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Posts Tagged ‘Alejandro Gonzalez Inarritu’

The Revenant (2016) di Alejandro González Iñárritu

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Dopo le dodici nominations agli Academy Awards mi sono fiondato in sala per vedere questo film. Mi aspettavo un film monumentale per aver ricevuto lo stesso numero di nominations di Ben Hur o Titanic, e film monumentale è stato. The Revenant stupisce sotto tutti i punti di vista. La regia di Iñárritu sfoggia la sua arte senza mai distaccarsi dal manierismo puro e semplice. Riguardo all’uso dei grandangoli, ai movimenti di macchina, all’arte di rubare ogni fiato ai personaggi con primi piani soffocanti sì, siamo di fronte ad un capolavoro. Il regista messicano al momento non lo batte nessuno in questo campo. Se volevate che qualcuno vi raccontasse una storia, allora dovreste rivolgervi altrove. Nonostante la fotografia di Emmanuel Lubetzy, che aveva straordinariamente servito “Birdman”, stavolta non riesce a ripetersi per quanto in pochi al mondo abbiano ora come ora la stessa composizione del quadro, seppur scopiazzando un po’ troppo quanto fatto per ‘The Tree of life” di Terence Malick. Di solito, dopo un successo storico come quello del film precedente (“Birdman” ndr) che sbanca sia il botteghino sia la critica e soprattutto riceve le quattro statuette più importanti agli Oscar (miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale e miglior fotografia), un regista, che sia hollywoodiano o no, ha a disposizione un budget sproporzionato, forse il più cospicuo che abbia mai raggiunto in carriera. Non sempre pero’ corrisponde un successo, basti pensare a Michael Cimino che dopo aver sbaragliato la concorrenza agli Oscar nel 1978, fece fallire la United Artists (risorta un paio di decenni più tardi) un paio di anni dopo con l’altrettanto monumentale “Heaven’s Gate-I cancelli del cielo”. La storia non c’è, non me ne vogliano I sostenitori del regista messicano. Se in maniera furbesca e paracula in “Birdman”, era riuscito ad imbastire un carrozzone composito e funzionale alla sua poetica, stavolta Iñárritu non pare mai in grado di tenere testa al suo stile. Non pare voglia strafare, cappella proprio la scelta del soggetto. E mi fa molto sorridere leggere recensioni che paragonano il protagonista Hugh Glass con Dersu Uzala, dal film omonimo di Akira Kurosawa del 1975 (curiosità: vinse anche lui quello stesso anno, come miglior film straniero). Di comune c’è solamente il movente ossia un uomo lasciato solo dalla società, ma il contatto con la natura che c’era nel film del regista giapponese è del tutto inattaccato. Ogni aspetto che entrava in contatto con Dersu Uzala poteva metaforicamente essere toccato con mano dallo spettatore ed era organicamente messo a disposizione della narrazione, in questo caso invece è solo un mero elemento per rendere ancora più spettacolare ed esagerata la vendetta (che poi manco ci sarà) di Hugh Glass. Ad Iñárritu interessa infatti rappresentare l’iperrealtà e l’iperrealismo dei suoi personaggi, che per emergere in un mondo che non contempla gli esseri umani in quanto tali, hanno bisogno di essere supereroi anche quando non lo sono o di eventi soprannaturali anche quando lo spettatore più appassionato di action-movies non se lo aspetterebbe. Insomma se cercate un film di azione, non rimarrete assolutamente delusi, anzi probabilmente potrebbe aver trovato nuovi confini. Se d’altro canto cercavate un film, allora è davvero un’occasione persa per tutti, tranne forse per Leonardo Di Caprio, che probabilmente vincerà il suo primo Oscar come attore protagonista, nonostante la sua prova sia forse la più scialba dell’ intera carriera. D’altronde non era affatto facile dare una qualsivoglia espressione ad un personaggio ricoperto per l’intera durata del film da un trucco molto scuro o perchè sporco o perchè massicciamente tumefatto.

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(Antagonista…)

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(…e Protagonista)

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– Biutiful – 2011 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Alejandro Gonzalez Inarritu

Inarritu per la prima volta si allontana dalle sceneggiature ad incastro di Guillermo Arriaga per lavorare su qualcosa di veramente suo, e ci mostra il dolore di un uomo sconfitto dalla vita ma che lotta con le mani e con i denti per non esserne schiacciato, seppur consapevole della sua impotenza di fondo. Ce lo racconta in una Barcellona lontanissima da quella che siamo abituti a vedere in cartolina o anche da quella romantica in cui lo stesso Bardem era stato protagonista in uno degli ultimi lavori di Woody Allen. Una Barcellona che anzichè mostrarci la movida notturna e le spiagge, ci fa guardare il dolore dei suoi vicoli interni, interamente devastati da un cancro sociale ed economico. Un pò lo stesso dolore che Uxbal (Javier Bardem) vivrà sulla sua persona, essendogli diagnosticato un cancro in metastasi che gli lascerà poche speranze di sopravvivenza. E’ proprio questo connubio tra inevitabile destino di morte e malattia e lo sfondo di estreme tensioni sociali che Inarritu lascia esplodere sullo schermo, usando pochi dialoghi e sfruttando la bravura di un attore come Javier Bardem ( meritatissima la sua Palma d’ oro ricevuta al festival di Cannes) che sa bene come far toccare il fondo al suo personaggio pur restando dignitoso, pur continuando a preoccuparsi dei suoi figli. Il tema della paternità è infatti centrale in Biutiful. Uxbal non potrà evitare fino alla fine di preoccuparsi del futuro dei suoi figli, come se fosse il suo naturale modo per compensare  la mancanza della figura di un padre che lui non ha mai veramente conosciuto. Inarritu mescola realtà e percezioni visionarie (il protagonista è in grado di comunicare col mondo dei morti) sapientemente, forse non lasciandosi compenetrare fino in fondo ma riuscendo comunque ad arrivare al cuore dello spettatore. Ottima è la fotografia, che grazie alle sfumature, fotogramma dopo fotogramma, trascina coloro che guardano all’ interno di un mondo interamente pervaso da dolore psichico , fisico e sociale. Forse la lunga durata di 138 minuti potrebbe invitare molti ad alzarsi dalla poltrona perchè sopraffatti dal carico doloroso che il regista ci sbatterà davanti gli occhi, ma infondo se si ha abbastanza forza per restare seduti si potrà percepire il valore di questo dolore umano. Biutiful è sicuramente un film che spaccherà in due il suo pubblico perchè la ridondanza che tutta questa espressione di dolore ha, potrà risultare un modo sfrontato e compiacente per strappare un’ emozione e delle lacrime. Forse questo film, che tecnicamente e stilisticamente è ineccepibile, non può arrivare alla perfezione perchè le emozioni che suscita sono provocate calcando un unico tema: quello del dramma senza esclusione di colpi. E’ infatti tutto interamente pervaso dal dolore e dal dramma nella vita di Uxbal, e anche i personaggi che lo circondano non si esentano da questo lacrimevole vissuto (il fratello si dimostra un egoista e la moglie bipolare totalmente inaffidabile). Ciò che resta, quindi, è la percezione che Biutiful sia un lavoro di pregevole fattura, ma che il suo regista si autocompiaccia un pò troppo nel manifestare il dolore, come a voler trascinare a tutti i costi dentro il suo film lo spettatore e non lasciargli neanche l’ opportunità di potersi non emozionare. Un rischio che forse avremmo voluto assumerci maggiormente, magari stemperando l’ intensità di alcune sequenze.

( Un padre alle prese con l' unico momento Biutiful della sua vita)
 
(Ultime cene con i figli)

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