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Archive for the ‘Thriller’ Category

– La Promessa dell’ Assassino – 2007 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

David Cronenberg

E’ sempre un piacere poter constatare quando un regista ossessionato dai corpi, dalla carne e dal sangue come David Cronenberg, nonostante la linearità di questo suo lavoro, non perda la sua coerenza stilistica e il suo percorso autoriale personale. La Promessa dell’ assassino, infatti, ci riporta a ciò che è una costante nei lavori di Cronenberg e cioè l’ essenza stessa del male. Un Male sempre presente nella vita dell’ uomo e che nonostante le resistenze riesce sempre a trovare una strada per esprimersi. Lo sguardo di analisi di Cronenberg è freddo e macabro come i corpi freddi dei cadaveri che vengono mostrati nel film. Rigidi pezzi di carne condannati da un’ esistenza marchiata dai tatuaggi impressi nei loro corpi e che sono solo vittime del succedersi degli eventi. L’ intero film scorre narrativamente come un fiume d’ acqua freddo, infatti, circondato da atmosfere cupe e da un superbo tocco fotografico che è quasi sempre contraddistinto da tonalità nere e rosse. E’ come se Cronenberg volesse con questo film comunicarci qualcosa di finale, come la morte. Ogni inquadratura o movimento di macchina è sempre distante dall’ azione che si svolge, quasi a volerlo immortalare come in una fotografia finale. Viggo Mortensen, divenuto ormai l’ attore feticcio del regista canadese, incarna perfettamente il suo personaggio trasfigurato nella manifestazione del male ma  di fatto rappresentazione stessa del Bene con tutte le controversie del caso. Nikolai (Viggo Mortensen) è marchiato interamente da simboli d’ onore attraverso i suoi tatuaggi che gli impediscono di andare contro le regole basilari che la malavita talvolta richiede di praticare, come gli stupri, gli abusi o gli sfruttamenti. Diviene quindi il difensore di tutto questo e il suo rapporto\incontro con Anna (Naomi Watts) è proprio basato su questa sua consapevolezza. Lei sarà per lui il tramite, attraverso cui lui potrà manifestare il destino che il suo personaggio da tempo aveva già tatuato sul suo corpo. E’ un percorso quello di Nikolai, forse salvifico, ma sicuramente verso il Bene e una sua rinascita. Ne funge da perfetta metafora la lotta interamente nudo nel bagno turco, molto cruenta e colma di suspense. Sarà durante questa sequenza che Nikolai dopo aver lottato finirà a terra sanguinante, ma vincitore, in posizione fetale , verso una nuova nascita. Per cento minuti Cronenberg crea un mondo dalle cupe atmosfere precarie e malavitose, nel quale i suoi personaggi e i suoi attori si muovono con lentezza e con la dovuta misura. Mai eccedendo nell’ enfasi delle urla, ma mantenendo tutto come strozzato in gola , come ad un vero noir si domanda. E il finale seppur apparentemente rassicurante, attraverso un’ inquadratura distante e che si interrompe improvvisamente non fa altro che comunicare allo spettatore l’ incessante e incombente pericolo di una probabile minaccia esterna. Sempre probabilisticamente presente.

(Il Giudizio dei Tatuaggi)


(Cronenberg istruisce Cassel )

