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Posts Tagged ‘Giuseppe Battiston’

– Figli delle Stelle – 2010 – ♥♥ e 1\2 –

di

Lucio Pellegrini

E’ un’ occasione questo film di Lucio Pellegrini. Un’ occasione, in un delicato momento come il nostro, di fare una commedia che in qualche modo faccia riflettere sui risvolti economici e politici che la nostra Italia sta subendo. Soprattutto perchè i protagonisti sono quei quasi quarantenni vittime del precariato dilagante e con all’ interno un’ immensa frustrazione e sfiducia sul futuro. Protagonisti che non hanno più alcun punto di riferimento o famiglia e che non sono altro che figli delle stelle. E’ un peccato però che questi personaggi tirati in ballo da Pellegrini finiscano per essere banalizzati a tal punto da apparire solo una banda di gente onesta (e un pò minus habens) che tenta di cambiare la loro vita dandosi alla criminalità. Il film si sviluppa narrativamente in maniera del tutto insolita poichè dopo l’ iniziale rapimento ci vengono di frequente mostrati flashback come a volerci svelare qualcosa di importante nelle personalità dei protagonisti. Queste aspettative però non vengono esaudite e tutti i personaggi restano molto eterei, galleggiando in un limbo macchiettistico caratterizzato sulla base di icone simboliche e un pò malinconiche di una generazione che vorrebbe gridare il suo no alle politiche dei potenti ma che si trova impotente poi nel momento di farlo. Come bloccata dal senso mediatico e vacuo delle chiacchiere da talk show che di fatto niente di diverso apportano nei futuri di queste persone tanto deluse. Ciò che invece colpisce di più e funziona in Figli delle stelle è invece il “risveglio” che il film ha nella sua parte finale. Perchè, da dopo l’ uscita di scena del personaggio anonimo interpretato da Fabio Volo (decisamente sottotono in questa prova), il film assume quella vena un pò folle e surreale che ricorda tanto la vecchia commedia all’ Italiana. Splendidi sono sia Pierfrancesco Favino, nell’ interpretare un insegnate precario che sogna la supplenza e cova il desiderio di innamorarsi, come anche l’ ormai certezza Giuseppe Battiston nel ruolo di un ricercatore universitario di sociologia con idee rivoluzionarie e di memoria “cheguevaresca”. Perchè è in questi ultimi momenti di delirio che il film ci regala che riscopriamo quanto possa essere surreale questa condizione sociale quanto mai più attuale oggi. Una mezz’ ora conclusiva che sa alternare momenti di leggerezza a momenti di commozione e riflessione, per chi ancora non sa rassegnarsi alla comicità becera e senza senso di alcune storie poco utili che spesso il nostro cinema ci propone. Apprezzabile, in definitiva, il tentativo di Lucio Pellegrini, di analizzare i nostri problemi in questa chiave, certo è che se i suoi personaggi fossero stati costruiti con una maggiore attenzione al loro background psicologico-sociale di certo il film sarebbe stato molto meno imperfetto.

( La frustrazione della protesta )

( Mi Dichiaro prigioniero politico)
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– La Passione – 2010 – ♥♥♥ –

di

Carlo Mazzacurati

Il Cinema italiano, come il regista italiano Gianni Dubois (Silvio Orlando), protagonista di questo film, è in crisi. Sembra ormai che nessuna storia possa essere veramente degna di nota per il grande schermo e che molti registi si ritrovino, per campare, a seguire progetti di fiction di bassa lega con le varie attricette più in voga. Gianni Debois però è vittima di uno spiacevole incidente che lo costringerà a mettere in scena per un piccolo borgo Toscano una rappresentazione della Sacra Passione di Cristo. La passione è un film che si nasconde sotto la sua più palese categorizzazione da commedia, invitando invece a riflettere sul cinema drammatico e più profondo che oggi viene ormai considerato non redditizio da molte case di produzione. Alcune trovate comiche del film risultano forse un pò troppo ovvie e scontate ma se non ci si sofferma solo a quelle non si può arrivare a capire che il film vorrebbe rendere onore a tutti quegli artisti che continuano a dare l’ anima per la loro arte preferita, coerentemente al loro personale senso di profondità. La fotografia del solito e mai deludente Luca Bigazzi, spicca nel dipingere la scena quasi come fosse un quadro rinascimentale sullo sfondo delle colline Toscane che già di suo ci mettono un bel pò. Corrado Guzzanti è come sempre perfetto nell’ interpretare questa volta il ruolo di un attoruncolo di provincia, conosciutissimo nella sua regione, dalle doti recitative ben al di sotto della media ma al quale viene forzatamente assegnato il ruolo principale del Messia. Contrapposto a lui c’è un molto convincente Giuseppe Battiston che rappresenta un pò il ruolo dell’ attore non caricaturale e spinto da una vera e profonda passione ma che per svariati motivi non riesce ad esprimere al meglio le sue doti. Nella parte iniziale il film forse scivola su battute e risate molto prevedibili (non tutte, come ad esempio il brillante espediente che il personaggio interpretato da Battiston usa per supplire alla mancanza di fotocopiatrici funzionanti nel piccolo paese) ma è nella seconda parte del film che la sceneggiatura inizia a prendere un senso definitivo arrivando anche grazie al perfetto ensemble di attori a commuovere. Solo nella parte finale del film si arriva a cogliere quel significato metaforico della nostra Italia, nella quale i sogni difficilmente sopravvivono e spesso la frustrazione prende il sopravvento manifestandosi sotto la sgradevole forma di arroganza e senso di superiorità. Quello stesso finale nel quale una voce di giustizia e speranza risuona da parte di uno dei giovani del paese, come a voler risvegliare tutte le altre menti sopite , invitandole a mutare il loro atteggiamento sprezzante nei confronti di coloro che hanno delle debolezze. Perchè oggi è molto facile ridere di tutto questo ma è molto più difficile invece saper cogliere la passione per la vera arte dentro ognuno di noi.

