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Posts Tagged ‘londra’

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 Pride (2014)

di Matthew Warchus

Due mondi all’apparenza inconciliabili, due lati della stessa medaglia, due soffi allo stesso cuore. Nel Regno Unito di metà anni ’80, governato dalla Lady di ferro Margaret Thatcher, fresca di rielezione grazie alla riconquista delle Falkland-Malvinas, non solo i minatori, soprattutto delle miniere di carbone gallesi, stavano rivendicando i propri diritti con scioperi a catena che bloccarono l’economia britannica per diversi mesi, ma anche la comunità LGBT stava muovendo i primi passi alla ricerca di una propria identità. Da questa apparentemente inconciliabile origine, inizia un’ unione così forte che li vedrà combattere fianco a fianco gli uni per i diritti degli altri, tant’è che i rozzi minatori gallesi tutti di un pezzo abituati al freddo e all’umidità delle paludi si schiereranno in prima fila al Gay Pride che ebbe vita a Londra nel 1984. inimmaginabile qualche tempo prima. E questa oltre ad essere la sinossi del film è anche la Storia. il regista Matthew Warchus ce la racconta seguendo un diciassettenne della periferia di Londra che raggiunge la capitale per studiare, ma imparerà socraticamente a conoscere se stesso, oltre che diventare un’attivitista LGBT. Non è il protagonista, in realtà in film come “Pride” si fa decisamente fatica ad individuare un protagonista ed è per questo che potremmo dire che sia riuscito. Nonostante la poca esperienza al cinema, Warchus, ben servito dallo script di Stephen Beresford, riesce a non cadere nella trappola di rappresentare il movimento LGBT come un carrozzone vuoto, becero e qualunquista, ma come un insieme di essere umani che provano a fare qualcosa più grande di loro. Fa bene a scegliere i toni della commedia e non ingolfare la narrazione con supersoniche inquadrature o impantanandola con una frivola colonna sonora. Sceglie il ragazzo di periferia solo per darci un concentrato di quanto puo’ essere (ancora oggi) dilaniante la mancata considerazione della propria diversità in una fase post-adolescenziale, dunque decisamente labile. il film è ambientato nella Londra nel cuore degli anni Ottanta e non ha paura di mostrare anche il lato oscuro di quegli anni ossia la sieropositivà, l’AIDS e l’omofobia, anche se in maniera non proprio diretta, ma lascia che lo spettatore sia più attratto dall’evento di una portata decifrabile probabilmente solo con l’ausilio della Scala Mercalli. E ci riesce con più profitto di quanto non ottennero le realtà che racconta. Se cercate un film queer o pensate che lo sia, allora siete proprio dall’altra sponda del fiume, qui si solcano le strade del film di denuncia per quanto edulcorato da toni di finta commedia per la maggiorparte della durata, ma non ci si tira indietro. Anzi nel raccontare il primo incontro tra minatori e gay, il regista non lascia che l’imbarazzo da solo prenda il sopravvento, ma rafforza le diversità all’iperbole con il silenzio, perchè si faccia portavoce del estremo disagio che li accomuna. Cast scelto chirurgicamente dall’esordiente Warchus, che si affida saggiamente ad un parterre de roi di caratteristi inglesi quali Bill Nighy (“Love Actually”,”The boat that rocked”), Imelda Staunton (“Shakespeare in Love”, “Vera Drake”), Paddi Considine (“Cinderella Man”, “Hot Fuzz”) e Dominic West (“300”, “Chicago”) attori formidabili capaci di muoversi senza colpo ferire in acque torbide, come i passaggi da commedia a dramma presenti ad ogni piè sospinto. Vale davvero la pena di recuperarlo e dovrebbe essere proiettato nelle scuole per insegnare i significati della parola lotta e della parola diritto.