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– Limitless – 2011 – ♥♥ –

di

Neil Burger

Sfruttare al massimo le tue potenzialità mentali. Sembra uno slogan perfetto di una campagna di marketing si un qualsiasi corso di perfezionamento allo studio o al lavoro. Invece è soltanto un pò quello che vorrebbe comunicare Neil Burger col suo Limitless. Quella tentazione che spesso spinge l’ essere umano ad andare oltre i propri limiti, superarli e non aver poi la capacità di fermarsi. E questo è evidente che, durante la progettazione di questo film, sia stato qualcosa che ha coinvolto anche il suo lavoro come regista. Infatti fin da quella lunghissima zoomata in avanti che preannuncia i titoli di testa, il regista  ci fa capire che la sua intenzione è quella di miscelare vari generi cinematografici ai fini di creare un cocktail adrenalinico che, grazie alle sue suggestioni visive, penetri dai nostri occhi fino nel profondo dei nostri sensi. E’ un pò quel tipo di fare cinema a cui spesso ormai un regista come Danny Boyle ci ha abituato fin dal suo Trainspotting, con il vantaggio però di colpire quel tanto agognato obiettivo che invece Limitless non raggiunge. Quello di arrivare fino alle nostre emozioni attraverso gli intrecci narrativi e la potenza del montaggio visivo. Limitless sembra fermarsi infatti immediatamente prima, quasi preoccupandosi di più di fornire allo spettatore quel preciso stimolo visivo, rispetto a trasmettere di fatto qualcosa. Le premesse sembrano esserci tutte però. C’è quell’ espediente, non originalissimo ma sicuramente ben sfruttabile, della nuova droga, in grado di stimolare l’ immaginazione e la creatività umana. Ma inevitabilmente lo stesso Burger sembra perdersi nei suoi stessi frequenti primi piani e flashback senza mai andare nel profondo dei suoi protagonisti ma cercando solamente una manifestazione visiva in grado di soddisfare esaustivamente le ambizioni della sua carriera cinematografica. Anche la trovata fotografica differente che ben sottolinea i due differenti stati vitali dei protagonisti, visivamente colpisce molto ma finisce poi per esprimere narrativamente solo la banalità di una concezione della mente umana che se liberata pienamente si riduce solamente a dover scegliere quale delle opzioni è migliore per colpire l’ avversario. Come in un gigantesco videogame, dove nel suo inventario il protagonista ha un certo numero di armi e deve solo scegliere quale sia la migliore da usare. Insomma un pò riduttivo. Sicuramente è riduttivo se si pensa alle pretese di riflessione (invece molto alte) che vi sono in questo film. Quest’ opera vorrebbe infatti invitare lo spettatore a riflettere sulla società globale che ci costringe affannosamente ad inseguire la grandezza ed il successo a tutti i costi e ricorrendo a qualsiasi mezzo. Il risultato finale è tutto sommato sufficiente ma fa sicuramente rimanere con l’ amaro in bocca per tutte quelle premesse poi disattese da un grande “giocattolone” visivo con ben poco coinvolgimento emotivo. Incolore è anche la prestazione di Robert De Niro, un attore che sicuramente meriterebbe ruoli ben più consistenti di quello che in questo caso è relegato ad interpretare.

(Uno dei momenti di suggestioni visive del film)
 
(De Niro tenta di spiegare a Bradley Cooper quale ruolo 
lui abbia in questo film)

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– Il Cigno Nero – 2011 – ♥♥♥♥♥ –

