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Archive for the ‘Commedia’ Category

La parte degli angeli (2012) di Ken Loach

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Con la media di quasi un film l’anno negli ultimi 30, il regista inglese Ken Loach realizza il suo trentatreesimo film per il cinema e nonostante le sue settantasei primavere non pare affatto che la sua arte si sia logorata. Si affida alla sceneggiatura del suo tenente di lungo corso Paul Laverty, ormai giunti al trentennale della loro proficua collaborazione. Dopo “Carla’s song” del 1996 e “Sweet Sixteen” del 2002, torna nei sobborghi di Glasgow, stavolta non per parlare dell’immigrazione nel Regno Unito o della violenta generazione di sedicenni, ma per dare voce alla profonda disoccupazione giovanile, che per quanto si possa pensare c’é anche nel Regno Unito, perché la Scozia ne fa ancora parte. Forse per questo adotta la commedia come registro di questo fenomeno. Si potrebbe pensare ad un fiasco annunciato per quanto nei suoi film non mancano mai i toni di un’ironia sopraffina volta ad alleggerire le questioni sociali che racconta. Invece ecco che come un cavallo di razza inverte la sua narrazione senza però venire meno alla sua poetica. Ed é per questo motivo che “The Angel’s share” probabilmente non riceverà i più onorevoli premi della critica, ma sicuramente si instaura stabilmente tra le migliori opere della filmografia loachiana. Come sempre prende attori poco conosciuti al grande pubblico e li plasma al ruolo come un artigiano plasma le sue creazioni, anche se pochi poi dopo aver lavorato con lui riescono a fare il grande salto, come Peter Mullan visto in “My name is Joe” e Robert Carlyle di “Carla’s song” e “Riff Raff” (in questo le eccezioni sono due, visto che é l’unico ad essere stato scelto due volte da Loach per un ruolo da protagonista). A Loach non importa un fico secco avere un gran budget o un grande cast, ma raccontare quello che non va nel mondo, soprattutto nel mondo del lavoro. Stavolta prende dei reietti per la società, ossia dei ragazzi affidati ai lavori socialmente utili e affida loro il loro destino, cosa che a nessuno verrebbe in mente, probabilmente nemmeno al cinema. Invece imbastisce un commedia avvincente e, udite udite, a lieto fine. In una Scozia dove il lavoro scarseggia e i giovani – qui sono maggiorenni – non conoscono nemmeno i monumenti più importanti dunque le loro radici culturali (esilarante la scena dove il Castello di Edinburgo viene riconosciuto solo grazie alla pubblicità nei cartoni del latte), l’unica alternativa allo sbronzarsi quotidianamente e’ vendere droga o altre attività illecite. In questo contesto, la Storia viene loro in aiuto sotto le spoglie del prodotto nazionale scozzese, il whisky, che da par suo invece richiede un palato delicato e una cultura del prodotto non indifferente. Come sia possibile trovare un trait d’union tra le due parti divergenti, in pochi hanno la visione d’insieme per carpirlo, uno di questi é appunto Ken Loach. Dà una seconda chance ad una generazione impaurita senza un obiettivo che si annoda su se stessa e non può che essere dannosa e letale: il protagonista ha infatti ucciso un uomo. Come se volesse recitare il mea culpa per non aver concesso, quattordici anni prima, la grazia a Joe (“My name is Joe”), stavolta non assilla Robbie (Paul Brannigan) con estenuanti primi piani o dialoghi intrisi di realismo, ma lo lascia respirare e scazzottarsi, dandogli l’occasione di sbagliare e dunque crescere, come se ordire un piano degno de “I soliti ignoti” potesse riabilitare ogni errore di gioventù e colmare ogni lacuna sociale. Pertanto non fatelo scappare, siamo dalle parti del capolavoro.

