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Posts Tagged ‘Colin Firth’

– Il Discorso del Re – 2011 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Tom Hooper

E’ raro oggi trovare un film  capace di racchiudere al suo interno contenuti che fanno parte della storia, trattandoli con una rara cura che porti lo spettatore ad immedesimarsi con le emozioni dei suoi protagonisti. La balbuzie di Re Giorgio VI (Colin Firth) diventa quindi, non soltanto un problema comunicativo ma è l’ origine di un profondo senso di inadeguatezza del suo personaggio chiamato a causa dell’ imminente inizio della Seconda Guerra Mondiale a rappresentare il leader istituzionale di un’ Inghilterra ormai futura preda dell’ Asse di Hitler. Il protagonista Colin Firth ( candidato all’ Oscar 2011 come miglior attore protagonista) è impeccabile nel suo ruolo riuscendo a manifestare un personaggio  impacciato e ingabbiato nel ruolo di chi vive uno squilibrio comunicativo che ha radici interne originate da un’ educazione molto repressiva. Il regista Hooper delinea un momento delicato della storia britannica nel quale non è solo l’ imminente ingresso in guerra a essere protagonista ma anche l’ evoluzione dei mass media e l’ avvento della radio come mezzo di comunicazione che è in grado di restituire al popolo un ritorno auditivo, e quindi un contatto con l’ autorità monarchica che rappresenta la Gran Bretagna. Una radio che diventa simbolo di unità nazionale ma che si cela dietro un microfono che per chi è balbuziente come  Re Giorgio VI diventa un enorme mostro che catalizza la sua attenzione paralizzandolo. La sceneggiatura, scritta da David Seidler, che ha sperimentato la balbuzie sulla sua persona, essendo diventato balbuziente da bambino durante la guerra, è misurata e mai superflua. E’ costruita molto sulla relazione tra il re “Bertie” e il suo terapeuta\logopedista, interpretato superbamente da Geoffrey Rush, e sul lento processo che condurrà il paziente reale a venir fuori dalla sua nevrosi blindata dietro ricordi dolorosi d’ infanzia e una rigida impostazione dettata da formali buone maniere. Ecco che allora diventa fondamentale guardare questo film in lingua originale per gustarsi pienamente la bravura dei due attori durante i loro siparietti colmi dell’ essenza del conflitto di classe, ma anche per apprezzare la bravura di Colin Firth nell’ interpretare i suoi momenti di spasmi otorinolaringoiatrici e le sue interruzioni fonetiche con immensa credibilità visiva e uditiva. Interessanti sono poi anche le riprese a mano delle quali Hooper si avvale per trasmettere l’ ansia del suo protagonista allo spettatore, senza però mai eccedere ma limitandosi ad essere prerogativa solo di quegli stati d’ animo. Sapienti sono anche le scelte di alcune inquadrature che spesso tengono il protagonista Colin Firth ai margini di essa, rappresentando perfettamente i suoi stati d’ animo, o anche l’ utilizzo frequente di riprese dal basso o le deformazioni del grandangolo. Il Discorso del Re è un film che al suo interno è un manifesto di quella che è stata la fine di un mondo fatto di formalismi e l’ inizio (proprio grazie l’ avvento dei nuovi mass-media) dei favoritismi nei confronti di coloro che sanno come parlare alle persone in barba alla qualità e alla sostanza delle loro parole. Emblematica è infatti la sequenza nella quale lo stesso Re Giorgio VI pur non comprendendo ciò che il suo futuro nemico Hitler dice durante uno dei suoi discorsi ne rimane impressionato constatando che “sembra saperlo dire piuttosto bene”. Un film quindi sulla forza della parola nella comunicazione di massa, ma anche un’ opera che non dimentica di mettere in luce che l’ empatia e la fiducia reciproca è una prerogativa essenziale per chi vuole affrontare i suoi problemi non chiudendosi rigidamente in sè stesso.

( Prima prova di registrazione)

( Il Discorso finale del Re)
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– Dorian Gray – 2009 – ♥  –

