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Posts Tagged ‘adolescenza’

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 Pride (2014)

di Matthew Warchus

Due mondi all’apparenza inconciliabili, due lati della stessa medaglia, due soffi allo stesso cuore. Nel Regno Unito di metà anni ’80, governato dalla Lady di ferro Margaret Thatcher, fresca di rielezione grazie alla riconquista delle Falkland-Malvinas, non solo i minatori, soprattutto delle miniere di carbone gallesi, stavano rivendicando i propri diritti con scioperi a catena che bloccarono l’economia britannica per diversi mesi, ma anche la comunità LGBT stava muovendo i primi passi alla ricerca di una propria identità. Da questa apparentemente inconciliabile origine, inizia un’ unione così forte che li vedrà combattere fianco a fianco gli uni per i diritti degli altri, tant’è che i rozzi minatori gallesi tutti di un pezzo abituati al freddo e all’umidità delle paludi si schiereranno in prima fila al Gay Pride che ebbe vita a Londra nel 1984. inimmaginabile qualche tempo prima. E questa oltre ad essere la sinossi del film è anche la Storia. il regista Matthew Warchus ce la racconta seguendo un diciassettenne della periferia di Londra che raggiunge la capitale per studiare, ma imparerà socraticamente a conoscere se stesso, oltre che diventare un’attivitista LGBT. Non è il protagonista, in realtà in film come “Pride” si fa decisamente fatica ad individuare un protagonista ed è per questo che potremmo dire che sia riuscito. Nonostante la poca esperienza al cinema, Warchus, ben servito dallo script di Stephen Beresford, riesce a non cadere nella trappola di rappresentare il movimento LGBT come un carrozzone vuoto, becero e qualunquista, ma come un insieme di essere umani che provano a fare qualcosa più grande di loro. Fa bene a scegliere i toni della commedia e non ingolfare la narrazione con supersoniche inquadrature o impantanandola con una frivola colonna sonora. Sceglie il ragazzo di periferia solo per darci un concentrato di quanto puo’ essere (ancora oggi) dilaniante la mancata considerazione della propria diversità in una fase post-adolescenziale, dunque decisamente labile. il film è ambientato nella Londra nel cuore degli anni Ottanta e non ha paura di mostrare anche il lato oscuro di quegli anni ossia la sieropositivà, l’AIDS e l’omofobia, anche se in maniera non proprio diretta, ma lascia che lo spettatore sia più attratto dall’evento di una portata decifrabile probabilmente solo con l’ausilio della Scala Mercalli. E ci riesce con più profitto di quanto non ottennero le realtà che racconta. Se cercate un film queer o pensate che lo sia, allora siete proprio dall’altra sponda del fiume, qui si solcano le strade del film di denuncia per quanto edulcorato da toni di finta commedia per la maggiorparte della durata, ma non ci si tira indietro. Anzi nel raccontare il primo incontro tra minatori e gay, il regista non lascia che l’imbarazzo da solo prenda il sopravvento, ma rafforza le diversità all’iperbole con il silenzio, perchè si faccia portavoce del estremo disagio che li accomuna. Cast scelto chirurgicamente dall’esordiente Warchus, che si affida saggiamente ad un parterre de roi di caratteristi inglesi quali Bill Nighy (“Love Actually”,”The boat that rocked”), Imelda Staunton (“Shakespeare in Love”, “Vera Drake”), Paddi Considine (“Cinderella Man”, “Hot Fuzz”) e Dominic West (“300”, “Chicago”) attori formidabili capaci di muoversi senza colpo ferire in acque torbide, come i passaggi da commedia a dramma presenti ad ogni piè sospinto. Vale davvero la pena di recuperarlo e dovrebbe essere proiettato nelle scuole per insegnare i significati della parola lotta e della parola diritto.

