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Archive for the ‘Sentimentale’ Category

– John e Mary – 1969 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Peter Yates

Dustin Hoffman e Mia Farrow nel 1969 uscivano entrambi da due grandissimi successi cinematografici. Il primo aveva da poco riscosso il successo de Il Laureato, mentre la seconda si godeva gli allori di Rosemary’ s baby. Vederli quindi recitare in coppia in questo film diretto dal britannico Peter Yates per i critici di allora non poteva che essere un motivo per aspettarsi il massimo. La storia semplice e perfettamente inserita nel contesto settantottino di John e Mary quindi deluse quelle aspettative, che forse desideravano vedere da Peter Yates qualcosa di più della love story anticonformista ma tipicamente sessantottina dei due protagonisti. A mio avviso però questa piccola grande opera vanta di meccanismi registici e sceneggiativi che visti con gli occhi di oggi, andrebbero rivalutati. È infatti straordinaria la semplicità con la quale il regista ci racconta un’ intera giornata trascorsa dai due protagonisti, intervallando nel montaggio alcuni flashback che inizialmente fuorviano lo spettatore sull’ andamento dei fatti ma che, in seguito, messi insieme come dei tasselli di un puzzle si riveleranno molto utili ai fini di caratterizzazione dei due personaggi. Un uomo e una donna si risvegliano in un letto e sembrano non conoscersi quasi per nulla. Li conosceremo lentamente lungo l’ intero arco di un giorno e soprattutto non soltanto attraverso ciò che si diranno ma anche grazie a ciò che penseranno l’ uno dell’ altro. I meccanismi psicologici dell’ innamoramento si fanno quindi protagonisti rivelandoci ciò che John e Mary immaginano l’ uno dell’ altra, cosa sperano, ma soprattutto cosa saranno disposti a investire di sè stessi nell’ altro. E faranno i conti con i ricordi dei loro più grandi amori del passato che sembrano non averli ancora abbandonati del tutto, ma che proprio attraverso un intenso meccanismo0 catartico troveranno reciprocamente la via del dimenticatoio. Hoffman e la Farrow con i loro volti estremamente semplici rappresentano due personaggi costantemente divisi dalla paura interiore tra il dire all’ altro di restare e la paura di abbandonarsi totalmente. Vivono un amore che è figlio di quel contesto storico, nato da un incontro occasionale in un bar e da una nottata di passione magari sotto l’ effetto di qualche bicchiere di troppo. L’ amore lanciato dall’ attrazione sessuale e da poche parole scambiate che però se si ha il coraggio di andare oltre potrebbe tramutarsi in qualcosa di meno materiale. Yates in sostanza vuole farci comprendere che anche se i tempi cambiano e la spregiudicatezza sembra prender sempre più campo, allora come a maggior ragione adesso, i meccanismi e le dinamiche dell’ innamoramento e del vero amore non cambieranno mai, ma che restano stabiliti dai pensieri, le insicurezze, i desideri e l’ immaginazione. Tutto questo fino al momento in cui il confronto di quelle che sembravano due differenti aspettative terminano inevitabilmente per scontrarsi in una comune e sincera prospettiva di incontro.

( Andare via non sarà facile)

( Fermo immagine di pensieri)

