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Archive for the ‘Horror’ Category

– Paranormal Activity 2 – 2010 – ♥♥  –

di

Tod Williams

Almeno non hanno avuto la pretesa di fare un sequel totalmente staccato da quello che era stato il suo precursore. E’ questo che con gran sollievo ho pensato non appena ho terminato la visione di uno dei sequel horror più attesi della stagione cinematografica in corso. Qui si narrano infatti le vicende antecedenti al primo capitolo e a Kristi, e che riguardano sua sorella, il marito e il piccolo Hunter. L’ approccio si mantiene il medesimo, quello del film reality ripresto interamente da telecamere amatoriali o di servizio. Ciò che però, a mio avviso, lo rende meno esaltante del primo capitolo è il fatto che qui i momenti di terrore sembrano meno angoscianti e meno sottintesi, preferendo il nuovo regista scegliere la strada dell’ immediatezza del terrore anzichè quella più angosciosa del non mostrato. Infatti se nel primo film i fenomeni paranormali crescevano gradualmente di intensità, creando nello spettatore un derivante senso di angoscia, questa volta per la prima mezz’ ora sembra non avvenire decisamente nulla per poi improvvisamente essere catapultati in un susseguirsi di sequenze adrenaliniche e ad alto tasso di tensione. Il finale poi è decisamente sbrigativo e lascia pochissimo spazio a quei vuoti di azione che invece nel primo erano caratteristica predominante. In definitiva come gran parte dei sequel ci sono i presupposti per far pensare che sia solamente stata un’ iniziativa nata dalla casa di produzione per seguire la scia di successo lasciata dal primo film. Si spera che non ce ne sia un terzo così da poter lasciare un miglior ricordo del primo Paranormal Activity.

( Il piccolo Hunter oggetto di desiderio del demone)

( Una foto dal passato)
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– Coming Soon – 2010 – ♥ –

di

Sopon Sukdapisit

Un avviso ai lettori di questa recensione: qui di seguito sono riportati alcuni spoiler sul film che potrebbero svelare il fulcro del plot del film; si consiglia quindi a quanti vogliano vedere il film di leggere questa recensione solo dopo averlo visto. Sicuramente è un film horror che ha un significato metacinematografico che va ben oltre il voler spaventare i suoi spettatori. Di certo il regista tailandese Sopon Sukdapisit avrebbe voluto far riflettere sulla pirateria e i metodi spesso crudeli e poco sensibili che vi sono durante la produzione di un film. Ma se così fosse stato avrebbe dovuto porre maggiore attenzione alla recitazione dei suoi attori e non solo ricercare il citazionismo cinematografico. Frequenti sono infatti i riferimenti  ad altri film dello stesso genere, a cominciare dall’ ormai molto noto The Ring e la visione del film che uccide, fino alle semplici inquadrature come quella del primo piano sull’ occhio che si apre resa celebre da Lost. Tutti riferimenti che hanno per unico scopo quello di far capire che il vero orrore è originato dall’ atto stesso di guardare, soprattutto poi se questo è supportato da un qualsiasi supporto mediatico. Il plot di Coming Soon è interamente incentrato sulla presenza di uno spirito maledetto che perseguita tutti coloro che guardano il film del quale è protagonista e che inizialmente fa credere allo spettatore che sia lo spirito di una reale assassina del passato, mentre alla fine si scopre che si tratta dello spirito della stessa attrice del film, deceduta proprio durante le riprese del film. E’ un peccato però che oltre al trucco ben eseguito dello spirito in questione ben poco sia all’ altezza delle atmosfere di tensione e paura che il film vorrebbe creare. Gli stessi attori protagonisti non vanno oltre le loro frequenti espressioni basite o terrorizzate che vengono arricchite in orrore da un doppiaggio italiano veramente pessimo che modifica anche alcune battute ( è ridicolo sentire che un personaggio thailandese scommetta su partite del campionato di calcio italiano). Interessante resta solamente qualche sequenza di montaggio tra la dimensione filmica e la realtà che spesso confonde l’ attenzione dello spettatore spiazzandolo su quale sia la realtà e quale la finzione. Ma tutto questo dura ben poco, perchè non appena l’ inquadratura ritorna sulle espressioni degli attori o sui dialoghi si è trascinati in una dimensione di orrore che è ben differente da quella indotta da questo genere cinematografico. Verrebbe da pensare che se l’ intenzione di trasmettere un valido messaggio metacinematografico era tra le prerogative del regista, l’ espressione di tutto questo nel suo film si vede poco, ma gli si augura comunque che “Coming Soon” (verrà presto).

