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Posts Tagged ‘cinema’

Locandina Shame

– Shame – 2011 – ♥♥♥♥♥

di

Steve McQueen

Michael Fassbender, vincitore con questo ruolo da protagonista della Coppa Volpi a Venezia, assieme a quel suo nome e le sue origini tedesche – ricordiamolo per cortesia almeno nel suo ruolo junghiano in “A dangerous method”, ma anche in “Bastardi senza gloria” – porta con questo film un messaggio forte nei confronti del cinema hollywoodiano. Il regista inglese Steve McQueen collabora felicemente con lui per la seconda volta dopo il film mai uscito in Italia “Hunger” e dimostra con Shame che gli europei possono fare un film che sembri americano, dato che si svolge a New York, ma che tradisce tutte o quasi le regole hollywoodiane per un film di successo. Shame è uno psicodramma oserei dire quasi fuorviante dato che l’elemento principale sembrerebbe essere la sessodipendenza del protagonista, Brandon Sullivan, ma in realtà come suggerisce il titolo in modo molto evidente, il tema principale è la vergogna. La vergogna di due fratelli, Brandon e Sissy, di cui non ci è dato di sapere in alcun modo cosa li abbia portati a diventare due anime in pena, che pur rimanendo in superficie rischiano continuamente di crollare psicologicamente e affondare nell’abisso del proprio profondo disagio. Se abbiamo l’opportunità di conoscere un po’ meglio Brandon – ma comunque senza mai sapere le cause che hanno dato origine al suo circolo vizioso, tutto fatto di sesso-dipendenza usata come “spaventapasseri” per i rapporti amorosi verso i quali da misantropo incallito prova una profonda fobia -, la sorella Sissy (Carrey Mulligan, vista anche nel discreto “Drive”, film dello stesso anno), giovane cantante squattrinata e allo sbando che gli piomba a casa turbandone i delicati “equilibri”, ci è dato di conoscerla ancora meno, ma si capisce gradualmente che è un’ autolesionista sia metaforicamente che fisicamente. Non vi racconterò in dettaglio gli sviluppi della narrazione di questo film perché sarebbe scorretto, ma possiamo dire che Brandon viene messo più volte a dura prova davanti ai suoi problemi e che farà di tutto per evitare il cambiamento, fino a che, nel finale drammatico (ma non tragico) non si vedrà costretto a farlo. Il film lo si potrebbe riassumere come un percorso distruttivo, ma comunque atto al cambiamento della vita del protagonista. A differenza di altri film, ne cito due abbastanza vicini per tematica come “Sesso bugie e videotape” e “Qualcosa è cambiato”, in Shame c’è il tormento isolato, spogliato di tutte le usuali informazioni e analisi psicologiche di ogni personaggio, senza contare tutte le “melensaggini” Hollywoodiane, che sembrano esser diventate un dovere etico e morale che invece ha francamente rotto l’anima. Shame è un film vero come la sofferenza umana, tuttavia anche vero cinema, che fotografa il disagio di quest’uomo con tonalità e luci tutt’altro che accoglienti, a tratti anche con visioni distorte. La perfezione del film sta nel suo essere non consolatorio e quasi inconoscibile, ma se ci pensate bene è la posizione migliore che lo spettatore possa chiedere di avere nei confronti di un film. Pur essendo molto cinematografico, imita perfettamente la realtà poiché il rapporto dell’audience con il film va di pari passo con il rapporto che chiunque di noi potrebbe avere con un qualsiasi quasi sconosciuto. Su questo probabilmente si è giocato. E venendo alla tanto discussa gratuità e audacia dei nudi e delle scene di sesso esplicite – ma, attenzione, non pornografiche – direi che Shame è tutt’altro che erotico, perché affronta il sesso in modo diretto e abbastanza scomodo. È tutto molto in connessione e in funzione del tormento del protagonista, per cui se una scena è improvvisa e forte, è per rendere la rabbia di Brandon verso sé stesso; se un’altra scena è lunga e sembra non finire mai, è un modo di Brandon di rigirare il proverbiale dito nella piaga e non a caso quella sequenza a cui mi riferisco, che ritrae un ménage-a-trois con due sconosciute, si conclude su un primissimo del volto disperato di Brandon, lasciando fuori tutto ciò che può essere “godibile” da parte di un pubblico voyeur che sta lì per il sesso fine a sé stesso o per vedere questo famigerato pene di Michael Fassbender, che, dispiace deludervi, si vede brevemente e quindi è pressoché come se non ci fosse. Il film, a budget ristretto e girato in meno di un mese non senza scene girate estemporaneamente come quella della serata canora, non ha goduto di una buona distribuzione, anche se è già diventato un cult proprio per la bravura di Fassbender e dell’eccellente cast che lo ha circondato, includendo, ovvio, quello tecnico, non meno importante e che nell’unione di tutti questi elementi ha dato luogo ad un piccolo capolavoro. Unica nota dolente è l’inganno che attirerà e deluderà simultaneamente tutti i feticisti del genere “film erotico”; per quanto riguarda la distribuzione italiana, abbiamo quel solito doppiaggio con i soliti noti, per carità bravissimi, ma sempre i soliti rimangono e finiscono per uccidere le interpretazioni in lingua originale. Pare che presto esca in Italia distribuito dalla BIM il film precedente a questo, che ho menzionato ad inizio recensione, “Hunger”, che segna il debutto cinematografico dell’azzeccato binomio McQueenFassbender.

