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Archive for the ‘Poliziesco’ Category

– The Town – 2010 – ♥♥♥ –

di

Ben Affleck

Ben Affleck forse è ora che si dedichi maggiormente alla regia, abbandonando il ruolo da attore medio da commedia romantica che lo ha contraddistinto maggiormente finora. Questo suo secondo film è permeato da parecchi elementi notevoli e non di certo facili da seguire, che sicuramente potrebbero apportargli la fiducia necessaria in un futuro da regista che si prospetta essere niente male. Per prima cosa questa scelta gli consente di interpretare ruoli che lui stesso dipinge e di conseguenza il suo personaggio di Doug, in questo film, gli calza maggiormente a pennello consentendogli di rivelare le sue doti recitative ed espressive maggiormente. Il suo Doug è un americano di origini irlandesi che vive nel quartiere storicamente più ad alto tasso criminale di Boston (Charlestown), dove gli uomini sembrano avere poche alternative, se non quelle di schierarsi o dalla parte della criminalità o da quella della legge. Durante una rapina, con i suoi compagni, decidono di prendere un ostaggio per poi liberare in seguito la direttrice della banca (Rebecca Hall). Doug è incaricato di controllarla qualche giorno, nel caso spifferi all’ FBI qualcosa di troppo, ma finisce per innamorarsene e desiderare di cambiar vita. Questa scelta in alcuni posti come CharlesTown non sembra essere così facile, perchè sembra essere difficile e addirittura impossibile andare avanti in modo differente senza fare i conti con le proprie scelte passate. La capacità di Ben Affleck come regista di questo film è proprio quella di rendere questo sobborgo di Boston uno dei veri protagonisti del film, comunicando allo spettatore che le radici di un contesto sociale fatto di povertà e emarginazione sono importanti nell’ evoluzione di una storia come questa tanto quanto la caratterizzazione di un personaggio. E’ abile a coordinare le sequenze d’ azione muovendo la macchina da presa in modo adrenalinico per poi ritornare a dirigerla in maniera più intensa durante le sequenze più a carattere emotivo. Sembra capace, anche di gestire gli intrecci tra i vari personaggi (non pochi), riuscendo a concatenare gli eventi di ognuno di loro in un singolare modo che nel finale è capace di sorprendere lo spettatore un’ ultima volta. Nelle sequenze delle rapine spesso il film ci ricorda Point Break, anche per le singolari maschere che usano i protagonisti rapinatori che per i rallenti applicati in alcuni momenti. Aiutato da una fotografia molto incisiva e precisa di Robert Elswit che sa apportare una notevole intensità a ogni scena, Affleck dosa sapientemente anche i dialoghi finendo per delineare correttamente il carattere da buono di Doug. Anche il Jeremy Renner, già visto in maniera sorprendente in The Hurt Locker, è decisamente capace di dar vita ad un personaggio ben caratterizzato che vorrebbe inchiodare Doug al suo tragico destino da rapinatore ma che finisce per trovare il suo personale. L’ unica pecca di Affleck in quest’ opera è forse quella di aver provato un certo compiacimento nel curare il suo personaggio, da decidere di risparmiarlo nel finale, come se la sua vena registica non si fosse ancora completamente separata dall’ attaccamento verso il suo ruolo di attore. Se  avesse dimenticato la sua immagine da divo di Hollywood per vestire maggiormente i panni di regista probabilmente avrebbe osato di più e sicuramente questa sua opera, già molto bella, avrebbe avuto modo di esserlo in maniera maggiore. E’ comunque una buona speranza per il suo futuro. Da regista.