( Espressioni Basite che si sprecano)

(Quante volte abbiamo visto il corridoio di luci che si spegne
creando l' illusione inseguimento?)

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– La Città Verrà Distrutta All’ Alba – 2010 – ♥♥ –

di

Breck Eisner

E’ risaputo per chiunque ami il genere horror che George A. Romero è stato un vero pilastro di questo genere soprattutto per le sue idee di storie che comunicano orrore e che ben spesso fanno riferimenti alla società americana. Eisner prova a “rubare” una delle idee di questo indiscusso maestro dal suo omonimo film del 1973 ricodificandolo in chiave più moderna, ma forse fin troppo. Si perchè si sa oggi molto spesso un horror non è tale se visivamente non vengono mostrate deformità fisiche, sangue o qualunque mostruosità visiva che susciti l’ emozione della paura. Per Romero però la paura non era questa ma era soprattutto angoscia. La stessa sensazione che in quel film veniva suscitata dalla follia che si mostrava apparentemente normale (perchè chi impazziva manteneva comunque sembianze fisiche piuttosto simili a quelle degli individui sani), nel film di Eisner diviene abbastanza omologata agli horror moderni: ecco che quindi coloro che contraggono il virus cambiano contemporaneamente anche aspetto fisico diventando fisicamente dei “quasi zombies”. I protagonisti sono lo sceriffo David  e la moglie Judy che insieme al vice Russel cercano di scappare dalla loro città e dalla contaminazione che la ha avvolta. L’ esercito viene prontamente mandato dal Governo per controllare la situazione, ma ben presto ci si accorge che è lì solamente per dividere sommariamente i contagiati dai sani , anche se in verità intende sterminare l’ intera città. Eisner preferisce curare i momenti di tensione del film accrescendo la suspence e dando molto meno rilievo alla critica sociale e politica, che viene ridotta al banalissimo contagio dall’ alto ( dal Governo USA o chissà quale altra organizzazione mondiale ) forse per sperimentare una nuova arma di distruzione di massa. Tutto quel senso di abuso di potere e di tensione nei confronti di un’ autorità statale che era decisa a utilizzare qualunque mezzo pur di continuare a trattare come cavie i suoi cittadini, nel film di Eisner si evince molto meno perchè è l’ intrattenimento puro che fa da vero mattatore preoccupandosi più di spaventare che di stupire. In definitiva un horror più moderno ma ben lontano dal genio low budget di Romero che al contrario sembrava più preoccuparsi dei messaggi all’ interno dei suoi film che della recitazione degli attori o degli effetti speciali. Gli spettatori moderni forse gradiranno, ma i nostalgici dell’ horror-sociale troveranno di certo questo remake un inutile tentativo di far qualche soldo in più, con una bella opera della cinematografia passata.

( I folli zombeggianti)

( La separazione sommaria)

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-Paranormal Activity – 2010 – ♥♥♥♥ –

