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– The Social Network – 2010 – ♥♥♥ e 1\2

di

David Fincher

 

Il film The social network ha il merito di essere stato realizzato ineccepibilmente grazie a un regista, David Fincher, che al look e l’atmosfera dei suoi film ci tiene molto. Il curioso caso di Benjamin Button, con l’aiuto di un racconto geniale di Fitzgerald a dare l’ispirazione, si è aggiudicato la definizione di capolavoro. Con The social network si cavalca più modestamente l’onda di un successo planetario come Facebook per raccontare una storia che, ammettiamolo, al fine del godimento di questo film ci dovrebbe interessare il giusto scoprire se sia vera o meno. Non a caso è tratta da un romanzo di Ben Mezrich, che a sua volta è ispirato alla realtà… Due amici, un ispanico e un ebreo fortunati di essere nell’università di Harvard, fanno centro grazie al loro genio informatico-matematico e fondano il social network che tutti conosciamo, ma entrambi sono soli e senz’altro vogliono una donna e qualcosa di più, quindi fanno a gara a chi è più stronzo e furbo. Con le donne finisce che entrambi fanno un buco nell’acqua e anche con Facebook, non appena capiscono di avere in mano un affare da diventarci stra-ricchi, ne combineranno varie. Solo alla fine, dopo esser passati per una travagliata battaglia legale, si riuniranno e capiranno i propri errori (questo lo si avverte in tutto l’atto finale, ma la riunione ci viene informata dai titoli e non dalle immagini del film, quasi a voler raffreddare il tutto per non cadere in sentimentalismi). In mezzo a tutto questo caos, ci sono cose interessanti, come ad esempio il paradosso che ha dato origine al social network, ossia che Mark Zuckerberg – interpretato dal giovane e decisamente più bello Jesse Eisenberg – abbia inventato qualcosa che “dovrebbe” facilitare i rapporti sociali, quando lui invece, cosa tipica dei geni, si rivela pressochè incapace di avere dei rapporti sociali. Adesso che è il miliardario più giovane del mondo, si sentirà ancora più solo o forse è riuscito a risolvere tutti i suoi problemi? Di sicuro ha trasmesso la sua passione per il computer e il virtuale a milioni di persone, che ne sono diventate dipendenti… Abbiamo naturalmente il tema della tentazione, della corruttibilità, dunque la perdita dell’innocenza. Quindi per certi versi il film assume i connotati di un romanzo di formazione, puntato alla predica della preservazione dell’amicizia nonostante tutto, specie quando mancano altri affetti sentimentali (curioso e interessante anche che i genitori dei due protagonisti in questo film non figurino mai e che le donne ricoprano solamente un ruolo di puro desiderio possessivo). Tutto il resto è un non troppo gradevole ritratto dell’odioso ambiente delle tipiche università elitarie americane piene di ricchi figli di papà e, successivamente, quando il social network decolla, del mondo frenetico, spietato e senza regole del business odierno che punta tutto sul web e le innovazioni. Ma ciò che più penalizza il film è una sovrabbondanza di tecnicismi dell’informatica avanzata che solo dei secchioni di questo settore possono veramente capire e cogliere. Io utilizzo Facebook, soprattutto per svago. Ho a che fare con i computer da molti anni, ma ci sono delle parti, specie all’inizio del film, che propongono al pubblico una valanga di termini che non diranno nulla ai più, specie perché nell’originale vengono recitati a ritmo sostenuto e quindi nel doppiaggio diventano una informe lista senza anima. Considerato ciò, il film potrà entusiasmare e soddisfare a pieno gli esperti di computer e internet, e tutti i genietti in genere, mentre invece attirerà un po’ ingannevolmente un pubblico giovanissimo, che troppo spesso fa un uso improprio di Facebook confondendo il virtuale con il reale. The social network riesce comunque, non so quanto volontariamente, a ridicolizzare tutti questi aspetti e superata la prima parte che vede nascere il fenomeno, si focalizza sul deteriorarsi dell’amicizia reale fra Mark e il suo socio Eduardo. Nulla da dire sugli attori, che sono in parte, ma non spiccano un gran che, se non la pop-star Justin Timberlake (già apprezzato in Alpha dog) in un ruolo da vero pescecane del business internettiano che sembra ritagliato apposta per lui e qualche anziano dal volto non nuovo. La struttura narrativa a salti fra presente e passato funziona. La fotografia sposata all’uso della Red One camera gioca tutto sul contrasto fra tonalità calde e luminosità ridotta al minimo. Questo va ad enfatizzare il senso – anche climatico – di freddo e di morte nell’anima. La colonna sonora non è invasiva, ma funziona, grazie ad una felicissima collaborazione fra moderni maestri dell’electronica e l’industrial come Trent Reznor e Atticus Ross. Ma dov’è finita quella bella canzone che si sente nella presentazione pubblicitaria del film? Le tinte noir si addicono di certo al cinema di Fincher, che trasuda forse un po’ troppo di figure maschili, escludendo appunto il penultimo lavoro “Benjamin Button”, in cui il ruolo di Cate Blanchett è di notevole rilievo. Quindi speriamo che il suo ardito remake in attuale produzione dello svedese Uomini che odiano le donne riesca nell’ardua impresa di fare ammenda su questi punti.

(Prima scena del film, lei dice a Zuckerberg che è uno stronzo, 
ma lui è un genio dell'informatica vendicativo da non sottovalutare affatto...)

(Lui si invece che è uno stronzo e Justin Timberlake lo fa benissimo!)
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