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Posts Tagged ‘America’

– Crazy Heart – 2010 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Scott Cooper

Crazy Heart è un gran film. E’ una stupenda prova corale di attori con alle fondamenta una storia trascinata dagli accordi di un avvolgente musica country che scandisce tutti i ritmi emotivi di ogni singola sequenza del film. Ed è un film americano vecchio stile, con una storia che va dritta al cuore e lunghe inquadrature con paesaggi sconfinati un pò Texani e bottiglie di Whisky che si esauriscono come fossero acqua. Ma soprattutto con tanta musica Country che insieme a un sorprendente e perfetto Jeff Bridges (vincitore dell’ Oscar 2010 come migliore attore per questo film) fa da protagonista indiscussa. La regia di Scott Cooper è molto semplice e sfrutta lo straordinario carisma recitativo di Jeff Bridges e dei suoi tanti validi comprimari (Maggie Gyllenhaal, Colin Farrel e Robert Duvall), muovendo la sua macchina da presa in innumerevoli campi e controcampi e scegliendo un montaggio con frequenti primi piani delle varie espressioni dei protagonisti.  Il film ci mostra un triangolo tutto maschile fatto di tre cowboys solitari ognuno a suo modo legato alla musica country (Bridges-Farrel-Duvall), che trascinati dalla forza della musica conducono la loro vita un pò vittime dei picchi di popolarità che la loro arte ha saputo dargli e col tempo strappar via loro. E il country è la musica per eccellenza di chi perde e sta ai margini della società ma sogna comunque un’ occasione di riscatto e di redenzione dalla propria sofferenza. Quella che Bad Blake non riuscirà ad ottenere solo attraverso il suo talento musicale, perché più che deciso a spremerlo fino all’ ultima goccia che a ricercare in esso una nuova strada verso il successo. Sarà l’ entrata in scena della giovane madre e giornalista interpretata da Maggie Gyllenhaal a cercare di risollevare le tendenze autodistruttive di Bad anche se ovviamente lui non riuscirà a compensare le esigenze di stabilità di lei. E’ inevitabile non rammentare osservando il personaggio interpretato da Bridges al The Wrestler di Rourke, anche se ovviamente lo stile registico di Aronofsky è del tutto diverso da quello decisamente più semplice che Cooper esplica nel suo film. Crazy Heart gode interamente del carisma di Jeff Bridges in grado qui di trasformarsi totalmente in un’ eroe tipicamente americano con la “malattia” del Whisky e della musica e totalmente affaticato dalle delusioni della vita. Non scrive un nuovo brano da anni ed è costretto inoltre a sopportare l’ umiliazione di dover aprire i concerti del suo ex allievo Tommy Sweet (Colin Farrel) ora all’ apice del suo successo. Quest’ ultima però sarà la molla, insieme a Jean (Maggie Gyllenhaal), che lo porterà a vergognarsi definitivamente della sua condizione di fallito e alcolizzato, nella quale fino a quel momento sguazzava senza alcun senso di rivalsa nei confronti della vita. Il film è ulteriormente arricchito dall’ intensissima The Weary Kind di Ryan Bingham, astro nascente della musica country statunitense. Crazy Heart è un pò come la stessa musica country: non ha la pretesa di essere un ‘opera originale o formalmente perfetta ma preferisce puntare tutto sulla sua sostanza sincera, il calore dei dialoghi e delle parole e l’ interpretazione degli attori. Interpretazioni capaci di scaldare il cuore di ogni spettatore più di un bicchiere di Whisky.

( Bad Blake compone il suo ultimo capolavoro musicale targato Bingham)

( Posso farle un intervista?)
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-Paranormal Activity – 2010 – ♥♥♥♥ –