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– Dear John – 2010 – ♦ –

di

Lasse Hallström

Prendete Nicholas Sparks, celebre scrittore americano di bestsellers romantici la quale penna sembra riscuotere successo anche al cinema (vedi The Notebook), e mettetelo insieme a uno dei registi più melò che ci sia come Lasse Hallström, reduce dalla storia strappalacrime del cane Hatchiko, ed ecco che la torta al miele più dolce che ci sia è servita. Questa volta però le lacrime non arrivano dalla commozione per l’ umanità di un animale ma per la storia d’ amore di due giovani ragazzi, Savannah (la Amanda Seyfried che già ci aveva ammaliato in Chloe) e l’ aitante e palestrato John, che sono costretti a vivere la loro relazione nonostante gli incombenti fatti dell’ 11 Settembre e l’ imminente guerra li costringano alla lontananza. Ecco che ha inizio così una storia epistolare degna di quelle che si sono tante volte raccontate durante le vecchie guerre mondiali. Vorrà forse dirci Hallström che la guerra in Afghanistan contro i talebani ha lo stesso valore della passata guerra al Nazismo? . All’ apparenza così sembrerebbe, ma in realtà così non è perchè la sceneggiatura sembra più concentrarsi sulle “sfighe” che perseguitano l’ amore dei due giovani più che preoccuparsi delle conseguenze negative che la guerra apporta nella vita dei due innamorati. Infatti ecco che dopo poco ci accorgiamo che in realtà la nostra Savannah ( dal nome non lo si direbbe) ha l’ istinto da crocerossina e che non riuscendo a compensare la sua immensa solitudine, dovuta alla lontananza dell’ amato John decide di sposare un ragazzo-padre ( Hallström ci fa scoprire che non esistono solo le ragazze-madri) di un bambino autistico del quale lei sembra essersi presa a cuore le sorti. E’ proprio per questo che il tentativo di rendere i sentimenti protagonisti, conditi da un gran numero di particolari patetici, finisce per non essere per nulla credibile riuscendo solamente a strappare qualche lacrima ad alcune malcapitate fanciulle particolarmente emozionabili. Perchè si sa che dietro Dear John non può che esserci una trovata commerciale che con l’ ausilio di due bellissimi attori idoli dei giovanissimi mette in mostra sentimenti scontati ed emozioni da discount. Sceneggiatura quindi decisamente piatta e patetica che fa il verso a grandi kolossal di un tempo come Addio alle Armi, ma che non ne riesce neanche a rubare l’ ombra. Chi si lascerà sfuggire al cinema questo film non avrà da preoccuparsi a lungo: sicuramente tra massimo un annetto lo potrà facilmente recuperare tra i “filmissimi” di Canale 5. Un film come questo è il candidato perfetto ad esserlo.

( La borsetta te la prendo io tuffandomi dal pontile...tanto sono ben messo)

( La luna è grande un pollice ovunque siamo...che scoperta!)

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– The Twilight Saga: New Moon – 2009 – ♦ –

di

Chris Weitz

Sembra che tutto il mistero del college movie che la Hardwicke aveva sufficientemente espresso in Twilight in questo secondo capitolo della saga sia svanito nel nulla e che la favola romantica abbia preso maggiormente il sopravvento. Col primo film si era formata la coppia leone- agnello (Bella- Edward) che in qualche maniera funzionava, ma adesso per proseguire la storia c’era ovviamente l’ esigenza di allontanare i due piccioncini. E allora quale migliore opportunità se non quella di far si che la sempre più ingenua Bella sia corteggiata da un’ impavido e muscoloso licantropo? Si perchè la giovane agnellina sembra attirar su di sè ogni tipo di stranezza, ma soprattutto sembra essere la detentrice della pozione magica d’ amore in grado di farli innamorare tutti quanti. E anche quella che era la filosofia Twilight dell’ amore tra diversi, qui viene decisamente sopraffatta dalla filosofia “Emo” di una Bella sedotta e abbandonata che come reazione ricerca affannosamente il suicidio. La sceneggiatrice Melissa Rosenberg sembra non sforzarsi più di tanto, e facendo chiari riferimenti allo Shakespeariano “Romeo e Giulietta”, punta tutto sull’ amore romantico suicida, tramutando così l’ amore tra la giovane umana e il bel vampiro in un amore pronto a sfidar tutto pur di restar insieme, anche la morte. I vari dettagli che nel primo capitolo erano presenti, soprattutto nell’ esporre i vari personaggi, questa volta vengono del tutto dimenticati e anche la ricerca di Bella da parte della vampira Victoria assume toni decisamente improbabili (in quanto avrebbe potuto uccidere Bella svariate  volte). Tutte queste attenzioni vengono dimenticate con l’ unico conseguente interesse di introdurre il muscolosissimo Taylor Lautner, novello oggetto di gridolini più o meno assordanti da parte di schiere di rampanti teenagers. Ogni atmosfera drammatica viene liquidata sbrigativamente, come a voler di fretta raggiungere i momenti romantici dei dialoghi tra i tre protagonisti. Soprattutto le sequenze italiane ambientate a Volterra (in realtà Montepulciano), sono girate in maniera sbrigativa mostrando anche in maniera palese il reclutamento abbastanza grossolano delle comparse italiane ( es. le inutili sequenze degli incappucciati in piazza o i carabinieri assolutamente poco convincenti che si limitano a battere con le nocche sul finestrino dell’ auto che accede a una zona di traffico limitato). In definitiva sembra che questo New Moon sia stato costruito solamente pensando al successo del precedente capitolo e quindi dando per scontato che tutto questo si ripeta. Di fatto si è ripetuto, ma questa volta solo per le orde di teenagers in preda alle tempeste ormonali in subbuglio per il primo addominale scolpito. Vero è che non si può di certo dire che questo successo sia dovuto alla recitazione statica degli attori, incentrata solamente sulla loro prestanza fisica.  Come non si può neanche attribuire le ragioni di questo successo alla regia di Weitz che sembra limitarsi a seguire la piatta sceneggiatura e posizionare i suoi attori a favor di telecamera, aiutato anche da effetti speciali grossolani e dagli aspetti decisamente ilari.