Prove di ordinarietà

(Prove di ordinarietà)

Amore odio fratelli

(Un amore-odio fraterno)
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– L’ Ultimo Cinema del Mondo – 1998 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Alejandro Agresti

L’ Ultimo Cinema del Mondo è uno spaccato surreale di quella che era l’ Argentina degli anni ’70. E in particolar modo quella che poteva essere la ipotetica realtà di un paesino sperduto nella profonda Patagonia. In questo piccolo paesino i film, dopo aver girato il mondo, aver riscosso il loro successo, arrivano col loro ritardo pronti a stupire la popolazione locale che sembra istruirsi e addirittura arrivare ad esprimersi colloquialmente seguendo le sceneggiature delle opere cinematografiche proiettate. Quindi anche gli ideali sembrano arrivare attraverso i film nelle menti dei cittadini della piccola Rio Pico. Ecco quindi che passando dal ” Tutto è relativo” di Einstein, i cittadini giungono a far proprio anche il concetto Marxista di ” Tutti sono uguali”. Ogni protagonista di questo film sembra avere un ruolo molto importante in quella che è la cultura cinematografica. C’è  Soledad che arriva quasi per caso, col suo taxi, a Rio Pico, e che è spettatrice attiva di tutto ciò che accade. E proprio come una spettatrice cinematografica il regista ce la mostra spesso la sua testa, di quinta, che osserva gli avvenimenti più importanti del paese. Soledad si risveglia in questo piccolo paese e proprio come una spettatrice, si tuffa all’ interno di una realtà che fino a poco prima era così lontana dal suo mondo. Impara pian piano a  lasciarsi andare a ciò che spesso i film provocano nell’ animo umano: si lascia educare ai sogni. Si innamora in maniera del tutto surreale (lasciandosi contagiare da un ballo all’ interno delle mura domestiche), ma molto cinematografica, di colui che è il cinefilo, il critico del paese, zoppo e quasi del tutto afasico. Incapace lui stesso di fare cinema, è manifestazione prima di chi il cinema lo ha all’ interno della sua vita, della sua stessa postura: quel movimento ondulatorio che riproduce zoppicando ricorda tanto le prime produzioni cinematografiche, grazie alle quali il cinema è nato. Arriverà a Rio Pico, in seguito, anche un attore francese (interpretato da un bravissimo Jean Rochefort), che dopo aver consumato la sua fama europea giunge nella profonda Patagonia ritrovando quella notorietà che sembrava aver smarrito, provando così a riconquistarsi una sua personale dignità. Sarà suo il compito arduo di apportare un maggiore splendore a Rio Pico, intenzionato a girare un film che parli di esso che però mai sarò concluso a causa dell’ avvento imminente della televisione. E quando questa arriverà i sogni che fino a quel momento avevano contraddistinto tutti gli abitanti del piccolo paese sembrano svanire di colpo come ipnotizzati da una luce blu all’ interno di una scatola che il regista Agresti non ci fa mai vedere, forse per non mischiarla a quanto di bello ci ha mostrato fino a poco prima. Perchè mischiare i sogni con una scatola già preconfezionata da qualcun altro è impossibile. Spesso non rimane che rifugiarsi nella nostalgia. Intento che L’ Ultimo cinema del mondo attua alla perfezione.