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Birdman di Alejandro G. Iñárritu (2015)

Il solito film di supereroi, mi sono detto. Un altro regista messicano corrotto dall’industria hollywoodiana e dalla sua vanita’. Ho guardato meglio e non si trattava di un regista qualunque, ma di Iñárritu. Se in quattro anni non fai un film o sei in preda ad un esaurimento nervoso (e di idee) come Francis Ford Coppola in “Apocalypse Now” o il progetto richiede di essere mantecato a fuoco lento. Incuriosito da tutto questo, mi sono catapultato al cinema per sciogliere inderogabilmente ogni mio dubbio e sono stato ripagato. Si entra subito nell’azione diegetica del film, sin dalla prima sequenza, dove il protagonista e’ intento a dirigere la sua prima piece teatrale in attesa della prima a Broadway e fino alla fine non avra’ un attimo di tregua. Riggan Thomson (Michael Keaton) e’ un attore come tanti, che ha ottenuto fama e successo anni prima interpretando un supereroe dei fumetti al cinema, ma che non e’ riuscito piu’ a scrollarsi questo personaggio e questa etichetta di dosso. Ci prova mettendo in scena per una platea e una critica con la puzza sotto il naso, una piece teatrale del simbolo del minimalismo americano, Raymond Carver. Non pare molto preoccupato dai paragoni pesanti con questo grande autore, ma soprattutto e’ traviato dalla presenza e dalla voce dell’Uomo Uccello, che massicciamente ormai fa parte della sua vita, come un alter ego che prepotemente non cede terreno alla sua ostinata ricerca di espressione altra. Ed e’ proprio questa simbiosi dicotomica tra l’autore impegnato e l’Uomo Uccello, a travolgere Riggan perche’, anche opponendo una mirabile resistenza, non puo’ sottrarsi alla sua vera natura artistica. Per chi spera che il signor Iñárritu in direzione opposta al suo protagonista abbia girato un film piu’ “leggero” dei precedenti, come se sentisse il bisogno di realizzare qualcosa di diverso dalla sua filmografia, ne restera’ parzialmente deluso. Cambia l’approccio ma il risultato non cambia. Stavolta si serve di un’ironia spietata e amara, seppur a tratti esilarante, inoculandosi dentro e fuori i sogni e le paure di Riggan. Ogni volta che crede di aver “svoltato” viene bruscamente risvegliato dal suo alter ego (immaginario?), che lo mette di fronte alla sua autentica natura, tant’e’ che riduce allo stremo la distanza tra lo spettatore e la macchina da presa. D’altronde parliamo sempre di un backstage di uno show teatrale a Broadway! Coerentemente alla sua poetica Iñárritu non si risparmia neppure nella sua indagine esistenziale, mettendoci a tu per tu con l’angoscia e il dovere morale di essere accettato da un’elite che lo ripudia, in pratica accentuando all’iperbole il percorso che porta alla propria coscienza, non andando a torcere di una virgola il fil rouge iniziato con “Amores Perros”.

Naomi Watts interpreta un’ingenua attrice che deve ancora emergere, ovvero lo stesso ruolo che le ha dato la fama quattordici anni orsono in “Mulholland Drive” di David Lynch, film e registri filmici diametralmente opposti, ma entrambi ossessionati dall’indagine dell’autenticita’ del loro cinema. Mentre nel film di Lynch la Watts sta assistendo ad un concerto molto struggente, ma dove realizza che nessuno sta realmente cantando e suonando perche’ “No hay banda” (in spagnolo significa che non c’e’ l’orchestra, nessuna suona) come le viene comunicato, questo per simboleggiare quanto non importa che la rappresentazione sia autentica per scaturire autentiche emozioni e suggestioni. Il regista messicano, per tutta risposta, permette di improvvisare uno stupro on stage di Lesley (Naomi Watts) da parte del divo Mike (Edward Norton), per rendere ancora piu’ iperreale ed ipertangibile la messa in scena, quando appunto si tratta pur sempre di una rappresentazione teatrale.

Il ruolo di mattatore e’ affidato all’ottimo Michael Keaton, che avendo anch’egli un conto in sospeso con I supereroi hollywoodiani dopo aver interpretato il primo “Batman” di Tim Burton (praticamente il padre dei supereroi masticati e digeriti dalla mia generazione) non si risparmia nel regalare a Riggan un’iperumanita’ cristallina e scevra da ogni contaminazione che non prescinda da connotazioni autobiografiche. E alla fine, almeno lui, si affranchera’ in maniera mirabile da questo ruolo-etichetta.