( Come sei muscolosoooo!!)

( Edward non ce la fa contro i Vulturi di Volterra!! Che originalità!)

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– Dieci Inverni – 2009 – ♥♥♥ –

di

Valerio Mieli

L’ opera prima dell’ esordiente Valerio Mieli sicuramente va analizzata all’ interno di un contesto cinematografico, quello italiano, particolarmente scarno ultimamente di idee originali e visioni sofisticate di una storia sceneggiativa semplice. Perchè è sicuramente buona l’ idea di mostrare agli spettatori una storia d’amore che sembra non trovare mai il tempo giusto per sbocciare, attraverso dieci momenti di vita reale (e invernale) dei due protagonisti nel corso degli anni. Anche se spesso durante il film si ha l’ impressione che questo tentativo di incanalare tutto in dieci momenti invernali sia un pò forzato e che l’ intero contorno di affetti, lavoro o ambizioni dei due personaggi nel corso degli anni manchi di un approfondimento  necessario in un lungometraggio come questo. Detto ciò, preso atto dei buchi temporali e “costruttivi” che sicuramente sono evidenti Valerio Mieli riesce a produrre una sceneggiatura di certo funzionante e con dialoghi che funzionano sempre nel loro misto di ironia e serietà. Proprio quel contrasto di sensazioni che è prerogativa dei due protagonisti, differenti appunto per le loro diverse impostazioni caratteriali. Silvestro (Michele Riondino) e Camilla (Isabella Ragonese)  sono infatti l’ uno più scherzoso, ironico e che tende a prendere gli avvenimenti della vita alla leggera (anche se poi risulta essere soltanto una maschera sociale), l’ altra invece di impostazione più intellettuale, razionale, riflessiva e pacata.I due protagonisti fin dalle prime battute godono di un ottima presenza scenica e lo dimostrano con naturalezza e spontaneità confermandosi due dei più interessanti talenti emergenti nel panorama interpretativo italiano. La fotografia di Marco Onorato è anch’ essa un punto di forza dell’ intero film. Le immagini anno dopo anno sono infatti sempre meno sgranate, più nitide e più sature quasi come se gli spezzoni del film fossero realmente girati ognuno di essi nella loro corrispettiva epoca. E’ infatti facile durante i primi attimi del film pensare che il film sia un pò sbiadito e retrò proprio perchè ricorda la pellicola degli anni ’90. L’ intero alone di romanticismo di cui l’ intero film è permeato non risulta essere smielato o scontato, caratteristica che spesso contraddistingue il cinema che parla d’amore. Anche se il lieto finale che non è privo dei toni fiabeschi che avvolgono l’ intera opera (l’ ultimo inverno, quello della felicità viene scaldato da un caldo sole primaverile) per lo spettatore è noto e aspettato fin dai primi istanti della pellicola. La mancanza di originalità forse nel raccontarci una storia d’ amore che sa e può attendere viene compensata proprio dalla semplicità e discrezione del regista che non vuole mai esagerare, mantenendo i ritmi anche registici molto lineari. Mezzo voto in più è decisamente dovuto alla colonna sonora e alla gradita partecipazione di un artista eclettico come Vinicio Capossela che con la sua Parla Piano è in grado di infondere calore in uno degli inverni più dolorosi che i due protagonisti dovranno attraversare, riuscendo a colorare le atmosfere di puro romanticismo poetico delle parole. Elogio quindi ai dialoghi tutti del film, anche quelli musicati.