(Soledad sposa il critico afasico)

( Soledad, come una spettatrice, osserva le teorie 
dettate da uno dei suoi compaesani)

 

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– La Passione – 2010 – ♥♥♥ –

di

Carlo Mazzacurati

Il Cinema italiano, come il regista italiano Gianni Dubois (Silvio Orlando), protagonista di questo film, è in crisi. Sembra ormai che nessuna storia possa essere veramente degna di nota per il grande schermo e che molti registi si ritrovino, per campare, a seguire progetti di fiction di bassa lega con le varie attricette più in voga. Gianni Debois però è vittima di uno spiacevole incidente che lo costringerà a mettere in scena per un piccolo borgo Toscano una rappresentazione della Sacra Passione di Cristo. La passione è un film che si nasconde sotto la sua più palese categorizzazione da commedia, invitando invece a riflettere sul cinema drammatico e più profondo che oggi viene ormai considerato non redditizio da molte case di produzione. Alcune trovate comiche del film risultano forse un pò troppo ovvie e scontate ma se non ci si sofferma solo a quelle non si può arrivare a capire che il film vorrebbe rendere onore a tutti quegli artisti che continuano a dare l’ anima per la loro arte preferita, coerentemente al loro personale senso di profondità. La fotografia del solito e mai deludente Luca Bigazzi, spicca nel dipingere la scena quasi come fosse un quadro rinascimentale sullo sfondo delle colline Toscane che già di suo ci mettono un bel pò. Corrado Guzzanti è come sempre perfetto nell’ interpretare questa volta il ruolo di un attoruncolo di provincia, conosciutissimo nella sua regione, dalle doti recitative ben al di sotto della media ma al quale viene forzatamente assegnato il ruolo principale del Messia. Contrapposto a lui c’è un molto convincente Giuseppe Battiston che rappresenta un pò il ruolo dell’ attore non caricaturale e spinto da una vera e profonda passione ma che per svariati motivi non riesce ad esprimere al meglio le sue doti. Nella parte iniziale il film forse scivola su battute e risate molto prevedibili (non tutte, come ad esempio il brillante espediente che il personaggio interpretato da Battiston usa per supplire alla mancanza di fotocopiatrici funzionanti nel piccolo paese) ma è nella seconda parte del film che la sceneggiatura inizia a prendere un senso definitivo arrivando anche grazie al perfetto ensemble di attori a commuovere. Solo nella parte finale del film si arriva a cogliere quel significato metaforico della nostra Italia, nella quale i sogni difficilmente sopravvivono e spesso la frustrazione prende il sopravvento manifestandosi sotto la sgradevole forma di arroganza e senso di superiorità. Quello stesso finale nel quale una voce di giustizia e speranza risuona da parte di uno dei giovani del paese, come a voler risvegliare tutte le altre menti sopite , invitandole a mutare il loro atteggiamento sprezzante nei confronti di coloro che hanno delle debolezze. Perchè oggi è molto facile ridere di tutto questo ma è molto più difficile invece saper cogliere la passione per la vera arte dentro ognuno di noi.

( Dubois alle prese con la sua Passione)

( Il Messia-cane)

