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Posts Tagged ‘kasia smutniak’

– La Passione – 2010 – ♥♥♥ –

di

Carlo Mazzacurati

Il Cinema italiano, come il regista italiano Gianni Dubois (Silvio Orlando), protagonista di questo film, è in crisi. Sembra ormai che nessuna storia possa essere veramente degna di nota per il grande schermo e che molti registi si ritrovino, per campare, a seguire progetti di fiction di bassa lega con le varie attricette più in voga. Gianni Debois però è vittima di uno spiacevole incidente che lo costringerà a mettere in scena per un piccolo borgo Toscano una rappresentazione della Sacra Passione di Cristo. La passione è un film che si nasconde sotto la sua più palese categorizzazione da commedia, invitando invece a riflettere sul cinema drammatico e più profondo che oggi viene ormai considerato non redditizio da molte case di produzione. Alcune trovate comiche del film risultano forse un pò troppo ovvie e scontate ma se non ci si sofferma solo a quelle non si può arrivare a capire che il film vorrebbe rendere onore a tutti quegli artisti che continuano a dare l’ anima per la loro arte preferita, coerentemente al loro personale senso di profondità. La fotografia del solito e mai deludente Luca Bigazzi, spicca nel dipingere la scena quasi come fosse un quadro rinascimentale sullo sfondo delle colline Toscane che già di suo ci mettono un bel pò. Corrado Guzzanti è come sempre perfetto nell’ interpretare questa volta il ruolo di un attoruncolo di provincia, conosciutissimo nella sua regione, dalle doti recitative ben al di sotto della media ma al quale viene forzatamente assegnato il ruolo principale del Messia. Contrapposto a lui c’è un molto convincente Giuseppe Battiston che rappresenta un pò il ruolo dell’ attore non caricaturale e spinto da una vera e profonda passione ma che per svariati motivi non riesce ad esprimere al meglio le sue doti. Nella parte iniziale il film forse scivola su battute e risate molto prevedibili (non tutte, come ad esempio il brillante espediente che il personaggio interpretato da Battiston usa per supplire alla mancanza di fotocopiatrici funzionanti nel piccolo paese) ma è nella seconda parte del film che la sceneggiatura inizia a prendere un senso definitivo arrivando anche grazie al perfetto ensemble di attori a commuovere. Solo nella parte finale del film si arriva a cogliere quel significato metaforico della nostra Italia, nella quale i sogni difficilmente sopravvivono e spesso la frustrazione prende il sopravvento manifestandosi sotto la sgradevole forma di arroganza e senso di superiorità. Quello stesso finale nel quale una voce di giustizia e speranza risuona da parte di uno dei giovani del paese, come a voler risvegliare tutte le altre menti sopite , invitandole a mutare il loro atteggiamento sprezzante nei confronti di coloro che hanno delle debolezze. Perchè oggi è molto facile ridere di tutto questo ma è molto più difficile invece saper cogliere la passione per la vera arte dentro ognuno di noi.

( Dubois alle prese con la sua Passione)

( Il Messia-cane)
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– Barbarossa – ♥  –