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– La Promessa dell’ Assassino – 2007 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

David Cronenberg

E’ sempre un piacere poter constatare quando un regista ossessionato dai corpi, dalla carne e dal sangue come David Cronenberg, nonostante la linearità di questo suo lavoro, non perda la sua coerenza stilistica e il suo percorso autoriale personale. La Promessa dell’ assassino, infatti, ci riporta a ciò che è una costante nei lavori di Cronenberg e cioè l’ essenza stessa del male. Un Male sempre presente nella vita dell’ uomo e che nonostante le resistenze riesce sempre a trovare una strada per esprimersi. Lo sguardo di analisi di Cronenberg è freddo e macabro come i corpi freddi dei cadaveri che vengono mostrati nel film. Rigidi pezzi di carne condannati da un’ esistenza marchiata dai tatuaggi impressi nei loro corpi e che sono solo vittime del succedersi degli eventi. L’ intero film scorre narrativamente come un fiume d’ acqua freddo, infatti, circondato da atmosfere cupe e da un superbo tocco fotografico che è quasi sempre contraddistinto da tonalità nere e rosse. E’ come se Cronenberg volesse con questo film comunicarci qualcosa di finale, come la morte. Ogni inquadratura o movimento di macchina è sempre distante dall’ azione che si svolge, quasi a volerlo immortalare come in una fotografia finale. Viggo Mortensen, divenuto ormai l’ attore feticcio del regista canadese, incarna perfettamente il suo personaggio trasfigurato nella manifestazione del male ma  di fatto rappresentazione stessa del Bene con tutte le controversie del caso. Nikolai (Viggo Mortensen) è marchiato interamente da simboli d’ onore attraverso i suoi tatuaggi che gli impediscono di andare contro le regole basilari che la malavita talvolta richiede di praticare, come gli stupri, gli abusi o gli sfruttamenti. Diviene quindi il difensore di tutto questo e il suo rapporto\incontro con Anna (Naomi Watts) è proprio basato su questa sua consapevolezza. Lei sarà per lui il tramite, attraverso cui lui potrà manifestare il destino che il suo personaggio da tempo aveva già tatuato sul suo corpo. E’ un percorso quello di Nikolai, forse salvifico, ma sicuramente verso il Bene e una sua rinascita. Ne funge da perfetta metafora la lotta interamente nudo nel bagno turco, molto cruenta e colma di suspense. Sarà durante questa sequenza che Nikolai dopo aver lottato finirà a terra sanguinante, ma vincitore, in posizione fetale , verso una nuova nascita. Per cento minuti Cronenberg crea un mondo dalle cupe atmosfere precarie e malavitose, nel quale i suoi personaggi e i suoi attori si muovono con lentezza e con la dovuta misura. Mai eccedendo nell’ enfasi delle urla, ma mantenendo tutto come strozzato in gola , come ad un vero noir si domanda. E il finale seppur apparentemente rassicurante, attraverso un’ inquadratura distante e che si interrompe improvvisamente non fa altro che comunicare allo spettatore l’ incessante e incombente pericolo di una probabile minaccia esterna. Sempre probabilisticamente presente.

(Il Giudizio dei Tatuaggi)


(Cronenberg istruisce Cassel )

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– An Education – 2010 – ♥♥ e 1\2 –

