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Archive for the ‘Fantastico’ Category

– L’ Ultimo Dominatore dell’ Aria – 2010 – ♥ –

di

M. Night Shyamalan

Dove è finito “il sesto senso” di M. Night Shyamalan? Che fine hanno fatto le sue storie che volevan dare per intendere qualcosa che in realtà non stava accadendo? Sicuramente guardando questo film ce lo si può presto domandare, perchè L’ Ultimo Dominatore dell’ Aria segna la svolta al mondo fantasy del regista di origini indiane che si è reso noto per blockbuster come Il Sesto Senso o The Village. E’ l’ inizio di una sicura trilogia ispirata alla serie animata statunitense chiamata Avatar- La leggenda di Aang, ma finisce per essere solamente un grandissimo giocattolone visivo fatto di effetti speciali, arti marziali e allusioni buoniste. I personaggi sono delineati solamente a livello superficiale e si esprimono più per motti o frasi fatte, agli ordini di una sceneggiatura che si ripete molto spesso. Il protagonista Aang non è altro che un piccolo buddha in versione fantasy che si reincarna di volta in volta nel dominatore di tutti gli elementi vitali ( terra, aria, fuoco, acqua) e che sembra solo inizialmente non ricordarsi di questa sua missione salvifica che lo permetterà di ristabilire l’ equilibrio tra tutti gli elementi. Gli amanti delle arti marziali sicuramente non resteranno delusi da questo film che sicuramente unisce la magia degli elementi alla forza più semplice del karate. Se non fosse che tutta questa ostentazione di coreografie di lotta sono state già ben esibite in film più riusciti come la Tigre e il Dragone o Hero. Per non parlare poi del pupazzone volante che tanto ricorda quello de La Storia Infinita, anche quest’ ultimo ennesimo tentativo mal riuscito di incollare allo schermo quanti più ragazzi appassionati di quel genere di fantasy. Il regista sembra essersi decisamente smarrito, proprio come il giovane Aang, in una storia che spesso non sa precisamente dove voglia arrivare se non nell’ ostentazione di immagini ad alto tasso di effetti speciali ma decisamente fini a se stesse. Il film nonostante abbia goduto del massimo della sponsorizzazione negli States è stato un vero flop e di certo anche qui in Italia non credo possa avere una maggiore fortuna se non tra i gradimenti degli amanti dei film per ragazzi senza una trama consistente. Di certo non ci si poteva aspettare di più da un film comunque tratto da una serie animata ma vedere personaggi come Aang o la sua stessa nemesi Zuko ( il principe del regno del fuoco interpretato dal giovane protagonista di The Millionaire) liquidati con un semplice accenno alla loro complessità di fondo è qualcosa che presto relega questo film nel dimenticatoio per chi comunque da un fantasy pretenderebbe qualcosa in più.

( Piccoli Buddha delle Arti marziali crescono)

( Pupazzoni volanti alla riscossa)

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– The Twilight Saga: New Moon – 2009 – ♦ –

