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Il nome del figlio di Francesca Archibugi (2015)

Non so proprio da dove cominciare. Non vedevo la necessita’ di un remake del francese “Le Prenom” (titolo italiano: ”Cena tra amici”) di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, tratto dalla loro stessa piece teatrale. Badate bene, non perche’ ero spinto da chissa’ moto nazional-socialista o perche’ avessi disprezzato il film transalpino: tutt’altro. Film pur non molto originale nella messa in scena, ma ricco di contenuti e scritto con vivida ispirazione, riusciva a non perdere molto della propria freschezza nel passaggio dal sipario alla tendina. Non voglio dilungarmi troppo nel parlare del film francese, ma credo sia doveroso per poter descrivere cosa proprio non ha funzionato nella versione italiana che prende il titolo di “Il nome del figlio” di Francesca Archibugi scritto da Francesco Piccolo. I due film sono pressoche’ identici, anche perche’ gli elementi nuovi nella scrittura italiana hanno lo stesso identico effetto di una proprieta’ commutativa. Sinceramente da uno sceneggiatore come Francesco Piccolo (“Paz!”,“Il Caimano”, “Capitale Umano” tra gli altri) ci si aspetta un adattamento molto meno organico al testo originale ma piu’ organico con quella che e’ l’attualita’, e il testo francese gli dava una ghiotta opportunita’ visto che andava a scardinare I “dogmi” della gauche, tutta presa dalla correttezza di un buon lessico solo quando necessario. Riflesso su se stessa, proteso dunque all’autocompiacimento anche il centrosinistra ai tempi di Renzi, sarebbe stato terra di conquista per una qualsivoglia critica, ma l’unico aspetto che riesce a cogliere e’ l’abuso dei social network, twitter nella fattispecie, nel personaggio interpretato da Luigi Lo Cascio, ai minimi della sua pur dignitosa carriera. Il film e’ uscito da poco piu’ 10giorni per cui non conosco ancora I risultati definitivi al botteghino, ma una cosa e’ certa: si tratta solo di una mera operazione commerciale, una paraculata per dirla alla romana. La Motorino Amaranto, casa di produzione “indipendente”, alla quale fa capo Paolo Virzi’, forse per rientrare dei soldi investiti per “Capitale Umano”, forse come Virzi’ per fare il salto di qualita’ nel cinema di distribuzione mondiale (ossia papabile per le nominations degli Academy Awards ndr), prova a seguire il filone o la tendenza aperta da Luca Miniero quando ha diretto “Benvenuti al Sud” e “Benvenuti al Nord”, anch’essi derivati da un corrispondente francese (ma guarda che coincidenza!) “Bienvenue chez les Ch’tis” (titolo italiano “Giu’ al Nord”) di Dany Boon. Mentre Miniero, onestamente fa quello che andava fatto ossia incollare alle esigenze del pubblico italiano una commedia fresca ma piena di luoghi comuni delle “non” differenze tra il Nord e il Sud del BelPaese servendosi di due caricaturisti come Bisio e Siani, l’operazione commerciale condotta dalla triade Virzi’-Archibugi-Piccolo non dice niente, farnetica qualcosa, ma non ha l’interesse a dire niente di nuovo neppure quando prova a confrontare I nostri tempi agli anni settanta/ottanta, forse l’unico elemento non dico nuovo, ma almeno diverso dall’originale. Se poi anche inserire una gopro-giocattolo (almeno da’ finalmente un punto di vista diverso nella marmellata spacciata per messa in scena tramite qualche steadycam), un twitter-addicted e il vero parto cesareo della pur sempre generosa Micaela Ramazzotti, significhi stare al passo con I tempi, allora siamo di fronte ad un punto di ritorno: la stasi di chi non ha piu’ fame di raccontare alcunche’. Di questo obbrobrio, perdonatemi la franchezza, rimangono la magistrale direzione dei bambini, ormai marchio di fabbrica della Archibugi e il tributo a Lucio Dalla con di fatto il videoclip inedito di “Telefonami tra vent’anni”, che almeno regala un tocco di classe e leggerezza amara a questa deriva di stasi creativa, che a poco a poco sta travolgendo anche gli ultimi capisaldi di una nostrana cinematografia d’autore. Rimane infatti il fortissimo rammarico nel notare che il film e’ stato conferito del titolo di interesse culturale nazionale, ovvero e’ stato in parte prodotto con soldi pubblici. Fa molto male considerando che spesso non ci sono fondi pubblici per la manutenzione del patrimonio artistico italiano, ma soprattutto anche perche’, almeno inizialmente, questo strumento veniva adoperato per finanziare le opere prime e lo sa bene Francesca Archibugi, alla quale meritatamente nel 1988 venne concesso per sovvenzionare il suo film d’esordio, “Mignon e’ partita”. Curiosamente il caso volle all’epoca che fosse l’unico lungometraggio citato per il buon utilizzo di questi finanziamenti pubblici. Altri tempi, altra fame di “cultura”.