di

Oliver Parker

Oliver Parker sceglie la strada di rielaborare il celebre capolavoro di uno dei pilastri della letteratura mondiale come Oscar Wilde. Decide di non “sminuirlo” allo straordinario manifesto della letteratura e dell’ ideologia edonista, ma di renderlo un vero dark con tanto di presenza demoniaca finale ed effetti speciali degni di un horror. La domanda è : era veramente necessario solcare tale strada per rendere onore al romanzo del celebre scrittore oppure si tratta soltanto di una trovata puramente commerciale per introdurre il personaggio letterario a un pubblico soprattutto giovanissimo? Sicuramente il budget dietro c’è e non è da poco (se si ricordano le frequenti pubblicità su Italia 1, la tv dei giovani a detta di Mediaset), così come anche c’è l’ evidente tentativo di soffermarsi in particolari edonistici non a caso in linea con quelli della nostra società (come i piaceri sessuali). Ciò che nel romanzo di Wilde quindi è sottointeso, nel film di Parker è sempre in bella vista e già questo basterebbe per far inarcare un sopracciglio a tutti gli estimatori del romanzo. Ma il punto è che si tratta di un film e quindi bisogna analizzarlo come tale. Ed è proprio nel film infatti che Parker decide di usare tecniche molto di moda e decisamente giovanilistiche come i frequenti usi del dolly o i frequenti cambi di location che hanno come scopo quello di allietare la bellezza della fotografia e delle immagini sminuendo del tutto la forza della storia. La confusione in effetti è frequente quando ci si sente sballottati da un bordello della Londra vittoriana all’ altro, passando da un teatro malfamato a una residenza vittoriana con una facilità estrema e senza il minimo di raccordo visivo. I personaggi appaiono più come delle figurine messe lì e usate solo dal punto di vista visivo e per nulla da quello introspettivo. La matrice omosessuale del trio Dorian-Henry-Basil qui viene sviluppata in maniera semplicistica relegando il pittore Basil al ruolo dell’ omosessuale attratto da Dorian, il personaggio di Henry (un salvabile Colin Firth) viene visto come la guida di vita e Dorian (un impostato Ben Barnes) che decide di sporcarsi l’ anima saltando da una gonnella all’ altra. Alla fine quello che resta sono soltanto scene un pò glamour di sesso che fanno invidia al migliore degli spot di Dolce e Gabbana, e una musica fastidiosissima che vorrebbe trascinare l’ intero film in una sorta di pomposo inno alla giovinezza. Come se tutto questo non bastasse a deturpare il ricordo del vero Wilde e a confondere quello dei più giovani profani del vero personaggio dell’ opera letteraria il finale viene reso in chiave decisamente horror introducendo effetti speciali così di cattivo gusto da far rammentare l’ inarrivabile mummia computerizzata dell’ omonimo film (La Mummia di Stephen Sommers). Insomma al modernità ha un prezzo sembrerebbe voler dire Oliver Parker. Ma decisamente a volte sarebbe meglio non doverlo pagare noi spettatori.

( Piacere secondo Parker: Sesso, Sesso e poi ancora Sesso)

(Somiglierò al vero Dorian?)

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– A Single Man- 2010 – ♥♥♥♥♥ –

di

Tom Ford

Di eleganza  Tom Ford sicuramente se ne intendeva, essendo stato per anni lo stilista di Gucci o di Yves Saint Laurent, ma di certo che fosse dotato di un tale portamento cinematografico nessuno se lo sarebbe mai aspettato. E lo esprime con coraggio portando sugli schermi cinematografici un film tratto dal romanzo di uno dei più grandi scrittori del secolo scorso inglese (Christopher Isherwood), ed essendo in grado di esprimere concetti introspettivi con una convinzione visiva degna di una regia decisamente esperta. La storia narra dell’ ultimo giorno di vita di un uomo solo (come recita il titolo italiano della novella di Isherwood), che si confronta da anni con il vuoto apportato dalla scomparsa prematura del suo compagno, sul quale aveva investito ogni progetto di vita. Il tutto è sviluppato su due diversi spazi temporali: quello presente e quello dei pensieri del protagonista George (Colin Firth) che in svariati momenti ricorda gli attimi trascorsi in compagnia del suo scomparso Jim. Tom Ford cura ogni piccolo dettaglio di questa ultima giornata, sia visivo che introspettivo. Attraverso due diverse tonalità fotografiche riesce ad imprimere gli stati interiori del suo protagonista che è ormai circondato da un incessante scorrere di personaggi nella sua vita privi di colore e grigi. Solo in sporadici fugaci attimi tutto assumerà delle tonalità più vivide per lui riuscendo a fargli sentire quello che della vita è sempre stato lì ma che a causa della sua solitudine e del suo dolore di rado riesce a percepire. Efficaci sono anche i rallenty che il regista mette in atto quando inquadra il suo vicinato per esprimere quel senso di immobilità e vacuità che secondo lui lo circonda e che vede personificato nei suoi vicini. I ricordi hanno quasi tutti caratteristiche iconografiche che tendono a  mostrare Jim quasi come fosse una vera e propria musa ispiratrice di George, incapace di innamorarsi delle donne, nonostante in qualche modo se ne senta attratto fisicamente. Ogni dettaglio espresso dalla macchina da presa di Ford è uno specchio di quella che è la sua concezione di eleganza e di bellezza. Tutto sembra essere al suo posto anche nelle movenze degli attori e nei costumi. Persino gli accessori o il trucco dei suoi personaggi finiscono entrambi per avere un loro ruolo, spesso espresso grazie alle inquadrature effettuate con l’ausilio di efficaci macro. Julianne Moore è perfetta e quasi divina nel ruolo dell’ eterna amica-innamorata e allo stesso tempo sofisticata ma che George non riesce proprio a contraccambiare. Sicuramente da Oscar è Colin Firth in grado senza mai esagerare di imprimere al suo personaggio una vasta gamma di emozioni espresse e latenti che trovano in quasi tutte le sequenze la naturalezza delle più grandi interpretazioni di tutti i tempi. E’ aiutato sicuramente da una sceneggiatura che seppur ispirata da un efficace romanzo non è mai scontata nè noiosa ma che fa dei suoi dialoghi la vera colonna portante dell’ intero film. Un personaggio quello di George che vive da tempo con la pistola in mano, arma con la quale ha un rapporto quasi metafisico, e che fa del suo passato l’ espressione vitale del suo futuro. Ogni tassello del suo passato, infatti, sembra trovare un perfetto incastro di ogni suo stato d’ animo presente che andrà quindi inevitabilmente a condizionare il suo futuro. Fa sicuramente discutere e ancora una volta rammaricare la scelta delle case distributrici italiane di portarlo in pochissime sale, anche perchè decisamente azzoppato dallo stesso giorno di uscita di un colosso come Avatar. Film ed esordi come questo credo debbano essere valorizzati molto di più in un paese come il nostro che sembra vivere anch’ esso, cinematograficamente, della propria eredità del passato.

