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Posts Tagged ‘Commedia’

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 Pride (2014)

di Matthew Warchus

Due mondi all’apparenza inconciliabili, due lati della stessa medaglia, due soffi allo stesso cuore. Nel Regno Unito di metà anni ’80, governato dalla Lady di ferro Margaret Thatcher, fresca di rielezione grazie alla riconquista delle Falkland-Malvinas, non solo i minatori, soprattutto delle miniere di carbone gallesi, stavano rivendicando i propri diritti con scioperi a catena che bloccarono l’economia britannica per diversi mesi, ma anche la comunità LGBT stava muovendo i primi passi alla ricerca di una propria identità. Da questa apparentemente inconciliabile origine, inizia un’ unione così forte che li vedrà combattere fianco a fianco gli uni per i diritti degli altri, tant’è che i rozzi minatori gallesi tutti di un pezzo abituati al freddo e all’umidità delle paludi si schiereranno in prima fila al Gay Pride che ebbe vita a Londra nel 1984. inimmaginabile qualche tempo prima. E questa oltre ad essere la sinossi del film è anche la Storia. il regista Matthew Warchus ce la racconta seguendo un diciassettenne della periferia di Londra che raggiunge la capitale per studiare, ma imparerà socraticamente a conoscere se stesso, oltre che diventare un’attivitista LGBT. Non è il protagonista, in realtà in film come “Pride” si fa decisamente fatica ad individuare un protagonista ed è per questo che potremmo dire che sia riuscito. Nonostante la poca esperienza al cinema, Warchus, ben servito dallo script di Stephen Beresford, riesce a non cadere nella trappola di rappresentare il movimento LGBT come un carrozzone vuoto, becero e qualunquista, ma come un insieme di essere umani che provano a fare qualcosa più grande di loro. Fa bene a scegliere i toni della commedia e non ingolfare la narrazione con supersoniche inquadrature o impantanandola con una frivola colonna sonora. Sceglie il ragazzo di periferia solo per darci un concentrato di quanto puo’ essere (ancora oggi) dilaniante la mancata considerazione della propria diversità in una fase post-adolescenziale, dunque decisamente labile. il film è ambientato nella Londra nel cuore degli anni Ottanta e non ha paura di mostrare anche il lato oscuro di quegli anni ossia la sieropositivà, l’AIDS e l’omofobia, anche se in maniera non proprio diretta, ma lascia che lo spettatore sia più attratto dall’evento di una portata decifrabile probabilmente solo con l’ausilio della Scala Mercalli. E ci riesce con più profitto di quanto non ottennero le realtà che racconta. Se cercate un film queer o pensate che lo sia, allora siete proprio dall’altra sponda del fiume, qui si solcano le strade del film di denuncia per quanto edulcorato da toni di finta commedia per la maggiorparte della durata, ma non ci si tira indietro. Anzi nel raccontare il primo incontro tra minatori e gay, il regista non lascia che l’imbarazzo da solo prenda il sopravvento, ma rafforza le diversità all’iperbole con il silenzio, perchè si faccia portavoce del estremo disagio che li accomuna. Cast scelto chirurgicamente dall’esordiente Warchus, che si affida saggiamente ad un parterre de roi di caratteristi inglesi quali Bill Nighy (“Love Actually”,”The boat that rocked”), Imelda Staunton (“Shakespeare in Love”, “Vera Drake”), Paddi Considine (“Cinderella Man”, “Hot Fuzz”) e Dominic West (“300”, “Chicago”) attori formidabili capaci di muoversi senza colpo ferire in acque torbide, come i passaggi da commedia a dramma presenti ad ogni piè sospinto. Vale davvero la pena di recuperarlo e dovrebbe essere proiettato nelle scuole per insegnare i significati della parola lotta e della parola diritto.