di

Chris Weitz

Sembra che tutto il mistero del college movie che la Hardwicke aveva sufficientemente espresso in Twilight in questo secondo capitolo della saga sia svanito nel nulla e che la favola romantica abbia preso maggiormente il sopravvento. Col primo film si era formata la coppia leone- agnello (Bella- Edward) che in qualche maniera funzionava, ma adesso per proseguire la storia c’era ovviamente l’ esigenza di allontanare i due piccioncini. E allora quale migliore opportunità se non quella di far si che la sempre più ingenua Bella sia corteggiata da un’ impavido e muscoloso licantropo? Si perchè la giovane agnellina sembra attirar su di sè ogni tipo di stranezza, ma soprattutto sembra essere la detentrice della pozione magica d’ amore in grado di farli innamorare tutti quanti. E anche quella che era la filosofia Twilight dell’ amore tra diversi, qui viene decisamente sopraffatta dalla filosofia “Emo” di una Bella sedotta e abbandonata che come reazione ricerca affannosamente il suicidio. La sceneggiatrice Melissa Rosenberg sembra non sforzarsi più di tanto, e facendo chiari riferimenti allo Shakespeariano “Romeo e Giulietta”, punta tutto sull’ amore romantico suicida, tramutando così l’ amore tra la giovane umana e il bel vampiro in un amore pronto a sfidar tutto pur di restar insieme, anche la morte. I vari dettagli che nel primo capitolo erano presenti, soprattutto nell’ esporre i vari personaggi, questa volta vengono del tutto dimenticati e anche la ricerca di Bella da parte della vampira Victoria assume toni decisamente improbabili (in quanto avrebbe potuto uccidere Bella svariate  volte). Tutte queste attenzioni vengono dimenticate con l’ unico conseguente interesse di introdurre il muscolosissimo Taylor Lautner, novello oggetto di gridolini più o meno assordanti da parte di schiere di rampanti teenagers. Ogni atmosfera drammatica viene liquidata sbrigativamente, come a voler di fretta raggiungere i momenti romantici dei dialoghi tra i tre protagonisti. Soprattutto le sequenze italiane ambientate a Volterra (in realtà Montepulciano), sono girate in maniera sbrigativa mostrando anche in maniera palese il reclutamento abbastanza grossolano delle comparse italiane ( es. le inutili sequenze degli incappucciati in piazza o i carabinieri assolutamente poco convincenti che si limitano a battere con le nocche sul finestrino dell’ auto che accede a una zona di traffico limitato). In definitiva sembra che questo New Moon sia stato costruito solamente pensando al successo del precedente capitolo e quindi dando per scontato che tutto questo si ripeta. Di fatto si è ripetuto, ma questa volta solo per le orde di teenagers in preda alle tempeste ormonali in subbuglio per il primo addominale scolpito. Vero è che non si può di certo dire che questo successo sia dovuto alla recitazione statica degli attori, incentrata solamente sulla loro prestanza fisica.  Come non si può neanche attribuire le ragioni di questo successo alla regia di Weitz che sembra limitarsi a seguire la piatta sceneggiatura e posizionare i suoi attori a favor di telecamera, aiutato anche da effetti speciali grossolani e dagli aspetti decisamente ilari.

( Come sei muscolosoooo!!)

( Edward non ce la fa contro i Vulturi di Volterra!! Che originalità!)

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– Alice in Wonderland – 2010 –  ♥ –