( Dalla parte della legge o della criminalità)

( Il mondo degli affetti su un diverso piano della vita)

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– Shutter Island – 2010 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Martin Scorsese

Le decine e decine di film thriller prodotti in America dovrebbero prendere anche solo un quarto delle atmosfere e dei ritmi di Shutter Island. Perchè il film di Martin Scorsese sicuramente e in maniera decisamente evidente si pone come una produzione commerciale ma che ben si distingue per fattura, recitazione e tanto altro dalla gran parte di thriller psicologici che negli ultimi anni hanno invaso il panorama hollywoodiano. Inizia come se fosse un thriller politico ma cela al suo interno una profonda riflessione sull’ essere umano che si isola dalla realtà e che lotta per cancellare parte dei suoi ricordi sostituendoli con l’ illusione di una realtà migliore. Complice di questo straordinario ritratto è l’ interpretazione superlativa che ancora una volta un Leonardo Di Caprio ormai al suo apice regala agli spettatori. Certo non è lo Scorsese dei primi tempi, non è quello di Taxi Driver e neanche di Quei bravi Ragazzi, ma la sua firma soprattutto nei primi 70 minuti si vede, fino a quando le allucinazioni o visioni surreali dell’ agente Di Caprio non si fanno decisamente troppo assurde e un pò commerciali. Sul set tutto sembra inizialmente funzionare, soprattutto durante le fasi dell’ interrogatorio iniziale. I cambiamenti di fuoco e i giochi di luce, così come gli sguardi degli attori contribuiscono a creare quella sensazione di mistero e di ombra che avvolge l’ intero film fino a poco prima delle sequenze conclusive. Max Von Sidow e Sir Ben Kingsley sono abili a tenere i loro personaggi sul giusto livello dell’ ambiguità così da confondere ancor più lo spettatore su come stanno realmente andando i fatti. Ciò che però sembra preoccupare maggiormente Scorsese non è di creare confusione nello spettatore, quanto di porre dinnanzi ai nostri occhi un personaggio (quello di Di Caprio) borderline che al centro dello schermo attraversa un lungo percorso per sconfiggere i suoi sensi di colpa, con la voglia di espiare quanto da lui commesso anche se costantemente impotente nel farlo. Nel far intravedere questo conflitto il navigato regista è abile soprattutto nella sequenza finale che lascia allo spettatore la scelta di quale veramente sia la scelta di Teddy e soprattutto se questa sia una lucida scelta per annullare i suoi sensi di colpa per mezzo di una drastica scelta che non sto qui a rivelare per non togliere quel fascino della scelta finale. Quello stesso fascino che le atmosfere perennemente in controluce, che devono render grazie alla splendida scenografia di Dante Ferretti e alla fotografia di Robert Richardson, sono in grado di mantenere per più di due ore.  L’ utilizzo del flashback, del quale si  avvale il regista premio Oscar, è decisamente straordinario e in grado di fondere le atmosfere oniriche con quelle della follia e dei ricordi, ben sapendo bilanciare i tempi di attesa della suspence così da concentrare l’ attenzione dello spettatore su dove lui vuole con l’ intento finale di spiazzarlo fino all’ esplicativo finale. Il legame con la cinematografia classica è evidente in Scorsese e lo si riconosce proprio nell’ esposizione delle confuse vicende che spesso ricordano il cinema di Hitchcock e soprattutto quello di Io ti salverò (per quanto riguarda i labirinti della mente) o quello de Gli Uccelli (in riguardo alla scelta delle immagini e del montaggio). Shutter Island, infine, è un’ opera sostanzialmente commerciale ma di un grande maestro cinefilo che pone sempre il suo personaggio e le sue azioni al centro della sua storia, che ha trovato in Di Caprio un attore dalle straordinarie capacità recitative e che è in grado di sedurre lo spettatore con sincero e autentico gusto di chi il cinema lo sa fare bene.

( Dove dimorano i segreti dell' Isola? Nel Santuario del cimitero...)

(...o nei confusi ricordi dell' agente Teddy Daniels?)