( Dubois alle prese con la sua Passione)

( Il Messia-cane)

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– Cosa voglio di più – 2010 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Silvio Soldini

Difficile da gestire il colpo di fulmine. E’ sicuramente complicato contenere la sua forza dirompente che come un fiume in piena avvolge le due vittime, spesso soppiantando ogni parvenza di ragione. E lo è molto di più se le situazioni economiche non soddisfacenti fungono quasi da carburante alla passione che ne deriva, che diviene quindi una efficace scappatoia da ogni problema di matrice pratica. Nel film di Soldini, infatti, non è l’ amore tra Anna (Alba Rohrwacher) e Domenico (Pierfrancesco Favino) il protagonista, ma al contrario lo è tutto il contesto che ne fa da sfondo e cioè la crisi economica e le frustrazioni che da essa ne derivano. I due protagonisti vogliono solamente tentare di trovare l’ equilibrio necessario a star bene e a far vivere bene la loro passione, ma questo non sembra  essere facile senza provocare del dolore in altre persone. Il loro sentimento di insoddisfazione in questa ricerca della felicità sembra racchiudersi interamente in un unico termine : abitudine. Entrambi vivono delle relazioni abbastanza soddisfacenti: lei con un uomo fin troppo placido (Giuseppe Battiston) e lui con una donna ( Teresa Saponangelo) con la quale è riuscito a creare una famiglia con due figlie che all’ apparenza sembrerebbe tranquilla. Ma questa tranquillità è solamente un apparente calderone nel quale entrambi covano le loro frustrazioni inespresse. E’ una Milano di opposti quella dipinta da Soldini: palazzoni di periferia in cui vivono famiglie che faticano a pagare le bollette si contrappongono a ricchi datori di lavoro che si permettono di avere il Suv e non acconsentire ad un anticipo di un dipendente. La telecamera del regista originario del Canton Ticino tallona i personaggi spesso con inquadrature dalle spalle (eseguite con telecamera a spalla) permettendo allo spettatore di entrare maggiormente nelle loro vicende e nelle loro vite, come a volerci ricordare che questa precarietà e confusione nel modo di vivere i propri sentimenti è qualcosa che riguarda un po tutti nella società di oggi. La cura psicologica nella costruzione dei personaggi e il lavoro sugli attori di Soldini è evidentemente molto ben curato e fa si che non ci si debba sforzare fin troppo per capire cosa c’è dietro certi meccanismi di bugie o di fuga dei protagonisti, tutte ben contestualizzate nell’ Italia di oggi. La fotografia di Ramiro Civita è molto fredda quando ritrae le atmosfere dell’ hinterland milanese mentre cambia tonalità durante gli amplessi amorosi dei due protagonisti nei motel kitch di Milano periferia. Un film equilibrato che non risente di alcun moralismo e ci mostra gli amplessi dei due protagonisti per ben porre l’ accento sulla passione. Una lode va anche a Giuseppe Battiston capace di commuovere con il suo personaggio così placido e buono da non accorgersi di nulla neanche di fronte all’ evidenza dei fatti, preoccupato più a “montare” i mobili della sua casa precaria che però mancano delle “viti” necessarie alla loro stabilità. Un buon film questo di Soldini in grado di sfruttare un argomento, quello dei tradimenti, oggi fin troppo trattato cinematograficamente (vedi Muccino) in maniera decisamente diversa e più artistica.

( Cosa voglio di più di una famiglia?)