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– Cose dell’ Altro Mondo – 2011 – ♥♥ e 1\2 –

di

Francesco Patierno

L’ idea alla base dell’ ultimo film di Francesco Patierno, Cose dell’ altro Mondo, è sicuramente interessante e oltre ad essere una commedia farebbe subito pensare a un intreccio fantapolitico. In effetti l’ idea di un Veneto , realmente “invaso” da immigrati che apportano forza lavoro e quindi produzione a una regione, non è molto distante dalla realtà. Francesco Patierno entra con il suo film in questa realtà mostrandoci come la ipotetica scomparsa della forza lavora data dagli extracomunitari al nostro Paese finirebbe per paralizzare il normale svolgimento della quotidianità. Ecco allora che senza spazzini o badanti, la sua visione dell’ Italia è quella di strade invase dall’ immondizia o di anziani in balia a loro stessi che vagano per le strade della città senza meta e senza alcuna assistenza. Questa allegoria sociale, della quale Patierno si fa portatore col suo film però non approfondisce il problema politico nazionale ma si limita solamente ad esternarne delle conseguenze superficiali e macchiettistiche. Il personaggio interpretato da Diego Abatantuono è poco più di uno stereotipo leghista, nordico e un pò sbruffone, ruolo che lo stesso attore in virtù del suo poliedrico passato non avrà avuto alcuna difficoltà ad interpretare. Anche il poliziotto romano un pò sfortunato e abbandonato dalla moglie, interpretato da Valerio Mastandrea, sembra non essere approfondito con sufficienza e viene decisamente salvato dalla bravura che lo stesso attore ha nell’ interpretare questo genere di personaggio un pò maldestro. Il personaggio paradossalmente che sembra più efficace è quello del tassista, interpretato dal molto veneto Vitaliano Trevisan, che sa bene esprimere quell’ ignoranza che spesso contraddistingue il nostro tessuto sociale razzista e che come unica via di sfogo ha spesso quello della violenza. Valentina Lodovini, al contrario, poco può fare di convincente nell’ interpretare il suo ruolo da maestra di ideali progressisti, e  oltre a sfoderare il suo sorriso e la sua notevolissima bellezza in pratica non riesce a lasciare un marchio evidente alla narrazione. La fotografia del film risulta spesso piatta non apportando nessun tipo di originalità al film. Sicuramente il regista ha voluto attraverso la commedia indagare un fenomeno molto attuale come quello dell’ immigrazione, ma il risultato è che nella sua commistione tra surreale e comico ne deriva uno sguardo un pò superficiale di quello che è questo importante problema nostrano. Anche il tema della gravidanza interrazziale finisce per diventare solamente un pretesto per l’ esplicarsi della storia d’ amore tra i due protagonisti interpretati da Mastandrea e dalla Lodovini, non indagandone mai a fondo la problematicità di integrazione. Non sono esenti alcune evidenti incertezze sul piano sceneggiativo, come la scena in cui Ariele (Valerio Mastandrea), appena dopo la tempesta notturna che fa scomparire gli immigrati, esce fuori di casa dapprima solo in biancheria intima; poi accorgendosi di ciò ritorna in casa, ma invece di prendere un qualsiasi paio di pantaloni (scelta che a quel punto sarebbe stata ovvia) , prende solo una vestaglia e torna fuori, pur sempre in mutande. Scelta che di certo strappa un sorriso nello spettatore, ma che risulta un pò poco credibile. Tipico esempio, questo film, di buona idea, ma non sviluppata in pieno.

( Un Abatantuono macchiettistico e razzista)
 
( In Vestaglia per strada...)

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Habemus Papam – 2011 – ♥♥♥ e 1\2