di

Darren Aronofsky

Come si può non apprezzare tutto lo studio che c’è dietro quest’ ultimo capolavoro di Darren Aronofsky? E’ evidente lo studio che c’è dietro ogni dettaglio di colore, ogni ripresa alle spalle della sua protagonista e ogni piroetta espressa dalla protagonista Nina. Certo gran parte del merito va anche a Natalie Portman capace di interpretare con il suo volto un personaggio umano che al suo interno racchiude quella dualità della vita eternamente divisa da due contrastanti interiorità: quella che ci spinge al sentire emozioni che la nostra etica morale reputa sbagliate e quella che invece ci dirige verso il bello, il puro e il buono. Il mondo cinematografico di Aronofsky sembra essere ossessionato dalla ricerca della perfezione e le sue opere da Requiem for a Dream a The Wrestler ne sono un lampante esempio di come la sua sia una ricerca coraggiosa che osa oltre il limite del buonismo, spingendosi oltre fino a mostrarci quella parte della natura umana che è decisamente più oscura. E forse è proprio per questo che i suoi film non sempre incontrano l’ unanimità dei giudizi perchè quando si osa e si decide di andare oltre i limiti di ciò che si può o meno mostrare è pur sempre un rischio. Questo è infatti il destino che prima di lui hanno dovuto subire registi come David Cronenberg o David Lynch da sempre votati ad andare oltre le convenzioni visive che il cinema propone. Black Swan è un percorso umano di una donna: quello di Nina, che da sempre castrata da una madre fin troppo apprensiva e capace di insegnargli soltanto disciplina e rigore è incapace di vivere in maniera realmente libera e autentica sapendo sperimentare quella dualità tipica del vivere. E’ la dualità quindi ciò che sembra diventare protagonista in quest’ opera, non a caso gli specchi diventano protagonisti e ci regalano frequenti spettacolari inquadrature dove una perfetta Natalie Portman è in grado di rappresentare quelle che sono le pressioni emotive che il suo personaggio sente. Aronofsky è perfetto nella scelta dei due confini in grado di delineare un film. Con l’ inizio ci regala una meravigliosa parabola onirica nella quale due danzatori perdono piume come a voler presagire il percorso emotivo e di vita che la protagonista dovrà svolgere lungo tutta la durata dell’ opera cinematografica. Nel finale altrettanto perfetto ci regala un finale sorprendente che ancora una volta ci fa comprendere come la psiche umana sia in grado di dominare ogni nostra azione o deformazione percettiva. E durante il suo percorso Nina dovrà imparare ad essere una danzatrice perfetta, a saper fondere la tecnica con l’ abbandono e la purezza con la sensualità. Per fare questo dovrà attraversare una vera e propria crisi di identità che metterà in gioco il suo equilibrio psichico fino a non riconoscersi più in sè stessa e quindi perdersi. Il rischio e la paura di vivere sono quindi argomenti predominanti di questo film in grado di regalarci oltre a perfette sequenze visive (meraviglioso l’ uso della telecamera in soggettiva che tallona alle spalle la protagonista) , interessanti spunti di riflessione su quali siano i rischi della ricerca della perfezione, i limiti delle emozioni umani e la fragilità\forza della nostra psiche nell’ affrontare tutto questo. E esattamente come era in The Wrestler lo straordinario Mickey Rourke , anche qui, al centro di tutto rimane un essere umano ferito, ma al tempo stesso in grado di poter dimostrare a tutti la bellezza della vita nei suoi chiaroscuri di luce.

( Le mille facce dell' animo umano)

( Metamorfosi compiuta)