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– Nemico Pubblico – 2009 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Michael Mann

E’ Michael Mann. E si vede. Il realismo che contraddistingue i suoi film in questa sua ultima opera forse trova il compimento e ci porta a sentire e vedere tutto in prima persona. Con gli occhi di uno dei fuorilegge americani più celebri dai tempi della Gran Depressione: John Dillinger. E mantenere il realismo quando si parla di un personaggio così cotroverso come lo è stato il famoso rapinatore di banche degli anni ’30 non è da poco. Per gli americani di quel tempo Dillinger non era solo un criminale ma per certi versi era anche un eroe che rubava alle banche che erano considerate colpevoli di aver causato la Grande Depressione negli USA. E Mann rispetta quell’ immagine facendo si che il suo attore Johhny Depp assuma questi doppi connotati di eroe e criminale. Contrapponendolo all’ altrettanto ben delineato personaggio di Melvin Purvis (Christian Bale), il cacciatore di criminali che ben rappresenta la nemesi di Dillinger. Mezzo perfetto per trasformare queste parole in opera filmica è l’ utilizzo del digitale che dona costante autenticità, nonostante le sue imperfezioni. Frequenti sono i tallonamenti della macchina da presa ai volti dei suoi protagonisti e i riverberi di luce che si infrangono sull’ obiettivo sottolineando minuto dopo minuto il tempo reale delle azioni. Peccato ancora una volta per i titolisti italiani che hanno deciso di tradurre il plurale americano Public Enemies nell’ italiano Nemico Pubblico che dà quindi la sua massima importanza a Johnny Depp alias John Dillinger, relegando così in sordina Melvis Purvis che invece è considerato anche lui un “Nemico Pubblico”, seppur dall’ altra faccia della medaglia. Se il primo (Dillinger) rappresentà la libertà di colui che non conosce freni e che non appartiene a nessun sistema o schema, il secondo (Purvis) è la sua risposta che vuole bloccarlo e isolarlo facendo di ogni uccisione da lui effettuata un tentativo di arginare Dillinger relegandolo prima o poi a restar solo e allontanandolo da ogni suo complice, amore o amico. Vi sono estremi parallelismi tra l’ opera di Mann e il cinema gangster degli anni ’30 americano che vedeva in Clark Gable o Gary Cooper l’ estrema manifestazione del criminale di bell’ aspetto romantico e comunque di buone maniere. Ed è come se Mann usufruendo del mezzo digitale voglia segnare una nuova era del cinema gangster, non offuscando la precedente fatta di pellicola e di Black and White ma al contrario inglobandola, come metaforicamente si evince nella sequenza nella quale Hoover (Billy Crudup) decora i giovani G-men che viene fagocitata dallo schermo cinematografico. E’ un vero melodramma Nemico Pubblico nel quale i suoi due protagonisti sono entrambi alla fine costretti a lasciare qualcosa: Dillinger la sua amata ” blackbird” Billie (Marion Cotillard), alla quale sono dedicate le sue ultime parole, e Purvis si lascerà dietro la sconfitta di aver decisamente saputo troppo poco del suo obiettivo (Dillinger), escluso anche dalla conoscenza delle sue ultime parole-testamento. La società di quegli anni è perfettamente specchiata nell’ ambivalenza dei personaggi dell’ opera “Manniana”. Un’ epoca nella quale i mass-media iniziavano a schierarsi sempre dalla parte dei vincitori, preoccupandosi solamente di mettere più carne sul fuoco, e nella quale i soliti potenti dell’ economia avevano causato la Grande Depressione. E la morte finale di Dillinger come una star segna proprio la vittoria di tale economia. Una morte nella quale al centro dello schermo vi è il cadavere del difensore di quel senso disfattista che rappresenta l’ ambivalenza del bene e del male e ai bordi dello schermo pian piano scompare la sagoma di Melvis Purvis, comunque sconfitto da non essere stato il vero protagonista della sua uccisione.

