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Il caso Spotlight (2015)

di Tom McCarthy

Quanto ci impiegate a finire un’ indagine voi di Spotlight? Un anno circa. Questo è ciò che risponde Walter ‘Robby’ Robinson (Michael Keaton) al nuovo direttore del suo giornale. Potrebbe essere anche la sintesi della mia recensione, visto che poi il film non fa altro che confermarla. Il caso Spotlight non è altro che la rivendicazione di un giornalismo d’inchiesta o meglio della bontà delle inchieste del giornalismo, un peana per ciò che si pensava defunto dopo la Presidenza Bush George W. Insieme a “Truth” di Robert Redford pare proprio che sia tornata di moda la ricerca della verità, anche se può far parecchio male, anche se ti mostra la vera essenza del tuo vicino di casa. La regia di Tom McCarthy, non nuovo a film di denuncia ma con un deciso appeal per l’Academy (nel 2007 rischiò di vincere parecchi oscar con “ The Visitor – L’ospite inatteso”), è fluida ed efficace senza ricorrere a particolari movimenti di macchina. Compatta fino allo stremo, non perde mai di vista i protagonisti della redazione di Spotlight ovvero come loro non perdono mai di vista l’analisi del loro modo di far informazione. Così dopo quaranta anni esatti da “Tutti gli uomini del Presidente” di Alan J. Pakula, che raccontava come due giornalisti del Washington Post avevano lanciato il “caso Watergate”, ecco che siamo di nuovo di fronte ad un vero film d’inchiesta ambientato in una redazione di un quotidiano. Stavolta non si parla più delle magagne del Presidente degli Stati Uniti con i servizi segreti, ma l’antagonista è la Chiesa o meglio le deviazioni sessuali dei suoi ministri. Non viene mai spettacolarizzata nè mostrata in alcun modo la violenza che essi hanno prodotto, ma vengono mostrate senza filtri solo le conseguenze. Un film necessario dove il mestiere del giornalista e la sua bravura vanno di pari passo con la sua capacità di raccontare nella maniera più onesta la notizia e di verificare la veridicità della proprie fonti, anche se ciò comporta provocare più dolore che beneficio. Figuriamoci a Boston, che da tempo ha smesso di esportare thè sostituendolo con i valori della comunità predominante (quella irlandese), ovvero la fede cattolica perlomeno all’epoca dei fatti.
In un momento come quello odierno dove si parla di migranti e diversità, un film come “Il caso Spotlight”, riporta l’ago della bilancia verso l’interno, ossia su ciò che è presente nel mondo occidentale moderno da più di due millenni. Questo pur non essendo il fulcro del racconto scritto a quattro mani dallo stesso McCarthy e Josh Singer (conosciuto sul set di “Law&Order” quando McCarthy faceva ancora l’attore televisivo), costituisce a mio avviso la vera riflessione di questo film, oltre certamente al fatto che dopo tutto a fare un certo tipo di informazione tutti ne traggono benefici, a partire dalla propria comunità. Ciò si palesa quando Matt Carroll al secolo Brian d’Arcy James, uno dei giornalisti di Spotlight scorge nella lista dei preti sospettati di aver abusato di minori anche il prete della sua parrocchia, a due isolati da casa sua. Allora corre e in un batter di ciglia arriva alla parrocchia a dimostrazione di come le nefandezze di organi potenti convivano quasi serenamente in ogni comunità, anche in quartieri rispettabili. Questa scena non può che ricordare il nostro “I cento Passi” di Marco Tullio Giordana che portò alla ribalta la storia di Peppino Impastato e la sua lotta contro l’omertà di una comunità nei riguardi della mafia, ma in particolare la scena che dette il titolo al film ossia quando Peppino (Totò Lo Cascio) calcola la distanza tra casa sua e la dimora del boss mafioso Gaetano Badalamenti, cento passi appunto. La sola differenza è che nel film di Marco Tullio Giordana il protagonista cammina mentre nel film americano corre perchè al regista preme di più dare l’impressione di una scoperta improvvisa, come un silenzio che improvvisamente diventa un grido disperato, il grido disperato del perbenismo che si guarda allo specchio per la prima volta senza trucco. Spotlight è anche la definitiva riabilitazione di Michael Keaton in un ruolo vero iniziata con “Birdman” l’anno scorso, dunque Hollywood per quanto lo ignori ancora da qualsivoglia nominations agli Academy Awards lo scagiona dall’ “accusa” di essere solo un attore di second’ordine. Nominato invece Mark Ruffalo che si conferma il miglior caratterista o meglio sparring partner per ruoli borderline, stavolta non è nè bipolare nè affetto da sindrome di Peter Pan, purtroppo solamente (si fa per dire) un americano di terza generazione che si sente americano, figlio di un melting pot socio-culturale che avrà pure tante pecche, ma ha ragione di co-esistere.