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– Cose dell’ Altro Mondo – 2011 – ♥♥ e 1\2 –

di

Francesco Patierno

L’ idea alla base dell’ ultimo film di Francesco Patierno, Cose dell’ altro Mondo, è sicuramente interessante e oltre ad essere una commedia farebbe subito pensare a un intreccio fantapolitico. In effetti l’ idea di un Veneto , realmente “invaso” da immigrati che apportano forza lavoro e quindi produzione a una regione, non è molto distante dalla realtà. Francesco Patierno entra con il suo film in questa realtà mostrandoci come la ipotetica scomparsa della forza lavora data dagli extracomunitari al nostro Paese finirebbe per paralizzare il normale svolgimento della quotidianità. Ecco allora che senza spazzini o badanti, la sua visione dell’ Italia è quella di strade invase dall’ immondizia o di anziani in balia a loro stessi che vagano per le strade della città senza meta e senza alcuna assistenza. Questa allegoria sociale, della quale Patierno si fa portatore col suo film però non approfondisce il problema politico nazionale ma si limita solamente ad esternarne delle conseguenze superficiali e macchiettistiche. Il personaggio interpretato da Diego Abatantuono è poco più di uno stereotipo leghista, nordico e un pò sbruffone, ruolo che lo stesso attore in virtù del suo poliedrico passato non avrà avuto alcuna difficoltà ad interpretare. Anche il poliziotto romano un pò sfortunato e abbandonato dalla moglie, interpretato da Valerio Mastandrea, sembra non essere approfondito con sufficienza e viene decisamente salvato dalla bravura che lo stesso attore ha nell’ interpretare questo genere di personaggio un pò maldestro. Il personaggio paradossalmente che sembra più efficace è quello del tassista, interpretato dal molto veneto Vitaliano Trevisan, che sa bene esprimere quell’ ignoranza che spesso contraddistingue il nostro tessuto sociale razzista e che come unica via di sfogo ha spesso quello della violenza. Valentina Lodovini, al contrario, poco può fare di convincente nell’ interpretare il suo ruolo da maestra di ideali progressisti, e  oltre a sfoderare il suo sorriso e la sua notevolissima bellezza in pratica non riesce a lasciare un marchio evidente alla narrazione. La fotografia del film risulta spesso piatta non apportando nessun tipo di originalità al film. Sicuramente il regista ha voluto attraverso la commedia indagare un fenomeno molto attuale come quello dell’ immigrazione, ma il risultato è che nella sua commistione tra surreale e comico ne deriva uno sguardo un pò superficiale di quello che è questo importante problema nostrano. Anche il tema della gravidanza interrazziale finisce per diventare solamente un pretesto per l’ esplicarsi della storia d’ amore tra i due protagonisti interpretati da Mastandrea e dalla Lodovini, non indagandone mai a fondo la problematicità di integrazione. Non sono esenti alcune evidenti incertezze sul piano sceneggiativo, come la scena in cui Ariele (Valerio Mastandrea), appena dopo la tempesta notturna che fa scomparire gli immigrati, esce fuori di casa dapprima solo in biancheria intima; poi accorgendosi di ciò ritorna in casa, ma invece di prendere un qualsiasi paio di pantaloni (scelta che a quel punto sarebbe stata ovvia) , prende solo una vestaglia e torna fuori, pur sempre in mutande. Scelta che di certo strappa un sorriso nello spettatore, ma che risulta un pò poco credibile. Tipico esempio, questo film, di buona idea, ma non sviluppata in pieno.

( Un Abatantuono macchiettistico e razzista)
 
( In Vestaglia per strada...)