( Dillinger il criminale dal cuore debole)

( E Melvis Purvis sua fredda nemesi)

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– Pelham 123 – 2009 – ♥ –

di

Tony Scott

Nel 1974 Joseph Sargent dava luce al suo Il colpo della metropolitana che ispirò addirittura in seguito Tarantino e il suo masterpiece Le Iene. Oggi Tony Scott lo riadatta e lo trasporta in una New York post 11 Settembre e in preda al tecnologismo wireless, non tralasciando il suo consueto stile d’ azione ipercinetico e anche un pò fracassone. Reduce da Dejavù si trascina dietro anche per questa sua opera Denzel Washington nel “solito” ruolo da buono che solo per poco tempo da allo spettatore l’illusione che invece possa essere un personaggio con una moralità molto più ambigua. Il ruolo del cattivone spetta invece a John Travolta che rende il suo personaggio più una macchietta isterica in cerca di riscatto da una società che lo ha deluso. L’unico filo trainante del film risiede nel binomio Washington-Travolta: i due attori duettano egregiamente su uno sfondo sceneggiativo abbastanza scontato e politically correct. La regia è per gran parte fatta di campi e controcampi di primi piani di dialoghi dei due protagonisti in due differenti location. Dialoghi intervallati da sequenze iperdinamiche da film d’azione di livello standard. E se la regia semplice ed essenziale di Scott è ciò che sembra far raggiungere la sufficienza al film e rende gradevole la visione allo spettatore, non lo è di certo la sceneggiatura. Il buonismo celato dietro ad ogni personaggio diventa cosa palese e ogni sospetto di ingiustizia da parte di molti personaggi finisce solo per restare tale ( il personaggio interpretato da Washington è un padre di famiglia sospettato di prendere mazzette ma che finisce per fare l’eroe e il sindaco di New York sospettato, come il nostro premier, di relazioni con escort ). Molti dialoghi finiscono nel patetico della retorica americana di stampo conservatore “deliziando” lo spettatore con una stucchevole e quanto mai poco originale morale. Ma come se non fosse già abbastanza le sequenze finali sono forse la parte peggiore di questo thriller metropolitano con un’ escalation di avvenimenti improbabili e coincidenze che hanno dell’ assurdo (come l’auto della polizia che ha un incidente mentre sta per portare i soldi chiesti come riscatto dai rapinatori). Insomma certe cose sembrano succedere solo in America, solo a New York e solo dopo l’11 Settembre.

( Travolta cattivone isterico)

( Sono un addetto allo smistamento ma mi improvviso eroe)

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– Sbirri – 2009 – ♥♥ e 1\2 –

di

Roberto Burchielli

Raccontare della realtà attraverso la finzione cinematografica è spesso uno degli obiettivi di un regista. Per questa ragione quando è la realtà a fare da protagonista della finzione non se ne può che coglierne almeno l’intento in maniera lodevole. Quando però il contenuto della fiction risulta essere eccessivamente scontato e con recitazioni al di sopra delle righe o litigi talmente eccessivi da fare invidia al peggiore degli sceneggiati televisivi nostrani ci si chiede se questo contagio tra realtà e finzione sia stato davvero necessario. Matteo Gatti (Raoul Bova) è un giornalista di nota fama che è vittima di un lutto in famiglia: il figlio adolescente dopo aver preso una pasticca di ecstasi a Milano muore. Da questo momento in barba al fatto che la moglie aspetti un altro bambino e abbia bisogno di lui (ecco questa è decisamente eccessiva come scelta) decide di partire per Milano per filmare un documentario nel quale è lui stesso in prima linea ad esporsi, insieme ad un gruppo di agenti della Polizia antidroga. E sono proprio gli agenti milanesi a offrire una prova recitativa decisamente perfetta dimostrandoci che spesso la scelta di portare personaggi reali ad interpretare il ruolo di loro stessi sia una decisione più che azzeccata. L’ispettore Angelo Langè è così reale da far rammentare tranquillamente e senza alcuna invidia vecchie star americane protagoniste di polizieschi come Al Pacino. E il regista Burchielli è sicuramente abile nel documentare queste storie reali di alcuni dei giovani arrestati dal gruppo dell’ Uocd (Unità Operativa Criminalità Diffusa) dei quali è altamente improbabile non confondere se il loro ruolo sia quello di vittima delle droghe o quello di carnefici. Ed è questo l’aspetto del film sicuramente riuscito quello di documentare senza perdere la speranza il mondo milanese della droga nei giovani con delle immagini crude e schiette. Per il resto la finzione è scadente e pecca di un linguaggio romanesco fin troppo prepotente che non lascia molto spazio a volte alla risatina ridicola. Gli stessi video girati col cellulare dal figlio sono tutti in romanesco (tipico linguaggio ormai entrato negli usi di un certo tipo di cinema italiano) e Raoul Bova\ Matteo Gatti intervalla frasi in romanesco col suo capo. Insomma sembra che neanche in un film girato quasi del tutto a Milano si possa per una volta mettere da parte questa sbagliata necessità di inserire il romanesco a tutti costi anche quando non è necessario. Le scene di fiction, i pianti esasperati di Raoul Bova e i litigi eccessivi a distanza con la moglie incinta sono invece scelte nettamente scontate quanto pessime che rendono questo film in molti punti un prodotto per la tv e non per il cinema. Queste scelte melodrammatiche che spesso contraddistinguono il mercato televisivo hanno sicuramente contagiato Burchielli che è stato in passato proprio autori di prodotti per la televisione. Il risultato fa rimpiangere il fatto di non aver saputo usare uno stile molto meno eccessivo nell’ esporre un dramma familiare, fatto magari più di silenzi o emozioni interiori che di urla eccessive o pianti isterici.