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La parte degli angeli (2012) di Ken Loach

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Con la media di quasi un film l’anno negli ultimi 30, il regista inglese Ken Loach realizza il suo trentatreesimo film per il cinema e nonostante le sue settantasei primavere non pare affatto che la sua arte si sia logorata. Si affida alla sceneggiatura del suo tenente di lungo corso Paul Laverty, ormai giunti al trentennale della loro proficua collaborazione. Dopo “Carla’s song” del 1996 e “Sweet Sixteen” del 2002, torna nei sobborghi di Glasgow, stavolta non per parlare dell’immigrazione nel Regno Unito o della violenta generazione di sedicenni, ma per dare voce alla profonda disoccupazione giovanile, che per quanto si possa pensare c’é anche nel Regno Unito, perché la Scozia ne fa ancora parte. Forse per questo adotta la commedia come registro di questo fenomeno. Si potrebbe pensare ad un fiasco annunciato per quanto nei suoi film non mancano mai i toni di un’ironia sopraffina volta ad alleggerire le questioni sociali che racconta. Invece ecco che come un cavallo di razza inverte la sua narrazione senza però venire meno alla sua poetica. Ed é per questo motivo che “The Angel’s share” probabilmente non riceverà i più onorevoli premi della critica, ma sicuramente si instaura stabilmente tra le migliori opere della filmografia loachiana. Come sempre prende attori poco conosciuti al grande pubblico e li plasma al ruolo come un artigiano plasma le sue creazioni, anche se pochi poi dopo aver lavorato con lui riescono a fare il grande salto, come Peter Mullan visto in “My name is Joe” e Robert Carlyle di “Carla’s song” e “Riff Raff” (in questo le eccezioni sono due, visto che é l’unico ad essere stato scelto due volte da Loach per un ruolo da protagonista). A Loach non importa un fico secco avere un gran budget o un grande cast, ma raccontare quello che non va nel mondo, soprattutto nel mondo del lavoro. Stavolta prende dei reietti per la società, ossia dei ragazzi affidati ai lavori socialmente utili e affida loro il loro destino, cosa che a nessuno verrebbe in mente, probabilmente nemmeno al cinema. Invece imbastisce un commedia avvincente e, udite udite, a lieto fine. In una Scozia dove il lavoro scarseggia e i giovani – qui sono maggiorenni – non conoscono nemmeno i monumenti più importanti dunque le loro radici culturali (esilarante la scena dove il Castello di Edinburgo viene riconosciuto solo grazie alla pubblicità nei cartoni del latte), l’unica alternativa allo sbronzarsi quotidianamente e’ vendere droga o altre attività illecite. In questo contesto, la Storia viene loro in aiuto sotto le spoglie del prodotto nazionale scozzese, il whisky, che da par suo invece richiede un palato delicato e una cultura del prodotto non indifferente. Come sia possibile trovare un trait d’union tra le due parti divergenti, in pochi hanno la visione d’insieme per carpirlo, uno di questi é appunto Ken Loach. Dà una seconda chance ad una generazione impaurita senza un obiettivo che si annoda su se stessa e non può che essere dannosa e letale: il protagonista ha infatti ucciso un uomo. Come se volesse recitare il mea culpa per non aver concesso, quattordici anni prima, la grazia a Joe (“My name is Joe”), stavolta non assilla Robbie (Paul Brannigan) con estenuanti primi piani o dialoghi intrisi di realismo, ma lo lascia respirare e scazzottarsi, dandogli l’occasione di sbagliare e dunque crescere, come se ordire un piano degno de “I soliti ignoti” potesse riabilitare ogni errore di gioventù e colmare ogni lacuna sociale. Pertanto non fatelo scappare, siamo dalle parti del capolavoro.

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– City Island – 2010 – ♥♥ e 1\2 –