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– Mangia Prega Ama – 2010 – ♥ –

di

Ryan Murphy

La prima domanda che mi sono fatto (dopo un sussurrato “finalmente!!”) non appena i titoli di coda di Mangia Prega Ama iniziavano a scorrere sullo schermo è stata: ” Ma sul serio ci volevano due ore e venti per parlare di questo?”. Si avete letto bene, due interminabili, lunghissime ma soprattutto noiosissime ore e venti per giungere al solito happy ending da commediola romantica americana nella quale si ritorna ad essere innamorati, e poi si crede nuovamente all’ amore dopo aver preso mille o duemila bastonate e bla bla bla…
Ma allora ecco che sorgerebbe spontanea la contro domanda: ” Di cosa parlavano queste due ore e venti?”. Praticamente delle stesse cose che trovate benissimo nelle migliori guide turistiche fotografiche americane che trattino l’ Italia, L’ India o Bali. Solamente di questo. Ma allora non sarebbe stato meglio sedersi su una comoda poltrona di una grande libreria e sfogliare questi libri anzichè farci un film sfruttando la romantica storia d’ amore tra una solita svampita Julia Roberts e un ancora più latino ( stavolta brasiliano con un accento improponibile) Javier Bardem? Ovviamente no, altrimenti tutti gli incassi ricavati dalla pubblicità non potrebbero mai esserci! A questo scopo davanti ai nostri occhi scorrono fiumi di luoghi comuni, di istantanee di mezzo secondo (ripulite e “photoshoppate” anche quelle) su spaghetti (con tanto di  pummarola e basilico sopra) , pizza (con tanto di mozzarella filante), Vino rosso, luoghi di culto indiani (con aria condizionata!) e per finire splendide spiagge balinesi. Cosa volete di più per poi incontrare nuovamente l’ amore e l’ armonia con voi stessi? Ovviamente tanti bellissimi dollaroni che consentono alla nostra protagonista Liz Gilbert ( Julia Roberts) di mollare marito e lavoro per lanciarsi (con un’ unica borsa da viaggio!) in un viaggio interminabile tra Italia (in cerca delle abbuffate), India (in cerca della propria spiritualità!) e Bali (in cerca di….Javier Bardem!). Ecco così che a Roma la nostra Liz  incontrerà un doppiatissimo Luca Argentero che le mostrerà le bellezze della capitale tra un’ abbuffata e l’ altra. Tutto questo solo dopo aver affittato un rudere di casa (senza acqua corrente e acqua calda!) nel centro di Roma da una simpatica vecchina che parla in siciliano stretto ( sempre a Roma, mica a Palermo!). E come se tutte queste abbuffate non fossero bastate alla nostra Liz per trovare la sua pace interiore, partirà per l’ India dove troverà solo centri spirituali , preghiere , elefanti sacri e aria condizionata. Insieme ad un malcapitato Richard Jenkins, unico attore che si distingue in questo film, in grado di far trasmettere un momento di interiorità al suo personaggio, nel triste racconto di un padre distrutto dall’ alcol e dal suo egoismo. Ah si poi ci sono anche venti minuti di baci e romanticismo tra la nostra Julia e il bel Javier a Bali. Ma quello è solo il pretesto finale del film e l’ immagine della locandina quindi che se ne parla a fare?

( No, no non sto pubblicizzando un dolce italiano...
è solo una scena del film!)

( Javier dove eri? Mi ci sono volute due ore di mangiare e pregare per trovarti!)

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– Benvenuti al Sud – 2010 – ♥♥ e 1\2 –

