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Posts Tagged ‘Kristin Scott Thomas’

– Nowhere Boy – 2010 – ♥♥ –

di

Sam Taylor-Wood

Sam Taylor-Wood, alla sua opera prima, decide di costruire un bio-pic  che non sia scontato sul maestoso John Lennon. Non ci spiega quindi come abbia fondato quello che poi diventerà uno dei gruppi entrati nella storia del Rock mondiale, ma decide di narrarci le prime turbe da teenager di un giovanissimo Lennon in conflitto tra due importanti figure della sua vita. La vera mamma, Julia (Anne-Marie Duff), che lo abbandonò quando era ancora un bambino e la zia Mimi (un’ arcigna Kristin Scott-Thomas), che si è presa cura di lui in maniera un pò troppo rigida. Questa storia sull’ adolescenza di Lennon è stata ispirata dal libro scritto dalla sorella del noto cantautore Julia Baird (Growing Up with My Brother John Lennon) e ci evidenzia un giovane John perfettamente inserito in quella generazione ribelle britannica che emulava miti come Elvis Presley e il loro look dai capelli impomatati di brillantina. E forse è proprio questo volerlo rendere meno speciale di quello che invece poi Lennon è diventato ad essere il vero limite di Nowhere Boy. Infatti i toni e le sequenze del film finiscono per diventare fin troppo statiche e banali. Anche la recitazione del protagonista Aaron Johnson è decisamente al di sotto le aspettative e non permette di delineare, come forse il film avrebbe meritato, l’ introspezione psicologica del personaggio Lennon in balia ai conflitti Edipici e ai primi turbamenti sessuali giovanili. Al contrario le due protagoniste femminili sono molto brave ( Kristin Scott Thomas in maniera particolare), a tal punto da rubare la scena al vero protagonista di questa biografia giovanile. Cosa resta quindi di un bio-pic quando quello che dovrebbe essere il vero mattatore viene totalmente oscurato da tutti i suoi con-primari? Quel che accade è che la storia scivola via in maniera piatta e anche quelle idee che sembravano potenzialmente esser buone, risulteranno essere banali rivelando all’ intero film delle atmosfere scontate da filmetto di serie B. Certamente godibile e con certi picchi, soprattutto nel finale, notevoli, ma pur sempre nella media. Resta al di sopra della media la colonna sonora, senza dubbio scelta con cura, perchè non include alcun pezzo degli originali Beatles, ma solamente quelli che erano i  grandi successi rock di quegli anni e i primi ruspanti brani di Lennon e la sua prima band adolescenziale. La regista Sam Taylor-Wood veniva da un passato da artista concettuale come fotografa e videortista, ma ha voluto riservare per il suo esordio cinematografico qualcosa di nettamente più lineare e “normale”. Il non aver osato fidarsi della sua concettualità forse è stato il suo maggior difetto in Nowhere Boy.

( Lennon e il suo complesso Edipico)

( Un giovanissimo Paul McCartney introduce Lennon ai primi accordi)
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– Un Matrimonio all’ Inglese – 2009 – ♥♥♥ e 1\2 – 

di

Stephan Elliot

Vi siete stufati delle solite commedie di lana grossa e logora e nel vostro cinema non proiettano i films dei Monty Python da anni? Allora ecco l’occasione di gustare una english comedy dal retrogusto torbato di whisky australiano come il regista Stephan Elliott. Dopo quasi nove anni dal suo ultimo lungometraggio The Eye complici disgrazie fisiche e flop, il regista di Priscilla, la regina del deserto torna alla ribalta mondiale scrivendo una sceneggiatura a quattro mani con Sheridan Jobbins, da un soggetto di Neil Coward, che aveva già trovato la via del cinema nel 1928 con un film muto Virtù facile diretto da niente meno che da Alfred Hitchcock. Non mi dilungherò sul confronto perché difficilmente si trovano film così differenti. Siamo nell’Inghilterra del primo dopoguerra che voleva tornare a sorridere dell’effimero e ad innamorarsi senza se e senza ma. Due ragazzi s’incontrano e si sposano in un batter di ciglia, ma non hanno fatto i conti con la famiglia di lui, ormai governata da un plumbeo matriarcato vista la depressione postbellica del padre, un Colin Firth votato al manierismo di se stesso. Il confronto tra la bigotta risacca di una nobiltà in declino della madre e la spavalda ignoranza yankee fatta di orgoglio e buoni sentimenti della ragazza sarà il tormentone del film, oliato alla perfezione da dialoghi ficcanti e sottilmente spassosi. Le figure maschili sono relegate a timidi sparring partner, seppur viene concessa nel finale un’ininfluente reazione d’orgoglio. Questo è uno dei motivi che mi hanno spinto al paragone con Johnny Guitar di Nicholas Ray anno di grazia 1954. Per primo disse al mondo che anche le donne potevano essere protagoniste di un western, un genere inflazionato dalla presenza maschile. Allora Joan Crawford aderì magistralmente al ruolo di Vienna, una donna pronta a tutto pur di difendere il suo saloon, come avrebbe fatto né più né meno un esperto cowboy. Nessuna delle due mattatrici di Easy Virtue (storpiato dai distributori italiani con Matrimonio all’inglese, credendo forse di resuscitare De Sica) imbraccia fucili con toni stentorei, ma si spartiscono equamente le caratteristiche di Vienna/Joan Crawford. Interpretata da una Kristin Scott Thomas scafata e nella piena maturità professionale, la madre senza fronzoli estetici e morali e poderosa nelle invettive. Dall’altro lato della barricata , l’outsider Jessica Biel, finalmente senza le vesti di figlia ribelle di reverendo o di vittima ginnica, dà corpo alla vedova/sposa che si fa forte della sua conturbante femminilità e sfodera il coraggio e la generosità recitativa di una veterana. Scandalosamente (ma oramai ci abbiamo fatto il callo), l’Academy Awards non lo ha degnato neanche di una nomination per le parti tecniche, quali scenografia e costumi in grado di catapultare con merito lo spettatore nel contesto storico di un’Inghilterra a metà tra curiosità artistica (vedi le diverse ale tematiche del castello dei Whittaker) e restaurazione stilistica (vedi la stanza da letto dei novelli sposi). L’unico difetto, ma tra qualche anno verrà tramutato in pregio, l’inserimento di scene d’azione come la tradizionale caccia alla volpe, rivisitata con Jessica Biel in motocicletta al ritmo di Sex bomb di Tom Jones. Nell’economia del film direi che possa considerarsi un peccatuccio veniale, dato che potrebbe celarsi dietro mentite spoglie una parodia queer dei costumi britannici. Consigliato a tutte le ore del giorno, soprattutto quando la lancetta delle vostre energie indica la riserva da qualche giorno.

( La vecchia Inghilterra avvista il nemico)
(...la nuova eccentrica yankee ricambia il saluto)

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