di

Nanni Moretti

Habemus Papam è un film double-face. Tipicamente morettiano, ma con qualcosa di quasi inedito rispetto alla filmografia del regista romano. Se nel Caimano ad essere protagonisti erano un produttore e una giovane regista e Moretti compariva per poco in un ruolo che non gli era del tutto nuovo se pensiamo al suo personaggio nel film di Luchetti Il portaborse, in Habemus Papam egli si mette nuovamente in gioco con uno dei suoi soliti personaggi, ma pur essendo ben presente, non è psicologicamente approfondito e pare del tutto subordinato e funzionale a quello del protagonista, il papa Michel Piccoli, che viene colto da un vero e proprio blocco che gli impedisce di accollarsi le onerose responsabilità da nuovo pontefice. Questo giustifica l’entrata in campo dello psicanalista Moretti e il germogliare di una vena da commedia che pervade sottilmente tutto il film. Numerose sono le scene in cui Michel Piccoli ha delle vere e proprie crisi di pianto (o comunque atti inconsulti) che ricordano vagamente certi scatti morettiani presenti in opere precedenti, ma questo papa non è una macchietta comica, tutt’altro. È un vero e proprio personaggio che cresce e che impariamo a conoscere durante i suoi “pellegrinaggi” a piedi per Roma, alla scoperta del mondo circostante e di sé stesso. Voleva essere un attore, ma la sorella era più brava e quindi gli è toccato il mestiere clericale. Questo lo scopriamo anche grazie a delle scene in cui egli parla con la moglie dello psicanalista Moretti, Margherita Buy, in un ruolo a sua volta psicanalitico insolitamente meno nevrotico del suo solito. La psicanalisi però in questo film è solo parzialmente affrontata, come del resto fu così ne La stanza del figlio. Viene persino messa in ridicolo, giustamente aggiungerei, quando Moretti parla della moglie fissata con il “deficit d’accudimento”. Il punto del film non è la psicanalisi. Il film è una sorta di parabola dai toni drammatici, che affronta il tema del blocco e della paura davanti alle responsabilità che derivano da un ruolo di grande potere come può essere il papato, ma contemporaneamente si sfocia in frangenti più classicamente da commedia con la gestione di personaggi “Vaticanesi” di contorno, che rimangono in piedi in una sorta di gioco-farsa fantasy all’italiana. Il campionato di pallavolo istruito da Moretti e il suo stesso personaggio, poi la compagnia teatrale, sono tutte emanazioni palesemente surreali generate dalla stessa crisi di coscienza del papa Piccoli. Al momento opportuno queste svaniranno e lasceranno posto al finale che ristabilisce i toni drammatici. Se il finale de Il caimano era contratto in una quindicina di minuti ed era una parafrasi fantastico-delirante della vicenda berlusconiana, Habemus Papam alla fine è tutto un delirio, ma per niente rabbioso o molesto nei confronti della chiesa o del pubblico. Il film è una sorta di follia lucida, che se fosse stata realizzata un po’ di anni fa, avrebbe fatto molto più scalpore e dato molto più fastidio. Adesso invece ha l’effetto di qualcosa che potrebbe graffiare, ma non lo fa, anzi, lenisce e riappacifica. Per questo il paragone fatto da molti critici con diverse opere bunueliane mi pare azzardato. Nulla da dire sulla bellezza del pezzo musicale di Mercedes Sosa che fa da colonna sonora portante per il film, ma anche questa sembra voler sottolineare ancora una volta che ormai Moretti non ha più voglia di arrabbiarsi, un po’ come il suo papa protagonista, un po’ come il Bellocchio de L’ora di religione, film che si potrebbe accostare non tanto assurdamente a questo, proprio per questa somiglianza di intenti, voler fare un po’ di guerra, ma allo stesso tempo fare la pace. Non sbilanciarsi mai troppo, anche dal punto di vista delle scelte registico-estetiche, che non hanno assolutamente alcuna rilevanza. Potrebbe benissimo essere una fiction da seconda o terza serata e non a caso il direttore della fotografia è Alessandro Pesci, uno che ha fatto diverse cose per la tv, compresa la serie Elisa di Rivombrosa. Il film necessita almeno una revisione con la coscienza di tutta la filmografia morettiana per rendersi conto che tutti gli elementi del film sono assolutamente voluti. Forse però sono un po’ troppi. Bastava quel Piccoli così incredibilmente calato nei panni di un papa spaurito e riluttante per farne un capolavoro. Solo per questo personaggio sicuramente Habemus Papam è un film da non perdere.

 ( Papa-Piccoli nel suo momento di terrore quando deve mostrarsi alla folla e salutarla.)

 
(Psicanalista pur di una vacanza dai suoi pazienti si approfitta della reclusione Vaticana per 
sperimentare metodi terapeutici sportivi che non potrebbe normalmente applicare.) 

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– Into Paradiso – 2011 – ♥♥♥ –