( Parentesi Russa)

(Epilogo aspettato da Dieci Inverni...sarà Primavera?)

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– Un Amore All’ Improvviso – ♥ –

di

Robert Schwentke

Partire dal sottolineare come ancora una volta i titolisti Italiani abbiano deciso di stravolgere il titolo di un film mi sembra un ottimo inizio per parlare di questo disastroso film nato dalla penna dello sceneggiatore del noto Ghost (Bruce Joel Rubin). Il titolo in americano era “La moglie dell’ uomo che viaggiava nel tempo” ma ecco che siccome un film per far “quattrini” deve parlar d’ammore (si perdoni la licenza poetica con doppia consonante) il tutto viene stravolto con Un amore all’ improvviso. Titolo che sicuramente attirerà in sala coppie in preda a crisi ormonali o iperglicemiche. Tutto questo ovviamente finisce per non avere assolutamente nessun legame con il romanzo dal quale il film è tratto che voleva fondere la fantascienza con il romanticismo. La metafora di questo film affidato alla regia di Robert Schwentke finisce per essere la solita della donna che per amore è disposta ad aspettare il suo uomo, anche se questo è condannato da una bizzarra quanto inverosimile malattia genetica (crono – alterazione) a essere sballottato nel tempo in maniera del tutto casuale. E sicuramente va visto unicamente come film romantico e quasi mitologico nel quale la Penelope\Rachel McAdams attende il suo Ulisse\Eric Bana , anche se in maniera del tutto non aderente alla realtà. E’ infatti soprattutto questo l’elemento mancante nel film sceneggiato dal premio oscar Bruce Joel Rubin : l’ aderenza con la realtà. Già dai primi 15 minuti lo spettatore è stordito dai continui viaggi temporali del protagonista. Solo l’ incontro fortuito con colei che diverrà in futuro sua moglie inizia a far chiarezza sulla storia ingarbugliata dei due malcapitati e innamorati. Non è dato allo spettatore effettuare qualsiasi tentativo di spiegazione in merito al quando è stato il vero inizio della loro storia d’amore (forse il destino??) dato che la nostra “Penelope” già sapeva fin da bambina che si sarebbero sposati perchè glielo aveva riferito lo stesso monoespressivo “Ulisse” in uno dei suoi viaggi temporali. Insomma meglio non soffermarsi a ragionare sui paradossi temporali senza risposta che questo film offre nè tantomeno sulla faccenda della insolita malattia genetica che viene accolta dai dottori come fosse un banale raffreddore. La regia del poco noto Schwentke tende peraltro a velocizzare il tutto in un susseguirsi di viaggi nel tempo attraverso gli anni che si susseguono incomprensibili anche da collocare per lo spettatore. Forse sarebbe bastata anche un’ antiestetica ma efficace scritta in sovraimpressione che specificasse in quale anno il protagonista veniva catapultato per chiarire maggiormente la confusione temporale che di frequente avvolge lo spettatore durante la visione del film. Ai due attori non basta la loro indubbia prestanza fisica a salvare il salvabile perchè il povero Bana sfodera la solita espressione spaesata mentre l’ eroina McAdams è relegata a faccine tristi o allegre a secondo che il suo uomo sia con lei o in viaggio nel tempo. Un film in grado di commuovere i più sentimentali forse ma che lascerà interdetti tutti coloro che sono dotati di materia grigia necessaria a riflettere.

( Bana: Ti preannuncio che noi ci sposeremo grazie a te 
che mi corteggierai quando sarai grande)

( Che ci faccio qui? Perchè mi stai abbracciando? 
Perchè glielo hai detto tu no?)