di

Oren Peli

Paranormal activity è eccome un film dell’orrore. L’orrore che l’uomo può provare è particolarmente forte, autentico e reale quando non si può catturare la fonte dello spavento perché invisibile dunque impossibile da esaminare. L’unica cosa che conta per lo spettatore è di attendere a nervi tesi e continuare a vedere, aguzzare la vista nell’assenza di eventi che ogni volta che si materializzano valgono molto più di qualsiasi effetto speciale digitale o volto martoriato a mo’ di Esorcista. L’istinto umano davanti al terrore è la fuga, ma la protagonista del film, Katie, non può sfuggire in nessun modo poiché ha assistito ad eventi paranormali più o meno significativi per tutta la sua vita e in tutte le diverse case in cui ha vissuto, dunque noi insieme a lei concludiamo che il problema è dentro se stessa. Questa è la carta più vincente dello scarno plot di questo film che punta sul tema dell’ineluttabilità e della clausura. Qualche scricchiolio si può anche sopportare nella vita, ma non appena il padrone di casa, il fidanzato Micah, si presenta a Katie con una grossa videocamera intenzionato ad utilizzarla di notte come sorveglianza capace di testimoniare tutte le ore di sonno in cui non possono avere l’illusione di un controllo sulla situazione, le attività paranormali aumentano e si intensificano ogni notte di più. Ad alternare le notti passate nel terrore di qualcosa di indecifrabile, ci sono le tese giornate che la coppia passa discutendo animatamente fino ad arrivare ad insultarsi, perché non c’è sufficiente affetto o comprensione. Il fidanzato è preso dall’ebrezza di registrare e analizzare, mentre Katie più passa il tempo e più sta male. La notte si liberano le forze del male e l’essere sonnambula di Katie ad un primo momento, quando i due si rivedono, scatena ulteriori interrogativi e incomprensioni fra i due. A differenza di molti horror che comunque nel copioso spargimento di sangue, l’uso di musichine ad effetto e orripilanti trucchi sanguinolenti trovano la loro modesta ragion d’essere, in questo film tutto è giocato sull’assenza, il silenzio, il fuori campo. C’è anche una scena in cui viene chiamato un sensitivo, che però dice di non potersi occupare del caso di Katie perché esperto di fantasmi, mentre, a suo avviso, quello con cui Katie e Micah hanno a che fare è un demone, dunque devono rivolgersi a un demonologo… Il demonologo viene chiamato, ma quando giunge nella casa, l’uomo capisce che non è aria e li lascia piombare di nuovo nella loro terrificante solitudine. Ironia che si prende gioco del cinema gotico e d’esorcismo in cui tutto viene raccontato, spiegato, fino ad uccidere il mistero e la causa dei mali. Coi demoni senz’altro non si deve scherzare, che ci si creda o no, dunque il regista israeliano Oren Peli prende ispirazione dai migliori e decide di non incasellare il suo film in un genere specifico e di sottrarre all’occhio e alla mentre dello spettatore più elementi e informazioni possibili, per scatenarne la fantasia o per lo meno la potenziale inquietudine di fronte all’ignoto.I due protagonisti, che sono sconosciutissimi e bravissimi nel non recitare e nell’improvvisare tenendo a mente un probabile canovaccio minimale, come in Blair witch project sono scettici catalizzatori di immagini e rappresentano il vuoto esistenziale dell’America odierna, che solo nell’inconsulto abbandono al male trova soluzioni catartiche degne di attenzione e nota. Mi pare giusto informare il pubblico che la versione che circola nei cinema italiani adesso è riuscita a trovare una distribuzione dopo ben 4 anni ed è spaventosa, sì, nel finale, ma la versione originale che ha fatto storcere il naso a Spielberg lancia il film verso una prospettiva meno orrorifica e più da cronaca nera. La trovate a questo link, ma è altamente sconsigliato vederla, pare anche inutile dirlo ma meglio mettere le mani avanti, che vada visto dopo la visione del film in sala. Astenersi dal vedere il film negli orari pomeridiani assaliti da orde di adolescenti ormai diventati incapaci di rispettare il cinema e di vedere qualcosa che non sia un il loro i-phone.

(Una delle tante notte insonni)

(La tentazione finale dell'abbandono al male)

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– Capitalism: A Love Story – 2009 – ♥♥♥♥ –

di

Michael Moore

C’è confusione nell’ America di Michael Moore tra il concetto di Democrazia e quello di Capitalismo. Due concetti che spesso tendono ad essere associati ma che invece hanno in sè profonde diversità. Il regista documentarista di Bowling a Columbine e Fahrenheit 9\11 questa volta parte da lontano ( dall’ Antica Roma, epoca nella quale è scoppiato l’ amore per la corruzione, l’ arrivismo e soprattutto il denaro) per spiegare la serietà dei mali del capitalismo nell’ epoca moderna. E nonostante il titolo ci dia l’ apparenza che vi sia qualche sorta di legame amoroso tra il regista e il sistema capitalistico il tutto è solo una provocazione che cela soltanto la sua rabbia e disperazione. Ed è attraverso i “soliti” montaggi di sequenze tratte da film e pubblicità, intervallate da reali interviste a membri del sistema assicurativo americano o semplici cittadini che hanno visto aggravarsi sulle loro spalle i tragici effetti del capitalismo che Moore tenta anche di spiegare le ragioni dell’ attuale crisi economica mondiale. Per aprire anche gli occhi a tutti coloro (e speriamo che siano pochi anche se personalmente ne dubito) che ancora non sanno come l’ american dream, ormai esportato in tutto il mondo,  nel quale tutti possono “liberamente” raggiungere il potere e la ricchezza è solo un’ illusione che favorisce pochi e affonda moltissimi. Questa volta il documentario del provocatorio regista suona più come un invito (nel finale Moore sostiene di essere stanco di fare film da solo) a unirsi insieme nel tentativo di sovvertire l’ intero sistema capitalistico e ritrovare insieme il “vero” senso democratico. Come si spera stia iniziando a fare Obama. Riesce Moore a far riflettere lo spettatore su questo interessante tema che riguarda tutti da vicino fondendo in maniera esaudiente le scene drammatiche con i momenti più comici. Informa, allo stesso tempo, su situazioni ignote a molti come l’ arricchimento delle ditte in conseguenza alla morte dei propri dipendenti giovani o la paga dei piloti di alcune compagnie aeree infinitamente più bassa di un dipendente di un fast food. E forse manca l’ approfondimento necessario ad un vero documentario ma di certo in questo ultimo lavoro di Moore si riesce a ridere e riflettere allo stesso tempo. Più un film-informazione che un documentario vero e proprio che da sicuramente enorme valore alla controinformazione, tentando la comunicazione con il popolo americano principalmente e poi con tutto il resto del mondo che per tanto tempo ha cercato di emulare o ispirarsi al capitalismo della democrazia americana. Spesso anche nascondendosi sotto le mentite spoglie cattoliche e camuffando l’ icona di Gesù Cristo con il potere del Dio Denaro. Emblematico per noi italiani è il punto del film nel quale Moore consiglia di ispirarsi ad alcune Costituzioni Europee , compresa quella Italiana che ha garantito pari diritti lavorativi alle donne fin dal dopoguerra (anche se poi i fenomeni di mobbing verso le donne sono ancora oggi pagina di cronaca). Dovrebbe farci riflettere e invogliare soprattutto i nostri politici a rileggerla maggiormente ogni tanto, forse perchè ultimo scampolo rimasto di vera Democrazia. E possibilmente non riscriverla secondo le dinamiche sociopolitiche capitalistiche odierne.