( Urliamo , disperiamoci e buttiamoci a terra appassionatamente)
( Sbirri Power!!)

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–  Nemico Pubblico N.1 – L’istinto di morte –  2009 – ♥♥♥♥ –

di

Jean-François Richet

La fama e la notorietà si crea anche come criminali. Jacques Mesrine, uno dei più noti banditi francesi degli anni ’60 e ’70 dopo aver parlato di sè in una sua biografia scritta in carcere ispira questo primo film dei due in programma del francese RichetDiventato in seguito quasi un simbolo politico del contropotere e in costante ricerca di una sempre maggiore notorietà L’istinto di morte ci introduce il suo personaggio dal suo rientro in patria , in seguito alla guerra d’Algeria, fino alla sua prima evasione da un penitenziario Canadese. La figura di Mesrine interpretata da Vincent Cassel mostra svariate sfumature. E’ di certo un criminale pronto a sacrificare la sua vita pur di difendere e inseguire un suo personale concetto di libertà che si oppone ad ogni tipo di legge o regola, inizialmente posta dall’ esercito, poi dai genitori , dalla moglie e infine dalle leggi. E Cassel è abile a evidenziarne ogni tratto psicosomatico e caratteriale di un uomo che a momenti vorrebbe seguire i suoi valori di amore, di libertà e di rispetto verso le donne, ma che non riesce a tenere a bada  la bestia selvaggia che possiede dentro e che lo porta ad uccidere e far del male anche a chi gli sta vicino in nome dei suoi egoistici principi. Un Mesrine che passa da eccessi di romanticismo a eccessi di violenza verso le donne ( molto forte la scena nella quale punta la pistola in bocca alla moglie sorpreso dalla figlia). Un personaggio sicuramente crudo e forte come quelli che già in passato Cassel ha dimostrato di saper interpretare bene sia in L’Odio che in blockbuster più noti come Ocean’s Twelve o La promessa dell’ assassinoRichet alterna sullo schermo le vicende che portano alla crescita della fama personale nel mondo criminale di Mesrin e quelle delle sue numerose prime pagine dei giornali e dei media che lo appellano appunto nemico pubblico n.1 contribuendo ad aumentare la sua notorietà. Spicca con prepotenza la caratteristica folle e in perenne ricerca di prestigio di Mesrine sopratutto quando osa sfidare un intera guarnigione di sicurezza di una prigione per liberare i suoi ex compagni di prigione. E anche se potrebbe a tratti sembrare che in lui vi sia senso di amicizia o complicità verso chi è come lui, a mio avviso ciò che spicca maggiormente nel personaggio di Cassel è la sua vanità sempre in bella mostra. E questo forse è ciò che contribuisce a far si che questo primo capitolo criminale biografico sia un ottimo risultato cinematografico. L’aver fatto di Jacques Mesrine un personaggio non per forza da condannare o da glorificare. Agli spettatori l’ardua sentenza. Ma attenzione avete a che fare con il nemico pubblico n.1 . Dovremmo aspettare Aprile per vedere cosa e chi lo condurrà verso quella morte della quale con arroganza afferma di essere soltanto lui a decidere quando avverrà.