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– Chéri – 2009 – ♥♥♥ ½ –

di

Stephen Frears

Il regista inglese di Le Relazioni pericolose è tornato fra noi riproponendoci la sua cara Michelle Pfeiffer tutta a tiro in salsa Belle Epoque. Il film, tratto da un romanzo di Colette, si concentra sulla relazione impossibile fra una cortigiana, Lea, e il giovane figlio di madame Peloux, altra cortigiana che frequenta da una vita. La vicenda viene narrata sin dal momento in cui l’amore fra questi due debosciati nasce fino al momento in cui si conclude piuttosto drammaticamente. Il problema che affligge i due è naturalmente l’abissale differenza di età che li fa sembrare una madre e un figlio, ma c’è ben altro: la società opprimente così piena di gente eppure vuota di comprensione e amicizia, le convenzioni del matrimonio e del benessere… e la ingombrante, autoritaria, viperesca madame Peloux (una Kathy Bates ottima davvero), madre del giovane Chéri, che vuole nipoti e suocera giovane. Il film viene introdotto da una voce narrante inizialmente fastidiosa, ma che in conclusione serve a riempire i vuoti temporali che si creano con le svariate ellissi presenti nel racconto. Tutto viene retto da una Michelle Pfeiffer migliore rispetto ai suoi ultimi lavori, giustamente senza eccessivi ringiovanimenti, che fa parlare il suo personaggio nei momenti opportuni e con una saggezza d’altri tempi. Grandi espressioni di patimento e tribolazione amorosa, ma anche leggiadri e delicati costumi indossati magnificamente. La cornice piena di sfarzi parigini di inizio Novecento è accurata e fotografata deliziosamente dal franco-iraniano Darius Khondji, ciò non toglie che sia ridondante e un po’ fastidiosa, anche se – ammesso che abbiate un cuore sensibile alle storie d’amore impossibili che non per forza hanno ragione del loro essere nell’essere strappalacrime– vi si sorvola. Lo stile registico è ridodante quanto la sua cornice da film in costume, tuttavia è solido perché Frears è un inglese e fa film così da trent’anni. Lo aiuta molto la bravura di tutto il cast. Il giovane Chéri è il classico dandy dalla particolare bellezza, dunque lo interpreta Rupert Friend, che non potendo mostrare grandissime doti recitative alla pari delle colleghe anziane, e non potendo essere stato scelto per fare il nuovo 007, mostra qui svariate volte il corpo nudo in tutto il suo androgino fascino. Non c’è da chiedersi il perchè visto che il regista è dichiaratamente omosessuale (non mancano dei riferimenti nel film) e anche si capisce come mai Michelle, pur essendo brava, ormai abbia abbandonato mîse che non le si addicono più. La composizione della delicata e ben strutturata colonna musicale è stata affidata ad Alexandre Desplat, uno dei musicisti per film più attivi e interessanti del momento, che ha messo a punto dei leitmotiv accattivanti che se fossero stati accompagnati da scene al ralenti, avrebbe sicuramente ricreato un’atmosfera alla In the mood for love. Il film quindi pur non proponendo niente di nuovo, evita parecchi errori che invece spesso vengono commessi in film di questo genere e nel finale c’è un efficacissimo accavallamento di due tempi narrativi che, intrecciandosi, mettono in evidenza la forza teatrale del cinema di Frears, che per chiudere un film invece di mostrare l’epilogo per filo e per segno come fanno piattamente ad Hollywood, preferisce suggerirlo con il solo ausilio del tradizionale campo-controcampo e di una narrazione proiettata nel futuro.

(La cortigiana di mezzetà dovrebbe educare il giovane Chéri 
alle vie dell'amore senza cadere in tentazione. 
Questa la premessa, i fatti degenerarono in dissolutezze...)

(Madame Peloux - la fantastica Kathy Bates - in una vestaglina che è tutta una risata!)