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– Splice – 2010 – ♥♥♥ –

di

Vincenzo Natali

Se esistesse un genere cinematografico che ben fondesse il thriller con il drammatico e il fantascientifico, quello sarebbe il genere ideale per Vincenzo Natali, che con The Cube ci aveva già lasciato un’ ottima impressione del suo modo di fare cinema. Questa volta il regista canadese ci regala quasi un’ ode al cinema di David Cronenberg, alle sue metamorfosi scientifiche ed esperimenti genetici, che qui i due giovani scienziati protagonisti tentano di produrre in laboratorio allo scopo di sintetizzare una proteina in grado di curare svariate malattie dell’ essere umano. Elsa e Clive ( interpretato dal premio Oscar Adrien Brody) sono al tempo stesso colleghi e amanti con l’ ambizione di sperimentare ciò che per legge non è consentito e cioè di impiantare del DNA umano nella loro creazione vivente. Nasce così Dren un essere che ha i geni di differenti generi animali tra i quali anche l’ uomo e che nasconde tutti i pregi e i difetti dell’ animale uomo, compreso il suo istinto da predatore. E’ attraverso questo personaggio ibrido che Natali invita gli spettatori a riflettere sull’ impossibilità del gene umano nel controllare la propria natura. Quindi ecco che i due scienziati non riescono a resistere al loro istinto di giocare a fare Dio, contro ogni regola etica o morale, così come Dren è incapace di sfuggire a quei processi umani psicologici che gli sono stati dati dal suo DNA umano. In Splice vediamo svilupparsi quindi quelle sovrastrutture psicoanalitiche, come il complesso di Edipo o l’ attaccamento genitoriale, che fanno ormai parte da generazioni dell’ apparato psicologico degli esseri umani. Vengono evidenziate anche le frustrazioni dei rapporti di coppia che spesso portano al tradimento per liberare necessariamente quelli che sono i desideri nascosti spesso sotto le ipocrisie di finte relazioni. Ottimo il lavoro di trucco e di effetti speciali effettuato sull’ ibrido Dren che è interpretato dalla francese Delphine Chanèac e che è capace, nonostante un ruolo essenzialmente muto ad esprimere benissimo la sua emotività attraverso la sua mimica facciale. Ecco allora che la mostruosità di un essere potenzialmente pericoloso (Dren nasce dotata di una specie di pungiglione velenoso che tanto ricorda l’ aculeo degli scorpioni) si fonde in Splice con la sessualità invitando a riflettere su come spesso l’ essere umano sia attratto al tempo stesso da ciò che inizialmente ripudia. Un tema, quello della sperimentazione genetica, spesso sfruttato in fantascienza, ma che Vincenzo Natali è in grado di arricchire con elementi originali dal retrogusto “Cronenberghiano”. Certo in qualche sequenza potranno far correre il rischio di far ridere ma è certo che una volta che i titoli di coda scorreranno non si potrà facilmente non fermarsi a riflettere sulle tematiche sottintese che comunque il film racchiude al suo interno.

( Prime confidenze con la propria creazione)

( Attrazione fatale)

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– The Box – 2010 – ♥ e 1\2 –

di

Richard Kelly

Forse Richard Kelly avrebbe voluto indagare,  in maniera insolita e un po’ surreale, la difficoltà di una coppia nel compiere una scelta importante e dalle conseguenze non semplici. O forse avrebbe voluto indagare come l’ essere umano si rapporta davanti al desiderio di ricchezza e alla tentazione di un facile guadagno economico. Certo è che se questi erano i presupposti del regista Statunitense, famoso per il visionario Donnie Darko, in questo suo The Box non si può dire che ci sia completamente riuscito. I personaggi costruiti da Kelly riescono a trasmettere quel senso di angoscia misto ad ambiguità e grazie alle loro malformazioni fisiche (il personaggio interpretato da  Frank Langella ha metà volto completamente deturpato mentre quello personificato da Cameron Diaz ha una malformazione al piede) conducono lo spettatore in un mondo fatto di stranezze irreali. Ma a quale scopo? Forse con il puro piacere (esclusivo del regista ma ben meno presente negli occhi dello spettatore) di imitare atmosfere alla David Lynch e trame suggestive che farebbero invidia al migliore episodio di X-Files?  Quello che è sicuro è che i protagonisti della vicenda vivono un incubo reale originato dalla loro scelta di schiacciare quel pulsante della ingegnosa quanto misteriosa scatola consegnata da un ambiguo Signor Steward (Frank Langella). E’ infatti da quel momento che l’ intero film da misteriosa e angosciosa riflessione sulle scelte e i desideri dell’ essere umano si trasforma in un film dalle sembianze fantascientifiche più che da film thriller. Quello però che ancor più stona sono i presupposti iniziali. Perchè la coppia di coniugi interpretata da Cameron Diaz e James Marsden sembra essere spinta a premere il pulsante da problemi economici, ma al tempo stesso non sarà difficile accorgersi della situazione lavorativa e residenziale nella quale si trova la famiglia in questione. Lui impiegato alla NASA e lei professoressa risiedono in una perfettamente arredata villetta a schiera con tanto di giardino curato. Non è abbastanza per ritagliarsi una piccola oasi di tranquillità? Sembrerebbe volerci dire di no Richard Kelly, ma un pò tutti sappiamo che la risposta a questa domanda per molte famiglie decisamente in condizioni peggiori sarebbe stata ben diversa. In definitiva è proprio l’ obiettivo che il regista si prepone che non risulta per nulla reale e finisce per non coinvolgere lo spettatore, più preoccupato, dopo la prima mezz’ ora di film, di cercare di capire come mai i protagonisti vengano sballottati da una location ad un’ altra senza il minimo collegamento razionale. Per poi concludere il tutto in un finale che era già ovvio fin dal principio e che fa “chiudere” questo film in una scatola che non verrà facilmente riaperta per essere nuovamente rivista.