di

Oren Peli

Paranormal activity è eccome un film dell’orrore. L’orrore che l’uomo può provare è particolarmente forte, autentico e reale quando non si può catturare la fonte dello spavento perché invisibile dunque impossibile da esaminare. L’unica cosa che conta per lo spettatore è di attendere a nervi tesi e continuare a vedere, aguzzare la vista nell’assenza di eventi che ogni volta che si materializzano valgono molto più di qualsiasi effetto speciale digitale o volto martoriato a mo’ di Esorcista. L’istinto umano davanti al terrore è la fuga, ma la protagonista del film, Katie, non può sfuggire in nessun modo poiché ha assistito ad eventi paranormali più o meno significativi per tutta la sua vita e in tutte le diverse case in cui ha vissuto, dunque noi insieme a lei concludiamo che il problema è dentro se stessa. Questa è la carta più vincente dello scarno plot di questo film che punta sul tema dell’ineluttabilità e della clausura. Qualche scricchiolio si può anche sopportare nella vita, ma non appena il padrone di casa, il fidanzato Micah, si presenta a Katie con una grossa videocamera intenzionato ad utilizzarla di notte come sorveglianza capace di testimoniare tutte le ore di sonno in cui non possono avere l’illusione di un controllo sulla situazione, le attività paranormali aumentano e si intensificano ogni notte di più. Ad alternare le notti passate nel terrore di qualcosa di indecifrabile, ci sono le tese giornate che la coppia passa discutendo animatamente fino ad arrivare ad insultarsi, perché non c’è sufficiente affetto o comprensione. Il fidanzato è preso dall’ebrezza di registrare e analizzare, mentre Katie più passa il tempo e più sta male. La notte si liberano le forze del male e l’essere sonnambula di Katie ad un primo momento, quando i due si rivedono, scatena ulteriori interrogativi e incomprensioni fra i due. A differenza di molti horror che comunque nel copioso spargimento di sangue, l’uso di musichine ad effetto e orripilanti trucchi sanguinolenti trovano la loro modesta ragion d’essere, in questo film tutto è giocato sull’assenza, il silenzio, il fuori campo. C’è anche una scena in cui viene chiamato un sensitivo, che però dice di non potersi occupare del caso di Katie perché esperto di fantasmi, mentre, a suo avviso, quello con cui Katie e Micah hanno a che fare è un demone, dunque devono rivolgersi a un demonologo… Il demonologo viene chiamato, ma quando giunge nella casa, l’uomo capisce che non è aria e li lascia piombare di nuovo nella loro terrificante solitudine. Ironia che si prende gioco del cinema gotico e d’esorcismo in cui tutto viene raccontato, spiegato, fino ad uccidere il mistero e la causa dei mali. Coi demoni senz’altro non si deve scherzare, che ci si creda o no, dunque il regista israeliano Oren Peli prende ispirazione dai migliori e decide di non incasellare il suo film in un genere specifico e di sottrarre all’occhio e alla mentre dello spettatore più elementi e informazioni possibili, per scatenarne la fantasia o per lo meno la potenziale inquietudine di fronte all’ignoto.I due protagonisti, che sono sconosciutissimi e bravissimi nel non recitare e nell’improvvisare tenendo a mente un probabile canovaccio minimale, come in Blair witch project sono scettici catalizzatori di immagini e rappresentano il vuoto esistenziale dell’America odierna, che solo nell’inconsulto abbandono al male trova soluzioni catartiche degne di attenzione e nota. Mi pare giusto informare il pubblico che la versione che circola nei cinema italiani adesso è riuscita a trovare una distribuzione dopo ben 4 anni ed è spaventosa, sì, nel finale, ma la versione originale che ha fatto storcere il naso a Spielberg lancia il film verso una prospettiva meno orrorifica e più da cronaca nera. La trovate a questo link, ma è altamente sconsigliato vederla, pare anche inutile dirlo ma meglio mettere le mani avanti, che vada visto dopo la visione del film in sala. Astenersi dal vedere il film negli orari pomeridiani assaliti da orde di adolescenti ormai diventati incapaci di rispettare il cinema e di vedere qualcosa che non sia un il loro i-phone.

(Una delle tante notte insonni)

(La tentazione finale dell'abbandono al male)

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– Jennifer’ s Body – 2009 – ♦ –

di

Karyn Kusama

Dove è finita la credibilità? Se lo sta forse ancora chiedendo la giapponese Karyn Kusama che armata della procace Megan Fox dà luce a un teen horror fiacco e scontato che mischia argomenti standard da high school ed esoterismo finendo per creare un gran pastrocchio. E se la sceneggiatura è dominata dal binomio brutta vs bella la regista non riesce nemmeno con la macchina da presa o con la fotografia ad alzare il livello dell’ opera che resta invischiata più volte nel becero. Ciò che sorprende maggiormente è che la sceneggiatrice in questione è la brillante Diablo Cody che vanta di aver scritto un copione sicuramente ironico e molto interessante come quello di Juno. Infatti è dichiarato l’ intento di voler parlare del mondo dei teenager (ambiente consueto alla sceneggiatrice) ma è molto meno condivisibile la scelta di discuterne in toni così fortemente sboccati ed eccessivi. Il consumismo sessuale è ormai di moda tra i teenager americani ma il film decide lo stesso di restare molto pudico e sceglie di mostrarci una sensuale Megan Fox mai completamente spogliata ma solo truccatissima con tonalità di rosa e rosso così da renderla (secondo chi?) ancora più provocante.  In realtà il risultato è che Megan Fox truccata così sembra uscita quasi da un videogioco tridimensionale rendendo il risultato ancor più fastidioso e irreale agli occhi di chi aspira un minimo di realismo. Il plot horror è sorretto da uno sfondo esoterico che vede la protagonista trasformarsi in una demone mangiatrice di uomini, ma nel vero senso della parola. Causa di questo maleficio come sempre è il rock, scontata causa demoniaca di molte possessioni dei movies. Ma proprio nell’ attimo in cui almeno tale rito poteva fregiarsi di essere l’ unica parte seriamente horror dell’ intero film ecco che ben presto questa sensazione viene smentita, proprio quando il leader della rock band che conduce il sacrificio demoniaco ci comunica che ha scaricato le procedure del suddetto rito  da (difficile da credere!!) internet. Insomma il ridicolo non sembra avere mai fine in questa ora e mezza che spero non passerete in compagnia di questo film. Non sono esenti dal ridicolo neanche molte delle battute citate come quella che paragona le tette alle bombe intelligenti usate dal sesso femminile per abbattere gli uomini, o il “come sei succoso” proferito dalla protagonista poco prima di divorare la sua preda umana. Solo un breve attimo sembrerebbe salvare il tutto dal tracollo: nel finale quella telecamera di servizio che riprende la nuova killer demoniaca. Poi però si pensa che tale scelta è stata fin troppe volte usata e allora meglio i titoli di coda. In merito a Diablo Cody invece forse sarebbe meglio che si dedicasse interamente a una serie tv sicuramente molto più geniale: United States of Tara.

( Mi brucio la lingua un pò per gioco un pò per noia)

(Sei proprio succoso! Gnam!)

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– Diary of Dead – 2009 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

George A. Romero

Non era di certo difficile pensare che la nostra “gloriosa” distribuzione cinematografica italiana facesse giungere l’ ultimo Horror di Romero in così pochi cinema (si possono contare sul palmo di una mano). Perchè non si tratta solo di Horror ma di “political horror” decisamente poco “politically correct”. Diary of Dead utilizzando il punto di vista esclusivo di due videocamere utilizzate dagli stessi protagonisti del film, di telecamere di sorveglianza e videocamere di telefonini è un apologo politico sulla società americana e la sua paura del terrorismo. Un terrore che non viene da fuori ma che è nascosto dentro di noi, in ogni luogo. Infatti nel film chiunque muore è destinato a risvegliarsi e diventare uno zombie “mangia umani”. Ma ancor prima è un film sull’ informazione che ci circonda oggi: quella falsa data dai media a confronto con quella libera su internet che però spesso è eccessiva e confusionaria. E non è quindi difficile pensare ai perchè in un paese come il nostro, che al momento vive proprio questo dilemma informatico un film come questo sia stato così ampiamente censurato dalla distribuzione. La visione in soggettiva ricorda i precedenti REC e Cloverfield, tra i quali il film di Romero si pone esattamente al centro avendo sia la critica verso l’ ossessione delle persone di riprendere tutto (Cloverfield) sia l’ angoscia provocata dalle claustrofobiche riprese in presa diretta che accrescono la suspence (REC). Il voyerismo al quale oggi tutti noi siamo sottoposti trova il suo massimo sfogo nella pellicola horror di Romero nel quale i protagonisti sono del tutto assuefatti dagli orrori della morte e incuranti del rischio preferiscono continuare a riprendere quasi compulsivamente che scappare. Ciò che sicuramente c’è da dire è che il film di Romero è sostanzialmente  un film indipendente che è prodotto con un budget limitato (nonostante l’ ottima fattura del trucco artigianale sembrerebbe non far pensare lo stesso) e che critica fortemente gli attuali teen horror che pur vantando di finanziamenti ben superiori finiscono per riproporre sempre i medesimi format comunicativi del cinema horror standard. In Diary of Dead c’è invece una voglia di evoluzione e di innovazione: la dimensione inscatolata che relegava i protagonisti in un’ unica location che poteva essere una casa, una soffitta o un supermercato qui trova sfogo in un on the road movie che fa attraversare ai suoi personaggi una Pennsylvania colma di svariati quanto differenti microcosmi rurali. L’ unico rammarico resta quello di non vedere mai decollare il quinto film della saga dei morti viventi di Romero. Ci scorre davanti gli occhi quasi come fosse un telegiornale, del quale passivi non possiamo che essere spettatori, anche se non sempre coinvolti emotivamente. La natura umana per Romero non è poi così differente da quella dei suoi zombies. Ognuno è comunque ossessionato da qualcosa. Chi spinto dall’ istinto di uccidere e mordere i vivi. Chi invece è maniacalmente preso dal documentare tutto, anche la morte.