di

Tim Burton

A Tim Burton il successo ha dato decisamente alla testa. Ma a tal punto da pretendere di raggruppare tutte le sue maggiori opere in questo stravolgimento del capolavoro fantastico per ragazzi di Lewis Carrol. E non solo. Perchè questo Alice in Wonderland è in maniera evidente una produzione molto furba che sfrutta a suo uso e consumo la tecnologia 3D (peraltro poco visibile a parte alcune scene con lo Stregatto) e un apparato scenografico sicuramente ottimamente costruito per ottenere una certa e prolifica macchina da soldi per consumatori cinematografici di massa. Burton stravolge il romanzo di Carrol facendoci vedere un’ Alice non adolescenziale ma che sta per passare da quella fase all’ età adulta, che è già stata da bambina nel paese delle meraviglie e che ora da “quasi” adulta ha il compito finale di uccidere il potente paladino-drago della Regina Rossa “Capocciona” (Helena Bonham Carter). Tutto questo lo fa miscelando in maniera scontatissima personaggi freak delle sue opere precedenti, un Johnny Depp che è soltanto il surrogato misto di tutti i suoi precedenti “Deep-characters” e un’ eroina Alice tipicamente Disneyana che con tanto di corazza metallica affronta il duello finale in tipico stile Narnia. Tutti gli elementi tipicamente Burtoniani qui sembrano essere sfruttati ad uso e consumo delle più scontate parabole Disneyane che da anni ormai tempestano i grandi schermi di grandi e piccini. Quelle favole nelle quali vi è una eroina o principessa che ha un compito assegnato e che deve affrontare comunque nel finale, perchè è destinata ad esso e non gli è assolutamente dato cercare di interferire con il suo volere a questo destino già scritto. Da degli sceneggiatori che scrivono ormai i finali cliccando sul tasto copia e incolla del  proprio laptop. Per non parlare poi di come la Regina Bianca, impersonata da una inquietante e truccatissima Anne Hathaway, abbia la pretesa di interpretare una regina buona della Disney incentrando la sua recitazione, e quindi l’ immagine derivante, soltanto sul movimento ondulatorio delle braccia. Insomma questa Alice Burtoniana ha la pretesa di voler lanciare un messaggio più alla sfera adulta dei suoi spettatori, con quel messaggio finale di mai rinunciare ai propri sogni anche se si resta senza marito e famiglia, stravolgendo del tutto il messaggio originale di Carrol, che voleva comunicare i cambiamenti psicofisici dell’ ingresso in età adolescenziale. Ecco quindi ben manifesta in Alice in Wonderland quella tendenza, ormai di massa, che i film per ragazzi negli ultimi anni sembrano aver assunto (vedi la saga di Harry Potter o lo stesso Le Cronache di Narnia): quello di far crescere i ragazzi e catapultarli subito in scelte più grandi di loro, semplificando la complessità adolescenziale e sminuendola regalando a loro immaginari da adulti intraprendenti ed eroici (esplicativa la sequenza finale di Alice indipendente e giovane donna in carriera che salpa per la Cina in cerca di fortuna). Una creazione Burtoniana che visivamente suscita un piacevole impatto visivo è la Regina Rossa “Capocciona”, ben caratterizzata e tecnologicamente ben costruita a punto da risultare un vero piacere per gli spettatori. Il 3D applicato solo post riprese è una scelta voluta che apporta al film un’ immagine di libro tridimensionale ma che tutto sommato non appaga la vista degli spettatori, soprattutto se consapevoli di aver dovuto spendere una maggiorazione del prezzo del biglietto per la tecnologia a tre dimensioni. Insomma questo Alice in Wonderland è decisamente il punto più basso della carriera cinematografica del visionario Tim Burton che con la complicità della “deliranza” del Cappellaio Johnny (sequenza fastidiosa e totalmente senza senso) si avvia verso il suo “autunno” artistico.

( Castello Disney o Castello della Regina Rossa?
A voi trovar le differenze)

( Alice Paladina di Narnia...ma non era il Paese delle Meraviglie?)

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-Paranormal Activity – 2010 – ♥♥♥♥ –