di

Paola Randi

Into Paradiso è un esordio cinematografico, quello della regista Paola Randi. Ma guardandolo si ha l’ impressione e la speranza, che il futuro della commedia italiana non possa essere solo spinto da interessi economici di botteghino ma anche dalla volontà di comunicare qualcosa di attuale come l’ immigrazione o la multiculturalità. E trattarla in chiave di commedia, come se questa fosse una realtà non necessariamente drammatica ma vitale, esattamente tanto quanto i conflitti generazionali o i problemi di coppia (entrambi temi gettonatissimi dalla moderna commedia italiana). La regista che viene da esperienze di teatro e da cortometraggi tratta l’ argomento dell’ immigrazione, infatti, come se fosse qualcosa di necessario nella società in cui oggi viviamo. Non a caso lo sfondo scelto dalla regista è quello di Napoli, una città da sempre dipinta come capitale della camorra e della malavita, ma nella quale la società multiculturale che vive al suo interno può rappresentare metaforicamente un vero e proprio “Paradiso”. I protagonisti di questo film (Gianfelice Imparato, Peppe Servillo e Saman Anthony) si incontrano tutti proprio in questo “Paradiso”, ognuno con esigenze diverse ma tutti a loro modo disposti a collaborare pur di venir fuori da una situazione di vita difficile. La parte iniziale del film purtroppo risente un pò di una certa lentezza narrativa e che in alcune sequenze (quelle dei capannoni camorristici) risente forse un pò troppo dell’ impostazione teatrale dalla quale Paola Randi proviene. Le prove degli attori, al contrario sono sempre convincenti e denotano una buona preparazione nella direzione artistica di questi stessi, anche sul cantante degli Avion Travel Peppe Servillo che sembra avere la recitazione nel sangue, in alcune convincenti espressioni facciali. Alcune scelte di sceneggiatura , come l’ innamoramento del protagonista Alfonso per la cugina di Gayan, sembrano essere un pò troppo pretestuose, soprattutto perchè si perdono poi nelle trame della narrazione principale e non trovano una reale esplicazione definitiva nel finale. Al contrario ciò che appare funzionare maggiormente in questa opera prima, oltre alle interpretazioni, sono le scelte sperimentali della regista, come i particolarissimi momenti di isolamento mentale di Alfonso, vissuti come dei veri e propri film mentali ai quali noi spettatori assistiamo. E ovviamente una lode va anche data alla scelta del difficile ma attualissimo tema che mescola, oltre alla questione multiculturale che ho già citato, anche la situazione politica italiana, fatta di una classe dirigente che pensa solo a “mangiare tutto” e di una situazione lavorativa di precariato che costringe un ricercatore di mezza età ad essere cacciato dal suo lavoro a causa del taglio ai fondi, e costretto a cercarsi una raccomandazione da un amico di infanzia lanciato nella politica. Si sorride nel film della Randi, senza mai però eccedere nella risata sguaiata, come a voler dimostrare che una commedia diversa può esistere, anche in Italia. E come Alfonso con la sua leggera metafora “biologica” ci rammenta, non può esistere una ricerca del proprio spazio vitale senza la volontà di ognuno di noi di trovare una strada per comunicare e cooperare insieme nonostante le differenze morfologiche (di etnia o colore della pelle), proprio come fanno le nostre cellule. Solo in questo modo potremmo vivere “into Paradiso”.

( Lettura degli Astri )
 
( Scacchi con Telenovelas)

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– Tutte le cose che non sai di lui – 2007 – ♥♥ e 1\2 –

di

Susannah Grant

Certo Catch and Release è sicuramente un titolo. Non lo è “Tutte le cose che non sai di lui” perchè lo rende già catalogato nell’ elenco infinito delle commediole romantiche americane piene solamente di miele, romanticismi scontati con qualche accenno volgare e un preponderante istinto nell’ azzerare la quantità di neuroni dei suoi spettatori. Ma tanto si sa che i nostri titolisti forse vogliono proprio questo da una commedia statunitense. Anche quando non è proprio così e, come in questo caso, ha decisamente molti elementi che la rendono sicuramente differente da quelle solite produzioni cinematografiche. Susannah Grant è alla sua prima volta dietro la macchina da presa, ma il suo passato da brillante sceneggiatrice ( l’ Erin Brockovich da Oscar è infatti opera sua) ed esperta di cinema si vede, infatti è capace di fotografare questa commedia dai toni romantici in maniera non scontata, dando un tocco indipendente all’ intero prodotto. Lo arricchisce infatti di riprese a spalla, alcune sequenze di frame ripetuti e lunghissime dissolvenze così da evitare di massificare la sua commedia con le centinaia sfornate annualmente dal mercato hollywoodiano. Non a caso questo film da noi in Italia è stato un semi-flop ed è stato tolto dalle sale dopo pochissimo tempo, caratteristica che può ben far capire quanto la grande maggioranza del pubblico italiano preferisca commedie prive di ogni genere di originalità e variante. Anche i personaggi sembrano costruiti meglio del solito e quasi tutti funzionano molto bene, se si fa eccezione di quello interpretato da Timothy Oliphant che è decisamente troppo chiuso all’ interno di quegli schemi da eroe bello e dannato. Jennifer Garner al contrario è decisamente adatta ed è in grado di donare al suo personaggio quella femminilità tipica data dagli sbalzi di umore e dai cambiamenti emotivi con ogni espressione del viso. L’ attrice si lascia poi andare del tutto durante la lunga sequenza della cena all’ aperto, delizioso momento in cui il suo monologo funziona molto bene, mettendo ben in risalto le doti della sceneggiatrice e regista Grant. Ultima nota non meno importante è la presenza di Juliette Lewis, azzeccatissima a mio giudizio, nell’ interpretare un personaggio al tempo stesso eccentrico,bizzarro e sensibile. In definitiva Susannah Grant dipinge un elegante ed alternativo quadretto di amici che in un non lungo istante di vita impareranno a conoscersi ed amarsi con una particolare attenzione ai dialoghi e alla tentazione di cadere nel facile baratro della banalità. Esattamente in sintonia con il messaggio che la commedia intende lanciare, guardando questo film non  si può che essere positivamente sorpresi.