di

Lone Scherfig

L’ ingresso nella vita adulta della giovane Jenny (Carey Mulligan) non è di certo semplice e la sua istruzione (il termine inglese Education va tradotto appunto come istruzione e non educazione) si trova ad un bivio. Sarà il futuro programmato dai suoi genitori ad Oxford ad avere la meglio o la vita mondana e un pò libertina che il giovane ebreo David (Peter Sarsgaard) le offrirà a vincere? Il film, diretto dalla mano della danese Lone Scherfig e sceneggiato dal Nick Hornby di About a Boy, si incentra proprio su questo dualismo e ancor di più sul fraintendimento nel quale lo spettatore cade di frequente, durante la visione del film, nel valutare quale sia la corretta istruzione tra le due. Dipinge quell’ epoca di cambiamento e di indipendenza ideologica e sessuale che stava per nascere in Inghilterra. I Beatles e il loro beetle pop rivoluzionario stavano per nascere e Jenny vorrebbe cambiare il suo mondo ma l’ inevitabile finirà per avere il predominio sui suoi sogni di rivoluzione. An Education dipinge quella società di confine che ci ha fatto giungere fino alla nostra: dove ogni compromesso è accettato per raggiungere i propri scopi e l’ ambito sogno di ricchezza. Una società dove i valori morali iniziano a sgretolarsi e quell’ istruzione scolastica,che sicuramente ha avuto il difetto di essere troppo rigorosa, vedrà crollare la propria egemonia a discapito di una più appetibile prospettiva di vita basata sulle esperienze e i soldi. Come sostiene appunto l’ ambiguo David, interpretato da un Peter Sarsgaard molto bravo a instillare di attimo in attimo il dubbio nello spettatore, sarà la sua istruzione alla vita a tentare Jenny e il suo rigido mondo fatto di libri e scuola. Carey Mulligan è decisamente abile nell’ interpretare la quasi diciassettenne Jenny e i suoi reali 24 anni sono sicuramente un aiuto nel portare in scena un personaggio che ha voglia di crescere un pò troppo in fretta. La sua naturalezza e la sua semplicità sono sicuramente due delle caratteristiche che le hanno fruttato la nomination agli Oscar come migliore attrice e che in più di un momento del film la rendono una reincarnazione di Audrey Hepburn. Certo è che quest’ anno le candidature agli oscar sembrano voler a tutti i costi favorire la vittoria netta di Avatar perchè questo sentimentale An Education non può di certo reggere il confronto. Il suo aspetto decisamente patinato e la sua regia un pò retrò e decisamente non originalissima non potrebbero mai sconfiggere il colosso di Cameron. La semplicità e la patinatura con la quale l’ Inghilterra degli anni pre Teddy Boys si appresta ad uscire dal suo perbenismo sono infatti i principali difetti di questo film, che inoltre in più di un momento lo rendono noioso da seguire. Supportato, al contrario, da una sceneggiatura più che scorrevole, una recitazione decisamente al di sopra della media degli attori e una fotografia che assume diverse tonalità cromatiche tra Londra e Parigi.  Le sottigliezze dei personaggi sono ben strutturate: Jenny è infatti divisa tra  il suo amore verso le arti e la bellezza e la sua incapacità, dovuta alla giovane età, a non saperne correttamente mettere dei confini; mentre David, abile affabulatore ma che nell’ interno cova una profonda  insoddisfazione, come solo nel finale lo spettatore potrà scoprire. Anche i genitori di Jenny e in particolare l’ ottimo Alfred Molina sono molto bravi nell’ interpretare la frustrazione della classe medio borghese di quegli anni, che anzichè preoccuparsi della reale felicità della propria prole era più concentrata sul bene per il loro nucleo familiare o alle loro opportunità sociali ed economiche. Insomma tutti validi spunti quelli di Nick Hornby, che però non riescono nel risultato finale a imprimere una sensazione di memorabilità a questo film e lo condannano inesorabilmente al dimenticatoio.

( L' attimo della tentazione)

(Scegliere un' altra scuola)