di

Oren Peli

Paranormal activity è eccome un film dell’orrore. L’orrore che l’uomo può provare è particolarmente forte, autentico e reale quando non si può catturare la fonte dello spavento perché invisibile dunque impossibile da esaminare. L’unica cosa che conta per lo spettatore è di attendere a nervi tesi e continuare a vedere, aguzzare la vista nell’assenza di eventi che ogni volta che si materializzano valgono molto più di qualsiasi effetto speciale digitale o volto martoriato a mo’ di Esorcista. L’istinto umano davanti al terrore è la fuga, ma la protagonista del film, Katie, non può sfuggire in nessun modo poiché ha assistito ad eventi paranormali più o meno significativi per tutta la sua vita e in tutte le diverse case in cui ha vissuto, dunque noi insieme a lei concludiamo che il problema è dentro se stessa. Questa è la carta più vincente dello scarno plot di questo film che punta sul tema dell’ineluttabilità e della clausura. Qualche scricchiolio si può anche sopportare nella vita, ma non appena il padrone di casa, il fidanzato Micah, si presenta a Katie con una grossa videocamera intenzionato ad utilizzarla di notte come sorveglianza capace di testimoniare tutte le ore di sonno in cui non possono avere l’illusione di un controllo sulla situazione, le attività paranormali aumentano e si intensificano ogni notte di più. Ad alternare le notti passate nel terrore di qualcosa di indecifrabile, ci sono le tese giornate che la coppia passa discutendo animatamente fino ad arrivare ad insultarsi, perché non c’è sufficiente affetto o comprensione. Il fidanzato è preso dall’ebrezza di registrare e analizzare, mentre Katie più passa il tempo e più sta male. La notte si liberano le forze del male e l’essere sonnambula di Katie ad un primo momento, quando i due si rivedono, scatena ulteriori interrogativi e incomprensioni fra i due. A differenza di molti horror che comunque nel copioso spargimento di sangue, l’uso di musichine ad effetto e orripilanti trucchi sanguinolenti trovano la loro modesta ragion d’essere, in questo film tutto è giocato sull’assenza, il silenzio, il fuori campo. C’è anche una scena in cui viene chiamato un sensitivo, che però dice di non potersi occupare del caso di Katie perché esperto di fantasmi, mentre, a suo avviso, quello con cui Katie e Micah hanno a che fare è un demone, dunque devono rivolgersi a un demonologo… Il demonologo viene chiamato, ma quando giunge nella casa, l’uomo capisce che non è aria e li lascia piombare di nuovo nella loro terrificante solitudine. Ironia che si prende gioco del cinema gotico e d’esorcismo in cui tutto viene raccontato, spiegato, fino ad uccidere il mistero e la causa dei mali. Coi demoni senz’altro non si deve scherzare, che ci si creda o no, dunque il regista israeliano Oren Peli prende ispirazione dai migliori e decide di non incasellare il suo film in un genere specifico e di sottrarre all’occhio e alla mentre dello spettatore più elementi e informazioni possibili, per scatenarne la fantasia o per lo meno la potenziale inquietudine di fronte all’ignoto.I due protagonisti, che sono sconosciutissimi e bravissimi nel non recitare e nell’improvvisare tenendo a mente un probabile canovaccio minimale, come in Blair witch project sono scettici catalizzatori di immagini e rappresentano il vuoto esistenziale dell’America odierna, che solo nell’inconsulto abbandono al male trova soluzioni catartiche degne di attenzione e nota. Mi pare giusto informare il pubblico che la versione che circola nei cinema italiani adesso è riuscita a trovare una distribuzione dopo ben 4 anni ed è spaventosa, sì, nel finale, ma la versione originale che ha fatto storcere il naso a Spielberg lancia il film verso una prospettiva meno orrorifica e più da cronaca nera. La trovate a questo link, ma è altamente sconsigliato vederla, pare anche inutile dirlo ma meglio mettere le mani avanti, che vada visto dopo la visione del film in sala. Astenersi dal vedere il film negli orari pomeridiani assaliti da orde di adolescenti ormai diventati incapaci di rispettare il cinema e di vedere qualcosa che non sia un il loro i-phone.

(Una delle tante notte insonni)

(La tentazione finale dell'abbandono al male)