di

Raymond De Felitta

Viene spontaneo far nascere fraintendimenti  guardando questo film. E’ facile fraintenderlo con un melodramma familiare dalle tonalità enfatizzate (un pò come il Segreti e Bugie di Leigh o i film che trattano di disturbi familiari di Solondz) , ma al contrario ciò che risalta maggiormente è la leggerezza con la quale è descritto un piccolo nucleo familiare sconvolto dai suoi stessi segreti interni, dalle frustrazioni e dal non detto. E la famiglia di Vince Rizzo ( un sempre in parte Andy Garcia, che si fa forza della sua vena italiana per enfatizzare certi toni), guardia carceraria di un piccolo quartiere del Bronx, non ha di certo poche frustrazioni. Lo stesso Vince deve nascondere alla moglie la sua passione della recitazione, nascondendola dietro l’ hobby del poker, mentre quest’ ultima, totalmente assorbita da una vita domestica che non l’ appaga e un marito che non le da più le attenzioni di una volta sfoga tutto questo in aggressività e nel sospetto che dietro le “false” partite a poker del marito in realtà vi sia un’ amante. Anche i figli hanno i loro segreti: il figlio più piccolo nasconde il suo amore morboso verso le ragazze grasse e la figlia studentessa al college è incapace di rivelare ai propri genitori di aver perso la borsa di studio ed esser costretta di conseguenza a fare la spogliarellista per pagarsi gli studi. Ma proprio quando tutti questi segreti sembrerebbero galleggiare in un limbo di tranquillità ecco che una classica situazione da cinema è pronta a tirarle fuori tutte quante: Vince scopre che un suo figlio di primo letto è detenuto presso il carcere nel quale lavora. Decide quindi di prenderlo in custodia presso la propria famiglia e da quel momento tutto non sarà più come prima. La sceneggiatura del film di De Felitta non è delle più originali e soprattutto i personaggi dei figli non hanno delle caratteristiche ben approfondite, ma sbrigativamente liquidati con tratti piuttosto banali. Ma di sicuro il regista è capace di calibrare quello che sarebbe potuto diventare un drammone familiare in una vicenda leggera e divertente dal sapore estivo e che sicuramente è capace di “raffreddare” le caldi notti estive con qualche risata e qualche tono ironico. Il piccolo paesino ai margini di New York, nel quale vive la famiglia Rizzo, è forse fin troppo caricaturale e rischia di far associare questo film a numerose commedie americani che hanno come sfondo piccole comunità un po’ tutte uguali. Il finale del film assume dei toni in totale controtendenza con l’ intero film, apportando una vena tragica a quello che fino a quel momento era stato un film leggero. Ma è tutta un’ illusione e un preambolo agli abbracci finali familiari e al consueto happy ending. Merito va soprattutto a De Felitta, per non aver appesantito con seriosi giudizi morali le vicende della famiglia un pò borderline (ma alla fine tanto comune) ma per aver cercato sempre di smorzare i toni alla  ricerca di un colpo di scena anche nella recitazione degli attori e negli scambi di sguardi inattesi. Imperdibile la sequenza nella quale Andy Garcia fa un provino per un direttore del casting di un fantomatico film di Martin Scorsese con Robert De Niro.

( La scoperta del figlio carcerato)

( La passione segreta per la recitazione e per Marlon Brando
di Vince)

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– E’ Complicato – 2010 – ♥♥ –

di

Nancy Meyers

In America per Natale, mentre da noi fanno gli inguardabili cinepanettoni, escono al cinema le commedie semplici ma intelligenti. E’ proprio il caso di questa gradevole commedia di Nancy Meyers (Regista già del simpatico Tutto può Succedere con Jack Nicholson). La regista naviga bene già da tempo nelle acque delle commedie e soprattutto se queste hanno come protagoniste le donne, in questo caso non più giovani e che alla soglia della menopausa cercano la felicità in quello che secondo la Meyers sembra essere un vero e proprio segreto dello star bene: la vita di coppia. Questo perchè la sensazione che si ha vedendo questo film è che la Meryl Streep protagonista, nonostante un divorzio ormai da anni digerito a forza di sedute di psicoanalisi, non riesca proprio ad accontentarsi di una vita in una nuova casa e condita dall’ amore di un nutrito gruppetto di figli tutti più o meno realizzati. E Nancy Meyers che ben conosce “cosa le donne vogliono” (è regista anche del conosciuto What Women Wants) riesce a costruire una sceneggiatura che, anche se con l’ utilizzo di trovate spesso banali, racconta quelli che sono i potenziali problemi di una donna non più nel fiore dei suoi anni ma che è comunque decisa a non rinunciare a una parte considerevole della sua giovinezza: l’ amore. Certo è che riesce in tutto questo utilizzando fin troppi luoghi comuni entrati a far parte delle ossessioni delle donne americane di un certo livello sociale: come il pensiero alla chirurgia estetica, gli incontri con le amiche sessantenni tutte deluse dagli ex mariti che hanno come tema le nuove avventure sessuali del gruppetto, le abilità culinarie e l’ unità familiare ricostruita dopo un fallimento grazie alla terapia o i nuovi mezzi di comunicazione come le videochat. La scelta del cast è una vittoria già dai soli nomi: Meryl Streep si destreggia in maniera perfetta all’ interno del suo ruolo dalla scelta complicata e fa della risata il suo vero punto di forza ( sono frequenti le sequenze nelle quali il suo personaggio è sorridente), Alec Baldwin gigioneggia nel suo ruolo di ex marito fuori forma fisica ma consapevole e sicuro di essere ancora appetibile e infine Steve Martin sarà forse meno comico del solito ma il suo ruolo da divorziato romantico in cerca di nuove palpitazioni del cuore è sicuramente ben interpretato. Decisamente hollywoodiano il set che pone le architetture moderne delle case perfette, i giardini e gli orti curati anche sotto la pioggia, tutti elementi non meno importanti per apportare leggerezza ad una commedia che come argomento principale dovrebbe avere quello della difficoltà nel gestire un divorzio e la possibilità di un nuovo amore (situazione, quest’ ultima, sfruttata come elemento realistico e quotidiano). Peccato però che la parte prettamente comica del film, quella delle gag e delle battute scada molto spesso nel volgare (frequenti le battute sul sesso e simpatica ma eccessivamente superflua la scena di Baldwin nudo sul letto osservato da Martin in videochat) e nelle atmosfere da sit-com viste e riviste innumerevoli volte in questo genere di cinema (l’ex marito spione che cade tra le siepi mentre osserva dalla finestra o gli innaffiatoi che scattano proprio quando scatta la passione a letto). Sufficiente e gradevole ma nulla di più.