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– Dorian Gray – 2009 – ♥  –

di

Oliver Parker

Oliver Parker sceglie la strada di rielaborare il celebre capolavoro di uno dei pilastri della letteratura mondiale come Oscar Wilde. Decide di non “sminuirlo” allo straordinario manifesto della letteratura e dell’ ideologia edonista, ma di renderlo un vero dark con tanto di presenza demoniaca finale ed effetti speciali degni di un horror. La domanda è : era veramente necessario solcare tale strada per rendere onore al romanzo del celebre scrittore oppure si tratta soltanto di una trovata puramente commerciale per introdurre il personaggio letterario a un pubblico soprattutto giovanissimo? Sicuramente il budget dietro c’è e non è da poco (se si ricordano le frequenti pubblicità su Italia 1, la tv dei giovani a detta di Mediaset), così come anche c’è l’ evidente tentativo di soffermarsi in particolari edonistici non a caso in linea con quelli della nostra società (come i piaceri sessuali). Ciò che nel romanzo di Wilde quindi è sottointeso, nel film di Parker è sempre in bella vista e già questo basterebbe per far inarcare un sopracciglio a tutti gli estimatori del romanzo. Ma il punto è che si tratta di un film e quindi bisogna analizzarlo come tale. Ed è proprio nel film infatti che Parker decide di usare tecniche molto di moda e decisamente giovanilistiche come i frequenti usi del dolly o i frequenti cambi di location che hanno come scopo quello di allietare la bellezza della fotografia e delle immagini sminuendo del tutto la forza della storia. La confusione in effetti è frequente quando ci si sente sballottati da un bordello della Londra vittoriana all’ altro, passando da un teatro malfamato a una residenza vittoriana con una facilità estrema e senza il minimo di raccordo visivo. I personaggi appaiono più come delle figurine messe lì e usate solo dal punto di vista visivo e per nulla da quello introspettivo. La matrice omosessuale del trio Dorian-Henry-Basil qui viene sviluppata in maniera semplicistica relegando il pittore Basil al ruolo dell’ omosessuale attratto da Dorian, il personaggio di Henry (un salvabile Colin Firth) viene visto come la guida di vita e Dorian (un impostato Ben Barnes) che decide di sporcarsi l’ anima saltando da una gonnella all’ altra. Alla fine quello che resta sono soltanto scene un pò glamour di sesso che fanno invidia al migliore degli spot di Dolce e Gabbana, e una musica fastidiosissima che vorrebbe trascinare l’ intero film in una sorta di pomposo inno alla giovinezza. Come se tutto questo non bastasse a deturpare il ricordo del vero Wilde e a confondere quello dei più giovani profani del vero personaggio dell’ opera letteraria il finale viene reso in chiave decisamente horror introducendo effetti speciali così di cattivo gusto da far rammentare l’ inarrivabile mummia computerizzata dell’ omonimo film (La Mummia di Stephen Sommers). Insomma al modernità ha un prezzo sembrerebbe voler dire Oliver Parker. Ma decisamente a volte sarebbe meglio non doverlo pagare noi spettatori.

( Piacere secondo Parker: Sesso, Sesso e poi ancora Sesso)

(Somiglierò al vero Dorian?)

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– Sherlock Holmes – 2009 – ♥♥ e 1\2 –

di

Guy Ritchie

Ci aveva già stupito Guy Ritchie con la sua spregiudicatezza e corruzione senza limite nei suoi film precedenti, ma in questo Sherlock Holmes forse ha un pò troppo esagerato. La cornice è quella di una Londra gotica ottocentesca dove la corruzione e la violenza raggiungono il loro culmine. Holmes sembra quasi un supereroe appassionato di arti marziali e con un suo pugno che uccide. Robert Downey Junior riesce a donare al suo personaggio una nuova faccia, sicuramente convincente, facendone risaltare il carisma e la deduzione che erano tipiche del noto investigatore londinese nato dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle. Al contrario sembra invece troppo marmoreo e bloccato dal suo doppiopetto Jude Law che del suo Dr. Watson non ne riesce ad imprimere nemmeno la goffaggine. Sherlock è privo del suo cappello e della sua mantellina che tanto lo contraddistinguevano ed è al contrario modernizzato dalle sue abilità nelle arti marziali, esplicate da Ritchie attraverso tecniche slow motion che molto traggono ispirazione dai videogames. La sua deduzione viene invece trattata dall’ ex marito di Madonna con una tecnica che ricorda i flashback di CSI, che va bene forse le prime volte ma diviene un tantino ripetitiva e fastidiosa se usata continuamente. La classicità che del personaggio di Holmes è arrivata ai giorni nostri celata soprattutto dai manierismi dei suoi gesti e abitudini viene resa sfarzosa da Ritchie, che sicuramente a conti fatti non si può dire abbia tirato fuori dal cappello una versione originale del noto investigatore. Infatti il film postmoderno di Ritchie trae spunto più che dai noti romanzi gialli di Doyle dalla trasposizione in fumetti di Lionel Wigram, che conferisce ad Holmes il ruolo di Bohemiene cancellando dall’ immaginario comune quello di bravo gentiluomo inglese. Quello spetta al solo Watson, che infatti risulta essere decisamente il personaggio più fuoriposto dell’ opera. Ma andando oltre il personaggio ben delineato e costruito su Downey Jr. ciò che più impressiona lo spettatore sono le ricostruzioni visive di una cupa Londra. Spicca il netto contrasto architettonico tra una città in piena rivoluzione industriale che ha al suo interno dimore per ricchi e ampi spazi edili affastellati di docks e cantieri navali di quello che è stato uno dei maggiori porti di scambio dell’ ottocento. Le donne del film sono le vere dominatrici silenti della storia. La bella Rachel McAdams raggira l’ astuto Holmes e la gelosissima Kelly Reilly tiene in pugno il suo Watson cercando di allontanare sempre di più il suo amato dottore dallo scapestrato investigatore. Tutto sommato un film per le famiglie che si lascia guardare con piacere soprattutto se immerso in un triste panorama filmico natalizio colmo di cinepanettoni. Ricorda i vecchi film per famiglie degli anni ’80, qui arricchiti da abili effetti visivi e ricostruzioni scenografiche di sicura attrazione. Esperimento più che sufficiente per l’ American-British Ritchie che dopo aver Americanizzato sè stesso tenta di fare lo stesso con il londinese Sherlock Holmes.