(Invece di preoccuparci di videofilmare tutto ossessivamente
forse dovremmo unirci per cambiare qualcosa)

(Sono qui per arrestarvi in qualità di semplice cittadino)

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– Qualcosa di travolgente – 1986 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di Jonathan Demme

 

America metà anni ’80, per la precisione 1986. Ventitre anni fa non c’era soltanto Maradona che alzava la coppa del mondo a Città del Messico divenendo l’eroe di un’Argentina che non voleva dimenticare Plaza de Majo. Non c’era solo il reattore numero 4 di Chernobyl a diffondere in tutti gli anfratti del mondo la fobia del nucleare. C’era anche Something wild di Jonathan Demme. Per capire Qualcosa di travolgente (il titolo italiano, che s-travolge le carte in tavola) la parola chiave è contaminazione. Contaminazione di generi cinematografici e musicali. Si passa dalla commedia al rap, dal road movie alla dance, dall’horror al pop. Senza sussulti. Il treno di Charles (Jeff Daniels) e Lulu (Melanie Griffith) viaggia ad alta velocità ma non subisce contraccolpi fino al bivio Ray (Ray Liotta). Lulu carpisce in Charles la parte dionisiaca e selvaggia e lo mette ob torto collo in rapporto con essa. Charles non può che dar sfogo a questa parte a lungo tempo celata per costringersi nel ruolo di vicepresidente-separato-con-quattro-figli di un istituto di credito, scoprendosi una persona completamente opposta. Sembrerebbe un plot scontato e da sbadigli, ma Jonathan Demme amalga a fuoco alto tutti gli ingredienti filmici osando nei tempi di cottura. Ne ottiene una riflessione amara sugli anni ottanta. Una generazione che sovverte se stessa per ricercare il poco di buono che c’è in lei, ma subito dopo restaura l’equilibrio routinario per paura di soccombere alla propria imprevedibilità. Manette ai polsi contro buoni sconto sui giocattoli. La politica reaganiana che mostrava falle sempre più vistose. Melanie Griffith rispolvera le nozioni depalmiane di bondage viste due anni prima in Omicidio a luci rosse e si sdoppia con duttilità ed efficacia, Jeff Daniels si dimostra attore vero prima della picchiata degli anni ‘90 e Jonathan Demme dimostra di saper muoversi anche nei cirri più tortuosi, spianandosi la rotta verso Il silenzio degli innocenti. Senza contare un Ray Liotta al primo film, fresco e pimpante, raramente così ben inserito nell’economia di un film. I ritmi del cinema classico vengono presi e scardinati uno per uno,senza però andare a scalfire le unità di luogo, spazio e tempo. Un cinema sperimentale senza esserne consapevole, insolito senza averne la presunzione. In pratica una Wild Thing, come la canzone dei Troggs che riverbera per tutto il film. Colonna sonora al vaglio attento e scrupoloso di artisti di tutto rispetto come John Cale ex Velvet Underground e produttore di successo, David Byrne fondatore dei Talking Heads e Laurie Anderson non solo moglie di Lou Reed (all’epoca si conoscevano a mala pena). Per non parlare delle comparsate di registi borderline come John Waters ( Cry baby, primo film da protagonista di Jonnhy Depp e “Pecker”) e John SaylesFratello di un altro pianeta, perla dimenticata troppo in fretta negli abissi reaganiani). Da non lasciarsi scappare per niente al mondo.

( Una travolgente Melanie Griffith)
Jeff Daniels, Melanie Griffith
( Jeff Daniels e Melanie Griffith)

Pubblicato su Cineocchio

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