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Posts Tagged ‘david cronenberg’

– A Dangerous Method – 2011 – ♥♥♥ –

di

David Cronenberg

L’ ultimo film di Cronenberg utilizza la storia di un giovane e brillante Carl Gustav Jung e del suo legame pericoloso con la sua paziente Sabina Spielrein per indagare le relazioni umane, fatte di ambiguità, fraintendimenti e di emozioni inespresse. Utilizzando un soggetto non suo e meno visionario e labirintico di quelli che contraddistinguevano i suoi film negli anni ’80, indaga questa volta i meandri della psiche e come questa influenzi poi i comportamenti e le relazioni. A Dangeroud Method, è un film che invita i suoi spettatori a riflettere sul desiderio insito nell’ essere umano di dominare e plasmare a proprio piacimento l’ altro. Da questo desiderio, poichè i soggetti coinvolti avranno tutti quanti delle forti personalità, non potrà che venir fuori uno scontro che li porterà alla distruzione dei loro rapporti interpersonali. Le recitazioni dei tre attori protagonisti sono forse ciò che maggiormente spicca nel film di Cronenberg, dove, anche un Viggo Mortensen che visivamente forse poco può far rammentare l’ icona mentale di Freud, poi nella sua recitazione sarà in grado di trasmettere la rigidità e la fermezza del padre storico della psicoanalisi. Ben trapela la sensazione di quel tipo di società che reprime gli istinti dell’ essere umano, di qualunque genere esse siano. L’ unico personaggio esente da questa dinamica è Otto Gross, interpretato convincentemente da Vincent Cassel, che si lascia andare ai suoi istinti e pulsioni, senza porvi freni alcuni. Eccetto lui l’ intero film è focalizzato sulle parole e  i dialoghi che sono forse il nodo focale della psicoanalisi. Attraverso i dialoghi Cronenberg vuole introdurre lo spettatore all’ interno di ciò che la cura della psicoanalisi si prefigge come scopo: curare l’ inconscio malato attraverso le parole. Quelle parole che permetteranno al nostro inconscio malato di astrarci da lui fino a focalizzare autonomamente il problema. Problema però che una volta focalizzato finirà per distruggere definitivamente le relazioni tra i tre, perchè non è di sole parole e analisi che si possono risolvere i problemi. Cronenberg evidenzia, forse in maniera sceneggiativamente un po’ ridondante e noiosa quelli che sono stati i pregi e i fallimenti della psicoanalisi. Da spettatori assistiamo a un film che ne esplica interamente questo processo e che alla fine può lasciarci svuotati, insoddisfatti e incompleti. Alla superficie il film è patinato e anche la ricostruzione degli ambienti e dei costumi risulta meticolosa e attenta. Il risultato è un pò quello che la psicoanalisi per più di mezzo secolo ha fatto quello di ottenebrarci con parole e parole, lasciando poco spazio al demone delle pulsioni che abbiamo dentro reprimendolo e lasciandolo spesso inespresso. Un film che può annoiare ma che sicuramente è una lucida manifestazione di un regista che anche questa volta non sbaglia il suo colpo. Lo si vede dalla direzione degli attori. Perfetta.

(Lasciarsi andare alle pulsioni)
 
( I Rapporti epistolari tra Freud e Jung)
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– La Promessa dell’ Assassino – 2007 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