( Sherlock "Bruce Lee" Holmes)

(Watson spara attento a non uscire fuori dal suo doppio petto)

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– Parnassus – 2009 – ♥♥♥ –

di

Terry Gilliam

La relazione dell’ uomo con l’ immaginario e i mondi di fantasia sono da sempre stati dei temi cari al naturalizzato britannico Gilliam. Fin dai tempi di Brazil si evinceva la sua sicura attinenza al genere e la spiccata capacità del regista nel trasformare le immagini in infinite fantasie senza alcun freno. Ed è è proprio su questa enorme potenza visiva che si incentra l’ ultima “fatica” dello scomparso Heath Ledger. Immagini che creano un mondo di fantasia attraverso uno specchio nel quale è possibile scegliere non solo tra bene e male, ma soprattutto sulla vera qualità dei sogni: se desideri senza confini che porteranno alla rinascita o semplici soddisfazioni temporanee che porteranno a bruciare nel fuoco eterno. Lo sfondo è una Londra odierna avvolta da atmosfere cupe, tetre e ciniche le cui strade sono attraversate dal carrozzone itinerante del Dottor Parnassus che si esibisce accompagnato da un nano, una giovane donna e un ragazzo nel suo Imaginarium. Per anni il dottor Parnassus si è divertito a giocare con il Diavolo celato sotto le vesti di Mr Nick (un perfetto Tom Waits) che però adesso è pronto a riscuotere il suo pegno: Valentina, la tanto ambita sedicenne figlia di Parnassus. Terry Gilliam ha dovuto affrontare non pochi problemi nella produzione del suo film: il principale è stato ovviamente la prematura e tragica scomparsa del suo attore protagonista Heath Ledger che lo ha portato a dover modificare la sceneggiatura inserendo tre nuovi attori (Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrel). Quella della relazione tra spettacoli teatrali itineranti e mondo fantastico è stato un tema caro a Gilliam fin dai tempi de Le avventure del barone di Munchausen. Questa volta non si è risparmiato il regista americano naturalizzato britannico, dando sfogo ad un universo fatto di luci e colori maestosi e allo stesso tempo visionari e surreali si vola in universi in bilico tra la realtà e la finzione, tra la vita e la morte. L’ opera rimaneggiata è stata alla fine dedicata allo scomparso Ledger. I tre attori che si sono prestati a compensare la mancanza dell’ attore scomparso hanno devoluto i loro compensi alla figlia del giovane attore defunto. Mischia più volte le carte in tavola Gilliam lasciando allo spettatore la soluzione su quale realmente sia il senso delle visioni surreali del mondo immaginario di Parnassus. Resta il rammarico di non poter mai vedere quale realmente fosse il progetto iniziale di Gilliam di un’ opera che è in maniera decisamente evidente rimaneggiata e che seppur ben “rattoppata” dai “fasti” interpretativi del trio Farrel-Depp-Law ha proprio nella sceneggiatura, a tratti confusionaria, le sue più palesi lacune. Il mio personale dubbio è se questo ricorso ai tre attori sia stato realmente necessario ai fini del plot poichè almeno due tra loro sono protagonisti di bizzarre sottostorie che per quanto belle da vedere non risultano sicuramente necessarie. Decisamente alla fine si esce dalla sala un pò confusi: sia perchè le aspettative erano alte, sia perchè si è consapevoli che la morte di Ledger sarà la principale causa dei grandi incassi di questo film. La domanda è : sarebbe stato lo stesso successo se il premio Oscar per il superbo Joker di Batman fosse ancora tra noi nel nostro mondo reale? O il mondo immaginario del visionario ex Monthy Pyton avrebbe rischiato il dimenticatoio? Forse per i fan più accaniti di Gilliam non sarà così ma sicuramente non è lontano il ricordo del suo Brazil o dell’ ottima sua favola nera Tideland con i quali il genio creativo del regista americano si è forse confrontato in maniera più esaudiente. Insomma ai sicuri numerosi spettatori l’ ardua sentenza.