( La Scelta in un pacco: Soldi e morte o Vita tranquilla?)

(Surrealtà Acquatica)

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– L’ Uomo nell’ Ombra – 2010 – ♥♥♥♥ –

di

Roman Polanski

L’ ambiguità delle persone e della percezione della realtà è sempre stato un argomento di raro e particolare interesse per Roman Polanski. Un tema che spesso viene dispiegato tra location alquanto surreali e inquietanti, interpretazioni mai sopra le righe ma sempre centellinate per mantenere quel pathos necessario a un film di genere thriller. Perchè GhostWriter (questo è il titolo originale in inglese) non è solamente un riuscitissimo thriller politico ma è anche un ricercato lavoro sulle scenografie e le ambientazioni che non sono per nulla piatte o casuali ma che al contrario sono perfette protagoniste nel ricreare le atmosfere di angoscia e inquietudine che il regista intende esplicare. In questo caso la location è praticamente unica ed è l’ isola nella quale l’ ex primo ministro Adam Lang (Pierce Brosnan) si rifugia per sfuggire alle accuse da parte dei governi internazionali di aver collaborato con la CIA in terribili azioni antiterroristiche che non hanno tenuto conto dei diritti umani. Polanski è in grado di catapultare lo spettatore in un mondo dove la realtà altro non è che macchinazioni politiche, e tutte le vicende quotidiane finiscono per diventare solamente un oggetto di fervide manipolazioni di qualcuno che comunque ha sempre una fetta di potere in più di noi. Il punto di partenza di tutta la sceneggiatura, tratta dal libro omonimo di Robert Harris, che è stato il vero ghostwriter di Tony Blair, è infatti estremamente realistica e mette in mostra quel mondo in cui viviamo dietro al quale quasi nulla è realmente come ci appare soprattutto poi se dietro vi sono interessi politici ed economici. Qui il ghostwriter è interpretato da Ewan McGregor, che è molto abile grazie al suo viso pulito e innocente a dar vita a un personaggio che risulta sempre disorientato nei confronti degli avvenimenti misteriosi nei quali si ritrova coinvolto ed è sempre pronto nelle espressioni visive a subire ogni colpo di scena senza mai anticiparne minimamente la sorpresa. Ma di certo è Polanski il maggior responsabile di questo crescendo di tensione emotiva che nel film è più che evidente e nella quale diventano più importante le parole scritte di una biografia raccontata delle armi di distruzione di massa o del terrorismo. E’ un modo di dire la verità, quello del regista costretto agli arresti domiciliari in Svizzera, che scava nel non detto , nel sottointeso e dietro tutto ciò che agli occhi dei più viene chiamata realtà. Ma soprattutto è una verità che nel finale (da non svelare assolutamente per non perdere gran parte del pathos del film) viene proprio trovata nella narrazione, nella scrittura stessa. Polanski prende spunto nella caratterizzazione del suo personaggio protagonista dal cinema del maestro degli intrighi Alfred Hitchcock, mettendo al centro della scena un uomo semplice che per caso si ritrova ad essere coinvolto in avvenimenti più grandi di lui, ma che con tenacia e curiosità non rinuncia mai al desiderio di verità. Dopo la parentesi più classica di Oliver Twist ritorna al suo modo di fare cinema colmo di incubi e ambiguità e che gli ha fruttato l’ ambito Orso d’ argento per la regia allo scorso Festival di Berlino. Si colloca sicuramente tra i film di maggiore successo di quest’ anno anche se nella forma stilistica non è affatto un film semplice questo di Polanski, ma resta un’ opera ben dosata di uno straordinario regista.