di

Renzo Martinelli

Parlare di Barbarossa, il nuovo film kolossal di Renzo Martinelli voluto tanto dalla Lega Nord, esulandolo dal dibattito politico e dalla sua produzione costata ben 30 milioni di dollari sarebbe impossibile perchè un film va anche giudicato per il suo lato produttivo e non solo come dice il regista brianzolo stesso “se da emozioni o meno”. Tanto per iniziare il titolo è la prima cosa che trae in inganno lo spettatore perchè ci si accorge ben presto che il vero protagonista non è Federico I Von Hohenstaufen detto il Barbarossa (Rutger Hauer) ma l’eroe milanese (peraltro leggendario) Alberto da Giussano (Raz Degan). E l’ intero film è costruito per rendere onore a quel personaggio che non si sa se sia davvero esistito ma che la Lega Nord tanto detiene a modello. Tecnicamente c’è decisamente molto rammarico guardando Barbarossa perchè ci si accorge che è realizzato sicuramente per essere un kolossal con immagini e sequenze di forte impatto visivo. Ma quale è il senso? Perchè viene continuamente ripetuto il motto di memoria Gibsoniana “Libertà” e perchè continuamente vengono propinate agli occhi dello spettatore bandiere di Milano o sottolineato il concetto che la Padania deve unirsi contro la tirannia dei padroni (nel caso del film l’ Imperatore, oggi Roma ladrona) se non a causa del loro significato politico? E’ noto a tutti infatti che nel medioevo di Barbarossa non esisteva nessun concetto di Padania. E’ molto facile quindi realizzare un film con sensazionali seppur scontati effetti visivi, combattimenti alla Braveheart o eroismi alla Giovanna d’ Arco. Ma se poi tutto questo deve finire per essere politicizzato allora che senso ha con il cinema? Ancor di più se i soldi utilizzati per realizzare questo progetto vengono dalla nostra Rai e quindi dalle tasche di noi contribuenti? Il Barbarossa di Martinelli è una continua metafora delle ideologie leghiste soprattutto nella sua sceneggiatura che è il vero tasto dolente dell’ intera opera. Uno script che contiene continui riferimenti alle politiche del Carroccio sia nelle frasi che nelle ricostruzioni delle location (quando Barbarossa arriva a Roma la trova afflitta dalla peste). Ne sono un esempio frasi come: “Milano è la porta per la Sicilia” o ” Non portateci via i nostri soldi richiesti per le tasse di Roma” o ancora” Dobbiamo unire la Padania in una lega che sia più forte degli stranieri che vogliono invadere le nostre terre” . Il film viene salvato dal totale tracollo solamente dalla presenza di un cast sicuramente al di sopra delle pretese sceneggiative che vanta la presenza di un Farid Murray Abrams (vincitore del premio Oscar per l’ Amadeus di Milos Forman) nei panni del milanese traditore , una Kasia Smutniak che risponde bene alla prova interpretativa di una donna al limite tra la follia e la stregoneria e un Raz Degan doppiatissimo nelle vesti dell’ eroe da Giussano. Ma tra tutti sicuramente il migliore è il noto Rutger Hauer nei panni dell’ imperatore tedesco che affronta con freddezza un ruolo che sicuramente non è caratterizzato come si dovrebbe. E’ infatti anche l’evoluzione psicologica dei personaggi che di certo lascia spazio a non poche perplessità. L’eroe milanese interpretato da Degan infatti scena dopo scena muta sempre di più da un personaggio semplice e pacato a un condottiero assetato di sangue (e di Libertà??!) che sfodera sguardi arcigni e occhiate piene di sete di vendetta. Nei combattimenti Martinelli dà sfogo a tutta l’ ira dei personaggi non badando assolutamente a porre freni alla crudeltà dei corpo a corpo o agli spargimenti di sangue. E se sono più crudeli tanto meglio. Esaltano di più la folla dei facinorosi padani. E purtroppo basta farsi un giro su youtube per constatare quanto questa esaltazione per la violenza, per la lotta e per il sangue sia in voga tra i militanti padani durante la presentazione del Bravehearth della Lega Nord (Barbarossa).

(Bandiere di Milano in bella vista un pò sempre)

( Uno dei frequenti sguardi arcigni di Raz Degan alias Alberto da Giussano)

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– Tutta colpa di Giuda – 2009 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Davide Ferrario