(Uno dei pochi attimi di colore nell' ultimo giorno di George...)

(...attanagliato spesso da ricordi iconografici)

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– A Christmas Carol – 2009 – ♥♥♥ –

di

Robert Zemeckis

Non si può definirlo una vera e propria animazione l’ ultimo lavoro natalizio dello sperimentatore Zemeckis perchè gran parte dei meriti di questo film vanno proprio ai suoi attori. Si avete proprio letto bene attori. A guardarlo così il celebre Racconto di Natale di Dickens usato già precedentemente in dozzine di film natalizi sembrerebbe una ottima animazione computerizzata le quali facce sono state disegnate sulle impronte di veri attori. Ma in realtà Zemeckis ha utilizzato il Performance Capture, una tecnica che utilizza cineprese in grado di riprendere gli attori a 360° gradi e in seguito mutarli in personaggi animati. Infatti il trasformista Jim Carrey riesce a lasciare un indelebile marchio in questo lavoro natalizio con le sue espressioni naturali e ben caratterizzate, senza le quali il personaggio di Scrooge non sarebbe stato così reale. E come lui anche gli altri attori (Gary Oldman, Robert Wright Penn e Colin Firth) non perdono le loro doti recitative anche se in seguito i loro corpi verranno digitalizzati. Ed è proprio il realismo ciò che Zemeckis utilizzando il 3d vuole donare alla sua opera digitale. Nessun tradizionale campo e controcampo ma l’ intero film è una pura immersione a 360° gradi nel mondo dell’ avaro Scrooge e nei suoi dialoghi con i tre spiriti del Natale che sono in grado di fargli sovvertire le idee sul valore del Natale ma soprattutto della vita. I dialoghi e l’ intera sceneggiatura è fedelissima al racconto di Dickens. Zemeckis non ha scelto di modernizzare il tutto pensando giustamente che già l’ intera storia è attualissima, nonostante sia ambientata in piena era industriale. L’ unico tocco di modernità sta proprio nella tecnica cinematografica che catapulta gli spettatori in una sorta di incubo natalizio che per molti aspetti ha i ritmi di un horror. L’ unico appunto al film, che peraltro non gli permette di eccellere, risiede nel calore e nell’ approfondimento dei personaggi. Tutto viene velocizzato in A Christmas Carol non permettendo soprattutto alla figura del suo protagonista Scrooge di venire approfondita nei suoi risvolti psicologici. La sua conversione, infatti, da avaro senza cuore a generoso anziano con un fervido spirito natalizio avviene in maniera troppo repentina, senza farci riflettere in maniera più convincente sulle effettive ragioni del suo mutamento. Tutto questo fa esclusivamente pensare a come, forse, la unica preoccupazione del regista di Forrest Gump sia stata quella di spettacolizzare il tutto con il digitale e con l’ innovativa tecnica tridimensionale piuttosto che curare i dettagli della nota storia natalizia. La morale finale che incentra tutto sull’ importanza dei sentimenti e i mali futuri che l’avarizia cagiona all’ uomo è cosa nota e non è difficile trasportarla ai giorni nostri anche se gli odierni avari sono forse più curati esteticamente del trasandato Scrooge. Certo se si sarebbero evitati i frequenti voli tra i palazzi, che hanno il solo scopo, in mia opinione, di trascinare forzatamente lo spettatore in una sorta di videogame tridimensionale, sarebbe di certo stato meglio e il realismo voluto da Zemeckis nelle interpretazioni dell’ intero cast sarebbe di certo stato valorizzato in maniera esaustivamente maggiore.

