Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘chicago’

12790179_10208246714706917_1082492504_o.jpg

 Pride (2014)

di Matthew Warchus

Due mondi all’apparenza inconciliabili, due lati della stessa medaglia, due soffi allo stesso cuore. Nel Regno Unito di metà anni ’80, governato dalla Lady di ferro Margaret Thatcher, fresca di rielezione grazie alla riconquista delle Falkland-Malvinas, non solo i minatori, soprattutto delle miniere di carbone gallesi, stavano rivendicando i propri diritti con scioperi a catena che bloccarono l’economia britannica per diversi mesi, ma anche la comunità LGBT stava muovendo i primi passi alla ricerca di una propria identità. Da questa apparentemente inconciliabile origine, inizia un’ unione così forte che li vedrà combattere fianco a fianco gli uni per i diritti degli altri, tant’è che i rozzi minatori gallesi tutti di un pezzo abituati al freddo e all’umidità delle paludi si schiereranno in prima fila al Gay Pride che ebbe vita a Londra nel 1984. inimmaginabile qualche tempo prima. E questa oltre ad essere la sinossi del film è anche la Storia. il regista Matthew Warchus ce la racconta seguendo un diciassettenne della periferia di Londra che raggiunge la capitale per studiare, ma imparerà socraticamente a conoscere se stesso, oltre che diventare un’attivitista LGBT. Non è il protagonista, in realtà in film come “Pride” si fa decisamente fatica ad individuare un protagonista ed è per questo che potremmo dire che sia riuscito. Nonostante la poca esperienza al cinema, Warchus, ben servito dallo script di Stephen Beresford, riesce a non cadere nella trappola di rappresentare il movimento LGBT come un carrozzone vuoto, becero e qualunquista, ma come un insieme di essere umani che provano a fare qualcosa più grande di loro. Fa bene a scegliere i toni della commedia e non ingolfare la narrazione con supersoniche inquadrature o impantanandola con una frivola colonna sonora. Sceglie il ragazzo di periferia solo per darci un concentrato di quanto puo’ essere (ancora oggi) dilaniante la mancata considerazione della propria diversità in una fase post-adolescenziale, dunque decisamente labile. il film è ambientato nella Londra nel cuore degli anni Ottanta e non ha paura di mostrare anche il lato oscuro di quegli anni ossia la sieropositivà, l’AIDS e l’omofobia, anche se in maniera non proprio diretta, ma lascia che lo spettatore sia più attratto dall’evento di una portata decifrabile probabilmente solo con l’ausilio della Scala Mercalli. E ci riesce con più profitto di quanto non ottennero le realtà che racconta. Se cercate un film queer o pensate che lo sia, allora siete proprio dall’altra sponda del fiume, qui si solcano le strade del film di denuncia per quanto edulcorato da toni di finta commedia per la maggiorparte della durata, ma non ci si tira indietro. Anzi nel raccontare il primo incontro tra minatori e gay, il regista non lascia che l’imbarazzo da solo prenda il sopravvento, ma rafforza le diversità all’iperbole con il silenzio, perchè si faccia portavoce del estremo disagio che li accomuna. Cast scelto chirurgicamente dall’esordiente Warchus, che si affida saggiamente ad un parterre de roi di caratteristi inglesi quali Bill Nighy (“Love Actually”,”The boat that rocked”), Imelda Staunton (“Shakespeare in Love”, “Vera Drake”), Paddi Considine (“Cinderella Man”, “Hot Fuzz”) e Dominic West (“300”, “Chicago”) attori formidabili capaci di muoversi senza colpo ferire in acque torbide, come i passaggi da commedia a dramma presenti ad ogni piè sospinto. Vale davvero la pena di recuperarlo e dovrebbe essere proiettato nelle scuole per insegnare i significati della parola lotta e della parola diritto.

12782554_10208246714386909_405866343_n.jpg

12822091_10208246717066976_738759186_n.jpg

Annunci

Read Full Post »

– Nine – 2010 – ♦ –

di

Rob Marshall

Dopo Chicago, passando da Memorie di una Geisha, Rob Marshall ritorna rivisitando il musical che fu di successo a Broadway, ispirato al mitico 8 e 1\2 di Fellini. Lo fa utilizzando un cast di muse tutte d’ eccezione e  un sicuramente bravo Daniel Day Lewis, che però è visibilmente a disagio nella parte di quello che fu il regista Anselmi di Fellini. In Nine, Marshall lo trasforma in Guido Contini, forse per l’ assonanza con il nome del maestro riminese, ma oltre a questo non rende poi nessun onore al celebre capolavoro felliniano e non lo fa neanche con i ringraziamenti nei titoli di coda, nei quali non vi è alcun accenno al regista italiano scomparso. Il Guido Contini di Marshall non è quel regista pieno di sfaccettature emotive che erano tipiche di Anselmi, ma si riduce ad essere un personaggio sempre musone e totalmente dominato dalle donne, compresa la mamma interpretata da una immobile Sofia Loren. Daniel Day Lewis fa quel che può per trasmettere qualcosa del suo personaggio, ma ciò che arriva agli spettatori è solamente l’ immagine di un mammone sconsolato e in preda alla crisi di produzione, privo del genio introspettivo che fu del personaggio interpretato da Marcello Mastroianni. Anche la parte che dovrebbe riuscire meglio a Marshall ( la parte prettamente musicale) non riesce a trascinare per nulla lo spettatore, che si trova difronte a coreografie e musiche spesso noiose, se si fa eccezione per qualche momento dell’ interpretazione della cantante Fergie. Il film è totalmente schiavo delle sue attrici muse e risulta veramente difficile non notare che è come se vi fosse stata, in sede di sceneggiatura, l’ esigenza di far interpretare almeno un assolo a testa ad ognuna delle protagoniste femminili di Nine. Il dramma espresso dalla storia, che parla della crisi artistica che attraversa il regista Contini durante la preparazione del suo nono film, risulta quindi essere totalmente slegato dal contesto musicale e solamente un pretesto per le esibizioni delle sue primedonne. Giovani rampolli della moderna maniera di fare cinema sicuramente lo troveranno accattivante per il suo sicuro pacchetto patinato e luccicante, sicuramente ben confezionato e fatto di costumi e scenografie che sembrano non badare a spese, ma soprattutto  che risponde in maniera convincente all’ americanissimo urlo: “That’s Entertainment”. Penelope Cruz, Marion Cotillard, Nicole Kidman e una perfetta Kate Hudson, relegata a un ruolo marginale, si alternano sul palcoscenico nelle loro tanto decantate esibizioni, ma non sono poi in grado di lasciare nulla al di fuori della loro indubbia bellezza e presenza scenica. I nostri attori italiani (Elio Germano, Ricky Tognazzi, Giuseppe Cederna e Martina Stella) sembrano piazzati sulla scena solamente per apportare un’ ondata di italianità all’ intero film, che peraltro del belpaese ha ben poco. Se non l’ immagine americana che forse gli americani hanno di noi: quella che scivolando sulle ripetitive e insistenti parole della colonna sonora portante “Be Italian” ci dipinge come un popolo di mammoni problematici e forse senza speranza. Se è così almeno ci rimane l’ illusione di avere avuto un passato di vero grande cinema: quello Vero di Federico Fellini, qui per nulla omaggiato.

( Mamma Loren & Day Lewis mammone)
( Balletto d' obbligo per ogni musa)

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: