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Archive for the ‘Musical’ Category

– Burlesque – 2011 – ♥ –

di

Steve Antin

Ok, col tempo il musical in stile burlesque è cambiato e forse ha perso la comicità e l’ ironia che c’ era dietro fin dalla sua nascita, ma la forma che ha assunto nel musical diretto da Steve Antin forse è un pò troppo per essere digerito come solamente un’ evoluzione naturale di questo genere di show. E’ infatti chiaro fin da subito che in questo film, a parte un paio di fugaci sketch mostrati solamente come sfondo alla storia principale, resta ben poco della comicità erotica che contraddistingueva quel genere e tutto viene sostituito dai toni romantici e da favola da teenager della solita ragazza di campagna che stufa della sua deludente vita da barista sottopagata decide di sbarcare il lunario proponendosi con tenacia e determinazione come nuova ballerina di un insolito locale che pratica show in stile burlesque nel bel mezzo di Los Angeles. Ecco allora che, tra paillettes e lustrini, il superficiale modello di vita che consiglia solamente di agitare un pò il fondoschiena e tirar fuori un pò di coraggio per proporsi ai fini di realizzare i propri sogni economici e lavorativi può aver atto. American Dream, senza alcuna gavetta, scuole o altro questa sembra essere la ricetta ideale per il successo. E poi ovviamente una volta ottenuto tutto questo per coronare il tutto di una certa dose fiabesca è anche giusto coronare anche i sogni amorosi. Quello ovviamente solo alla fine, come aggiungere del buon aceto balsamico a un’ insalata già ben condita. Le dinamiche sceneggiative della storia sono totalmente prive di originalità e si costruiscono sulla base di personaggi che sembrano usciti da un film con Hilary Duff nei quali troviamo il bel riccone di mezza età che spera e crede di poter comprare tutto con i soldi, la ballerina alcolizzata antagonista alla protagonista che fa l’ antipatica ma che nel finale sembra redimersi e infine il bel ragazzo dai buoni propositi che però prima di dichiararsi ci mette un pò l’ intera durata del film. Anche Christina Aguilera, che nel film assume il ruolo di protagonista, si limita ad interpretare un personaggio non lontano da una qualsiasi delle attrici che popolano il mondo dei teen movie. Solo che questa volta il “teen-movie” sembra un enorme spot pubblicitario totalmente alla mercè della star Aguilera, al suo debutto come attrice. La coppia CherStanley Tucci salva il film dal totale tracollo apportando esperienza e stile a un film con ben poche basi sulle quali poter scommettere. Le coreografie musicali infondo non sarebbero neanche male se non fosse che finiscono per offendere un genere di spettacolo Ottocentesco come il Burlesque, nato come espressione artistica atta a deridere la seduttività e l’ erotismo femminile o a esaltare in donne che poco rispettavano i canoni di bellezza la loro femminilità. Lo riducono qui a un banalissimo spettacolo di varietà  degno di uno show televisivo del Sabato sera.

( Ehi ragazza di campagna io sono ricco e 
ho il macchinone vuoi far successo?)

(Unica scena che vale il prezzo del biglietto)

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– Across The Universe – 2007 – ♥♥♥♥♥ –

di

Julie Taymor

Guardare Across the Universe è esattamente come osservare estasiati un’ installazione di arte contemporanea in un museo. Musica e immagini che si sposano alla perfezione e che danno vita ad una storia che si regge appunto sulla potenza delle sole immagini e della sola colonna sonora (quindi delle parole) dei Beatles. Il plot è ambientato negli anni ’60, epoca nella quale il protagonista Jude (interpretato da Jim Sturgess) decide di lasciare la sua Liverpool, i suoi amori e la sua famiglia per imbarcarsi verso gli Stati Uniti. Lì troverà una realtà che si scontra con l’ imminente guerra in Vietnam, l’ ebbrezza di nuove amicizie e di un nuovo amore. La regista si limita a far descrivere gli eventi dalle straordinarie ed intramontabili canzoni dei Beatles che descrivono ciò che accade. Difficilmente lo spettatore si renderà conto se siano le immagini ad essere accompagnate dalla musica o se al contrario sia la musica la vera protagonista accompagnata da immagini psichedeliche e visionarie talvolta, mentre altre volte con delle vere e proprie parvenze da musical. Elliot Goldhental riesce in maniera inaspettata e strepitosa a riarrangiare 33 masterpieces del noto gruppo di Liverpool facendo interpretare i pezzi direttamente dagli attori protagonisti che riescono a farlo con una straordinaria capacità. L’ aspetto visivo della pellicola viene curato in ogni suo dettaglio intervallando effetti visivi con immagini saturate che hanno l’ intento di riscaldare i cuori degli spettatori insieme alla musica dei Beatles. I protagonisti del film vengono accompagnati da personaggi che ricordano musicisti simbolo dell’ epoca come Janes Joplin o Jimi Hendrix e da simboli rock moderni come Joe Cocker o Bono degli U2 che si prestano nell’ interpretare dei piccoli ruoli. Un paio di scene tra tutte sono in grado di esprimere un’ intensa carica artistica ed emotiva: la sequenza della visita militare di Max accompagnata dalle note di ” I want you” e la sanguinaria, ma dolce al tempo stesso, scena accompagnata dalla bellissima “Strawberry fields forever” che alterna le bombe sanguinarie lanciate in Vietnam al talento artistico del protagonista Jude e le sue fragole anch’ esse rosso sangue. Una sceneggiatura interamente costruita sulle basi delle canzoni dei Beatles quella di Across the Universe, in grado di rivisitare quel periodo storico di contestazione politica e di guerra in chiave sicuramente diversa da come siamo stati abituati finora a vederla nei film. Con realismo, ma al tempo stesso con il trasporto visionario e psichedelico della musica e delle immagini elaborate. Anche le coreografie musicali riescono a sposarsi perfettamente con la trama non risultando per nulla fuoriluogo, rischio che i musical spesso corrono. Anche la poetica musicale dei Beatles viene reinserita dalla Taymor in chiave decisamente differente da come siamo stati abituati ad ascoltarla. Viene adattata all’ espressione visiva delle immagini moderne senza però dimenticare i messaggi che essa esprimeva nel suo contesto passato. Il film infatti si chiude con un prevedibile messaggio pacifista, che in quell’ epoca era decisamente un must, accompagnato dalle bellissime note di ” All you need is love”.

( Una parte dello straordinario momento "Strawberry fields forever")

( Una sequenza surreale del film)

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– Nine – 2010 – ♦ –

di

Rob Marshall

Dopo Chicago, passando da Memorie di una Geisha, Rob Marshall ritorna rivisitando il musical che fu di successo a Broadway, ispirato al mitico 8 e 1\2 di Fellini. Lo fa utilizzando un cast di muse tutte d’ eccezione e  un sicuramente bravo Daniel Day Lewis, che però è visibilmente a disagio nella parte di quello che fu il regista Anselmi di Fellini. In Nine, Marshall lo trasforma in Guido Contini, forse per l’ assonanza con il nome del maestro riminese, ma oltre a questo non rende poi nessun onore al celebre capolavoro felliniano e non lo fa neanche con i ringraziamenti nei titoli di coda, nei quali non vi è alcun accenno al regista italiano scomparso. Il Guido Contini di Marshall non è quel regista pieno di sfaccettature emotive che erano tipiche di Anselmi, ma si riduce ad essere un personaggio sempre musone e totalmente dominato dalle donne, compresa la mamma interpretata da una immobile Sofia Loren. Daniel Day Lewis fa quel che può per trasmettere qualcosa del suo personaggio, ma ciò che arriva agli spettatori è solamente l’ immagine di un mammone sconsolato e in preda alla crisi di produzione, privo del genio introspettivo che fu del personaggio interpretato da Marcello Mastroianni. Anche la parte che dovrebbe riuscire meglio a Marshall ( la parte prettamente musicale) non riesce a trascinare per nulla lo spettatore, che si trova difronte a coreografie e musiche spesso noiose, se si fa eccezione per qualche momento dell’ interpretazione della cantante Fergie. Il film è totalmente schiavo delle sue attrici muse e risulta veramente difficile non notare che è come se vi fosse stata, in sede di sceneggiatura, l’ esigenza di far interpretare almeno un assolo a testa ad ognuna delle protagoniste femminili di Nine. Il dramma espresso dalla storia, che parla della crisi artistica che attraversa il regista Contini durante la preparazione del suo nono film, risulta quindi essere totalmente slegato dal contesto musicale e solamente un pretesto per le esibizioni delle sue primedonne. Giovani rampolli della moderna maniera di fare cinema sicuramente lo troveranno accattivante per il suo sicuro pacchetto patinato e luccicante, sicuramente ben confezionato e fatto di costumi e scenografie che sembrano non badare a spese, ma soprattutto  che risponde in maniera convincente all’ americanissimo urlo: “That’s Entertainment”. Penelope Cruz, Marion Cotillard, Nicole Kidman e una perfetta Kate Hudson, relegata a un ruolo marginale, si alternano sul palcoscenico nelle loro tanto decantate esibizioni, ma non sono poi in grado di lasciare nulla al di fuori della loro indubbia bellezza e presenza scenica. I nostri attori italiani (Elio Germano, Ricky Tognazzi, Giuseppe Cederna e Martina Stella) sembrano piazzati sulla scena solamente per apportare un’ ondata di italianità all’ intero film, che peraltro del belpaese ha ben poco. Se non l’ immagine americana che forse gli americani hanno di noi: quella che scivolando sulle ripetitive e insistenti parole della colonna sonora portante “Be Italian” ci dipinge come un popolo di mammoni problematici e forse senza speranza. Se è così almeno ci rimane l’ illusione di avere avuto un passato di vero grande cinema: quello Vero di Federico Fellini, qui per nulla omaggiato.

( Mamma Loren & Day Lewis mammone)
( Balletto d' obbligo per ogni musa)

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– Questo Piccolo Grande Amore – 2009 – ♦ –

di

Riccardo Donna

Sono cinque i minuti in cui questo film “accenna” agli anni ’70, e sono i primi cinque. Dopo i primi cinque minuti inizia la sagra dell’inverosimile che quasi rasenta il ridicolo. Non è sicuramente riuscita l’equazione scontata di sommare due attori esordienti, giovani e belli (anche se poco bravi) a uno sfondo sessantottino romano e una colonna musicale romantica a base di Baglioni. Il risultato non solo non è riuscito ma risulta addirittura erroneo. Erroneo è il tentativo di voler costruire con questi “ingredienti” un film romantico, che volesse ricordare l’atmosfera romantica e libertina di quegli anni “di piombo”, fallace è parlare d’amore come se fosse solamente il contenuto di un barattolo di miele, prodotto  da api diabetiche.  E se già al primo dialogo ci si accorge che la sceneggiatura è praticamente inesistente alle fondamenta di questo film, si spera allora almeno in una regia mediocre, ma anche questa aspettativa viene ampiamente delusa. La prima cosa che comunque mi ha infastidito parecchio è l’ambientazione. Credo che prendere un epoca così storicamente affascinante e piena di significati profondi, come quella di fine anni ’60 e inizio anni ’70 , e riempirla di così tanta superficialità nei dialoghi, nei pensieri dei protagonisti e nelle azioni sia veramente  irritante. Sarebbero infiniti i dialoghi da citare per dimostrare quanto l’intera profondità emozionale che il film intendeva trasmettere viene così banalizzata.   La formula, peraltro già usata anche se in chiave moderna (Tre Metri sopra il cielo),di lui originario di un quartiere di periferia e lei invece un pò borghesotta risulta scontata e non mi fa veramente smettere di domandarmi sul perchè sia sempre più difficile per noi italiani riuscire a tirar fuori qualcosa di veramente originale dal nostro “sacco” di idee. Ed è palese il tentativo di incentrare tutto sulla colonna sonora delle canzoni di Claudio Baglioni, che sembrano essere l’unica cosa che funzioni nel film (ed è quanto dire!). Anche se poi è facile ricordarsi di quanto  altri film basati sulla forza della colonna sonora come Across The Universe ci abbiano fatto sognare in maniera del tutto diversa da quella che Questo Piccolo Grande Amore decisamente non fa. In definitiva ancora una volta i risultati dei botteghini italiani non sono un esplicativo significato di cinema. Io in 110 minuti non ne ho visto neanche l’ombra. Forse era meglio mettersi una benda agli occhi e ascoltare la musica di Baglioni. Che peraltro non rientra neanche nelle mie preferenze musicali. Ho detto tutto!

( Lei: Posso stare appoggiata qui a te??
Lui: Qui ad un passo dal cuore??
Topo Gigio è lo Sceneggiatore reale di questo film!)
(Cosa si vorrebbe dire che l'amore romantico è surreale??
Se è surreale allora che senso ha fare un film dichiaratamente romantico??
Facciamo un film surreale!!)

Pubblicato su Cineocchio

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– Mamma Mia! – 2008 – ♥♥ e 1\2 – 

di

Phyllida Lloyd

Devo dire che non sono mai stato un amante dei musical ma Mamma mia! ha di certo confuso ogni mio giudizio in merito. Forse saranno state le coinvolgenti musiche degli ABBA che ne fanno da sfondo o la “sempreverde” Meryl Streep che canta e danza a 60 anni in maniera senza dubbio simpatica ad aver stravolto un pò il mio parere in merito ai film musicali. Il musical tratta della sposina Sophie che spedisce da un ‘immaginaria isola nell’Egeo tre lettere a tre ipotetici padri invitandoli al suo imminente matrimonio con l’amato Sky. La madre (Meryl Streep) che si era concessa da giovane qualche scappatella in più ha ovviamente dubbi su chi sia il padre legittimo. Quindi ecco che veniamo coinvolti in continui balletti e danze che altro non vogliono comunicarci che la leggerezza della vita o invitarci a ” voler  esser lieti perchè solo così lo saremo”. La storia comunque risulta essere molto semplice e con un finale non lieto ma ben oltre il felici e contenti poichè dei tre uomini che Sophie considera possibili padri uno si rivela gay, il secondo trova una compagna proprio durante i festeggiamenti (che altra non è che una delle matte sessantenni amiche della “Mamma-Streep“), il terzo sposa proprio la Streep. Quindi nozze della figlia rinviate e nozze della mamma festeggiate. Forse il musical vuol far credere alle signore più attempate che la vita può riservare ancora soprese e che bisogna sempre credere a un amore perduto anche dopo molti anni. Forse. Ma certo è che la Lloyd deve ringraziare proprio Meryl Streep e non tanto la sua regia se questo film ripaga almeno il prezzo del biglietto. La sua simpatia e irruenza nel cantare le canzoni più belle e vitali degli ABBA ne fanno da protagoniste assolute. Spensierato, frizzante ma un pò banale.

(Donne alla riscossa è quasi un motto del musical)


(Festeggiamenti finali e tutti felici e contenti..ovvio no??)

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– Once – 2008  – ♥♥♥♥♥ –

di

Josh Carney

Ho rivisto questo film forse per ricordare le emozioni che mi ha suscitato la prima volta o forse per ricordare il mio viaggio estivo in Irlanda, ma sicuramente anche questa volta ne è valsa la pena. ” Once “ è sicuramente uno dei film più emozionanti che ho visto. Sembra di passeggiare per le strade di Dublino  insieme ai protagonisti e allo stesso tempo di vivere le loro emozioni attraverso la loro stupenda musica. Credo che qualsiasi persona che abbia sperimentato almeno una volta nella propria vita un batticuore ha modo di riprovare attraverso questo film questa esperienza. Perchè non si può non avere un batticuore per questo amore illibato tra i due protagonisti che riescono a donarsi reciprocamente l’amore più grande che tradotto è quello di “stare veramente bene” o ” far progredire la propria vita verso il bene” seppur senza nessun contatto e senza nemmeno un bacio. E proprio quel contatto , o quel bacio non è necessario ai due protagonisti per toccarsi le anime reciprocamente. Così come di quel batticuore ne viene espresso il valore dallo stesso titolo del film; perchè spesso solo una volta nella vita (“Once”) capita di sperimentarlo. Rapito dal film , dalle location ecco che il dramma dei personaggi viene reso ancora più magico dalle loro canzoni e dagli stessi testi che ne diventano protagonisti e sceneggiatura. Viene quindi difficile se definire questo film come un Musical moderno o un film drammatico. Di certo è sicura una senzazione: che stando seduti a guardare ” Once ” ben presto si ci sente sollevare in aria e danzare tra le nuvole come i migliori tra gli spiriti romantici moderni.

( Glen Hansard e Marketa Ivlova che si godono lo splendore dei paesaggi Irlandesi)


(Il primo magico incontro nel film tra i due protagonisti)

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