( Arrestato si presenta davanti ai giornalisti 
quasi come fosse una celebrità)
( E tenta il folle gesto di liberare alcuni compagni di prigione)

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– Qualcosa di travolgente – 1986 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di Jonathan Demme

 

America metà anni ’80, per la precisione 1986. Ventitre anni fa non c’era soltanto Maradona che alzava la coppa del mondo a Città del Messico divenendo l’eroe di un’Argentina che non voleva dimenticare Plaza de Majo. Non c’era solo il reattore numero 4 di Chernobyl a diffondere in tutti gli anfratti del mondo la fobia del nucleare. C’era anche Something wild di Jonathan Demme. Per capire Qualcosa di travolgente (il titolo italiano, che s-travolge le carte in tavola) la parola chiave è contaminazione. Contaminazione di generi cinematografici e musicali. Si passa dalla commedia al rap, dal road movie alla dance, dall’horror al pop. Senza sussulti. Il treno di Charles (Jeff Daniels) e Lulu (Melanie Griffith) viaggia ad alta velocità ma non subisce contraccolpi fino al bivio Ray (Ray Liotta). Lulu carpisce in Charles la parte dionisiaca e selvaggia e lo mette ob torto collo in rapporto con essa. Charles non può che dar sfogo a questa parte a lungo tempo celata per costringersi nel ruolo di vicepresidente-separato-con-quattro-figli di un istituto di credito, scoprendosi una persona completamente opposta. Sembrerebbe un plot scontato e da sbadigli, ma Jonathan Demme amalga a fuoco alto tutti gli ingredienti filmici osando nei tempi di cottura. Ne ottiene una riflessione amara sugli anni ottanta. Una generazione che sovverte se stessa per ricercare il poco di buono che c’è in lei, ma subito dopo restaura l’equilibrio routinario per paura di soccombere alla propria imprevedibilità. Manette ai polsi contro buoni sconto sui giocattoli. La politica reaganiana che mostrava falle sempre più vistose. Melanie Griffith rispolvera le nozioni depalmiane di bondage viste due anni prima in Omicidio a luci rosse e si sdoppia con duttilità ed efficacia, Jeff Daniels si dimostra attore vero prima della picchiata degli anni ‘90 e Jonathan Demme dimostra di saper muoversi anche nei cirri più tortuosi, spianandosi la rotta verso Il silenzio degli innocenti. Senza contare un Ray Liotta al primo film, fresco e pimpante, raramente così ben inserito nell’economia di un film. I ritmi del cinema classico vengono presi e scardinati uno per uno,senza però andare a scalfire le unità di luogo, spazio e tempo. Un cinema sperimentale senza esserne consapevole, insolito senza averne la presunzione. In pratica una Wild Thing, come la canzone dei Troggs che riverbera per tutto il film. Colonna sonora al vaglio attento e scrupoloso di artisti di tutto rispetto come John Cale ex Velvet Underground e produttore di successo, David Byrne fondatore dei Talking Heads e Laurie Anderson non solo moglie di Lou Reed (all’epoca si conoscevano a mala pena). Per non parlare delle comparsate di registi borderline come John Waters ( Cry baby, primo film da protagonista di Jonnhy Depp e “Pecker”) e John SaylesFratello di un altro pianeta, perla dimenticata troppo in fretta negli abissi reaganiani). Da non lasciarsi scappare per niente al mondo.

( Una travolgente Melanie Griffith)
Jeff Daniels, Melanie Griffith
( Jeff Daniels e Melanie Griffith)

Pubblicato su Cineocchio

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