( La Passione! )

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– Si Può Fare – 2008 – ♥♥ –

di

Giulio Manfredonia

Era il 13 maggio del 1978 quando venne approvata dal Parlamento Italiano la legge 180/78 , detta anche legge Basaglia. Da quattro giorni l’Italia aveva subito due violente morti che nel tempo si sarebbero fatte sentire: Aldo Moro e Peppino Impastato. Al capo del governo c’era Giulio Andreotti al suo quarto mandato e il dicastero della Sanità era presieduto da Tina Anselmi. Partigiana attiva e sindacalista negli anni ’40-’50, entrata in politica presso le fila della Democrazia Cristiana e diventata nel 1976 la prima donna a ricoprire il ruolo di ministro del Lavoro nell’Andreotti III, poi dal marzo 1978 della Sanità. Dopo due mesi scarsi ecco la legge Basaglia. Una legge, in vigore ancora oggi, che regolamenta il “diverso” impiego dei cosiddetti malati mentali dopo che Franco Basaglia, psichiatra illuminato, aveva passato quasi trent’anni tra Gorizia e Trieste (e l’Inghilterra) della propria vita ad esaminare le patologie mentali e sperimentare nuovi modi di interazione sociale tra i degenti. Si accorse che il contenimento fisico farmaceutico o attraverso terapie elettroconvulsivanti non era il solo metodo per trattare la questione. Dimostrò che con una graduale riduzione dei farmaci e uno scopo anche il malato mentale più grave poteva andare incontro a dei seppur timidi miglioramenti. Ma due anni dopo questa legge Basaglia morì e la ministra Anselmi aveva perso il suo dicastero da un anno, per cui il processo di “digestione” della legge si fece farraginoso e fu solo grazie alla caparbietà di cooperative e di associazioni senza scopo di lucro che il meccanismo non s’inceppò. Questi sono i fatti che portarono alla promulgazione della legge 180. A trent’anni da quel giorno di maggio esce Si può fare un film di Giulio Manfredonia che riassume tutto questo in poche battute nei primi quattro minuti su 111. Riassumere è una delle necessità del cinema, ma non sempre si riesce a dare ragione dei fatti e ricreare l’atmosfera di un periodo storico. In una commedia di quasi due ore però non si può imputare la non riuscita di un progetto a questo limite del mezzo, anche perché superata l’ora e mezza il resto è un surplus oppure minestra riscaldata e diluita con acqua distillata. Passato il quarto minuto si passa a far sfogare i personaggi che popolano la cooperativa dove viene spedito Nello, il sindacalista controcorrente, interpretato da un Claudio Bisio, ormai a proprio agio nella parte del motivatore, ma senza scorza tanto da sprofondare nella maniera. Anche altri attori vengono utilizzati al di sotto della reali qualità e in ruoli identici ad altri film, faccio l’esempio di Giuseppe Battiston (quel “Basagliano?” non si può sentire!), Giorgio Colangeli e Bebo Storti. Per quanto riguarda i soci della cooperativa si tratta di una sequela di macchiette abilmente camuffate e puntualmente orchestrate in sede di sceneggiatura. Andrea Bosca interpreta Gigio un ragazzo con turbe adolescenziali represse che non gli permettono di socializzare come dovrebbe. Praticamente la stessa parte con medesimo epilogo (cambia solo il tipo di suicidio scelto) interpretato magistralmente da Brad Dourif in Qualcuno volò sul nido del cuculo. Tutti gli altri personaggi scimmiottano il capolavoro di Milos Forman in maniera ostinata e contraria. Se lo si guarda da quasi ogni punto di vista il rapporto con questo film è imprescindibile, ma non è che per forza per parlare di malattia mentale si devono fare aggiornamenti non autorizzati di questo o quel capolavoro. Qualcuno volò sul nido del cuculo datato 1975 era organico alla sua epoca storica (tra l’altro la stessa della legge Basaglia) e metteva a nudo le condizioni non umane alle quali era sottoposti i degenti degli ospedali psichiatrici in America, ma poteva essere preso ad esempio tranquillamente anche per il resto del mondo con rarissime eccezioni. Il film di Manfredonia invece si tutela ambientando l’azione a Milano nel 1983 e riducendo la città solo a vetrina della famigerata Milano da bere, tutta moda e strasse. Molto meglio infatti quando gira in interni lasciando libero spazio ai “soci” della cooperativa, che riempiono la scena in maniera omogenea ed efficace soprattutto quando sono in assenza del direttore Claudio Bisio. Ennesimo tentativo dopo “Se fossi in te” di dysneizzare la commedia all’italiana da parte di Giulio Manfredonia, nipote di Luigi Comencini. Una curiosità: il film è prodotto con il contributo del Ministero dei beni e delle attività culturali come film d’interesse nazionale dalla Rizzoli Film, la stessa casa di produzione che a livello editoriale stampò il libro omonimo da cui venne riadattato Qualcuno volò sul nido del cuculo. Una commedia di livello medio che non toglie e non dà nulla al cinema italiano, ma mi viene spontaneo dire una cosa:”Ce ne fossero!”. Il finale per quanto retorico possa essere però “parla” e “dice” molto più di tutto il film sui “matti” (mi rifiuto di usare l’appellativo lewisiano “picchiatelli”)…buona visione.

( La cooperativa cerca e trova occupazione!!!)

(anche i "picchiatelli" seppero usare un martello pneumatico)

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