diary-of-the-dead

(Riprendere tutto...anche poco prima di morire)

(Zombie artigianali ma verosimili)

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– Orphan – 2009 – ♥ e 1\2 –

di

Jaume Collet-Serra

Sembrerebbe che ancora una volta i bambini demoniaci o cattivi conquistano una pellicola Horror. Ma l’ apparenza inganna sembra volerci dire il barcellonese Jaume Collet- Serra, che in una Toronto dove nevica sempre e la perenne neve sulle strade sembra non provocare alcun problema alla guida spericolata delle auto canadesi porta in scena un enigma familiare che gioca sulla solita paura originata dall’ elemento deviante che mette a repentaglio le vite dei propri cari. E la “povera” orfanella Esther di devianze ne nasconde molte, ma soprattutto un segreto che una volta scoperto dagli spettatori toglierà ogni attrattiva al film. La coppia genitoriale Vera Farmiga e Peter Sarsgaard sembra non accontentarsi di avere già due figli, una dei quali problematica già abbastanza (affetta da sordomutismo dalla nascita), quindi decide di adottare una piccola orfanella che viene dalla Russia, dalle maniere apparentemente molto educate e con una passione per gli abiti  retrò. La telecamera del regista spagnolo si muove in maniera scontata in una casa stranamente isolata dal design ultramoderno riprendendo scene crudeli e fine a se stesse che sembrano avere come  unica ragione quella di riempire le due lunghe ore del film con attimi di truce suspence. La sceneggiatura non riesce a mantenere la credibilità in molti punti (in maniera inspiegabile la piccola figlia sordomuta si fida di lei per gran parte del film e in maniera altrettanto non credibile sembra più facile per l’ orfanella manipolare tutte le persone che ha intorno piuttosto che queste fidarsi reciprocamente delle proprie versioni dei fatti. Tutto si salva nel finale dove il fatidico segreto che Esther (interpretata dalla brava undicenne Isabelle Fuhrman) conserva risulta essere la parte migliore dell’ intera sceneggiatura. Il film ha dato sfogo nei puritani States a polemiche da parte di alcune associazioni infantili che hanno incolpato il film di scoraggiare l’ adozione dei minori. Personalmente non vi alcuna presa di posizione in merito nel film che sembra più volersi concentrare sulle dinamiche psicologiche che si creano all’ interno di una famiglia quando un nuovo componente ne distrugge l’armonia iniziale. E se non fosse per l’ infinito non realistico susseguirsi di eventi che soffocano una risata nell’ angoscia provocata dalla violenza di un gesto forse anche gli ottimi titoli d’apertura e titoli di coda avrebbero potuto far da contorno a un horror al cardiopalmo. Così non è.

( Io ti dico quello che devi fare e tu lo fai in barba a mamma e papà...)

( Quale segreto si cela dietro un corpo da bambina)

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