David Cronenberg

E’ sempre un piacere poter constatare quando un regista ossessionato dai corpi, dalla carne e dal sangue come David Cronenberg, nonostante la linearità di questo suo lavoro, non perda la sua coerenza stilistica e il suo percorso autoriale personale. La Promessa dell’ assassino, infatti, ci riporta a ciò che è una costante nei lavori di Cronenberg e cioè l’ essenza stessa del male. Un Male sempre presente nella vita dell’ uomo e che nonostante le resistenze riesce sempre a trovare una strada per esprimersi. Lo sguardo di analisi di Cronenberg è freddo e macabro come i corpi freddi dei cadaveri che vengono mostrati nel film. Rigidi pezzi di carne condannati da un’ esistenza marchiata dai tatuaggi impressi nei loro corpi e che sono solo vittime del succedersi degli eventi. L’ intero film scorre narrativamente come un fiume d’ acqua freddo, infatti, circondato da atmosfere cupe e da un superbo tocco fotografico che è quasi sempre contraddistinto da tonalità nere e rosse. E’ come se Cronenberg volesse con questo film comunicarci qualcosa di finale, come la morte. Ogni inquadratura o movimento di macchina è sempre distante dall’ azione che si svolge, quasi a volerlo immortalare come in una fotografia finale. Viggo Mortensen, divenuto ormai l’ attore feticcio del regista canadese, incarna perfettamente il suo personaggio trasfigurato nella manifestazione del male ma  di fatto rappresentazione stessa del Bene con tutte le controversie del caso. Nikolai (Viggo Mortensen) è marchiato interamente da simboli d’ onore attraverso i suoi tatuaggi che gli impediscono di andare contro le regole basilari che la malavita talvolta richiede di praticare, come gli stupri, gli abusi o gli sfruttamenti. Diviene quindi il difensore di tutto questo e il suo rapporto\incontro con Anna (Naomi Watts) è proprio basato su questa sua consapevolezza. Lei sarà per lui il tramite, attraverso cui lui potrà manifestare il destino che il suo personaggio da tempo aveva già tatuato sul suo corpo. E’ un percorso quello di Nikolai, forse salvifico, ma sicuramente verso il Bene e una sua rinascita. Ne funge da perfetta metafora la lotta interamente nudo nel bagno turco, molto cruenta e colma di suspense. Sarà durante questa sequenza che Nikolai dopo aver lottato finirà a terra sanguinante, ma vincitore, in posizione fetale , verso una nuova nascita. Per cento minuti Cronenberg crea un mondo dalle cupe atmosfere precarie e malavitose, nel quale i suoi personaggi e i suoi attori si muovono con lentezza e con la dovuta misura. Mai eccedendo nell’ enfasi delle urla, ma mantenendo tutto come strozzato in gola , come ad un vero noir si domanda. E il finale seppur apparentemente rassicurante, attraverso un’ inquadratura distante e che si interrompe improvvisamente non fa altro che comunicare allo spettatore l’ incessante e incombente pericolo di una probabile minaccia esterna. Sempre probabilisticamente presente.

(Il Giudizio dei Tatuaggi)


(Cronenberg istruisce Cassel )

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– Il Cigno Nero – 2011 – ♥♥♥♥♥ –

di

Darren Aronofsky

Come si può non apprezzare tutto lo studio che c’è dietro quest’ ultimo capolavoro di Darren Aronofsky? E’ evidente lo studio che c’è dietro ogni dettaglio di colore, ogni ripresa alle spalle della sua protagonista e ogni piroetta espressa dalla protagonista Nina. Certo gran parte del merito va anche a Natalie Portman capace di interpretare con il suo volto un personaggio umano che al suo interno racchiude quella dualità della vita eternamente divisa da due contrastanti interiorità: quella che ci spinge al sentire emozioni che la nostra etica morale reputa sbagliate e quella che invece ci dirige verso il bello, il puro e il buono. Il mondo cinematografico di Aronofsky sembra essere ossessionato dalla ricerca della perfezione e le sue opere da Requiem for a Dream a The Wrestler ne sono un lampante esempio di come la sua sia una ricerca coraggiosa che osa oltre il limite del buonismo, spingendosi oltre fino a mostrarci quella parte della natura umana che è decisamente più oscura. E forse è proprio per questo che i suoi film non sempre incontrano l’ unanimità dei giudizi perchè quando si osa e si decide di andare oltre i limiti di ciò che si può o meno mostrare è pur sempre un rischio. Questo è infatti il destino che prima di lui hanno dovuto subire registi come David Cronenberg o David Lynch da sempre votati ad andare oltre le convenzioni visive che il cinema propone. Black Swan è un percorso umano di una donna: quello di Nina, che da sempre castrata da una madre fin troppo apprensiva e capace di insegnargli soltanto disciplina e rigore è incapace di vivere in maniera realmente libera e autentica sapendo sperimentare quella dualità tipica del vivere. E’ la dualità quindi ciò che sembra diventare protagonista in quest’ opera, non a caso gli specchi diventano protagonisti e ci regalano frequenti spettacolari inquadrature dove una perfetta Natalie Portman è in grado di rappresentare quelle che sono le pressioni emotive che il suo personaggio sente. Aronofsky è perfetto nella scelta dei due confini in grado di delineare un film. Con l’ inizio ci regala una meravigliosa parabola onirica nella quale due danzatori perdono piume come a voler presagire il percorso emotivo e di vita che la protagonista dovrà svolgere lungo tutta la durata dell’ opera cinematografica. Nel finale altrettanto perfetto ci regala un finale sorprendente che ancora una volta ci fa comprendere come la psiche umana sia in grado di dominare ogni nostra azione o deformazione percettiva. E durante il suo percorso Nina dovrà imparare ad essere una danzatrice perfetta, a saper fondere la tecnica con l’ abbandono e la purezza con la sensualità. Per fare questo dovrà attraversare una vera e propria crisi di identità che metterà in gioco il suo equilibrio psichico fino a non riconoscersi più in sè stessa e quindi perdersi. Il rischio e la paura di vivere sono quindi argomenti predominanti di questo film in grado di regalarci oltre a perfette sequenze visive (meraviglioso l’ uso della telecamera in soggettiva che tallona alle spalle la protagonista) , interessanti spunti di riflessione su quali siano i rischi della ricerca della perfezione, i limiti delle emozioni umani e la fragilità\forza della nostra psiche nell’ affrontare tutto questo. E esattamente come era in The Wrestler lo straordinario Mickey Rourke , anche qui, al centro di tutto rimane un essere umano ferito, ma al tempo stesso in grado di poter dimostrare a tutti la bellezza della vita nei suoi chiaroscuri di luce.