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– Twilight – 2008 – ♥♥ e 1\2 –

di

Catherine Hardwicke

C’è chi lo ha definito una variazione sul tema dei vampiri, chi ne è stato attratto dal romanticismo e chi ancora (prevalentemente gli adolescenti) dalla bellezza dei due attori e il plot decisamente “teen”. Twilight è il primo di quella che si preannuncia essere una saga tratta dai libri di Stephenie Meyer che ha come tema un giovane e affascinante vampiro (Robert Pattinson) che si innamora di un altrettanto fascinosa coetanea ma umana. E’ quindi facile far funzionare un film che ha alla base un romanzo di successo, basta guardare al successo della saga di Harry Potter, sopratutto poi se le tematiche sono giovanilistiche e allo stesso tempo sovrannaturali come in questo caso. Sopratutto poi se ci si accorge che dietro la superficie patinata della pellicola le scelte del cast sono risultate tutte azzeccate. Ogni attore ha un volto che sembra “spaccare” l’obiettivo della telecamera perchè dotato di fotogenia naturale e ogni location scelta perfettamente per evocare paesaggi meravigliosi e attraenti dal punto di vista visivo. Ma eludendo tutte queste strategie che poi sembrano voler solamente essere dei meccanismi di marketing, Twilight possiede di certo tutte le tematiche che ammaliano senza alcuna difficolta il popolo dei teenager: il romanticismo , la location dei licei americani, e il platonico ( quindi adolescenziale) amore tra due diversi ( vampiro e umana ). E non poche sono le allusioni che fanno di Twilight un tentativo di tradurre lo Shakespiriano Giulietta e Romeo in una chiave teen-fantasy. Primo tra tutti il nome di lei, l’eroina del bel vampiro, che risponde al nome di Bella. Un nome che evoca la disneyana favola de La Bella e la Bestia e che fa del giovane vampiro Edward la bestia che la romantica donzella ammalierà con il suo inebriante profumo. Ma sopratutto il romanticismo di Edward che lo porta a controllare le sue pulsioni in nome di quel sentimento di amore puramente e teneramente platonico. Quello stesso Edward che sarà pronto a difendere la sua amata dal cattivone della sua stessa razza, mettendo a rischio la sua eterna esistenza, ma non sarà in grado di condannare anche Bella a quel suo tipo di immortalità infelice. Visto con altri occhi e inglobato nel panorama dei teen-movie sicuramente questo film merita di superare la sufficienza. Ma solamente se visto con questi occhi. con gli occhi di chi si vuole gustare con spensieratezza una favola romantica , un pò dark che a tratti ci regala sicuramente momenti frizzanti e decisamente gradevoli. Un esempio ne è la scena dei vampiri che giocano a baseball solo durante la pioggia per confondersi con i rumori dei tuoni. In definitiva un oculata scelta produttiva che se avrà seguito continuerà sicuramente a mietere parecchi incassi e spettatori. Sopratutto tra i teenagers.

(Mmmm...sei proprio un succulento agnellino da mangiare)

( Lasciala stare l' agnellino stupido è mio!)

