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Il nome del figlio di Francesca Archibugi (2015)

Non so proprio da dove cominciare. Non vedevo la necessita’ di un remake del francese “Le Prenom” (titolo italiano: ”Cena tra amici”) di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, tratto dalla loro stessa piece teatrale. Badate bene, non perche’ ero spinto da chissa’ moto nazional-socialista o perche’ avessi disprezzato il film transalpino: tutt’altro. Film pur non molto originale nella messa in scena, ma ricco di contenuti e scritto con vivida ispirazione, riusciva a non perdere molto della propria freschezza nel passaggio dal sipario alla tendina. Non voglio dilungarmi troppo nel parlare del film francese, ma credo sia doveroso per poter descrivere cosa proprio non ha funzionato nella versione italiana che prende il titolo di “Il nome del figlio” di Francesca Archibugi scritto da Francesco Piccolo. I due film sono pressoche’ identici, anche perche’ gli elementi nuovi nella scrittura italiana hanno lo stesso identico effetto di una proprieta’ commutativa. Sinceramente da uno sceneggiatore come Francesco Piccolo (“Paz!”,“Il Caimano”, “Capitale Umano” tra gli altri) ci si aspetta un adattamento molto meno organico al testo originale ma piu’ organico con quella che e’ l’attualita’, e il testo francese gli dava una ghiotta opportunita’ visto che andava a scardinare I “dogmi” della gauche, tutta presa dalla correttezza di un buon lessico solo quando necessario. Riflesso su se stessa, proteso dunque all’autocompiacimento anche il centrosinistra ai tempi di Renzi, sarebbe stato terra di conquista per una qualsivoglia critica, ma l’unico aspetto che riesce a cogliere e’ l’abuso dei social network, twitter nella fattispecie, nel personaggio interpretato da Luigi Lo Cascio, ai minimi della sua pur dignitosa carriera. Il film e’ uscito da poco piu’ 10giorni per cui non conosco ancora I risultati definitivi al botteghino, ma una cosa e’ certa: si tratta solo di una mera operazione commerciale, una paraculata per dirla alla romana. La Motorino Amaranto, casa di produzione “indipendente”, alla quale fa capo Paolo Virzi’, forse per rientrare dei soldi investiti per “Capitale Umano”, forse come Virzi’ per fare il salto di qualita’ nel cinema di distribuzione mondiale (ossia papabile per le nominations degli Academy Awards ndr), prova a seguire il filone o la tendenza aperta da Luca Miniero quando ha diretto “Benvenuti al Sud” e “Benvenuti al Nord”, anch’essi derivati da un corrispondente francese (ma guarda che coincidenza!) “Bienvenue chez les Ch’tis” (titolo italiano “Giu’ al Nord”) di Dany Boon. Mentre Miniero, onestamente fa quello che andava fatto ossia incollare alle esigenze del pubblico italiano una commedia fresca ma piena di luoghi comuni delle “non” differenze tra il Nord e il Sud del BelPaese servendosi di due caricaturisti come Bisio e Siani, l’operazione commerciale condotta dalla triade Virzi’-Archibugi-Piccolo non dice niente, farnetica qualcosa, ma non ha l’interesse a dire niente di nuovo neppure quando prova a confrontare I nostri tempi agli anni settanta/ottanta, forse l’unico elemento non dico nuovo, ma almeno diverso dall’originale. Se poi anche inserire una gopro-giocattolo (almeno da’ finalmente un punto di vista diverso nella marmellata spacciata per messa in scena tramite qualche steadycam), un twitter-addicted e il vero parto cesareo della pur sempre generosa Micaela Ramazzotti, significhi stare al passo con I tempi, allora siamo di fronte ad un punto di ritorno: la stasi di chi non ha piu’ fame di raccontare alcunche’. Di questo obbrobrio, perdonatemi la franchezza, rimangono la magistrale direzione dei bambini, ormai marchio di fabbrica della Archibugi e il tributo a Lucio Dalla con di fatto il videoclip inedito di “Telefonami tra vent’anni”, che almeno regala un tocco di classe e leggerezza amara a questa deriva di stasi creativa, che a poco a poco sta travolgendo anche gli ultimi capisaldi di una nostrana cinematografia d’autore. Rimane infatti il fortissimo rammarico nel notare che il film e’ stato conferito del titolo di interesse culturale nazionale, ovvero e’ stato in parte prodotto con soldi pubblici. Fa molto male considerando che spesso non ci sono fondi pubblici per la manutenzione del patrimonio artistico italiano, ma soprattutto anche perche’, almeno inizialmente, questo strumento veniva adoperato per finanziare le opere prime e lo sa bene Francesca Archibugi, alla quale meritatamente nel 1988 venne concesso per sovvenzionare il suo film d’esordio, “Mignon e’ partita”. Curiosamente il caso volle all’epoca che fosse l’unico lungometraggio citato per il buon utilizzo di questi finanziamenti pubblici. Altri tempi, altra fame di “cultura”.