di

Luca Miniero

C’è lo zampino di Dany Boon come produttore esecutivo e si vede. Benvenuti al Sud è il remake di un film campione di incassi francese che esaltava le differenze tra il loro ricco sud (La Costa Azzurra) e il povero ma più umile e umano Nord (il Pas de Calais). Qui il tutto viene trasportato nella nostra Italia, che di certo non è per nulla esente da pregiudizi o stereotipi riguardanti le diversità tra le nostre regioni. Certo è che se per quanto riguarda la Francia la differenza almeno a livello paesaggistico è lampante, qui da noi questa differenza risulta un pò più forzata poichè è risaputo (anche dagli stessi Milanesi) di come il Cilento sia una zona campana sicuramente più bella della nebbia padana. Claudio Bisio, nonostante questa forzatura, risulta abile nell’ interpretare il ruolo di un milanese D.O.P.  (come il suo gorgonzola che si porta dietro fedelmente) pieno di pregiudizi enfatizzati sul Sud. La scelta degli attori è infatti forse la scelta maggiormente azzeccata in questa delicata commedia italiana che, come ormai poche volte siamo abituati a vedere, non degenera in grossolane battute a sfondo sessuale ma ricerca comunque un tipo di comicità diversa. Seppur non sconfina mai in nessun tipo di satira sociale e si mantiene sempre all’ interno dei margini di correttezza politica. Alessandro Siani, Valentina Lodovini e tutti gli altri sono perfetti a caratterizzare un piccolo microcosmo del sud, così come sono bravi a far rivivere ai loro personaggi quegli stereotipi che molto spesso si attribuiscono ai meridionali. Ecco quindi che vediamo un Sud pigro, lamentone e un pò mammone; un Sud dove si beve tanto caffè che rende più agitati e dove il mangiare in abbondanza sembra essere quasi un obbligo. Se però in giù al Nord era più l’ umanità degli indigeni di Pas de Calais a far ricredere il malcapitato direttore delle poste francese , nel remake di Miniero sembrerebbero più le bellezze paesaggistiche, il sole e il mare a sovvertire il metro di giudizio del nostro Bisio. E questo è di certo merito anche della differenza cromatica naturale differente che qui rende il sud più soleggiato e colorito rispetto a quanto invece nel film di Boon non poteva fare, per ovvi motivi geografici, il Nord transalpino. Se si guarda alla sceneggiatura non si può che cogliere una certa tristezza (per chi ha visto l’ originale) nel notare che nulla nella sua costruzione è originale e che Maniero & co. sembrano solo essersi limitati a convertire e italianizzare le battute francesi senza aggiungere quasi nulla di proprio. Sarebbe stato di certo innovativo e decisamente più originale fare una riflessione su quelli che sono veramente le differenze in italia e cioè quelle legate all’ integrazione nella società. Ma in questo caso difficilmente la Medusa avrebbe prodotto questo film, che così come è resta un prodotto assolutamente non originale ma sicuramente maggiormente gradevole della media di di commedie italiane distribuite ultimamente. Considerando poi che difficilmente un remake raggiunge questo scopo minimo.

( Prima notte al Sud)

(Messa in scena di un Sud Stereotipato)

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– Genitori & Figli: Agitare bene prima dell’ Uso – 2010 – ♥  –

di

Giovanni Veronesi

Ci ha abituato ormai Veronesi ai suoi film “manuali”, nei quali dispensare istruzioni su quelli che sono le maggiori preoccupazioni del popolo Italiano del nostro ventunesimo secolo. E allora ecco che dopo averci parlato in due capitoli dell’ amore torna sul grande schermo cercando di spiegare il perchè dei conflitti generazionali moderni tra genitori e figli. E lo fa, come ormai ci ha abituato, con leggerezza, semplicità e con anche la medesima dose di banalità e superficialità. E si sa, nella nostra Italia un film come questo fa molto presto a  essere definito di interesse e valore artistico e culturale, perché oggi ci siamo ridotti proprio ad apprezzare ciò che in questo film, i bravi attori protagonisti mettono in luce. E cioè le litigate furibonde, i turpiloqui frequenti e le urla, quelle stesse urla che spesso possiamo aver modo di ascoltare nelle trasmissioni di punta della nostra televisione privata e ultimamente anche pubblica. Veronesi utilizza questa volta la voce narrante di un’ adolescente per condurci attraverso due storie parallele di famiglia e conflitti generazionali. Quella dominata da Michele Placido, professore in conflitto con il figlio che vorrebbe partecipare al nuovo fratello e che incarna la cultura del “niente” giovanile di oggi, e quella che vede come genitori Luciana Littizzetto e Silvio Orlando, genitori separati di Nina, voce narrante e a sua volta alunna del professore interpretato da Placido. Il film è caratterizzato dai soliti dialoghi leggeri che ultimamente hanno caratterizzato i film di Veronesi, con personaggi che si riducono ad interpretare delle moderne macchiette , in episodi che si intrecciano e che danno sfogo solo a immensi luoghi comuni su quelli che vengono considerati i problemi predominanti nella nostra società: il sesso adolescenziale, i conflitti padre-figlio e la frustrazione di una vita che sembra non soddisfare mai. Lo sfondo economico-sociale è sempre lo stesso, quello della Roma dialettale e borghese, quello delle famiglie che guadagnano duemila euro al mese e che comunque sembrano trovare pretesti e occasioni per lamentarsi delle loro situazioni di vita. Di certo negli ultimi venti anni Giovanni Veronesi è stato tra i registi che più si è distinto nella commedia all’ italiana per aver sempre sbancato i botteghini italiani ed essere apprezzato dal pubblico. Ma di questo non ci si stupisce se poi l’ Italia è proprio quella che lui fa vedere nei suoi film: un’ Italia fatta di Italiani lamentosi e che sembrano non essere mai soddisfatti di quello che hanno, caratterizzati tutti quanti da quell’ atteggiamento superficiale e un pò individualista che non porta di certo alla comprensione dell’ altro, quanto più facilmente alla critica non costruttiva. E’ infatti proprio l’ atteggiamento di vera critica che manca del tutto in questo film di Veronesi, che piuttosto che analizzare veramente queste piaghe sociali italiane si limita a sminuirle in simpatiche gag dialettali, restando in maniera sicura nel politically correct senza mai veramente osare, quello di cui il cinema Italiano oggi avrebbe forse più bisogno. Ecco quindi che vediamo piccoli ragazzini cinesi che iniziano le adolescenti italiane al sesso o un rom chiedere soldi alla “mamma” Littizzetto che va da loro a chieder scusa per l’ atteggiamento razzista del figlio. Piacerà ai più di certo perchè non richiede di certo impegno per vederlo, e non invita nemmeno a riflettere su quelli che sono gli argomenti di sfondo del film. Solo un’ ennesima occasione per invitare alla risata becera, sfruttando la bravura di sicuri bravi attori del panorama italiano. Ovviamente in questo frangente piuttosto sprecati.