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– La Papessa – 2010 – ♥ e 1\2 –

di

Sönke Wortmann

La prima cosa che di certo non sfuggira all’ occhio degli spettatori de La Papessa è la lunghezza di questo film. Solo per raccontare l’ infanzia della sua protagonista Giovanna, diventata poi papa Johannes Anglicus, sono necessari per Wortmann ben quaranta minuti. Il Clero messo in evidenza in questo film è decisamente messo in ginocchio e viene ritratto come dominante in una società medievale, intento a sollazzarsi tra le sue ricche libagioni e i suoi anelli d’ oro. Forse un pò come adesso anche. E’ forse per questo che ieri come oggi le contraddizioni imperano nel mondo clericale. Contraddizioni come quelle che vi sono nella storia di questa Giovanna entrata nel Vaticano nell’ 847 sotto le mentite spoglie di un frate che ha l’ intento di curare papa Sergio II (interpretato da un alquanto poco credibile John Goodman).  Il film di Wortmann ha i suoi più evidenti punti di forza nella scelta della sua attrice, la Johanna Wokalek che già aveva sorpreso ne La Banda Baader-Meinhof, che con la sua fisicità e i suoi lineamenti un pò mascolini è sempre convincente nella sua parte. D’ altro canto invece la regia risulta essere decisamente piatta e televisiva, priva di movimenti di macchina un pò più sorprendenti, quelli che un film storico come questo esigerebbe maggiormente. Se certo poi di Storia si tratta. Perchè le vicende della Papessa Giovanna sono ancora oggi una Leggenda , e anche gli Storici non di parte del clero non sono poi così convinti della veridicità dell’ esistenza di queste vicende. La scrittrice americana Donna Woolfolk Cross, autrice del romanzo Pope Joan (1996) dal quale questo film ha preso spunto, è invece una accanita sostenitrice di tali vicende e soprattutto del fatto che queste siano state occultate in diversi modi dalle Chiesa. In definitiva è difficile sostenere se un film come questo possa essere definito un film storico o soltanto una ricostruzione di una leggenda popolare poi trattata in un bestseller americano alla Dan Brown. La ricostruzione ambientale e scenografica si salva perchè nonostante tutto riesce a dare verosimiglianza a quello che era il Medioevo e soprattutto i primi 40 minuti del film ambientati in una ricostruzione di un villaggio della Britannia danno ben l’ impressione del tipo di società patriarcale che vigeva durante quegli anni. Molti lo hanno accostato al recente Agorà di Amenabar, forse per l’ indole erudita e pensatrice che accomuna entrambe le protagoniste, ma a mio avviso c’è un abisso tra i due film: quello che narra le vicende di Ipazia può fregiarsi di essere un’ opera da cinema, mentre questa è solo una prolissa ricostruzione che ha più le sembianze di una miniserie in due parti che di un film. Se poi si aggiunge che in questo film vi è una sottotrama romantica che non può che essere di sicuro appeal e di scarso interesse storico allora ecco che si trovano altre ragioni che non danno la possibilità a questo film di spiccare il volo. Ultimo, ma non indifferente motivo, che abbassa il livello di questo film è l’ impiego di un attore come John Goodman, condannato dalle sue sembianze ad interpretare ruoli comici, questa volta utilizzato per interpretare il serio ruolo di Papa Sergio. E guardandolo sarà difficile non sorridere, per quanto lui si sforzi di essere serio e professionale nella parte che gli è stata assegnata.