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Il nome del figlio di Francesca Archibugi (2015)

Non so proprio da dove cominciare. Non vedevo la necessita’ di un remake del francese “Le Prenom” (titolo italiano: ”Cena tra amici”) di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, tratto dalla loro stessa piece teatrale. Badate bene, non perche’ ero spinto da chissa’ moto nazional-socialista o perche’ avessi disprezzato il film transalpino: tutt’altro. Film pur non molto originale nella messa in scena, ma ricco di contenuti e scritto con vivida ispirazione, riusciva a non perdere molto della propria freschezza nel passaggio dal sipario alla tendina. Non voglio dilungarmi troppo nel parlare del film francese, ma credo sia doveroso per poter descrivere cosa proprio non ha funzionato nella versione italiana che prende il titolo di “Il nome del figlio” di Francesca Archibugi scritto da Francesco Piccolo. I due film sono pressoche’ identici, anche perche’ gli elementi nuovi nella scrittura italiana hanno lo stesso identico effetto di una proprieta’ commutativa. Sinceramente da uno sceneggiatore come Francesco Piccolo (“Paz!”,“Il Caimano”, “Capitale Umano” tra gli altri) ci si aspetta un adattamento molto meno organico al testo originale ma piu’ organico con quella che e’ l’attualita’, e il testo francese gli dava una ghiotta opportunita’ visto che andava a scardinare I “dogmi” della gauche, tutta presa dalla correttezza di un buon lessico solo quando necessario. Riflesso su se stessa, proteso dunque all’autocompiacimento anche il centrosinistra ai tempi di Renzi, sarebbe stato terra di conquista per una qualsivoglia critica, ma l’unico aspetto che riesce a cogliere e’ l’abuso dei social network, twitter nella fattispecie, nel personaggio interpretato da Luigi Lo Cascio, ai minimi della sua pur dignitosa carriera. Il film e’ uscito da poco piu’ 10giorni per cui non conosco ancora I risultati definitivi al botteghino, ma una cosa e’ certa: si tratta solo di una mera operazione commerciale, una paraculata per dirla alla romana. La Motorino Amaranto, casa di produzione “indipendente”, alla quale fa capo Paolo Virzi’, forse per rientrare dei soldi investiti per “Capitale Umano”, forse come Virzi’ per fare il salto di qualita’ nel cinema di distribuzione mondiale (ossia papabile per le nominations degli Academy Awards ndr), prova a seguire il filone o la tendenza aperta da Luca Miniero quando ha diretto “Benvenuti al Sud” e “Benvenuti al Nord”, anch’essi derivati da un corrispondente francese (ma guarda che coincidenza!) “Bienvenue chez les Ch’tis” (titolo italiano “Giu’ al Nord”) di Dany Boon. Mentre Miniero, onestamente fa quello che andava fatto ossia incollare alle esigenze del pubblico italiano una commedia fresca ma piena di luoghi comuni delle “non” differenze tra il Nord e il Sud del BelPaese servendosi di due caricaturisti come Bisio e Siani, l’operazione commerciale condotta dalla triade Virzi’-Archibugi-Piccolo non dice niente, farnetica qualcosa, ma non ha l’interesse a dire niente di nuovo neppure quando prova a confrontare I nostri tempi agli anni settanta/ottanta, forse l’unico elemento non dico nuovo, ma almeno diverso dall’originale. Se poi anche inserire una gopro-giocattolo (almeno da’ finalmente un punto di vista diverso nella marmellata spacciata per messa in scena tramite qualche steadycam), un twitter-addicted e il vero parto cesareo della pur sempre generosa Micaela Ramazzotti, significhi stare al passo con I tempi, allora siamo di fronte ad un punto di ritorno: la stasi di chi non ha piu’ fame di raccontare alcunche’. Di questo obbrobrio, perdonatemi la franchezza, rimangono la magistrale direzione dei bambini, ormai marchio di fabbrica della Archibugi e il tributo a Lucio Dalla con di fatto il videoclip inedito di “Telefonami tra vent’anni”, che almeno regala un tocco di classe e leggerezza amara a questa deriva di stasi creativa, che a poco a poco sta travolgendo anche gli ultimi capisaldi di una nostrana cinematografia d’autore. Rimane infatti il fortissimo rammarico nel notare che il film e’ stato conferito del titolo di interesse culturale nazionale, ovvero e’ stato in parte prodotto con soldi pubblici. Fa molto male considerando che spesso non ci sono fondi pubblici per la manutenzione del patrimonio artistico italiano, ma soprattutto anche perche’, almeno inizialmente, questo strumento veniva adoperato per finanziare le opere prime e lo sa bene Francesca Archibugi, alla quale meritatamente nel 1988 venne concesso per sovvenzionare il suo film d’esordio, “Mignon e’ partita”. Curiosamente il caso volle all’epoca che fosse l’unico lungometraggio citato per il buon utilizzo di questi finanziamenti pubblici. Altri tempi, altra fame di “cultura”.