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– Uomini senza Legge – 2011 – ♥♥ e 1\2 –

di

Rachid Bouchareb

Uomini senza Legge ha sicuramente tutte le carte in regola per essere considerato un buon film. Ha la fotografia che è tipica dei film noir e che grazie alle sue tonalità cupe comunica allo spettatore quel senso di grigiore e difficoltà che derivano dalle ingiustizie e dalle condizioni politiche e sociali di un popolo alla ricerca della propria identità e indipendenza. Il periodo storico che fa di sfondo ai tre fratelli algerini protagonisti è quello dell’ indipendenza algerina e della difficile, quanto controversa operazione di liberazione attuata dal movimento algerino FLN, contrastato dal Main Rouge francese, partorito proprio per contrastare il primo. Il regista Rachid Bouchareb però non si accontenta di raccontare solamente il punto di vista storico degli avvenimenti, ma desidera arricchirli ulteriormente con toni da epopea familiare, inserendo le vicende e le emozioni personali dei tre fratelli dal ’45 al ’61. Un periodo durante il quale li vedremo lentamente arrendersi alla violenza, nonostante siano spinti da nobili ideali di libertà. Dopo un prologo, dai toni anche fin troppo da romanzo popolare,  che va indietro fino al 1925, quando i fratelli e la loro famiglia sono spossessati della loro terra e assistono all’ uccisione del padre da parte dei coloni francesi, il film infatti passa subito al 1945. Epoca in cui la Francia esulta per la resa tedesca e la fine della Seconda Guerra Mondiale, ma in Algeria invece una folla di manifestanti indipendentista viene massacrata dallo  stesso esercito Francese. Da quel momento i tre fratelli saranno costretti per motivi diversi a vivere senza legge e senza “patria” per lottare per i loro ideali. I propositi del regista di unire l’ epico al gangster movie quindi ci sono, ma purtroppo il film risulta avere molto spesso ritmi e recitazioni da ottima produzione televisiva più che da cinema. I protagonisti stessi, infatti, sembrano imbrigliati all’ interno dei loro schematici personaggi, dall’ epilogo che sembrerebbe senza alcuna evoluzione o via di fuga. C’è l’ ex soldato reduce dalla guerra in Indocina continuamente turbato dai suoi ricordi di morte e che sembra non riuscire a liberarsi dal suo istinto omicida; l’ attivista politico rivoluzionario che si trova a confondere il fanatismo violento con i veri ideali di rivoluzione; e il fratello più giovane e più opportunista che pensa più alla sua fortuna economica che agli ideali patriottici. Ma tutti loro sono accomunati dallo spirito di fratellanza che diventa forse il vero filone portante delle vicende familiari. Lo sguardo di Bouchereb è di conseguenza molto pacato e fino alla fine tende ad evidenziare che gli estremismi violenti in una rivoluzione sono sempre sbagliati. Non a caso tiene in vita il fratello che più è lontano dalla lotta ad ogni costo per l’ indipendenza. Quindi nonostante la ribellione e l’ andare contro la legge, nel loro caso, sia l’ unica strada possibile ciò che lo spettatore finirà per leggere sarà che è sempre meglio mediare con i propri nemici prima che combatterli ciecamente con ogni mezzo possibile. Ecco che quindi il film finisce per essere più un film sulla fratellanza, con un finale strappalacrime, e con ben poco approfondimento sulle vere vicende storiche algerine. Più un film che fa smaccatamente un occhiolino ai gangster movie di Brian de Palma o di Scorsese che un vero e proprio film con una sua ben costruita identità.