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– Iago – 2009 – ♦ –

di

Volfango De Biasi

Stravolgere una tragedia del genio letterario William Shakespeare non è di certo impresa da nulla e non può restare esente dall’attirarsi una valanga di stroncature, che diventano certamente pesanti se all’ idea pessima si aggiungono le interpretazioni semplicistiche e fintamente teatrali degli attori. Se nella reale tragedia di Shakespeare il povero Otello rimaneva vittima delle false macchinazioni di Iago, che era visto come il vero infame della tragedia qui è quest’ultimo (Nicolas Vaporidis) che viene quasi autorizzato a mentire in nome di un personalissimo senso di ingiustizia del quale è vittima. De Biasi trasferisce i personaggi nella moderna Venezia rendendoli degli studenti di architettura che insieme si trovano coinvolti a preparare un importante lavoro da presentare alla nota Biennale. Desdemona (Laura Chiatti) è la ricca figlia del Rettore che sembra preoccuparsi solamente di passeggiare come fosse una modella anzichè una futura architetto. Otello è il nero francese che si trasferisce a studiare raccomandato dal padre e anche lui ricco. E Iago è soltanto il povero sfigato di turno, ma intelligente. Quello che è più bravo, è più innamorato di Desdemona, è più romantico, è più originale e creativo, insomma è più tutto. Ma che (poverino!!) è costretto a essere la vittima delle ingiustizie delle raccomandazioni accademiche dei suoi colleghi che gli rubano i progetti e di Otello che gli ruba Desdemona. Quindi ciò che per Shakespeare era gelosia, amore , possessione e ossessione qui diventa ingiustizia e frustrazione che autorizzano a compiere le peggiori malefatte a un ragazzino che in un mondo di lupi deve saper farsi furbo. Un pò una spicciola parabola dei giorni nostri diseducativa e immorale sviluppata per altro così malamente da far rivoltare nella tomba l’ eccelso scrittore Inglese. De Biasi avrebbe voluto forse seguire l’esempio già ricalcato da Luhrmann in Romeo+ Giulietta (infatti per la locandina usa gli stessi simboli del +) ma finisce per ridursi a portare sullo schermo un triste esempio giovanilistico di quello che spesso la società adolescenziale e post-adolescenziale educa a fare: incattivirsi contro i più forti e contro le ingiustizie e usare la cattiveria come unica arma contro le frustrazioni. Con l’aggiunta di stonate battute che vogliono ispirare tratti comici ma che risultano solamente di cattivo gusto e fuori luogo ( ” Chiamo tuo padre e allora sono cazzi amari” o ” Tutto questo per colpa di quel negro di merda” ne sono un esempio). Non risulta pervenire amore in questo Iago di De Biasi ma solamente cattiveria. Il vero terrorista non è Iago, come lo definisce il padre di Desdemona durante il film. Il vero terrorista è Volfango de Biasi ad aver rovesciato i ruoli e stravolto una delle opere più belle della letteratura mondiale.

( Tu Otello caro "negro" mio sei mio amico)
( Prendimi Iago alla fine Desdemona sarà tuo oggetto di divertimento)

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– La Perfezionista – 2008 – ♦ –

di

Cesare Lanza

Ma dove diamine è finito il metodo Stanislavskij? In questo film autoprodotto e diretto da Cesare Lanza viene voglia di chiederselo continuamente. Tralasciando per un attimo i messaggi che La Perfezionista intende trasmettere allo spettatore la cosa che subito risalta all’occhio fin dalle prime scene iniziali è che nessuno degli attori, ad eccezione forse di qualche sporadico tentativo della esordiente Aurora Mascheretti, sembra entrare in un personaggio, anche perchè le trame degli stessi ruoli non sono di certo ben definite. Ed è paradossale pensare che non vi sia stato nessun tipo di lavoro sugli attori, o sui ruoli dei personaggi nel costruire un film che ha la presunzione di essere pseudo intellettuale e trattare l’impegnativo tema dell’ eutanasia. La protagonista Giselda è una perfezionista che mangia una mela al giorno alla stessa ora tutti i giorni e non è mai in ritardo al lavoro. Guarda dal suo balcone scene paradossali e quasi surreali che hanno come protagonisti bizarri passanti figli di una società trash, arrabbiata e mondana. E vive una romantica storia d’amore con un compositore di pianoforte che un bel giorno scopre di avere un tumore al cervello che lo condanna inevitabilmente a morire vittima di atroci sofferenze. A grandi linee questa è la trama del film. Quello che ancora non ho detto è di cosa Lanza intenderebbe parlarci col suo film. Vorrebbe parlarci di amore, di come si intende amare e del rispetto della dignità della vita e che quando non ha più ragione di essere chiamata tale si può anche ricorrere all’eutanasia. Ma lo fa in maniera decisamente superficiale, attraverso frasi che sembrano tirate fuori da un manuale qualunquista di intellettualismo spicciolo. Risulta evidente come nel film quello che intende maggiormente dimostrare è che lui è a favore dell’eutanasia e che è una persona tollerante e non solo il Lanza autore tv di spettacoli trash come Buona Domenica o La Talpa. Ed è oltremodo irritante il modo in cui lo fa insistentemente, dando luogo a scene imbarazzanti e tutt’altro che irreali (sopratutto la scena nella quale la dottoressa oncologa sottolinea con maggiore preoccupazione il fatto che il suo paziente non sia il marito ma il compagno di Giselda anzichè preoccuparsi esclusivamente di rivelare la gravità del tumore del suo malato). In definitiva da avere un punto di vista tollerante ed aperto finisce attraverso tutti suoi personaggi nel dividere semplicisticamente il mondo in persone migliori e persone peggiori, non tenendo minimamente conto delle individualità e della differenza personale delle coscienze. Pessima è la scelta, che sembra molto cercata e voluta dal regista, di mostrare continuamente le nudità delle attrici più procaci, compresa la protagonista, e anche dello stesso attore protagonista. Come ben diceva il noto critico cinematografico André Bazin: “nel cinema due sono le cose che è osceno filmare: il sesso e la morte”. Cesare Lanza sembra averle volute portare sullo schermo entrambe. E ci è riuscito da manuale Bazin. Oscenamente.