( Rido con il mio ex marito...)

(...O rido col nuovo fidanzato? E' Complicato)

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– Happy Family – 2010 – ♥ –

di

Gabriele Salvatores

Quale dovrebbe essere il vero meraviglioso segreto del cinema per lo spettatore? Che tutto quello che vede è una finzione e attraverso questa straordinaria messa in scena recitata dagli attori ci troviamo catapultati in un mondo che ci fa dimenticare il nostro reale facendoci totalmente immergere in un’ altra storia, in un’ altra realtà. La commedia in particolare dovrebbe realisticamente (e intelligentemente, se riesce) a stimolare il lato leggero della vita non perdendo mai però di vista il contatto con il credibile. Tutto questo Gabriele Salvatores in Happy Family non lo fa. Ricordandoci insistentemente che il suo è un film nel film, attraverso lunghi monologhi dei suoi attori che guardano dentro la macchina da presa, sembra dimenticarsi che accennare questo sguardo in macchina (come fece anche Charlie Chaplin in una comica del 1914) sarà pura arte ma esagerare diventa molto fastidioso e invadente per lo spettatore che desidera non essere intaccato così prepotentemente nel suo personale liquido amniotico della poltrona. Forse Salvatores, con questa commedia che narra di uno sceneggiatore che viene catapultato all’ interno del suo stesso scritto, avrebbe voluto sottolineare il contrasto tra questa finzione cinematografica e la realtà di certo più dura e spesso priva di poesia o risate. Ma la sua visione di “Happy Family” risulta fin troppo “Happy” da diventare del tutto surreale e non credibile, trasformando anche il lato comico della commedia in un basso stimolo alle risate becere (in qualche occasione volgari) degne dei peggiori film di questo genere. Il regista milanese inoltre non nasconde affatto i riferimenti alle famiglie surreali di Wes Anderson ( I Tenenbaum in particolare) e li inserisce nel suo film in maniera così evidente da far perdere ogni senso di originalità ( l’ uso frequente dei colori primari e le carte da parati sono un esempio). Per non parlare poi di quel finale, che come una lunga carrellata ci fa vedere tutti gli oggetti che nel loft alla moda dello sceneggiatore Ezio (Fabio De Luigi) hanno in qualche modo ispirato la sceneggiatura dell’ autore-protagonista, così spudoratamente uguale a I Soliti Sospetti. I personaggi di Happy Family finiscono per diventare delle semplici macchiette, prive di qualsiasi evoluzione e pronte solo a lanciare le loro gag di bassa lega che vorrebbero provocare la risata dello spettatore anche alla goffaggine di una caduta o allo scampanellare insistente della bizzarra nonna col morbo di Alzheimer. Si ha anche la sensazione vedendo alcune sequenze sperimentatrici di Happy Family ( in particolare quella in bianco e nero che filma il sottosuolo urbano e reale della vita milanese sulle note classiche della musica in contrasto con le fastidiose atmosfere surreali della famiglia “Salvatoriana”) che l’ intero film sia una provocazione pseudo intellettuale del regista milanese, anche se poi è del tutto impossibile non accorgersi quanto l’ intero film non sia esente dalle politiche di mercato ( lo stesso Salvatores nelle ultime settimane è stato presente ovunque per sponsorizzare il suo film). Quindi è del tutto evidente l’ ipocrisia che c’è dietro questo Happy Family, un’ opera pseudo innovativa e intellettuale ma che al suo interno non si discosta poi molto dai film comici di bassa lega che vediamo a Natale. E’ tutto come un lungo spot pubblicitario di 90 minuti il film di Salvatores, vorrebbe far ridere, vorrebbe esser chiamato commedia, ma al suo interno non ha che attori sprecati, una sceneggiatura vuota ( i dialoghi riusciti sono solo un paio, compreso quello in barca dei due protagonisti Abatantuono e Bentivoglio) e delle idee copiate un pò qua e là da film molto più riusciti della cinematografia americana.