( Scrooge\Carrey dialoga con lo spirito del Natale passato\sè stesso)

( Il repentino mutamento di Scrooge)

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– Un Matrimonio all’ Inglese – 2009 – ♥♥♥ e 1\2 – 

di

Stephan Elliot

Vi siete stufati delle solite commedie di lana grossa e logora e nel vostro cinema non proiettano i films dei Monty Python da anni? Allora ecco l’occasione di gustare una english comedy dal retrogusto torbato di whisky australiano come il regista Stephan Elliott. Dopo quasi nove anni dal suo ultimo lungometraggio The Eye complici disgrazie fisiche e flop, il regista di Priscilla, la regina del deserto torna alla ribalta mondiale scrivendo una sceneggiatura a quattro mani con Sheridan Jobbins, da un soggetto di Neil Coward, che aveva già trovato la via del cinema nel 1928 con un film muto Virtù facile diretto da niente meno che da Alfred Hitchcock. Non mi dilungherò sul confronto perché difficilmente si trovano film così differenti. Siamo nell’Inghilterra del primo dopoguerra che voleva tornare a sorridere dell’effimero e ad innamorarsi senza se e senza ma. Due ragazzi s’incontrano e si sposano in un batter di ciglia, ma non hanno fatto i conti con la famiglia di lui, ormai governata da un plumbeo matriarcato vista la depressione postbellica del padre, un Colin Firth votato al manierismo di se stesso. Il confronto tra la bigotta risacca di una nobiltà in declino della madre e la spavalda ignoranza yankee fatta di orgoglio e buoni sentimenti della ragazza sarà il tormentone del film, oliato alla perfezione da dialoghi ficcanti e sottilmente spassosi. Le figure maschili sono relegate a timidi sparring partner, seppur viene concessa nel finale un’ininfluente reazione d’orgoglio. Questo è uno dei motivi che mi hanno spinto al paragone con Johnny Guitar di Nicholas Ray anno di grazia 1954. Per primo disse al mondo che anche le donne potevano essere protagoniste di un western, un genere inflazionato dalla presenza maschile. Allora Joan Crawford aderì magistralmente al ruolo di Vienna, una donna pronta a tutto pur di difendere il suo saloon, come avrebbe fatto né più né meno un esperto cowboy. Nessuna delle due mattatrici di Easy Virtue (storpiato dai distributori italiani con Matrimonio all’inglese, credendo forse di resuscitare De Sica) imbraccia fucili con toni stentorei, ma si spartiscono equamente le caratteristiche di Vienna/Joan Crawford. Interpretata da una Kristin Scott Thomas scafata e nella piena maturità professionale, la madre senza fronzoli estetici e morali e poderosa nelle invettive. Dall’altro lato della barricata , l’outsider Jessica Biel, finalmente senza le vesti di figlia ribelle di reverendo o di vittima ginnica, dà corpo alla vedova/sposa che si fa forte della sua conturbante femminilità e sfodera il coraggio e la generosità recitativa di una veterana. Scandalosamente (ma oramai ci abbiamo fatto il callo), l’Academy Awards non lo ha degnato neanche di una nomination per le parti tecniche, quali scenografia e costumi in grado di catapultare con merito lo spettatore nel contesto storico di un’Inghilterra a metà tra curiosità artistica (vedi le diverse ale tematiche del castello dei Whittaker) e restaurazione stilistica (vedi la stanza da letto dei novelli sposi). L’unico difetto, ma tra qualche anno verrà tramutato in pregio, l’inserimento di scene d’azione come la tradizionale caccia alla volpe, rivisitata con Jessica Biel in motocicletta al ritmo di Sex bomb di Tom Jones. Nell’economia del film direi che possa considerarsi un peccatuccio veniale, dato che potrebbe celarsi dietro mentite spoglie una parodia queer dei costumi britannici. Consigliato a tutte le ore del giorno, soprattutto quando la lancetta delle vostre energie indica la riserva da qualche giorno.

( La vecchia Inghilterra avvista il nemico)
(...la nuova eccentrica yankee ricambia il saluto)

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