( Papa John Goodman ???)

( La nomina a "Papessa")

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– Angeli e Demoni – 2009 – ♥ e 1\2 –

di

Ron Howard

Quando un film è così pubblicizzato come il nuovo film  di Ron Howard, sequel de Il Codice da Vinci (ma prequel dell’ omonimo romanzo), non si esita di certo ad immaginare  che possa diventare nel giro di anche solo una settimana un sicuro campione d’ incassi. Ma spesso mi chiedo dopo aver visto un film così spudoratamente colmo di elementi inverosimili , eroistici e decisamente “americani” cosa possa spingere un pubblico intelligente ad apprezzare questo film. Forse il fatto di essere bersagliato da scetticismi , sconfessato dalla Chiesa Vaticana o ritenuto blasfemo diventa paradossalmente proprio quello che ne decreta  il suo successo?  Oppure ciò che lo spettatore si aspetta è semplicemente ritrovare un prototipo di eroe standard (un pò Miss Marple e un pò McGyver) che risolve enigmi e misteri come fossero bazzecole e sopravvive inverosimilmente in barba a addestrati poliziotti o carabinieri italiani che vengono beffati e uccisi come pivellini da un solo uomo-killer improvvisatosi all’ occasione uno 007. Perchè se si toglie l’affascinante location Romana che fa da sfondo al film o alcune interpretazioni come quella di Pierfrancesco Favino , che fa disonore però a se stesso interpretando un personaggio praticamente anonimo, si ha l’impressione di vedere un film costruito a puntino per colpire l’occhio dello spettatore e tenerlo con il fiato sospeso fino alla fine ma con alle fondamenta ben poco di quel cinema che spesso è soprannominato la settima arte. Angeli e Demoni piacerà sicuramente a chi ha gradito il Codice da Vinci (forse anche in maniera maggiore) anche perchè si respira più aria di casa Italia e perchè vedere correre Tom Hanks da una parte all’altra di Roma a bordo sempre della sponsorizzatissima Lancia Delta gode sicuramente di un bel vedere. Ma dietro tutta questa sagra spendacciona del bell’ apparire cosa c’è? C’è un Vaticano che piange la morte del suo papa rivoluzionario e progressista, che sembra una fedele ricostruzione dei tempi della morte di Wojtyla, e un camerlengo (Ewan McGregor) che deve affrontare il rapimento e le uccisioni dei quattro cardinali “papabili papi”. E insieme a tutto questo ci sono anche ricostruzioni storiche e letterarie che sono tipicamente grossolane e “americane” ma che colpiscono dritto al centro chi la storia sui banchi di scuola non la ha mai amata e preferisce leggerla riadattata e “ribestemmiata” nei bestsellers di Dan Brown. E solo per fortuna manca di quell’elemento sdolcinatamente romantico che c’era ne Il codice Davinci,forse perchè Howard era già impegnato a tenere incalzante il ritmo delle azioni e mantenersi fedele alle location di Roma senza stravolgerle con movimenti troppo irreali. Si perchè in Angeli e demoni di certo il ritmo da thriller regge e fino al finale non ci si aspetta quel colpo  di scena che tanto piace allo spettatore medio. Ma per il resto rimane quel vago senso di “sboronaggine” americana alla Independence Day che porta un camerlengo a diventare quasi supereroe ( forse soltanto per la gioia delle fans di Ewan McGregor) , a lanciarsi da un paracadute sbattendo nel “cuppolone” (detto alla romana) di S. Pietro più volte e sopravvivendo quasi “misticamente” . Angeli e Demoni è prodotto ” a puntino” per “cuocere” facilmente le menti “deboli” degli spettatori. Sconsigliato a chi non ama le alte temperature dei “forni visivi lobotomizzanti”.
Le note alle foto sono liberamente ispirate “fedelmente” a commenti in sala di alcuni miei vicini di poltrona.