( Due attori sprecati)

( Ma sai che ti dico? Io guardo in macchina adesso...anche tu cane)

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– Tra le Nuvole – 2010 –  ♥♥♥ e 1\2 –

di

Jason Reitman

Essere un tagliatore di teste ed esserne felice non è di certo cosa da tutti. Ma Ryan Bingham (George Clooney) è entusiasta di viaggiare giornalmente da un punto all’ altro degli States per licenziare persone, con in mente l’ unico sogno di raggiungere il prestigioso club da dieci milioni di miglia. L’ idea di condurre una vita senza legami è la sua strada verso la felicità e sembrerebbe essere disposto a difenderla a qualsiasi costo. Fino a quando non incontra la “sè stesso con la vagina”, Alex (Vera Farmiga) e allora tutte le sue certezze iniziano ad assumere connotati di dubbio. Jason Reitman, straordinario regista al suo terzo film e che vanta una chicca come Juno, è capace di partorire una commedia che in maniera schietta e veloce parla di due (e forse anche di più) dei problemi più in voga nella nostra frenetica società moderna. Uno di essi è fictionale e l’altro invece è più realistico e sviluppato con l’ausilio di una ventina di veri disoccupati che non tra i veri attori riescono a non sfigurare per nulla. Quella del licenziamento è una realtà americana che raramente è discussa e che si sta propagando anche qui da noi e in grado di sviluppare numerose e differenti reazioni nell’ indole degli esseri umani. Molte di queste reazioni sono ben esplicate nei personaggi che Reitman per brevi momenti fa esprimere nel suo film, alcune di esse sono tragiche altre meno ma tutte sono in qualche modo cercate di esser placate dalla bufala del programma sostitutivo che propone la compagnia per la quale il signor Bingham lavora. Il personaggio di Ryan è ben interpretato anch’ egli da Clooney ed è un pò il simbolo del capitalismo moderno quello che nasconde gli egoismi e il materialismo dei soldi dietro le belle parole e il savoir faire di un bel sorriso e di un ottimo abito con mocassini firmati. Dall’ altra parte c’è uno stuolo di persone che vive di affetti, famiglia e valori che sembrano ormai sempre più perdersi e che si vede strappar via i sacrifici lavorativi grazie ai quali ha costruito proprio tutti quei valori. Tra le nuvole è un pò il confronto tra due mondi: quello che vede la libertà come il non creare una famiglia e che vede l’amore solo come una parentesi della vita e quello che al contrario trova proprio in questo sentimento e nel valore della famiglia il senso della propria vita. Clooney è in grado questa volta di metter da parte il suo solito giocare con le espressioni facciali e qui è in grado di tirar fuori un vero e proprio personaggio con variegate sfaccettature che hanno il culmine nel suo cambio di vedute sul suo stile di vita. Reitman è ancora in grado di trovare una sceneggiatura convincente che con leggerezza e i toni tipici da commedia è in grado di parlare di un problema serio americano e mondiale e che dà luce nel finale a una riflessione profonda sulla nostra società. Il bisogno di avere un copilota nella nostra vita in grado di saperci assistere durante i momenti più cupi della nostra vita è un’ esigenza indispensabile o non necessaria? E’ un pò quello che sembra domandarsi il personaggio di Clooney e anche un pò lo spettatore coinvolto in prima persona nella visione di questa delicata commedia. Commedia che però è in grado di sovvertire un pò i canoni standard che questa sembra da tempo aver assunto. Il finale è infatti umoristico e al tempo stesso amaro ma privo del tutto di quel connotato consolatorio che molto spesso questo genere cinematografico possiede. Ma soprattutto è una commedia in grado di tenere il suo punto di vista sulla vita (quindi quelli personali di ognuno di noi) ben aperto agli eventi così come fa il suo protagonista che passa da frasi come “La vita è movimento” a quelle come ” La vita è meglio se in compagnia”. Morale della favola: meglio essere aperti alla vita e ai cambiamenti, di qualsiasi genere questi siano, e soprattutto in una società così carente di stabilità come quella odierna.