Quando nel panorama del cinema italiano assistiamo a certe perle rare non si può non restare indifferenti e concedere un segno di plauso a registi come Davide Ferrario. Con l’ausilio di riprese che sanno benissimo fondere lo stile del documentario con quello della finzione cinematografica il suo Tutta colpa di Giuda è un film che pur parlando della situazione nelle carceri finisce per sottoindendere un profondo significato sulla religione. Ambientato quasi interamente nel carcere delle Vallette a Torino il film narra  di una giovane regista di teatro sperimentale, Irina (Kasia Smutniak), che accetta di allestire proprio all’interno della struttura penitenziaria una rappresentazione teatrale usufruendo delle sole prove recitative di alcuni detenuti. Ma ben presto Irina si troverà a dover affrontare le pressioni di don Iridio, il prete del carcere, che vuole a tutti i costi mettere in scena la passione di Cristo ma inizialmente anche quelle del direttore del penitenziario (Fabio Troiano) che ha paura del rischio che possa esserci nel fare appassionare troppo dei detenuti alla vita e quindi anche conseguentemente alla libertà. E proprio la libertà diventa un tema fondamentale del film e finisce per fondersi oltre che con il desiderio dei carcerati anche con quella della religione. L’interpretazione del vangelo usata da Irina per costruirne il suo musical recitativo è interamente liberamente reinterpratato attraverso il mondo laico e antiomologato di Ferrario che nel personaggio di Kasia Smutniak trova il perfetto alter-ego. E sarà proprio sfidando le convenzioni del prete moralista don Iridio e superando le frecciatine dell’ acida suor Bonaria (Luciana Littizzetto), che è intollerante dai calendari delle modelle seminude dei detenuti allo stesso modo che dalle preghiere buddiste, che Irina offrirà ai detenuti un diversivo artistico che si rivelerà essere il loro vero elemento salvifico. Al contrario dell’elemento salvifico basato sulla sofferenza e sull’espiazione attraverso la sofferenza, che la morale cattolica vorrebbe imporre ai suoi discepoli proprio portando ad esempio il sacrificio del Nazareno e il sacrificio di Giuda. E straordinario è anche come venticinque detenuti si siano trasformati in attori così reali da portare lo spettatore a non distinguere più quali nel film siano i veri attori e quelli invece che si limitano a impersonificare se stessi e la loro stessa condizione di prigionia. Gli stessi detenuti che proprio grazie all’ arte cinematografica e alla possibilità data loro da Ferrario si trasformano da squallidi e tristi ammassi di carne immobili a geniali danzatori e musicisti improvvisati mescolando il concetto di libertà con la magia della musica e della colonna sonora di questa brillante commedia. Io stesso non ho potuto fare a meno  di acquistare la colonna sonora (I Marlene Kuntz tra tutti sono autori principali di questa), vero punto di forza aggiunto in questo raro esempio di buon cinema nostrano. Cecco Signa diventa, con la sua rappeggiante canzone Tutta colpa di Giuda, il simbolo musicale della situazione dei carcerati come di quella religiosa e ben si fonde tra i detenuti. Quella situazione carceraria che da Ferrario non viene trattata in termini eroici o in termini di recupero ma solamente come un’ annoiata realtà nella quale gli abitanti di questa stessa ( i carcerati stessi) altro non fanno che fingere di comportarsi bene davanti ai loro custodi o di seguire fintamente la morale religiosa imposta dai moralisti guardiani della fede (preti o suore carcerarie). In un mondo dove ormai Giuda ha preso il comune significato di infame o di traditore Davide Ferrario aiuta a riflettere su come senza quell’apostolo la chiesa stessa non avrebbe potuto avere il suo Salvatore. Fa riflettere sul perchè la croce debba per forza avere quel significato di sofferenza attraverso la quale è solo il dolore e la sofferenza che portano all’espiazione e la porta invece ad assumere un significato di trampolino di lancio utile per spiccare il volo in una società nella quale è più semplice emarginare. Ottimi i due protagonisti: Fabio Troiano è abile a usare l’ironia del dialetto napoletano come abile spunto per riflettere su importanti tematiche carcerarie, mentre Kasia Smutniak abilmente costruisce un personaggio anticonformista che confida nell’arte come unica fede laica che possa offrire un’ utile alternativa leggera, magica e sognante rispetto a quella dolorosa e pesante che spesso la fede religiosa provoca. Spontaneo, filosofico e magico Tutta colpa di Giuda si pone senza dubbio come una delle rare  produzioni che ci rendono orgogliosi del cinema italiano.

(Signorì per sopravvivere qua dentro bisogna fare il morto)
(Tu dimmi adesso chi era l'idiota il Nazareno o Giuda Iscariota?)

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