( Ledger davanti allo specchio dimensionale dell' Imaginarium)

(Parnassus ancora una volta sfidato dal Diavolo)

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– Match Point – 2005 – ♥♥♥♥

di

Woody Allen

 

Meglio avere fortuna che talento. Fin dai primi istanti del film la firma di Allen è riconoscibile non da elementi evidenti, ma proprio in questa riflessione cinica su una delle tante banali quanto amare verità della vita moderna. Il protagonista principale della nostra storia non sembrerebbe poi così fortunato, almeno all’inizio. Chris Wilton (Jonathan Rhys-Meyers) è un giovane irlandese trasferitosi a Londra in cerca di successo e di una vita migliore di quella a cui le sue umili origini lo avrebbero relegato. Dopo aver rinunciato alla sua promettente carriera di tennista comincia a fare il maestro di tennis in un club londinese di alto livello, dove conosce Tom Hewitt (Matthew Goode) e sua sorella Chloe (Emily Mortimer), rampolli di una ricca e potente famiglia. Ben presto Chloe si innamora di Chris, che così si assicura facilmente e velocemente un posto di riguardo al più alto livello della società londinese con annessi nuovo lavoro e ottima posizione economica, in pratica tutto ciò che aveva sempre desiderato.  Ma lungo la sua scalata sociale il fortunato Chris si imbatte nella seducente Nola (Scarlett Johansson), aspirante attrice e fidanzata di Tom. Subito Chris intuisce che loro due, in quella famiglia di ricchi privilegiati, sono simili: anche lei parte dal nulla e desidera tutto. Nel breve dialogo e negli sguardi tra i due al loro primissimo incontro c’è già tutta la passione di due futuri amanti  e la tensione di due avversari che si studiano. La fortuna privilegia Chris tra i due, così mentre lui mette su famiglia con Chloe – di cui non è assolutamente innamorato – e migliora sempre di più la propria posizione economica e sociale, Nola viene brutalmente mollata da Tom. Chris non saprà poi scegliere tra la passione che prova per Nola e la rassicurante sicurezza e serenità della vita con Chloe e la sua famiglia, e messo sotto pressione sarà costretto a escogitare una terribile via di fuga da una situazione divenuta insostenibile, il vero delitto perfetto, anche se solo per merito del gioco del destino. Rispetto a Crimini e Misfatti – di cui sembra riprendere le tematiche, seppure con un finale diverso – in questo film appare subito chiaro che c’è stata un’evoluzione, soprattutto in merito alla caratterizzazione dei due coprotagonisti, Chris e Nola. C’è il percorso simmetrico dei due, che vivono in equilibrio tra un’ inestinguibile attrazione per le emozioni forti e il bisogno di sottostare alle convenzioni di un mondo cui non appartengono, e che alla fine prevarrà su tutto il resto. Il fatto che da un po’ di tempo (e di film) Allen non parli – ironizzi – più della sua Manhattan, e che abbia addirittura spostato su Londra la sua attenzione per portare avanti queste indagini sulla natura umana non deve sviare: a mio parere non si tratta di un vero e proprio cambio di stile ma del bisogno – esito comprensibilissimo se non necessario della sua filmografia precedente – di guardare quella stessa realtà – e cos’altro, se non l’uomo occidentale moderno, con le sue paure, i suoi bisogni e le sue nevrosi – da una prospettiva diversa. Di