( Litigi Sboccati tra padre e figlio)

( e i soliti amori adolescenziali un pò ribelli)

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– La Famiglia – 1987 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Ettore Scola

E’ inevitabile. Il tempo passa per tutti, ma ciò che resta spesso più impresso nei nostri ricordi sono gli amori, i conflitti e tutti i vari legami che nell’ arco della nostra vita abbiamo intrapreso. L’ ottantenne Carlo ( Vittorio Gassman), protagonista indiscusso di questa epopea familiare che ripercorre tutti i periodi principali della sua vita, sembra non aver cessato di ricordare e senza raccontare ogni avvenimento si sofferma su quelli essenziali, quei momenti che maggiormente gli hanno suscitato emozione. La Storia d’ Italia tocca i personaggi ma lo spettatore non lo vede, perchè la vera storia che è protagonista in questi ottanta anni di racconto è quella vissuta all’ interno delle mura domestiche di una casa che, quasi come fosse un palcoscenico teatrale, fa da sfondo reale agli accadimenti. Ha una morale universale questa grande opera di Ettore Scola: quella che nonostante i momenti di tristezza e le svariate delusioni che colpiscono la vita di ogni essere umano, la vita va comunque vissuta con estrema passione e cuore, senza mai perdere la voglia di emozionarsi, ma soprattutto di condividere con chi ha attraversato maggiori esperienze le nostre gioie e i nostri dolori. E il luogo più adatto per fare tutto questo è appunto la famiglia. Quella che oggi non si sa più che ruolo abbia, spesso sottovalutata o ancor peggio sopravvalutata. Il personaggio di Carlo, interpretato magnificamente da Vittorio Gassman, ci lascia capire come invece il nucleo familiare debba essere considerato con il necessario equilibrio senza mai perdersi totalmente in essa, mantenendo la propria personalità, le proprie contraddizioni e quando necessari anche i propri segreti. Scola è abilissimo a dipingere una galleria di personaggi di tutte le età senza mai giudicarli, mantenendo la giusta distanza critica da essi e lasciando allo spettatore la priorità di farsi coinvolgere dalle sensazioni che le loro vicende suscitano più che invitarli a prendere una posizione su cosa sia corretto o sbagliato per loro. Forse troppo macchiettiste risultano solamente le tre zie zitelle , ma per il resto tutti gli altri personaggi dimostrano di possedere un ottima caratterizzazione psicologica. La Famiglia è un film decisamente nostalgico per chi lo vede oggi, perchè basato sulla centralizzazione del nucleo familiare in un’ unica casa, cosa che oggi col tempo si è persa a causa delle differenti situazioni economiche e dell’ impossibilità per molti di mantenere una casa di famiglia così grande dove riunire tutti i loro membri. Invita al ricordo di quelle generazioni che hanno vissuto certe “riunioni” nelle quali ci si sentiva parte di una complicità affettiva che sempre di più sta scomparendo oggi nell’ egoismo dell’ individualità. Un film che educa anche al valore del litigio, come rara funzione per unire ancora di più due persone con differenti indoli e obiettivi di vita. Si ha la sensazione di trovarsi davanti ad uno specchio, guardando questo film di Scola, e si è destinati a riflettersi in esso, “leggendolo” come se fosse una vera e propria autobiografia di noi stessi. Il cast è tutto d’ eccezione e vanta anche di un giovane Sergio Castellitto e Ricky Tognazzi ai loro primi ruoli importanti. Il film è stato accusato da alcuni critici di allora di avere una sceneggiatura carente di avvenimenti veri e propri nella vita del suo protagonista Carlo; a mio giudizio, il film va osservato non da un punto Storico (come altre epopee familiari più moderne hanno dopo fatto es. La Meglio Gioventù) ma da un’ ottica più sentimentale ed emotiva. Se visto così sarà impossibile non esserne coinvolti.