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– Somewhere – 2010 – ♥♥♥♥ –

di

Sofia Coppola

La vita all’ hotel Chateau Marmont di Los Angeles per Johnny Marco, celebre attore di successo, sembra essere ripetitiva, circondata dai lussi, dalle donne e dalle feste, ma noiosa. E questa noia e meccanicità si evince fin da subito, ed è quello che la Coppola vuole comunicarci fin dal principio con la lunghissima inquadratura fissa che ci mostra il protagonista Stephen Dorff a bordo della sua ferrari nera che gira in tondo ininterrottamente nel bel mezzo del deserto californiano. A questa lunga inquadratura tante altre ne seguono, tutte con lo scopo, da sole, di delineare le caratteristiche del suo personaggio principale senza per forza dover ricorrere a forzati dialoghi introduttivi. Bastano le immagini e la loro forza comunicativa, anche se forse un pò troppo lenta, caratteristica che sicuramente non farà amare questo film a tutti i suoi spettatori. Ritornano, dopo il pernottamento di Lost in Tranlation,  in questo film di Sofia Coppola i cosiddetti “non-luoghi”, cioè quegli ambienti che hanno un fine specifico (in questo caso l’ Hotel o le piscine dell’ hotel stesso) ma che fanno incrociare al loro interno diverse persone senza però mai arrivare a una vera profondità relazionale. Tutti ripresi con lunghe inquadrature fisse intervallate da lenti zoom sui volti dei personaggi che maggiormente caratterizzano i loro sentimenti interiori. Sono quindi le micro espressioni del volto che fanno da vere protagoniste, dando sempre meno importanza a quei dialoghi che sembrano scomparire sempre di più dal mondo di chi ha la fama e il successo. Somewhere è sicuramente un film in parte autobiografico per la regista statunitense perchè oltre a riflettere sul mondo di Hollywood mette duramente a confronto la vita e la relazione tra una star cinematografica (come di certo è il padre di Sofia Coppola) e la sua unica figlia. Un mondo, quello Hollywoodiano, nel quale il tempo sembra essersi dilatato ma al tempo stesso fermato e nel quale i suoi attori sono chiusi, come in un vuoto limbo pieno di niente. Una realtà totalmente dominata dall’ assuefazione dove anche le donne e il sesso sono ormai qualcosa di così comune per Johnny Marco da non riuscire nemmeno a mantenerlo sveglio. E’ ottimamente delineato il rapporto padre- figlia perchè non cade mai nel melodrammatico, dilatando i loro momenti in attimi senza dialogo, originati dall’ incapacità di trovare argomenti su cui discutere data la scarsa conoscenza reciproca. Così anche gli attimi di gioco a Guitar Hero o davanti alla Wii assumono il valore di veri atti comunicativi con lo scopo di collegare due mondi (quello del padre e della figlia) così distanti tra loro. Anche i momenti girati in Italia ci fanno riflettere sul degrado che ormai avvolge il nostro mondo televisivo e cinematografico, che impedisce qualsiasi discorso bombardando lo spettatore con balletti fuori luogo improvvisati da procaci soubrette seminude. In Somewhere, quindi, anche il mondo dello spettacolo Italiano è messo duramente sotto critica additato di una vacuità ancor più grande di quella Hollywoodiana che porta il protagonista Johnny Marco a scappare di corsa dal Nostro Belpaese. La colonna sonora e l’ utilizzo delle musiche è sorprendentemente perfetto e anch’ esso assume una caratteristica primaria nel film. Elle Fanning, nel ruolo della figlia, è naturale e decisamente molto espressiva a tal punto da far pensare che voglia seguire le orme della sorella se non addirittura superarle. Un ruolo così importante il suo in questo fin da sconvolgere la vita di Johnny e dal risvegliarlo dal torpore nel quale sembrava essere invischiato, liberandosi della sua Ferrari (metafora della ricchezza che ti fa chiudere in un guscio di pochi centimetri quadrati) e invitandolo semplicemente ad andare oltre. Oltre la solitudine e la noia. Verso la vita.

( Il senso di vuoto che l' attore Johnny Marco sperimenta anche in Italia)

( Un rapporto ritrovato con la figlia potrà fargli cambiare idea)