(1925: Morte del padre)
 
( Fine anni '50 in Francia)

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– Mammuth – 2010 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Benoît Delépine &  Gustave de Kervern

Il sessantenne Mammuth (soprannome derivato dalla sua mitica moto anni ’70) è un uomo che ha dedicato l’ intera vita al lavoro e adesso giunto alla pensione vede la sua vita perdere ogni significato. Gli resta ben poco nelle sue nuove giornate senza lavoro oltre a potersi dedicare ad un puzzle di duemila pezzi, aiutare la compagna con le faccende domestiche e contare alla finestra le auto che passano. Ma gli si presenterà l’ occasione di poter ripercorrere le strade della gioventù in sella alla sua vecchia moto allo scopo di recuperare alcuni documenti per fini pensionistici in tutti i luoghi nei quali ha prestato servizio lavorativo da quando aveva sedici anni. I surreali registi francesi Benoît Delépine e Gustave de Kervern dopo averci già deliziati con la piccola chicca Louise- Michel, grazie ad un mastodontico Gerard Depardieu ci regalano un’ icona spesso dimenticata, quella del lavoratore instancabile, vittima del progresso, essere umano che ha dimenticato tutte le vere gioie del vivere soffocandole all’ interno dell’ alienante tran tran lavorativo. Grazie a un viaggio on the road i due registi accompagnano lo spettatore all’ interno di un mondo parallelo che all’ apparenza potrebbe risultare surreale ma che al suo interno ha toni decisamente fin troppo realistici e che è in grado di rappresentare perfettamente uno spaccato sociale che spesso annichilisce l’ uomo relegandolo ad una vita senza alcuna vera tessitura emozionale. E’ un pò quello che ha fatto Mammuth per anni, ha deciso di soffocare i suoi ricordi amorosi, la sua gioventù e di conseguenza la sua vita stessa sotto la triste routine di un frustrante lavoro ( in realtà di ben più di uno soltanto), che lo ha forse aiutato a non pensare a certi dolori e sofferenze del suo passato ma che adesso come uno tsunami sembrano inevitabilmente presentarsi davanti a lui. Con un’ unica soluzione: quella di viverli, affrontarli, metabolizzarli e infine risvegliarsi a una nuova realtà di vita senza rimpianti. Le riprese e la fotografia dai toni sgranati fanno di quest’ opera un vero esempio di cinema-arte ponendo i suoi protagonisti come delle vere e proprie installazioni sullo schermo che camminano su uno sfondo che, anche da solo, è comunicativo. Una sceneggiatura quella di Mammuth che sa essere al tempo stesso profonda e leggera e che si fa espressione  di libertà umana come anche di sentimenti come la solitudine o la sconfitta. Il protagonista è infatti accompagnato per l’ intero suo viaggio dai fantasmi della sua memoria che lo aiuteranno a riconciliarsi con il suo presente e a mettere definitivamente un punto al passato. Un inno ad andare avanti nonostante le frustrazioni che quotidianamente la vita ci può proporre. Un invito a riconciliarsi con l’ essenza stessa della vita. E al tempo stesso un’ occasione per riflettere sull’ alienazione sociale che oggi il nostro mondo iper scandito dai ritmi lavorativi rischia di farci sperimentare.

( Il momento della partenza on the road)

( Cullato dai fantasmi del passato)

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– Il Padre dei miei Figli – 2010 – ♥♥♥ –