( Vecchi e nuovi amori a confronto )

( Poco prima degli Ottanta col Nipote)

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– Francesca – 2009 – ♥♥♥♥ –

di

Bobby Paunescu

Un cinema essenziale quello di Paunescu, cineasta rumeno al suo esordio con i lungometraggi. Un ritorno al neorealismo dei lunghi piani sequenza a telecamera fissa che rendono i dialoghi più naturali e veri e che costringono l’attore a dare una prova recitativa di gran lunga migliore. La storia riguarda tutti noi italiani da molto vicino. E’ un altro specchio della nostra terra vista dal di fuori, dagli occhi di un altro popolo (quello rumeno) che da una parte sogna il nostro paese e le sue prospettive lavorative ma dall’ altra teme i pericoli che potrebbero derivare dall’ intolleranza verso gli stranieri da parte degli italiani. Francesca (Monica Birladeanu) è una trentenne rumena che sogna di lasciare il suo tormentato paese per fare la maestrina d’ asilo nel nostro belpaese. Ma far accettare questo suo ideale dalla sua famiglia non è di certo cosa semplice. Soprattutto perchè gli stereotipi e le dicerie sul popolo italiano in Romania non sono di certo positivi. Ultimamente non si può di certo affermare che tra Romania ed Italia scorra del buon sangue, grazie ai frequenti atti criminali ad opera della comunità romena in Italia che di certo rappresenta più una fascia della loro popolazione ma non la sua globalità. Il film questo lo fa capire ampiamente. Mostrandoci un dramma, quello di Francesca, che ha luogo principalmente nella sua Romania nella quale è costretta a scontrarsi con gli stessi criminali che da noi provocano i pregiudizi sulla loro etnia e che non rendono onore al desiderio di operosità onesta che invece è presente in Francesca e nella sfera delle sue amicizie. In  Francesca sono descritti vari prototipi di personaggi della Romania moderna:  dai criminali, agli onesti lavoratori fino agli uomini sfaticati ( il fidanzato della protagonista) che desiderano trovar fortuna nella scommessa di un fatuo investimento piuttosto che nel sudore lavorativo. Il film è ampiamente contro una visione oggettiva delle cose e non intende per nulla offrire un punto di vista assolutistico dei Rumeni che risulterebbe quindi essere in contrasto con quello che molti mass-media italiani tendono ad offrire erroneamente al loro pubblico. Al contrario di quello che molti invece hanno sostenuto, limitandosi a giudicare le battute pesanti rivolte alla Mussolini o al sindaco di Verona Flavio Tosi, il film rumeno invita a riflettere sui pregiudizi in generale e intende trasmettere un messaggio contrario al comune detto di “fare di tutta l’ erba un fascio”. Pur mantenendo un punto di vista solamente rumeno il film è autocritico non solo verso gli Italiani ma anche verso gli stessi Rumeni, popolo che in maniera evidente non è ancora pronto al suo cambiamento che lo vede Paese membro dell’ Unione Europea. Una nazione che è costretta ancora a lottare constantemente con i retaggi culturali trasmessi dal post fallimento del regime comunista Ceausescu. E la protagonista Francesca capirà questa lacuna nazionale sulla propria pelle in una drammatica e fredda sequenza finale che ha da sola il merito di compensare l’ intero biglietto del cinema. Una storia dalla sceneggiatura semplice ma profonda al tempo stesso, con dialoghi forti e che funzionano in ogni loro dettaglio sono valore aggiunto in un film che sicuramente vale la pena di esser visto da ogni italiano che porta dietro con se pregiudizi o stereotipi sulle etnie e culture diverse dalla propria.

( Colloquio di lavoro artigianale)

( L' emblematica e drammatica sequenza finale )

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