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– Dorian Gray – 2009 – ♥  –

di

Oliver Parker

Oliver Parker sceglie la strada di rielaborare il celebre capolavoro di uno dei pilastri della letteratura mondiale come Oscar Wilde. Decide di non “sminuirlo” allo straordinario manifesto della letteratura e dell’ ideologia edonista, ma di renderlo un vero dark con tanto di presenza demoniaca finale ed effetti speciali degni di un horror. La domanda è : era veramente necessario solcare tale strada per rendere onore al romanzo del celebre scrittore oppure si tratta soltanto di una trovata puramente commerciale per introdurre il personaggio letterario a un pubblico soprattutto giovanissimo? Sicuramente il budget dietro c’è e non è da poco (se si ricordano le frequenti pubblicità su Italia 1, la tv dei giovani a detta di Mediaset), così come anche c’è l’ evidente tentativo di soffermarsi in particolari edonistici non a caso in linea con quelli della nostra società (come i piaceri sessuali). Ciò che nel romanzo di Wilde quindi è sottointeso, nel film di Parker è sempre in bella vista e già questo basterebbe per far inarcare un sopracciglio a tutti gli estimatori del romanzo. Ma il punto è che si tratta di un film e quindi bisogna analizzarlo come tale. Ed è proprio nel film infatti che Parker decide di usare tecniche molto di moda e decisamente giovanilistiche come i frequenti usi del dolly o i frequenti cambi di location che hanno come scopo quello di allietare la bellezza della fotografia e delle immagini sminuendo del tutto la forza della storia. La confusione in effetti è frequente quando ci si sente sballottati da un bordello della Londra vittoriana all’ altro, passando da un teatro malfamato a una residenza vittoriana con una facilità estrema e senza il minimo di raccordo visivo. I personaggi appaiono più come delle figurine messe lì e usate solo dal punto di vista visivo e per nulla da quello introspettivo. La matrice omosessuale del trio Dorian-Henry-Basil qui viene sviluppata in maniera semplicistica relegando il pittore Basil al ruolo dell’ omosessuale attratto da Dorian, il personaggio di Henry (un salvabile Colin Firth) viene visto come la guida di vita e Dorian (un impostato Ben Barnes) che decide di sporcarsi l’ anima saltando da una gonnella all’ altra. Alla fine quello che resta sono soltanto scene un pò glamour di sesso che fanno invidia al migliore degli spot di Dolce e Gabbana, e una musica fastidiosissima che vorrebbe trascinare l’ intero film in una sorta di pomposo inno alla giovinezza. Come se tutto questo non bastasse a deturpare il ricordo del vero Wilde e a confondere quello dei più giovani profani del vero personaggio dell’ opera letteraria il finale viene reso in chiave decisamente horror introducendo effetti speciali così di cattivo gusto da far rammentare l’ inarrivabile mummia computerizzata dell’ omonimo film (La Mummia di Stephen Sommers). Insomma al modernità ha un prezzo sembrerebbe voler dire Oliver Parker. Ma decisamente a volte sarebbe meglio non doverlo pagare noi spettatori.

( Piacere secondo Parker: Sesso, Sesso e poi ancora Sesso)

(Somiglierò al vero Dorian?)

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– Parnassus – 2009 – ♥♥♥ –

di

Terry Gilliam

La relazione dell’ uomo con l’ immaginario e i mondi di fantasia sono da sempre stati dei temi cari al naturalizzato britannico Gilliam. Fin dai tempi di Brazil si evinceva la sua sicura attinenza al genere e la spiccata capacità del regista nel trasformare le immagini in infinite fantasie senza alcun freno. Ed è è proprio su questa enorme potenza visiva che si incentra l’ ultima “fatica” dello scomparso Heath Ledger. Immagini che creano un mondo di fantasia attraverso uno specchio nel quale è possibile scegliere non solo tra bene e male, ma soprattutto sulla vera qualità dei sogni: se desideri senza confini che porteranno alla rinascita o semplici soddisfazioni temporanee che porteranno a bruciare nel fuoco eterno. Lo sfondo è una Londra odierna avvolta da atmosfere cupe, tetre e ciniche le cui strade sono attraversate dal carrozzone itinerante del Dottor Parnassus che si esibisce accompagnato da un nano, una giovane donna e un ragazzo nel suo Imaginarium. Per anni il dottor Parnassus si è divertito a giocare con il Diavolo celato sotto le vesti di Mr Nick (un perfetto Tom Waits) che però adesso è pronto a riscuotere il suo pegno: Valentina, la tanto ambita sedicenne figlia di Parnassus. Terry Gilliam ha dovuto affrontare non pochi problemi nella produzione del suo film: il principale è stato ovviamente la prematura e tragica scomparsa del suo attore protagonista Heath Ledger che lo ha portato a dover modificare la sceneggiatura inserendo tre nuovi attori (Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrel). Quella della relazione tra spettacoli teatrali itineranti e mondo fantastico è stato un tema caro a Gilliam fin dai tempi de Le avventure del barone di Munchausen. Questa volta non si è risparmiato il regista americano naturalizzato britannico, dando sfogo ad un universo fatto di luci e colori maestosi e allo stesso tempo visionari e surreali si vola in universi in bilico tra la realtà e la finzione, tra la vita e la morte. L’ opera rimaneggiata è stata alla fine dedicata allo scomparso Ledger. I tre attori che si sono prestati a compensare la mancanza dell’ attore scomparso hanno devoluto i loro compensi alla figlia del giovane attore defunto. Mischia più volte le carte in tavola Gilliam lasciando allo spettatore la soluzione su quale realmente sia il senso delle visioni surreali del mondo immaginario di Parnassus. Resta il rammarico di non poter mai vedere quale realmente fosse il progetto iniziale di Gilliam di un’ opera che è in maniera decisamente evidente rimaneggiata e che seppur ben “rattoppata” dai “fasti” interpretativi del trio Farrel-Depp-Law ha proprio nella sceneggiatura, a tratti confusionaria, le sue più palesi lacune. Il mio personale dubbio è se questo ricorso ai tre attori sia stato realmente necessario ai fini del plot poichè almeno due tra loro sono protagonisti di bizzarre sottostorie che per quanto belle da vedere non risultano sicuramente necessarie. Decisamente alla fine si esce dalla sala un pò confusi: sia perchè le aspettative erano alte, sia perchè si è consapevoli che la morte di Ledger sarà la principale causa dei grandi incassi di questo film. La domanda è : sarebbe stato lo stesso successo se il premio Oscar per il superbo Joker di Batman fosse ancora tra noi nel nostro mondo reale? O il mondo immaginario del visionario ex Monthy Pyton avrebbe rischiato il dimenticatoio? Forse per i fan più accaniti di Gilliam non sarà così ma sicuramente non è lontano il ricordo del suo Brazil o dell’ ottima sua favola nera Tideland con i quali il genio creativo del regista americano si è forse confrontato in maniera più esaudiente. Insomma ai sicuri numerosi spettatori l’ ardua sentenza.