di

Mia Hansen-Løve

Il Cinema oggi è in crisi, e questo è cosa ormai nota, ma che dietro a tutto questo vi siano persone che hanno lavorato per esso e che adesso sprofondano con lui spesso non ci se ne rende conto. La regista Mia Hansen-Løve con questo film vuole delineare la figura del produttore cinematografico Grègoire (dichiarato personaggio ispirato al produttore francese Humbert Balsam) dedito al suo lavoro in maniera impeccabile e in eguale misura alla sua famiglia. Ma purtroppo, subissato dai debiti e dai ricavi sempre minori dei film che ha deciso di produrre, nonostante abbia una famiglia delineata in maniera forse fin troppo positiva decide di porre fine alla sua vita. La narrazione del film viene spezzata in due: nel primo tempo abbiamo modo di conoscere la delicatezza e la gioiosità della famiglia di Grègoire e nel secondo tempo ci viene raccontato  come il lutto e il suo suicidio incidano in maniera violenta e dolorosa nelle esistenze di quanti lo conoscevano e amavano. Louis-Do de Lencquesaing, nel ruolo di Grègoire, riesce ad imprimere convinzione al suo personaggio che è restio a manifestare il suo dolore interiore all’ interno delle mura familiari non lasciando per nulla trapelare i segreti di fallimento che si porterà inevitabilmente con sè nella tomba. Le sue premure in famiglia manifestano un latente egocentrismo e il suo personaggio stesso sembra dimostrarlo a tal punto che una volta che sarà uscito di scena nella seconda parte del film se ne sentirà la mancanza. Il film contrappone l’ essenza stessa della morte e della vita nei due istanti cinematografici nel quale il film è suddiviso. Grègoire non saprà dire di no a quell’ istinto di morte che per lui sarà fulmineo e veloce esattamente come la regista ce lo fa vedere sullo schermo in pochi secondi. Immediati e diretti. I sopravvissuti della sua famiglia al contrario dovranno andare avanti spinti dal loro istinto vitale che li porterà prima a risolvere quanto rimasto insoluto da Grègoire ed in seguito tentare di ristabilire una certa armonia familiare. Su tutto spiccano le prove degli attori e soprattutto di una Chiara Caselli, che sembra aver trovato in Francia la sua nuova casa cinematografica, nel ruolo di una madre che sa dispensare molta dolcezza, in controtendenza quindi con gli ultimi ruoli un pò dark che l’ avevano contraddistinta. Il film ha l’ obiettivo anche di mostrare tutto ciò che si cela dietro le apparenze di splendore di chi produce cinema, anche se qui si parla pur sempre di un certo tipo di cinema e non di quello hollywoodiano da blockbuster. Vengono mostrati quindi i fallimenti di chi ha voglia di produrre cinema vero, quello ispirato a quello di un tempo che poteva onorarsi del titolo di Settima Arte. Frequenti, a questo proposito, sono i riferimenti artistici ed architettonici nel film ( si spazia da Jean Cocteau a una cappella medioevale dei Templari, fino a giungere ai mosaici bizantini della Basilica di Sant’Apollinare in Classe) , che mettono in luce di come molti artisti, esattamente come Grègoire abbiano “prodotto” arte in epoche decisamente decadenti in quanto a senso artistico. Il finale è forse un pò troppo sbrigativo e lascia più spazio alla riflessione che alle spiegazioni, ma in un’ epoca decisamente incompiuta come la nostra forse è giusto ogni tanto fermarci a riflettere anziché essere sempre esauditi dalle risposte visive di molti finali cinematografici.

( L' Armonia di una famiglia apparentemente felice)

( Il dolore di un lutto inatteso)

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– Gli Amori Folli – 2010 – ♥♥♥ –

di

Alain Resnais

Alais Resnais ha iniziato nel 1946 a stupire le platee con le sue opere, ma ancora oggi alla “tenera” età di ottantotto anni vuole osare e abbattere le barriere cinematografiche del surrealismo sperimentale. Surrealismo, perchè Resnais in questo film non da alcuna spiegazione alla sua storia ma si limita a far parlare i suoi personaggi, o ancor meglio la loro testa. Si perchè frequenti sono i momenti in cui i flussi di pensiero dei protagonisti sono espressi come se fossero veri e propri dialoghi portanti del film. Oggi di certo non siamo molto abituati a film così e di certo non è di facile visione un film di questo tipo perchè pone lo spettatore a una non comprensione totale e chiara dei fatti e a lasciarsi trascinare dall’ enfasi dei desideri un pò fuori dal comune dei suoi protagonisti. In una metafora dell’ imprevedibilità delle azioni umane il regista francese fa incontrare i destini di Marguerite Muir (Sabine Azèma) e Georges Palet ( Andrè Dussollier): lei smarrendo il suo portafogli e lui ritrovandolo e tentando un timido ma speranzoso approccio telefonico per incontrarla. Da qui in poi ci si aspetterebbe un intreccio amoroso dal chiaro epilogo, ma così non è perchè invece iniziano proprio da questo una serie di dubbi sulle azioni irrazionali di tutti i protagonisti. Non si capisce infatti perchè la moglie di lui lo sembra non preoccuparsi per nulla dell’ ossessione del marito per la sconosciuta sessantenne che a sua volta in maniera del tutto immotivata fa di tutto per cercare un legame con la moglie stessa. Un pò come le erbe folli (in francese il titolo è appunto Les Herbes Folles) che crescono tra il cemento e alle quali non si può di certo dire di non farlo, anche i due protagonisti non sembrano di certo essere dominati dalla loro ragione. Razionalmente infatti l’ ossessione amorosa dei due sessantenni protagonisti è inspiegabile e sembrerebbe surreale, ma non è questo che sembra importare al regista. Invece gli interessano le loro digressioni mentali, fotografando i ventiquattro fotogrammi al secondo nei quali sono racchiusi in maniera quasi pittorica. Mette in discussione il realismo al quale il cinema ci ha spesso abituato, sovvertendo sia le sicurezze dell’ amore sia gli epiloghi felici e ben chiari. Ne Gli Amori Folli il finale è infatti decisamente nonsense e vorticoso a tal punto da far leggere allo spettatore il tanto noto titolo di coda “FINE” per ben due volte. Anche se non si tratterà di una fine che esaudirà le nostre risposte. Bisognerà essere un pò folli per gustarsi a pieno questa, non di semplice comprensione, opera di Resnais perchè se si è di mentalità più pragmatica o semplicemente se si è abituati a film dai quali ci si aspetta alla fine una risposta sarà meglio non vederlo. In definitiva è un pò come stare davanti ad un quadro di un’ autore un pò eclettico e anticonformista. Anche in quel caso ci accorgeremmo che non necessariamente dovremmo capirne il senso per apprezzarne comunque la sua bellezza.