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– Genitori & Figli: Agitare bene prima dell’ Uso – 2010 – ♥  –

di

Giovanni Veronesi

Ci ha abituato ormai Veronesi ai suoi film “manuali”, nei quali dispensare istruzioni su quelli che sono le maggiori preoccupazioni del popolo Italiano del nostro ventunesimo secolo. E allora ecco che dopo averci parlato in due capitoli dell’ amore torna sul grande schermo cercando di spiegare il perchè dei conflitti generazionali moderni tra genitori e figli. E lo fa, come ormai ci ha abituato, con leggerezza, semplicità e con anche la medesima dose di banalità e superficialità. E si sa, nella nostra Italia un film come questo fa molto presto a  essere definito di interesse e valore artistico e culturale, perché oggi ci siamo ridotti proprio ad apprezzare ciò che in questo film, i bravi attori protagonisti mettono in luce. E cioè le litigate furibonde, i turpiloqui frequenti e le urla, quelle stesse urla che spesso possiamo aver modo di ascoltare nelle trasmissioni di punta della nostra televisione privata e ultimamente anche pubblica. Veronesi utilizza questa volta la voce narrante di un’ adolescente per condurci attraverso due storie parallele di famiglia e conflitti generazionali. Quella dominata da Michele Placido, professore in conflitto con il figlio che vorrebbe partecipare al nuovo fratello e che incarna la cultura del “niente” giovanile di oggi, e quella che vede come genitori Luciana Littizzetto e Silvio Orlando, genitori separati di Nina, voce narrante e a sua volta alunna del professore interpretato da Placido. Il film è caratterizzato dai soliti dialoghi leggeri che ultimamente hanno caratterizzato i film di Veronesi, con personaggi che si riducono ad interpretare delle moderne macchiette , in episodi che si intrecciano e che danno sfogo solo a immensi luoghi comuni su quelli che vengono considerati i problemi predominanti nella nostra società: il sesso adolescenziale, i conflitti padre-figlio e la frustrazione di una vita che sembra non soddisfare mai. Lo sfondo economico-sociale è sempre lo stesso, quello della Roma dialettale e borghese, quello delle famiglie che guadagnano duemila euro al mese e che comunque sembrano trovare pretesti e occasioni per lamentarsi delle loro situazioni di vita. Di certo negli ultimi venti anni Giovanni Veronesi è stato tra i registi che più si è distinto nella commedia all’ italiana per aver sempre sbancato i botteghini italiani ed essere apprezzato dal pubblico. Ma di questo non ci si stupisce se poi l’ Italia è proprio quella che lui fa vedere nei suoi film: un’ Italia fatta di Italiani lamentosi e che sembrano non essere mai soddisfatti di quello che hanno, caratterizzati tutti quanti da quell’ atteggiamento superficiale e un pò individualista che non porta di certo alla comprensione dell’ altro, quanto più facilmente alla critica non costruttiva. E’ infatti proprio l’ atteggiamento di vera critica che manca del tutto in questo film di Veronesi, che piuttosto che analizzare veramente queste piaghe sociali italiane si limita a sminuirle in simpatiche gag dialettali, restando in maniera sicura nel politically correct senza mai veramente osare, quello di cui il cinema Italiano oggi avrebbe forse più bisogno. Ecco quindi che vediamo piccoli ragazzini cinesi che iniziano le adolescenti italiane al sesso o un rom chiedere soldi alla “mamma” Littizzetto che va da loro a chieder scusa per l’ atteggiamento razzista del figlio. Piacerà ai più di certo perchè non richiede di certo impegno per vederlo, e non invita nemmeno a riflettere su quelli che sono gli argomenti di sfondo del film. Solo un’ ennesima occasione per invitare alla risata becera, sfruttando la bravura di sicuri bravi attori del panorama italiano. Ovviamente in questo frangente piuttosto sprecati.