( Le mille facce dell' animo umano)

( Metamorfosi compiuta)

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– Splice – 2010 – ♥♥♥ –

di

Vincenzo Natali

Se esistesse un genere cinematografico che ben fondesse il thriller con il drammatico e il fantascientifico, quello sarebbe il genere ideale per Vincenzo Natali, che con The Cube ci aveva già lasciato un’ ottima impressione del suo modo di fare cinema. Questa volta il regista canadese ci regala quasi un’ ode al cinema di David Cronenberg, alle sue metamorfosi scientifiche ed esperimenti genetici, che qui i due giovani scienziati protagonisti tentano di produrre in laboratorio allo scopo di sintetizzare una proteina in grado di curare svariate malattie dell’ essere umano. Elsa e Clive ( interpretato dal premio Oscar Adrien Brody) sono al tempo stesso colleghi e amanti con l’ ambizione di sperimentare ciò che per legge non è consentito e cioè di impiantare del DNA umano nella loro creazione vivente. Nasce così Dren un essere che ha i geni di differenti generi animali tra i quali anche l’ uomo e che nasconde tutti i pregi e i difetti dell’ animale uomo, compreso il suo istinto da predatore. E’ attraverso questo personaggio ibrido che Natali invita gli spettatori a riflettere sull’ impossibilità del gene umano nel controllare la propria natura. Quindi ecco che i due scienziati non riescono a resistere al loro istinto di giocare a fare Dio, contro ogni regola etica o morale, così come Dren è incapace di sfuggire a quei processi umani psicologici che gli sono stati dati dal suo DNA umano. In Splice vediamo svilupparsi quindi quelle sovrastrutture psicoanalitiche, come il complesso di Edipo o l’ attaccamento genitoriale, che fanno ormai parte da generazioni dell’ apparato psicologico degli esseri umani. Vengono evidenziate anche le frustrazioni dei rapporti di coppia che spesso portano al tradimento per liberare necessariamente quelli che sono i desideri nascosti spesso sotto le ipocrisie di finte relazioni. Ottimo il lavoro di trucco e di effetti speciali effettuato sull’ ibrido Dren che è interpretato dalla francese Delphine Chanèac e che è capace, nonostante un ruolo essenzialmente muto ad esprimere benissimo la sua emotività attraverso la sua mimica facciale. Ecco allora che la mostruosità di un essere potenzialmente pericoloso (Dren nasce dotata di una specie di pungiglione velenoso che tanto ricorda l’ aculeo degli scorpioni) si fonde in Splice con la sessualità invitando a riflettere su come spesso l’ essere umano sia attratto al tempo stesso da ciò che inizialmente ripudia. Un tema, quello della sperimentazione genetica, spesso sfruttato in fantascienza, ma che Vincenzo Natali è in grado di arricchire con elementi originali dal retrogusto “Cronenberghiano”. Certo in qualche sequenza potranno far correre il rischio di far ridere ma è certo che una volta che i titoli di coda scorreranno non si potrà facilmente non fermarsi a riflettere sulle tematiche sottintese che comunque il film racchiude al suo interno.

( Prime confidenze con la propria creazione)

( Attrazione fatale)

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