( Telefonando a un' ossessione)

( Una folle passione)

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– Il Piccolo Nicolas e i suoi Genitori – 2010 – ♥♥ e 1\2 –

di

Laurent Tirard

I titoli di testa in stile pop-up book, disegnati dal cartoonist francese Jean Jacques Sempè , ci fanno subito capire da dove questo film abbia tratto spunto: dal libro del 1959 scritto da Renè Goscinny che ha come protagonista il bambino Nicolas e la sua visione del mondo negli anni ’50. Erano gli anni ’50, si scriveva ancora col calamaio e alzarsi in piedi all’ entrata della maestra era ancora un obbligo. Il film di Tirard mette in luce i rapporti tra il mondo degli adulti e quello dei bambini avvalendosi dello sguardo particolare del piccolo Nicolas, che come un piccolo Pollicino crede che sarà abbandonato presto nel bosco dai suoi genitori a causa della nascita di un nuovo fratellino. Quello che salta all’ occhio subito però, tralasciando la fotografia un pò fiabesca e le atmosfere molto fanciullesche, è che i personaggi che forse funzionano maggiormente sono quelli del padre Kad Mèrad e della madre Valérie Lemercier che con la loro spassosa interpretazione riescono a dare quel sicuro tocco di ironia e brio alle intere vicende. Il fraintendimento del piccolo Nicolas (la falsa convinzione di attendere un fratellino che sarà la causa del suo abbandono) finisce ben presto per tramutarsi in una sorta di coalizione tra bambini per tentare di “rimuovere” il problema ma che finisce per instaurare una serie di gag che ricordano più che la comicità francese, quella americana del 1922 e delle sue Piccole Canaglie. Il mondo fanciullesco di Goscinny, privo di ogni tipo di violenza, criminalità o altro ha per anni fatto ridere i francesi ma qui nel film di Tirard non riesce a farlo più di tanto, limitato proprio dalle sua pretesa di essere non solo un prodotto comico ma anche una riflessione sulle diversità tra il mondo dei bambini e quello degli adulti. E allora vediamo come Nicolas ritrae i suoi compagni di classe soffermandosi sui loro “difetti” comici mentre glissa sui problemi e i litigi dei genitori limitandosi a dire che alla fine stanno comunque bene. Fa tutto questo avvalendosi di quella struttura narrativa, ormai fin troppo consolidata nel cinema francese e che prende origine da Il Faavoloso Mondo di Amelie: la voce fuoricampo che introduce i personaggi come un flusso di coscienza del protagonista del film. Al contrario dei personaggi di Amelie , quelli del mondo di Nicolas sono molto più stereotipati e finiscono per essere un po’ inconsistenti. Discontinue sono anche le risate provocate da questo film per grandi e piccini, che in alcune situazioni comiche strappano l’ inevitabile risata, mentre in altre (soprattutto quelle che hanno come protagonista l’ amico grasso o il bambino secchione) non fanno che riportare in memoria centinaia di sequenze di film passati dove tali trovate sono state già fin troppo riproposte. In definitiva ci si accontenta se si vuole trascorrere una serata spensierata e con qualche risata, ma si ha la sensazione che oltre allo splendido cast e a quei meravigliosi titoli di testa ben poco altro ci sia degno di menzione.