( Le suggestive ambientazioni di Polanski)

( L' intensa scena conclusiva del film)

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– Gamer – 2010 – ♥♥ e 1\2 –

di

Mark Neveldine &  Brian Taylor

C’è ancora la pena di morte negli Stati Uniti, anche nel futuro immaginario ed estremamente tecnologico di Gamer. Ma i condannati a morte non sono semplicemente rinchiusi nel loro specifico “braccio” ma sono forzatamente sottoposti ad esporsi ai piaceri dei ragazzini più ricchi che attraverso un gioco ( e un futuristico cip impiantato nel cervello) li “gestiscono” in un violento gioco sparatutto nel quale sono a rischio di vita. Questo è il futuro. O perlomeno è la riflessione che i due registi Neveldine e Taylor vorrebbero sottoporre agli spettatori in merito all’ utilizzo  della tecnologia per scopi quantomeno eccessivi. La loro regia però invece di andare contro il senso del loro messaggio non fa che rafforzare questa tendenza ipertecnologica che anche nel cinema spesso trova il suo sfogo. Ecco allora che abbiamo un montaggio iperveloce e sequenze che abbinano le musiche ad immagini da videoclip capaci soprattutto di intrattenere lo spettatore che però non avrà il tempo di riflettere perchè continuamente bombardato da scene d’ azione. Il risultato è che quindi l’ occhio dello spettatore è maggiormente attratto dalla velocità con i quali si snodano gli avvenimenti ( il film dura soltanto novanta minuti), più che chiedersi dove internet e la crescente attrazione giovanile verso il mondo delle realtà virtuali ci porterà se non presa con la dovuta moderazione e l’ utilità che di certo questo straordinario mezzo di comunicazione possiede. Tutto questo preoccupandosi molto meno della violenza che in Gamer è sempre in bella mostra e non ha di certo nessun freno. I personaggi sono tutti decisamente non approfonditi e specialmente coloro che stanno dietro i protagonisti del gioco, interpretati da  Gerard Butler e il suo antagonista Michael C. Hall, finiscono per essere decisamente degli stereotipi dell’ immaginario americano. Non è un caso quindi che dietro il personaggio di campione ci sia un ragazzino diciassettenne, ricco di cui si ignora il perchè molta gente si sia interessata alla sua sorte ma del quale noi spettatori poi conosciamo ben pochi elementi, e dietro una appetibile donna ci sia dietro il consueto ciccione sporco e unto che è costretto a deambulare su una carrozzina a motore. Decisamente tutte lacune sceneggiative che avrebbero dovuto destare maggiormente l’ attenzione dei due registi attenti forse più a portare a casa la pagnotta dell’ intrattenimento che quella della riflessione. Peraltro notevoli sono anche i riferimenti a precedenti film che hanno trattato l’ argomento in maniera piuttosto simile (chi non ricorda L’ Implacabile degli anni ’80 con Arnold Schwarzenegger che all’ epoca tentava di evitare la pena di morte partecipando ad un gioco mortale). Al contrario il personaggio del villain interpretato da Michael C. Hall ( famoso per l’ interpretazione in Dexter) è forse quello che maggiormente funziona, capace di dar vita a un genio senza scrupoli del mercato dei videogame che pur di manipolare migliaia di persone si dimostra del tutto incurante delle vite umane. Un perfetto manipolatore potente del futuro insomma. Forse non troppo lontano da quelle ideologie di potere e controllo che molti ricchi di oggi già hanno o vorrebbero avere sulla popolazione. Il risultato finale è decisamente godibile anche se un pubblico intelligente si accorgerà ben presto dell’ atteggiamento un pò furbetto che Taylor e Neveldine di certo hanno avuto nel dar vita a questo film.

( Il giocatore e il condannato a morte)

( Il condannato a morte e il burattinaio ricco)

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