( Litigi Sboccati tra padre e figlio)

( e i soliti amori adolescenziali un pò ribelli)

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– An Education – 2010 – ♥♥ e 1\2 –

di

Lone Scherfig

L’ ingresso nella vita adulta della giovane Jenny (Carey Mulligan) non è di certo semplice e la sua istruzione (il termine inglese Education va tradotto appunto come istruzione e non educazione) si trova ad un bivio. Sarà il futuro programmato dai suoi genitori ad Oxford ad avere la meglio o la vita mondana e un pò libertina che il giovane ebreo David (Peter Sarsgaard) le offrirà a vincere? Il film, diretto dalla mano della danese Lone Scherfig e sceneggiato dal Nick Hornby di About a Boy, si incentra proprio su questo dualismo e ancor di più sul fraintendimento nel quale lo spettatore cade di frequente, durante la visione del film, nel valutare quale sia la corretta istruzione tra le due. Dipinge quell’ epoca di cambiamento e di indipendenza ideologica e sessuale che stava per nascere in Inghilterra. I Beatles e il loro beetle pop rivoluzionario stavano per nascere e Jenny vorrebbe cambiare il suo mondo ma l’ inevitabile finirà per avere il predominio sui suoi sogni di rivoluzione. An Education dipinge quella società di confine che ci ha fatto giungere fino alla nostra: dove ogni compromesso è accettato per raggiungere i propri scopi e l’ ambito sogno di ricchezza. Una società dove i valori morali iniziano a sgretolarsi e quell’ istruzione scolastica,che sicuramente ha avuto il difetto di essere troppo rigorosa, vedrà crollare la propria egemonia a discapito di una più appetibile prospettiva di vita basata sulle esperienze e i soldi. Come sostiene appunto l’ ambiguo David, interpretato da un Peter Sarsgaard molto bravo a instillare di attimo in attimo il dubbio nello spettatore, sarà la sua istruzione alla vita a tentare Jenny e il suo rigido mondo fatto di libri e scuola. Carey Mulligan è decisamente abile nell’ interpretare la quasi diciassettenne Jenny e i suoi reali 24 anni sono sicuramente un aiuto nel portare in scena un personaggio che ha voglia di crescere un pò troppo in fretta. La sua naturalezza e la sua semplicità sono sicuramente due delle caratteristiche che le hanno fruttato la nomination agli Oscar come migliore attrice e che in più di un momento del film la rendono una reincarnazione di Audrey Hepburn. Certo è che quest’ anno le candidature agli oscar sembrano voler a tutti i costi favorire la vittoria netta di Avatar perchè questo sentimentale An Education non può di certo reggere il confronto. Il suo aspetto decisamente patinato e la sua regia un pò retrò e decisamente non originalissima non potrebbero mai sconfiggere il colosso di Cameron. La semplicità e la patinatura con la quale l’ Inghilterra degli anni pre Teddy Boys si appresta ad uscire dal suo perbenismo sono infatti i principali difetti di questo film, che inoltre in più di un momento lo rendono noioso da seguire. Supportato, al contrario, da una sceneggiatura più che scorrevole, una recitazione decisamente al di sopra della media degli attori e una fotografia che assume diverse tonalità cromatiche tra Londra e Parigi.  Le sottigliezze dei personaggi sono ben strutturate: Jenny è infatti divisa tra  il suo amore verso le arti e la bellezza e la sua incapacità, dovuta alla giovane età, a non saperne correttamente mettere dei confini; mentre David, abile affabulatore ma che nell’ interno cova una profonda  insoddisfazione, come solo nel finale lo spettatore potrà scoprire. Anche i genitori di Jenny e in particolare l’ ottimo Alfred Molina sono molto bravi nell’ interpretare la frustrazione della classe medio borghese di quegli anni, che anzichè preoccuparsi della reale felicità della propria prole era più concentrata sul bene per il loro nucleo familiare o alle loro opportunità sociali ed economiche. Insomma tutti validi spunti quelli di Nick Hornby, che però non riescono nel risultato finale a imprimere una sensazione di memorabilità a questo film e lo condannano inesorabilmente al dimenticatoio.

( L' attimo della tentazione)

(Scegliere un' altra scuola)

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– The Home of Dark Butterflies – 2008 – ♥♥♥♥ –