( Piccole Canaglie Francesi in azione)

( Kad Mèrad e Valèrie Lemercier veri mattatori del film)

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– Il Profeta – 2010 – ♥♥♥♥♥ –

di

Jacques Audiard

Il Carcere dovrebbe servire a reintegrare i criminali nella società e a far dimenticar loro il passato delinquenziale che li ha condannati a quegli anni. Ma per Malik ( Tahar Rahim) non sembra sia così. Il giovane diciannovenne fa ingresso in prigione con pochi stracci e una sola banconota e il suo periodo in prigione è per lui solamente l’ occasione per crescere come criminale fino a raggiungere il momento della libertà con forti amicizie e degli affari ben ramificati ed stabili. I personaggi di Audiard ( lo è anche il Vincent Cassel di Sulle mie labbra) sono sempre un pò vittime dei loro eventi che inevitabilmente li trasformeranno in uomini diversi. Il regista francese lascia però allo spettatore il giudizio finale se questo cambiamento sia stato qualcosa di positivo o di negativo per loro. Ed è proprio con questo occhio mai giudicante che la macchina da presa di Audiard si muove velocemente e in maniera sensibile tra i suoi personaggi facendo delle riprese dinamiche un vero raccordo tra l’ espressione cinematografica e l’ evoluzione di Malik. Anche il linguaggio (tre sono le lingue usate ne Il Profeta) diviene un mezzo simbolico del cammino di Malik verso l’ accettazione della propria identità e il raggiungimento della propria libertà, quella che non lo renderà più obbligato a ricevere ordini dall’ alto ( nello specifico quelli del Boss còrso Luciani). Il francese e la grammatica continuamente approfondita nelle lezioni carcerarie sarà per lui il modo per integrarsi maggiormente nello stato in cui vive (Malik è di origine araba), la lingua corsa lo aiuterà nella frequentazione della gang di Luciani e dei Corsi, fruttandogli anche il soprannome di profeta proprio perchè in grado di capire tutti in anticipo, mentre la lingua araba sarà per lui l’ espressione finale di quella libertà individuale che dovrà riconquistare. Ma Un Prophète ( questo il titolo originale) non è solo un’ opera sulla crescita di un personaggio ma racchiude al suo interno frequenti metafore sociali sulla realtà della Francia e le separazioni ancora presenti tra le etnie, non solo in carcere ma anche nella vita da uomini liberi. Proprio come accadeva un anno fà con La Classe di Cantet ancora una volta per parlare della condizione della Francia bisogna parlarne ” Entre les murs”. E’ come se Audiard volesse comunicarci che tutto quello che accade dentro di noi inevitabilmente è poi lo specchio di quello che all’ esterno facciamo vedere. E’ così che Malik prende gradualmente coscienza di quella che è la sua identità, delle sue aspirazioni come uomo, impara ad essere il principale artefice di sè stesso. E anche i 150 lunghi minuti del film evolvono da dei titoli d’ apertura che si intravedono nel buio, un pò come Malik che dal momento in cui entra in prigione acquisisce una visione limitata delle cose, a quel primo piano finale a schermo intero che apre la prospettiva sulla visione dei fatti (il Malik che dietro di sè ha creato un impero). Il Profeta è anche capace di fondere i continui sensi di colpa, esternati dalle visioni mistiche e oniriche del giovane Malik alla crudezza dei fatti, esplicati dagli intrecci malavitosi di droga e dalle intolleranze tra le etnie. Per gustarne del tutto queste varie sfumature, date soprattutto dalle tre lingue presenti nel film, un consiglio è quello di vederlo in lingua originale. Forse unico modo anche di comprendere in pieno gli immensi pregi presenti in questo perfetto lavoro di Audiard che gli ha fruttato il Grand Prix all’ ultimo Festival di Cannes.

( Il legame con i Corsi)

( Uno dei momenti onirici di Malik)

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