( Amore ma c'è lui...come si chiama...mmm...quello di Padre Pio)

( Però è proprio belloccio questo Camerlengo!)

Pubblicato su Cineocchio

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– Roma Città Aperta – 1945 – ♥♥♥♥♥ –

di

Roberto Rossellini 

Sono rari i film italiani storici che possono realmente definirsi nostri, come vissuto, come protagonisti, come realtà. Il neorealismo cinematografico ci ha regalato in questo film di Rossellini un film che è saldamente legato al nostro passato di guerra. In una Roma schiacciata dai rastrellamenti effettuati dalle SS naziste , soffocata dalla scarsità di cibo si diramano le tragiche e dolorose storie di una popolana ( Anna Magnani ) che aspetta il suo giorno di nozze, di un ingegnere comunista e di un sacerdote ( Aldo Fabrizi) che in nome della libertà aiuta un partigiano. Rossellini attraverso una regia pienamente neorealista, volta a riprendere con fedeltà il dramma del momento regala un capolavoro che ci permette di serbare a memoria un tragico momento storico della nostra Italia. In anni come quelli di adesso, nei quali spesso sembra si sia smarrita la memoria per quei tragici fatti e per la tirannia mussoliniana, questo film ci permette in qualsiasi momento di assaggiarne la crudeltà. Definito molte volte eccessivamente lirico o semplicistico, a mio giudizio, Roma Città Aperta restituisce, guardandolo, quel senso emozionale e semplice di guardare le cose, quel senso di immedesimazione che molto spesso  uno spettatore, guardando un film, dovrebbe percepire. Perchè è semplicemente la cruda realtà di fatti, senza compromessi o senza inutili fronzoli simbolici. Rossellini infatti utilizza una regia essenziale e location vere fatte di vere case, di persone reali e persino di una sceneggiatura estremamente fedele al linguaggio del tempo. Parecchie sono le sequenze memorabili di questo film da quella storica nella quale Anna Magnani rincorre il suo uomo in procinto di essere arrestato, andando incontro tragicamente solo alla sua morte, alla scena finale interpretata da Aldo Fabrizi che muore fucilato all’alba salutando con un fischio i suoi bambini dell’ oratorio della chiesa. Scene che possono solo regalare brividi freddi lungo la schiena tipici delle emozioni vere. Roma Città Aperta è anche questo: un ponte perfetto tra la realtà e le emozioni. Il personaggio del sacerdote interpretato magistralmente da Aldo Fabrizi è il vero fulcro dell’ epopea. E’ un sacerdote che nutre un’ immensa fede in Dio e per il quale l’aiuto verso i bisognosi è posto innanzi a ogni tipo di ricatto o compromesso offertogli dai nazisti. E’ il simbolo di quella fede religiosa, oggi rara, oggi perduta o spesso travisata in noi figli del “Dio è Morto” di Guccini. Quello stesso Dio che il Don Pietro di Fabrizi impreca e maledice ad alta voce dopo aver assistito impotente a quanto un uomo possa manifestare la sua crudeltà nei confronti dei suoi simili. E se oggi, è vero, certe cose ci possono sembrare distanti, almeno nella nostra Italia, e forse apparentemente, credo vada ogni tanto lasciato spazio al ricordo di una ferita lacerante di cui la nostra storia si è macchiata e della quale questo capolavoro di Rossellini ce ne regala un lucido  affresco.

Anna Magnani

( La  memorabile tragica corsa  di Anna Magnani)
Bambini
( L' estremo saluto dei bambini dell' oratorio a don Pietro)

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