di

Dome Karukoski

E’ come sempre un peccato che certi film non vengano distribuiti qui in Italia. Il Finlandese The Home of Dark Butterflies (candidato agli Oscar 2009 per la Finlandia) è uno di quei film: duro, sincero e che non perde mai di vista il contatto con la realtà psicologica adolescenziale dei suoi protagonisti. Lascia spesso intravedere attimi di poesia che ben si fondono con la difficile tematica dell’ opera del regista di Cipro naturalizzato finlandese Dome Karukoski. Le vicende narrano di Juhani, un ragazzo che dopo esser inutilmente stato cacciato da tutte le famiglie di adozione viene introdotto in una struttura correttiva situata su un’ isola. Il film si divide in maniera convincente tra i fatti che in tempo reale hanno luogo nell’ isola e una serie di flashback che sono in grado di mostrare allo spettatore il processo di lenta analisi che il ragazzo compie su stesso su un crimine in passato compiuto dai suoi veri genitori e del quale erroneamente se ne è sempre assunto la responsabilità. Il ricorso a tale linguaggio cinematografico (quello del flashback) non è mai banale ma è saldamente legato ai fatti che accadono in tempo reale. Il regista ricorre a tale mezzo solo per far capire le analogie tra gli eventi che accadono al giovane Juhani e quelli passati che altamente influenzano la sua psiche. I personaggi creati intorno al giovane hanno tutti quanti un  ben definito background e riescono a creare un convincente Ensemble di giovani attori. Anche la fotografia è diversamente costruita su due differenti tonalità: una più fredda e dalle tonalità blu scure che caratterizza il passato e una più nitida e circondata sempre di stupendi paesaggi bucolici che riguarda il presente. Ed è proprio la natura che assume un simbolismo chiaro in The Home of Dark Butterflies dove i ragazzi sono costretti per salvare il destino della casa di correzione a sostenere l’ utopistico progetto del direttore Olavi di impiantare un allevamento di bachi da seta. E questo tentativo di nascita (o ri-nascita) sarà ben associato al lento tentativo di Juhani di liberarsi del suo ingombrante passato che non gli permette di vivere adeguatamente la sua vita e  le relazioni sociali, soprattutto quelli con il sesso femminile e la giovane figlia del direttore della quale si è invaghito. E sta in questo distacco finale, da un embrione genitoriale che mentalmente lo bloccava la svolta del protagonista di quest’ opera. Quel distacco che potrebbe portare Juhani a varcare quel mare che lo separa dal mondo, dall’ accettazione di sè stesso. Accettazione che potrà sfociare solamente nella consapevolezza dell’ età adulta.

( Il passato incombe sempre nella vita di Juhani)

(...ma il percorso della speranza è dietro l'angolo)

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– Fà la cosa sbagliata – 2009 – ♥♥♥ –

di

Jonathan Levine

L’ incomunicabilità è forse quel disagio o malattia che è nata proprio negli anni ’90. Epoca in cui a New York il neoeletto sindaco Rudolph Giuliani metteva in atto le sue misure restrittive contro i giovani graffitari e contro l’abuso giovanile nel consumo di alcol. Il regista Jonathan Levine, facendosi forza di una fotografia seppiata e dai colori giallo ocra, che sicuramente serve a entrare nel climax ideale, mette in scena una commedia drammatica un pò esistenziale che narra del confronto generazionale tra un ragazzo e un uomo di mezz’ età entrambi schiavi dei loro ideali di felicità a tal punto da renderli paralitici nel dialogo. E sono proprio i due protagonisti a fare del film una piccola  chicca. Sir Ben Kingsley e il giovane Josh Peck lasciano trapelare alchimia da ogni poro e sono più le loro abilità recitative che i dialoghi a rendere decisamente scorrevole il loro confronto. E tutti gli altri attori sono solamente sfondo di un loro costante duetto immerso in una New York che sta cambiando insieme a loro due. Una realtà nella quale le nuove generazioni hanno imparato ad “abusare” delle droghe fin da piccoli e ancor prima di essere iniziati alle gioie del sesso. Una società nella quale i giovani e il loro costante desiderio di socializzazione non riesce sempre a trovare soddisfazione e quindi si trovano a fare i conti da soli con un mondo nel quale non sono inseriti per nulla. La  musica martellante di Notorius B.I.G. e le droghe sono l’ unico rifugio per il giovane pusher ( in inglese Wackness che è il titolo originale del film) nell’ irrequieta cornice della Grande Mela. E lo diventeranno anche per lo psicologo Squires (Kingsley) che è bravo ad occuparsi dei suoi pazienti ma molto meno di se stesso. Imprigionato in un’ età che gli sta stretta e che lo vede protagonista di un matrimonio ormai privo di passione e di una figliastra che è l’ oggetto di desiderio del giovane pusher. Giovane che a sua volta vive la sua età di contrasto tra un’ adolescenza ormai al tramonto ma non pienamente vissuta (causa la totale mancanza di esperienze sessuali) e il sorgere dell’ età adulta fatta di scelte e responsabilità economiche. La loro amicizia terapeutica si rivelerà essere simbolo di un cambio generazionale che si rivelerà non essere poi tanto differente e che alla fine porterà addirittura a un capovolgimento di ruoli. Finale intriso di speranza e decisamente psicologico quello di Levine e del suo film che ha trionfato al Sundance festival 2008 come miglior film drammatico. Peccato per il titolo italiano ancora una volta storpiato che vorrebbe forse esaltare la figura del personaggio interpretato da Kingsley che “fà la cosa sbagliata” seguendo i suoi istinti innaturali per la sua età. Eccessivi i riferimenti politici a Giuliani, spesso tirato in ballo nei dialoghi tra i due quasi in maniera pubblicitaria. In definitiva un film che se non fosse per i suoi due attori e per la fotografia sarebbe rimasto un esempio di potenziale malamente sfruttato.