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– Coming Soon – 2010 – ♥ –

di

Sopon Sukdapisit

Un avviso ai lettori di questa recensione: qui di seguito sono riportati alcuni spoiler sul film che potrebbero svelare il fulcro del plot del film; si consiglia quindi a quanti vogliano vedere il film di leggere questa recensione solo dopo averlo visto. Sicuramente è un film horror che ha un significato metacinematografico che va ben oltre il voler spaventare i suoi spettatori. Di certo il regista tailandese Sopon Sukdapisit avrebbe voluto far riflettere sulla pirateria e i metodi spesso crudeli e poco sensibili che vi sono durante la produzione di un film. Ma se così fosse stato avrebbe dovuto porre maggiore attenzione alla recitazione dei suoi attori e non solo ricercare il citazionismo cinematografico. Frequenti sono infatti i riferimenti  ad altri film dello stesso genere, a cominciare dall’ ormai molto noto The Ring e la visione del film che uccide, fino alle semplici inquadrature come quella del primo piano sull’ occhio che si apre resa celebre da Lost. Tutti riferimenti che hanno per unico scopo quello di far capire che il vero orrore è originato dall’ atto stesso di guardare, soprattutto poi se questo è supportato da un qualsiasi supporto mediatico. Il plot di Coming Soon è interamente incentrato sulla presenza di uno spirito maledetto che perseguita tutti coloro che guardano il film del quale è protagonista e che inizialmente fa credere allo spettatore che sia lo spirito di una reale assassina del passato, mentre alla fine si scopre che si tratta dello spirito della stessa attrice del film, deceduta proprio durante le riprese del film. E’ un peccato però che oltre al trucco ben eseguito dello spirito in questione ben poco sia all’ altezza delle atmosfere di tensione e paura che il film vorrebbe creare. Gli stessi attori protagonisti non vanno oltre le loro frequenti espressioni basite o terrorizzate che vengono arricchite in orrore da un doppiaggio italiano veramente pessimo che modifica anche alcune battute ( è ridicolo sentire che un personaggio thailandese scommetta su partite del campionato di calcio italiano). Interessante resta solamente qualche sequenza di montaggio tra la dimensione filmica e la realtà che spesso confonde l’ attenzione dello spettatore spiazzandolo su quale sia la realtà e quale la finzione. Ma tutto questo dura ben poco, perchè non appena l’ inquadratura ritorna sulle espressioni degli attori o sui dialoghi si è trascinati in una dimensione di orrore che è ben differente da quella indotta da questo genere cinematografico. Verrebbe da pensare che se l’ intenzione di trasmettere un valido messaggio metacinematografico era tra le prerogative del regista, l’ espressione di tutto questo nel suo film si vede poco, ma gli si augura comunque che “Coming Soon” (verrà presto).

( Espressioni Basite che si sprecano)

(Quante volte abbiamo visto il corridoio di luci che si spegne
creando l' illusione inseguimento?)

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– Il Padre dei miei Figli – 2010 – ♥♥♥ –

di

Mia Hansen-Løve

Il Cinema oggi è in crisi, e questo è cosa ormai nota, ma che dietro a tutto questo vi siano persone che hanno lavorato per esso e che adesso sprofondano con lui spesso non ci se ne rende conto. La regista Mia Hansen-Løve con questo film vuole delineare la figura del produttore cinematografico Grègoire (dichiarato personaggio ispirato al produttore francese Humbert Balsam) dedito al suo lavoro in maniera impeccabile e in eguale misura alla sua famiglia. Ma purtroppo, subissato dai debiti e dai ricavi sempre minori dei film che ha deciso di produrre, nonostante abbia una famiglia delineata in maniera forse fin troppo positiva decide di porre fine alla sua vita. La narrazione del film viene spezzata in due: nel primo tempo abbiamo modo di conoscere la delicatezza e la gioiosità della famiglia di Grègoire e nel secondo tempo ci viene raccontato  come il lutto e il suo suicidio incidano in maniera violenta e dolorosa nelle esistenze di quanti lo conoscevano e amavano. Louis-Do de Lencquesaing, nel ruolo di Grègoire, riesce ad imprimere convinzione al suo personaggio che è restio a manifestare il suo dolore interiore all’ interno delle mura familiari non lasciando per nulla trapelare i segreti di fallimento che si porterà inevitabilmente con sè nella tomba. Le sue premure in famiglia manifestano un latente egocentrismo e il suo personaggio stesso sembra dimostrarlo a tal punto che una volta che sarà uscito di scena nella seconda parte del film se ne sentirà la mancanza. Il film contrappone l’ essenza stessa della morte e della vita nei due istanti cinematografici nel quale il film è suddiviso. Grègoire non saprà dire di no a quell’ istinto di morte che per lui sarà fulmineo e veloce esattamente come la regista ce lo fa vedere sullo schermo in pochi secondi. Immediati e diretti. I sopravvissuti della sua famiglia al contrario dovranno andare avanti spinti dal loro istinto vitale che li porterà prima a risolvere quanto rimasto insoluto da Grègoire ed in seguito tentare di ristabilire una certa armonia familiare. Su tutto spiccano le prove degli attori e soprattutto di una Chiara Caselli, che sembra aver trovato in Francia la sua nuova casa cinematografica, nel ruolo di una madre che sa dispensare molta dolcezza, in controtendenza quindi con gli ultimi ruoli un pò dark che l’ avevano contraddistinta. Il film ha l’ obiettivo anche di mostrare tutto ciò che si cela dietro le apparenze di splendore di chi produce cinema, anche se qui si parla pur sempre di un certo tipo di cinema e non di quello hollywoodiano da blockbuster. Vengono mostrati quindi i fallimenti di chi ha voglia di produrre cinema vero, quello ispirato a quello di un tempo che poteva onorarsi del titolo di Settima Arte. Frequenti, a questo proposito, sono i riferimenti artistici ed architettonici nel film ( si spazia da Jean Cocteau a una cappella medioevale dei Templari, fino a giungere ai mosaici bizantini della Basilica di Sant’Apollinare in Classe) , che mettono in luce di come molti artisti, esattamente come Grègoire abbiano “prodotto” arte in epoche decisamente decadenti in quanto a senso artistico. Il finale è forse un pò troppo sbrigativo e lascia più spazio alla riflessione che alle spiegazioni, ma in un’ epoca decisamente incompiuta come la nostra forse è giusto ogni tanto fermarci a riflettere anziché essere sempre esauditi dalle risposte visive di molti finali cinematografici.

