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– Green Zone – 2010 – ♥♥♥ –

di

Paul Greengrass

Non credete alla pubblicità menzognera italiana che sfrutta la notorietà di Jason Bourne per sponsorizzare questo film. E’ un film di Paul Greengrass, il regista di due film della saga sull’ agente Bourne, ma di fatto non ha nulla a che fare con i film di quella saga (se si esclude Matt Damon e i movimenti di macchina durante alcune scene adrenaliniche) perchè questo non è semplicemente un film d’ azione, ma anche un ponte tra quelli che sono stati i veri fatti di qualche anno fà in Iraq e le menzogne che molto spesso il governo americano ha fatto credere a tutto il mondo sulla ricerca delle armi di distruzione di massa. Questa volta al centro della storia non c’è un agente segreto dalle potenzialità sovraumane ma un militare comune che è spinto dal desiderio di verità su ciò che il governo americano, che ha servito fedelmente per anni, nasconde a lui e a tutti i commilitoni come lui costretti a combattere una guerra dai dubbi scopi. Dopo aver indagato sull’ Ira con Bloody Sunday e sull’ 11 Settembre con United 93, Greengrass riporta a riportare in luce temi di attualità mescolandosi con ciò che lo ha reso celebre come regista, le sequenze di inseguimenti e di azione. Anche in Green Zone, soprattutto nel finale, il regista inglese si fa notare per le sue frenetiche riprese con telecamera a mano, ma in questo caso risultano esagerare nella velocità così da risultare non sempre così efficaci nella comprensione di ciò che sta avvenendo. Ciò che la storia ci ha già svelato (l’ effettiva bufala delle armi di distruzione di massa in Iraq) diventa qui soltanto il pretesto per una sceneggiatura di pura azione militare che riesce a farsi seguire per il suo intreccio colmo di colpi di scena e di eventi non sempre chiari. A suo svantaggio ha che proprio questo intreccio così macchinoso confonde l’ approfondimento di alcuni personaggi comprimari, come la giornalista o l’ agente CIA interpretato da Brendan Gleeson , dando la priorità alle sequenze visive più che allo sviluppo dei ruoli. E’ proprio per questo che Matt Damon si ritrova a svolgere un ruolo simile a quello precedentemente interpretato nei film di Jason Bourne, quello di un personaggio totalmente ignaro dei fatti ma con la tenacia e il coraggio di combattere per scoprire la verità. Prima era per ritrovare la sua identità e la memoria perduta, adesso per svelare alla sua nazione la realtà sulla guerra più falsa della storia umana. E’ per tutto questo che il film di Greengrass risulta già collaudato e il suo risultato finale è decisamente ben oltre la sufficienza raggiunta dai film di questo genere. Resta il rammarico di pensare che sia stata furbescamente utilizzata una tecnica già collaudata (e anche un attore feticcio), per produrre un ennesimo film da blockbuster.

( Seguire la verità...)

(...o le menzogne?)
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– L’ Uomo nell’ Ombra – 2010 – ♥♥♥♥ –

di

Roman Polanski

L’ ambiguità delle persone e della percezione della realtà è sempre stato un argomento di raro e particolare interesse per Roman Polanski. Un tema che spesso viene dispiegato tra location alquanto surreali e inquietanti, interpretazioni mai sopra le righe ma sempre centellinate per mantenere quel pathos necessario a un film di genere thriller. Perchè GhostWriter (questo è il titolo originale in inglese) non è solamente un riuscitissimo thriller politico ma è anche un ricercato lavoro sulle scenografie e le ambientazioni che non sono per nulla piatte o casuali ma che al contrario sono perfette protagoniste nel ricreare le atmosfere di angoscia e inquietudine che il regista intende esplicare. In questo caso la location è praticamente unica ed è l’ isola nella quale l’ ex primo ministro Adam Lang (Pierce Brosnan) si rifugia per sfuggire alle accuse da parte dei governi internazionali di aver collaborato con la CIA in terribili azioni antiterroristiche che non hanno tenuto conto dei diritti umani. Polanski è in grado di catapultare lo spettatore in un mondo dove la realtà altro non è che macchinazioni politiche, e tutte le vicende quotidiane finiscono per diventare solamente un oggetto di fervide manipolazioni di qualcuno che comunque ha sempre una fetta di potere in più di noi. Il punto di partenza di tutta la sceneggiatura, tratta dal libro omonimo di Robert Harris, che è stato il vero ghostwriter di Tony Blair, è infatti estremamente realistica e mette in mostra quel mondo in cui viviamo dietro al quale quasi nulla è realmente come ci appare soprattutto poi se dietro vi sono interessi politici ed economici. Qui il ghostwriter è interpretato da Ewan McGregor, che è molto abile grazie al suo viso pulito e innocente a dar vita a un personaggio che risulta sempre disorientato nei confronti degli avvenimenti misteriosi nei quali si ritrova coinvolto ed è sempre pronto nelle espressioni visive a subire ogni colpo di scena senza mai anticiparne minimamente la sorpresa. Ma di certo è Polanski il maggior responsabile di questo crescendo di tensione emotiva che nel film è più che evidente e nella quale diventano più importante le parole scritte di una biografia raccontata delle armi di distruzione di massa o del terrorismo. E’ un modo di dire la verità, quello del regista costretto agli arresti domiciliari in Svizzera, che scava nel non detto , nel sottointeso e dietro tutto ciò che agli occhi dei più viene chiamata realtà. Ma soprattutto è una verità che nel finale (da non svelare assolutamente per non perdere gran parte del pathos del film) viene proprio trovata nella narrazione, nella scrittura stessa. Polanski prende spunto nella caratterizzazione del suo personaggio protagonista dal cinema del maestro degli intrighi Alfred Hitchcock, mettendo al centro della scena un uomo semplice che per caso si ritrova ad essere coinvolto in avvenimenti più grandi di lui, ma che con tenacia e curiosità non rinuncia mai al desiderio di verità. Dopo la parentesi più classica di Oliver Twist ritorna al suo modo di fare cinema colmo di incubi e ambiguità e che gli ha fruttato l’ ambito Orso d’ argento per la regia allo scorso Festival di Berlino. Si colloca sicuramente tra i film di maggiore successo di quest’ anno anche se nella forma stilistica non è affatto un film semplice questo di Polanski, ma resta un’ opera ben dosata di uno straordinario regista.