( Sarà una nuova vita quella di Alex e Ryan?)

( O trionferà la vita da single del cielo?)

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– Io, Loro e Lara – 2010 – ♥ e 1\2 –

di

Carlo Verdone

Ci ha abituati, ormai, Carlo Verdone ai suoi personaggi in preda alla crisi di mezza età sia che essi siano uomini sposati, single e questa volta anche preti. Si perchè vorrebbe essere una novità quella di rendere protagonista di questa crisi un uomo di fede ma invece finisce per essere sempre il solito Verdone e forse tra i peggiori. E non solo il suo protagonista ma anche gli elementi all’ interno del suo ultimo film sembrano tutti essere un grande rimpasto delle sue migliori commedie drammatiche. Non è difficile infatti scorgere le analogie nel rapporto tra il protagonista e Lara (una Laura Chiatti che punta come sempre più sulla fisicità che sulla recitazione) con il Sono Pazzo di Iris Blond e “l’ iniziazione”  di un quarantenne, in questo caso prete missionario, al mondo dissoluto giovanile. Oppure accostare le tendenze depressoidi e problematiche di Don Carlo Mascolo (Carlo Verdone) a quelle del Verdone di Maledetto il giorno che t’ ho incontrato. Anche la scelta di rendere il prete un modello contemporaneo e un pò alternativo di uomo religioso risulta essere costruita in maniera decisamente sempliciotta e superficiale così tanto che dopo una buona mezz’ ora ci si dimentica anche che egli sia un missionario e lo si inizia a guardare soltanto come un uomo semplice spogliato da qualsiasi abito talare. I personaggi secondari che circondano il protagonista riesco a fare anche peggio: sono tutti delle pure macchiette piene zeppe di stereotipi di ogni tipo. Spaziano dalle nipotine emo che nel finale si trasformano in lolite rococò, alla sorella psicologa dotata di una pessima propensione all’ ascolto fino ad arrivare al fratello cocainomane e donnaiolo. Ma se questo non bastasse abbiamo anche il padre di Don Carlo impenitente rubacuori di badanti. Certo va detto però che, se si fa eccezione dei continui riferimenti sessuali che il film ha in maniera latente, è piuttosto contenuta la volgarità del film. Il soggetto iniziale (quello di portare in scena la crisi mistica di un missionario africano ritornato in patria a riflettere sul suo futuro) era sicuramente sufficiente. Ma la stesura successiva della sceneggiatura mostra evidenti segni di tracollo che tentano di essere colmati dalle gag e dalle battute spesso scontate o da momenti isterici nei quali i toni si alzano e il gesticolare ad ampie braccia domina le scene. Nascosta dietro tutto questo c’è la riflessione finale, peraltro poco realistica (un computer portatile che fa una videoconferenza in maniera scorrevolissima senza fili nel ben mezzo di un villaggio africano), di una società sempre più in preda al materialismo e ai finti valori più che impegnata nel volontariato e nell’ occuparsi dei problemi veri del terzo mondo. Detto in altri termini, in definitiva non c’è assolutamente nulla di veramente rivoluzionario e non politically correct nel personaggio del prete interpretato da Verdone: nessun segno di opposizione vera a quel buonismo smaccatamente cercato dai valori cristiani. Forse le tentazioni sessuali vorrebbero rappresentare l’ apice (secondo il regista romano) dei problemi di un uomo di fede ma a questo punto sorge spontanea la domanda: se la fede di un religioso è basata solamente sulle proprie sicurezze o dubbi in materia sessuale allora non basterebbe semplicemente diventar eremiti o asceti? Troppa superficialità, quella che non c’era in Compagni di Scuola o del già citato Maledetto il giorno che t’ ho incontrato. Anche se di risate si parla.

( Prete "svestito" e nipote emo con amica )

(Ecco a voi un prete alternativo che poi così tanto non lo è)

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