( L' Armonia di una famiglia apparentemente felice)

( Il dolore di un lutto inatteso)

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– Segreti e Bugie – 1996 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Mike Leigh

Viene subito da pensare, guardando questo film di Mike Leigh vincitore della palma d’ oro al Festival di Cannes, che i personaggi all’ interno di esso esprimono un realismo e una sincerità che raramente incontriamo in un’ opera cinematografica. Il regista inglese è come se li fotografasse senza mai arrogarsi il diritto di giudicare le loro azioni, lascia loro la libertà di manifestarsi per quello che per loro il copione ha deciso, lasciando che trasmettano allo spettatore tutti i lati del loro carattere. Sul volto di Cynthia, una perfetta e bravissima Brenda Blethyn, si leggono perfettamente le sfumature di una madre che ha commesso troppi errori nella vita e che sembra nuotare ormai nel dolore ma che nonostante tutto vuole mettere nuovamente alla prova se stessa di riuscire a donare affetto a quella figlia di colore che non aveva voluto perchè troppo giovane. La telecamera di Leigh è quasi sempre fissa ed è proprio grazie a questa statica inquadratura che lo spettatore ha modo di intercettare con efficacia il dinamismo delle emozioni dolorose della protagonista, sempre desiderosa di condividere con la propria famiglia il proprio dolore interiore. I protagonisti sono tutti proletari del microcosmo britannico che lottano nel loro quotidiano non solo con i problemi economici ma con la difficoltà di comunicazione e le bugie che ne derivano. Ciò che stupisce è proprio la forza con la quale questi semplici personaggi vengono descritti e come lavori come la spazzina o l’ operaia prendono finalmente voce anche al cinema in un’ epoca, quella (1996) e ancor più la nostra nella quale certi ceti sociali non vengono mai rappresentati con estremo realismo sul grande schermo. l’ Happy Ending è del tutto inaspettato e arriva quasi silente sullo schermo, dopo che il regista ci ha deliziato con la bellissima e corale sequenza della festa di compleanno, nella quale tutti gli attori danno prova di essere al loro meglio. Ed è proprio quel finale che fa riaccendere la speranza di un messaggio quanto mai attuale anche oggi: “Che vita è se è continuamente offuscata dalle nostre bugie?”. Messaggio sottinteso nella esplicita battuta pronunciata dal personaggio paciere interpretato da Timothy Spall: ” Non ne posso più, perchè non ci diciamo la verità?” .

( La Solitudine di Timothy Spall, derivante dalle bugie  )

( La Festa di compleanno)

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