( Le suggestive ambientazioni di Polanski)

( L' intensa scena conclusiva del film)

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– The Bourne Ultimatum – 2007 – ♥♥♥ –

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Paul Greengrass

Eccoci al terzo capitolo della trilogia sul killer amnesiaco più famoso del mondo cinematografico. La regia anche questa volta è stata affidata all’abile Paul Greengrass anche se in confronto al precedente Supremacy pone più attenzione alla freneticità del montaggio, cercando la strada della maggiore coerenza visiva. E ci riesce. Non a caso nel 2008 questo film si è aggiudicato l’Oscar proprio per il miglior montaggio. L’abilità è sicuramente apprezzata poichè in film spionistici a volte risulta complesso riuscire a far comprendere perfettamente tutto allo spettatore. Le riprese a Tangeri sono sicuramente le migliori, fanno degli inseguimenti sui caratteristici tetti delle case marocchine il punto di forza e di azione di questo film. Il personaggio di Jason Bourne è sempre più un misto di umanità e onnipotenza che porta tutti noi spettatori ad assumere la ormai certa consapevolezza della sua imbattibilità. Il tutto con quel misto di tormentosità che fa di Bourne un personaggio che difficilmente non può essere amato. Giudizi sicuramente positivi in definitiva per questo ultimo capitolo della saga di Bourne perchè ci dimostra come il cinema di intrattenimento possa essere anche un utile mezzo di sperimentazione registica e possa quindi essere il risultato di un buon prodotto finale da vedere. Forse la nota più negativa risiede nella scelta del cast che fa da contorno a Damon, che spesso nelle scene di suspance non regge in pieno la tensione nelle emozioni , eccezione fatta per Albert Finney che ancora una volta anche qui dimostra grandi capacità recitative. Se ne prepara un quarto capitolo, la cui uscita è prevista per il 2010. Speriamo regga il confronto e non scada nel rischio della solita “minestra riscaldata”, la buona notizia è che sarà diretto sempre da Greengrass. Speriamo bene perchè sarebbe un peccato offuscare la memoria di uno dei personaggi più ben riusciti nel mondo del cinema fatto di Spy story.

(In moto per i gradini di Tangeri)
( E la fuga per i tetti di Tangeri)

Pubblicato su Cineocchio

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– The Bourne Supremacy – 2004 – ♥♥ e 1\2 –

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Paul Greengrass 

Il secondo “capitolo” delle vicende della spia in preda ad amnesia continuano cambiando la sua mano creativa, il regista. E si vede! The Bourne Supremacy è leggermente inferiore al precedente in quanto a plot ma registicamente personalmente lo preferisco. Greengrass , che vinse l’Orso d’Oro a Berlino con Bloody Sunday, si avvale quasi sempre dell’uso della telecamera a mano per le riprese di questo film cercando di conferire il tono di suspance che spetta a un intreccio come quello di Jason Bourne. Ma in fase di montaggio perde di vista ciò che dovrebbe essere il perno di un film d’azione e cioè quello di farsi seguire dallo spettatore, mantenendo in lui un discreto tasso adrenalinico in corpo. Il montaggio infatti risulta essere eccessivamente velocizzato e irreale, impedendo spesso di seguire in maniera lineare quello che accade nelle vicende del personaggio interpretato da Damon, che sembra essere invece sempre più in forma. Matt Damon infatti è il vero punto di forza di questa saga d’azione, sempre più calato nel suo personaggio riesce a conferire la giusta umanità al suo personaggio. Prova a far percepire allo spettatore la propria angoscia nei confronti di un passato da killer spietato, questa volta accusato ingiustamente di aver ucciso il vice premier cinese da qualcuno che ha utilizzato la sua identità. Il tentativo infatti che Greengrass cerca in questo secondo capitolo è quello di approfondire proprio l’umanità del protagonista e l’importanza che per egli rappresenti la ricostruzione di una memoria ormai persa, ma con la quale si ritrova inevitabilmente a fare i conti. Conti che questa volta dovrà fare anche con i sistemi di sicurezza del nostro belpaese ( alcune scene sono girate a Napoli) , non facendo però alcuna fatica ad eluderli ma al contrario dandoci un palese esempio di quanto, secondo gli Stati Uniti, sia poco affidabile la sicurezza Italiana. E’ in definitiva apprezzabile il coraggio di Greengrass nel voler cambiare registro registico rispetto al primo Bourne di Liman. Anche se con una maggiore linearità e dei tagli di montaggio molto meno frenetici, che in alcuni punti (sopratutto il combattimento con il suo ex collega all’inizio e l’inseguimento nel finale) risultano piuttosto fastidiosi, il tutto sarebbe visivamente risultato migliore.

Damon e Stiles

( Vieni con me )
Police
( La polizia non può nulla contro Bourne)

Pubblicato su Cineocchio

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