( I sogni adolescenziali del giovane Wackness)

( Lezioni di vita al profumo di Cannabis)

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–  Juno – 2008 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Jason Reitman

La cosa che salta subito all’ occhio, fin dalle prime scene è che la sedicenne Juno è diversa. O almeno viene vista come una diversa dalle persone della piccola realtà urbana nella quale vive. Non ama le cose scontate e preferisce sperimentare, scoprire e fare tutto ingenuamente per gioco. Ma da questo gioco la realtà fa irrimediabilmente capolino e la costringe a una gravidanza inaspettata e non voluta. Ma soprattutto una gravidanza alla quale non è pronta. Ma  con spirito decisamente adulto decide responsabilmente di trovare una famiglia che adotti il futuro nascituro. Ed è da qui che il mondo di Juno si scontrerà con tutto il resto. Si scontrerà con il perbenismo e le formalità che lei tanto odia, ma riuscirà a farsi amare (forse proprio per il suoi modi decisamente irruenti e privi di ogni velo sociale) da tutti. E’ sicuramente un personaggio ben costruito quello di Juno. Una sedicenne atipica e sfacciatamente a suo modo adulta e intelligente, che ama dire le cose in faccia e si disinteressa totalmente di cosa possa apparire giusto o sbagliato. Merito di questa forza nel personaggio della protagonista va alla sceneggiatura sicuramente ben costruita di  Diablo Cody (che gli è fruttata l’Oscar nel 2008), in grado inoltre di far riflettere lo spettatore su una tematica come quella delle gravidanze inaspettate in maniera ironica e leggera senza mai per un attimo cadere nella pesantezza. Juno si porta dietro il fardello di avere un nome (quello della Dea Giunone) di una donna spesso tradita dal marito Zeus ma che non si arrende mai. Ed è proprio così che la piccola Juno affronta le sue situazioni quotidiane con tenacia  instancabile, con una lingua sempre pronta alla risposta più irriverente e quell’ irrefrenabile voglia di non essere condizionata da nessuno. Complice ne è il visino ingenuo ma allo stesso tempo deciso della giovane attrice Ellen Page che cresce (pur non abbandonando la sua ingenuità di fondo) insieme al suo pancione. Il regista Jason Reitman utilizza una colorazione decisamente accesa ed estremamente satura come a voler sottolineare ancora maggiormente il mondo fuori dalle righe nel quale vive la protagonista. Juno è un film divertente in grado di parlare di tanti argomenti attuali che vanno dalle famiglie allargate alle adozioni, dalle gravidanze inaspettate agli aborti. E centro di tutto è anche questo indesiderato “fagiolino” che la stessa protagonista non sa come definire. L’evoluzione dei personaggi è anche quella estremamente ben architettata così da far apparire i personaggi che all’ inizio sembrano più simpatici o maturi come quelli decisamente paurosi e immaturi alla fine e viceversa ( esempio perfetto ne sono la coppia Loring che si assume la responsabilità di adottare il futuro bambino). E la giovane sedicenne Juno anch’essa evolverà, fino a capire alla fine che nonostante il suo processo evolutivo è stato al contrario (“Lo so, bisognerebbe innamorarsi prima di riprodursi” è quello che afferma alla fine Juno) l’importante è trovare un proprio guscio perfetto nel quale vivere, ritagliandosi una fetta di felicità un pò “giunonica” in questo controverso pianeta del quale tutti siamo protagonisti.

( Volete voi il mio fagiolo?)

( Riprodursi e dopo innamorarsi?)

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