manifestazione contro lo scià di Persia; la seconda invece espone la detenzione dei suoi fondatori e la nascita parallela di una nuova generazione di militanti incauti e che utilizzano il nome dei loro fondatori solo per manifestare violenza su violenza a volte anche travisando gli ideali stessi del movimento e abbandonando al loro triste e tragico destino i capi della vecchia RAF. La grossa pecca del film risiede nella quasi totale mancanza di introspezione dei personaggi. Edel infatti si limita a tradurre in linguaggio cinematografico una cronologia di fatti senza la minima attenzione al perchè i personaggi sono giunti a un tale epilogo o senza approfondire minimamente la strada della violenza imboccata da un’ affermata giornalista come la Meinhof. E anche il consolidato attore Bruno Ganz nel ruolo di uno dei capi della polizia  in realtà “complice” appare anonimo e da poco lustro delle sue doti recitative in passato ben messe in mostra. Inoltre spesso la regia cade in un impronta fin troppo televisiva che trae forza da immagini di repertorio sicuramente importanti ed essenziali quanto però molto da fiction. La Banda Baader Meinhof a tratti ricorda il Romanzo Criminale di Placido anche se molto meno gradevole perchè non arricchito dalla forza introspettiva dei personaggi o dai ritmi più serrati del film nostrano. Uli Edel da vita ad un film poco equilibrato che prende le parti evidenti del movimento rivoluzionario, ma non quelle dei terroristi, in una Germania che è sempre affascinata da personaggi politici pericolosi immemore spesso del suo passato nazista. Un discorso riaperto quello dei tedeschi nei confronti di questo movimento ma sopratutto del processo farsa messo in atto dai capi tedeschi contro i protagonisti arrestati della RAF. Capi fondatori ufficialmente risultanti suicidi ma che ufficiosamente negli archivi storici tedeschi urlano un eco omicida da parte dei loro carcerieri. Sicuramente interessante da vedere per la parte storica che pochi conoscono e che il cinema tedesco ha avuto il coraggio di riportare alla luce e anche per le solide interpretazioni di due tra gli attori emergenti più noti in terra teutonica come Moritz BleibtreuMartina Gedeck. Peccato non convinca fino in fondo, come meriterebbe un film di questo genere.

(Tutto inizia dall' omicidio di uno studente 
durante una manifestazione, da parte della polizia)

( Per finire in un processo farsa )

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