(Frame Ripetuto)

( Cena delle rivelazioni in libertà)

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– Tamara Drewe – 2011 – ♥♥♥  –

di

Stephen Frears

Stephen Frears, dopo aver lasciato i merletti di Cherì e The Queen, torna in campagna e, ispirandosi alle omonime graphic novels di Posy Simmonds, ci racconta degli intrecci e tradimenti amorosi che hanno come sfondo un piccolo bed and breakfast e un piccolo gruppo di scrittori in cerca di ispirazione per la creazione dei loro romanzi. A “disturbare” la routine bucolica degli artisti è il ritorno della giovane giornalista Tamara (Gemma Arterton) che grazie all’ intervento del chirurgo sembra essersi trasformata da brutto anatroccolo in possibile musa ispiratrice degli incauti scrittori. Il fatto che Tamara Drewe sia un film ispirato da un fumetto si evince subito da come sono caratterizzati i suoi personaggi, quasi in maniera monodimensionale, senza alcuna sfaccettatura ma ritagliati nettamente secondo il ruolo che devono avere ai fini della storia. Troviamo quindi la protagonista dalle procaci apparenze e perennemente confusa tra i suoi amori, lo scrittore di romanzi gialli impenitente fedifrago o l’ adolescente annoiata dalla vita di provincia e in preda alle tempeste ormonali e le ossessioni per i giovani cantanti rock famosi. Questi personaggi pur costruiti intorno ad una struttura da commedia british si muovono sempre in maniera funzionale al meccanismo narrativo e al centro di quel conflitto di passioni che altro non vuole che proporre una satira sulla classe intellettuale inglese. I romanzieri intellettuali sono quindi tutti visti come degli inguaribili bugiardi e propagatori di un mondo tendenzialmente ipocrita dove le donne assumono un ruolo di vittime e gli uomini sono incapaci di dominare la loro attrazione nei confronti della menzogna. Il mondo messo in scena da Stephen Frears è interamente permeato dalla menzogna, vista quasi come una caratteristica inevitabile delle relazioni umane, ma affrontata dai suoi vari personaggi in maniera differente. La donna , ancora una volta, si trova al centro della narrazione di Frears, è il meccanismo stesso della narrazione, ciò che scatena gli intrecci e le relazioni umane. Non a caso l’ arrivo di Tamara nella piccola comunità agreste spezza quella pace e routine anche un pò noiosa che vigeva fino a prima di quel momento. Il potere femminino è visto quindi oltre che come fonte di ispirazione artistica anche come attrazione fatale e perdita di ogni razionalità per l’ universo maschile. Funziona anche il meccanismo di narrazione a catena, che partendo dalle azioni sconsiderate di due ragazzine è in grado di determinare e far cambiare i destini di tutti gli altri protagonisti della vicenda. Le velleità artistiche, le contraddizioni amorose e l’ umorismo brillante dei dialoghi spesso ricordano quelli presenti nella vecchia cinematografia di Allen seppur conditi in maniera molto più nera e cinica, atteggiamento tipico della cultura britannica. Non a caso la morte anche qui sembra trovare il suo posto, come un evento del tutto naturale che fa parte della vita, della commedia stessa della vita, esattamente come l’ humour e le passioni amorose.

( L' arrivo di Tamara accolto da uova...)

(...e dagli sguardi della comitiva del bed and breakfast)

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