trattare gli stessi temi, rimescolando le carte. Altrove hanno parlato di fruttuosi debiti culturali nei confronti di grandi maestri come Robert Altman, addirittura Ingmar Bergman o Alfred Hitchcock. Senza andare troppo lontano, mi sembra evidente come la solita ironia corrosiva qui lasci il posto a un atteggiamento volutamente distaccato, “altro”; i toni sarcastici della commedia pungente, ma tutto sommato leggera, lasciano il posto a quelli più sofisticati del thriller che poi vira addirittura in dramma. Allen qui si è spostato interamente dietro la macchina da presa (sceneggiatore e regista), impegnato completamente nello sforzo di lasciare che le cose accadano davanti a lui senza interferire. E’ un’introspezione psicologica quasi da studioso, che non lascia spazio a un coinvolgimento da parte di chi sta raccontando la storia, e che mi fa pensare a un qualche tipo di esperimento antropologico o scientifico da parte di chi al microscopio tenta di sezionare la casualità delle vicende umane. Lo spostamento del punto di vista si accompagna a uno spostamento di senso e di sentire: dal jazz/swing si passa alla musica operistica (come la celebre interpretazione di Enrico Caruso dell’aria Una furtiva lagrima, dall’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti ); la città che fa da sfondo all’intera vicenda è una Londra descritta da un newyorchese (Allen), così come appare ad altri due stranieri, il fortunato irlandese Chris e l’ americana, meno fortunata, Nola. In questa storia un atteggiamento fatalista e cinico prevale su tutto il resto, e l’attenzione non è più solo sulla natura umana, ma sui giochi del destino, sulla fortuna, e sulle reazioni della natura umana a queste variabili incontrollabili e proprio per questo spaventose. Inoltre l’ironia di Allen, qui divenuta più raffinata e tagliente, si cela tra le pieghe della narrazione e in particolari che certamente non saranno sfuggiti ai più attenti; si noti, ad esempio, come il fatto che a macchiarsi di un “delitto senza castigo” sia proprio un irlandese cattolico, che sfuggendo a una meritata punizione del suo misfatto si è “condannato a vita” da solo (e sarà poi lo stesso Allen a sottolinearlo in un’intervista, parlando di una vera e propria “ comicità cosmica universale”). Ancora, la scena del delitto commesso da Chris parrebbe ricordare quella dell’omicidio di Delitto e Castigo (di Fedor Michailovic Dostoevskij). A questo punto sembrerebbe che il punto vincente, in una partita di tennis come nella vita, sia davvero solo una questione di fortuna. Ma c’è ancora qualche cosa che consola da questa terribile verità, ed è il fatto che anche la fortuna ha un prezzo. Allen ce lo lascia intravedere quasi distrattamente sul finale: Chris gode dei frutti del suo crimine,  ma paga in termini di coscienza e di sensi di colpa, e pagherà per tutta la vita.

David di Donatello 2006 come migliore film europeo.

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(Chris: Di un pò: che cosa ci fa una bella giocatrice americana di ping pong 
in mezzo all'alta società britannica?
Nola: Te l'ha mai detto nessuno che giochi molto pesante?)
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(Chris deve scegliere a chi mentire..a Nola o a Chloe ..)

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