Lanza e Mascheretti

( Lanza spiega alla Mascheretti come far vedere tette e culo...)
Brindisi
(...e inoltre sa anche come brindare con le attrici dopo 
le fatiche di un ciak)

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– Questo Piccolo Grande Amore – 2009 – ♦ –

di

Riccardo Donna

Sono cinque i minuti in cui questo film “accenna” agli anni ’70, e sono i primi cinque. Dopo i primi cinque minuti inizia la sagra dell’inverosimile che quasi rasenta il ridicolo. Non è sicuramente riuscita l’equazione scontata di sommare due attori esordienti, giovani e belli (anche se poco bravi) a uno sfondo sessantottino romano e una colonna musicale romantica a base di Baglioni. Il risultato non solo non è riuscito ma risulta addirittura erroneo. Erroneo è il tentativo di voler costruire con questi “ingredienti” un film romantico, che volesse ricordare l’atmosfera romantica e libertina di quegli anni “di piombo”, fallace è parlare d’amore come se fosse solamente il contenuto di un barattolo di miele, prodotto  da api diabetiche.  E se già al primo dialogo ci si accorge che la sceneggiatura è praticamente inesistente alle fondamenta di questo film, si spera allora almeno in una regia mediocre, ma anche questa aspettativa viene ampiamente delusa. La prima cosa che comunque mi ha infastidito parecchio è l’ambientazione. Credo che prendere un epoca così storicamente affascinante e piena di significati profondi, come quella di fine anni ’60 e inizio anni ’70 , e riempirla di così tanta superficialità nei dialoghi, nei pensieri dei protagonisti e nelle azioni sia veramente  irritante. Sarebbero infiniti i dialoghi da citare per dimostrare quanto l’intera profondità emozionale che il film intendeva trasmettere viene così banalizzata.   La formula, peraltro già usata anche se in chiave moderna (Tre Metri sopra il cielo),di lui originario di un quartiere di periferia e lei invece un pò borghesotta risulta scontata e non mi fa veramente smettere di domandarmi sul perchè sia sempre più difficile per noi italiani riuscire a tirar fuori qualcosa di veramente originale dal nostro “sacco” di idee. Ed è palese il tentativo di incentrare tutto sulla colonna sonora delle canzoni di Claudio Baglioni, che sembrano essere l’unica cosa che funzioni nel film (ed è quanto dire!). Anche se poi è facile ricordarsi di quanto  altri film basati sulla forza della colonna sonora come Across The Universe ci abbiano fatto sognare in maniera del tutto diversa da quella che Questo Piccolo Grande Amore decisamente non fa. In definitiva ancora una volta i risultati dei botteghini italiani non sono un esplicativo significato di cinema. Io in 110 minuti non ne ho visto neanche l’ombra. Forse era meglio mettersi una benda agli occhi e ascoltare la musica di Baglioni. Che peraltro non rientra neanche nelle mie preferenze musicali. Ho detto tutto!

( Lei: Posso stare appoggiata qui a te??
Lui: Qui ad un passo dal cuore??
Topo Gigio è lo Sceneggiatore reale di questo film!)
(Cosa si vorrebbe dire che l'amore romantico è surreale??
Se è surreale allora che senso ha fare un film dichiaratamente romantico??
Facciamo un film surreale!!)

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