( Ledger davanti allo specchio dimensionale dell' Imaginarium)

(Parnassus ancora una volta sfidato dal Diavolo)

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– Ember il mistero della città di luce (City of Ember) – 2008 – ♥♥♥ –

di

Gil Kenan

Poco importa se il trailer di questo film che lo vende come la nuova fatica dello studio che ha realizzato il film de Le cronache di Narnia ce lo battezza come un fantasy per ragazzi. Pur la storia si concentri su di un’avventura-puzzle intrapresa da tre giovanissimi alla scoperta di ciò che si cela dietro i tanti misteri della cadente città sotterranea di Ember, alimentata artificialmente e messa al sicuro dall’estinzione umana (da cosa venga causata non si sa), la quale è ignara dell’esistenza del mondo, il piacere di vedere questo film risiede in una dedica particolarmente accurata alle luci e i colori, ad una scenografia mozzafiato realizzata da Martin Laing a Belfast nel set più grande del mondo (quello in cui è stato costruito il Titanic di Cameron, per intendersi), alla buona caratterizzazione e scelta di volti per i personaggi narrati originariamente nel romanzo della francese Jeanne Duprau. City of Ember trasuda di fantastici attori di grande esperienza (Martin Landau, Tim Robbins, Bill Murray) e di richiami estetici e non solo a 1984 (sia il romanzo Orwelliano che il film), Brazil di Gilliam, La città dei bambini perduti e Delicatessen di Jenuet e Caro… Per non parlare del più lampante richiamo al mito platonico della caverna. Si inciampa un po’ nell’evitabile creazione di qualche creatura digitale, ma sorvolata questa parentesi e la solita colonna sonora ridondante, la sostanza del film è di natura nobile. Il film non è puro intrattenimento e arrivederci, contiene soprattutto l’essenza della nostra vita, che spesso è conflittuale, in crisi e addormentata da mille comodità e vizi come Ember… I giovani protagonisti, interpretati da Saoirse Ronan e Harry Treadaway, sono convincenti e sembrano usciti appunto da un film di Jeneut. Il regista è Gil Kenan, un ragazzo londinese – ma con ovvie origini mediorientali – coraggioso, che dopo il debutto cinematografici in Monster’s house datosi nelle mani del produttore Tom Hanks e dei colossi d’attori sopra menzionanti, ha portato avanti un progetto discreto e originale.

(Beffardo infingardo sindaco di Ember, interpretato da un sempre ottimo Bill Murray)

(I due giovani protagonisti del film, Lina e Doon, interpreati dalla Ronan e Treadaway)

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