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Archive for the ‘Commedia Nera’ Category

– Fratelli in Erba – 2010 – ♥♥ e 1\2 –

di

Tim Blake Nelson

Per me è inevitabile non iniziare a scrivere di questo film pensando alla solita attività pubblicitaria, dai fini stupidi e senza senso, che stravolge ancora una volta il titolo di un film forse perchè sarebbe stato poco politicamente corretto limitarsi a tradurlo fedelmente o semplicemente lasciarlo uguale all’ originale (Leaves of Grass). Nel nostro Paese dei divieti chiamare semplicemente un film “Foglie di Erba” sarebbe stato un rimando troppo diretto al taboo della droga e della marijuana, troppo anche soltanto per un titolo di un film. Per quanto però i nostri titolisti abbiano provato a sponsorizzare Fratelli in Erba come una commedia poco impegnativa non credo che l’ intenzione di Nelson sia stata proprio questa. La riflessione che infatti il regista pone è quella di ritrovare lo spirito poetico di Whitman in un’ America spaccata in due che non sa vivere con equilibrio la dualità di una legge troppo severa e punitiva e di un senso di libertà e passione fin troppo dirompente. Per introdurre a questo utilizza come protagonisti due fratelli gemelli, entrambi interpretati da un perfetto Edward Norton, che rappresentano queste due differenti facce della medaglia umana. Uno dei due è un brillante professore universitario di filosofia che ha abbandonato il suo accento del Sud e il suo passato familiare tragico alla ricerca di un più rigido sistema di vita; l’ altro invece è un delinquentello di provincia che coltiva marijuana biologica ed è costantemente diviso tra buone intenzioni e la tentazione del crimine. Si alternano quindi ordine e caos in questa tragicommedia dai toni più leggeri che drammatici, fino a culminare in un amaro epilogo nel quale il fato risulta l’ unico vero e proprio arbitro delle esistenze umane. Nelson però ha forse la pecca di tirare in ballo fin troppi elementi di riflessione come l’ impossibilità di rompere con i legami del passato o l’ antisemitismo e l’ infondatezza dei pregiudizi umani. Tutto questo finisce per essere tirato in ballo in maniera decisamente superficiale e non tocca mai l’ approfondimento che servirebbe. Edward Norton però riesce a mostrarsi il vero mattatore di questo film contrapponendo due ruoli molto differenti ma paralleli e dimostrando una notevole capacità recitativa nel cambiare repentinamente registro e stati d’ animo, cercando di non risultare mai caricaturale ma decisamente sempre originale ed eclettico. Interessanti le atmosfere da tragicommedia, che non faranno di questo film di certo un capolavoro memorabile, ma che di certo accompagnano durante i suoi centocinque minuti di durata. E perlomeno lo rendono differente dalle solite commediole statunitensi che arrivano in distribuzione nel nostro Paese.

( Due Facce della stessa medaglia)

( La Ricerca della passionalità)

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– Cyrus – 2010 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Jay Duplass & Mark Duplass

Imparare a convivere con la propria solitudine è un tema importante per gli esseri umani e lo è per i protagonisti di questa gradevolissima Dark Comedy statunitense: il divorziato John e il bambinone un pò troppo cresciuto Cyrus. John ( interpretato in maniera perfetta da uno dei migliori caratteristi del cinema americano John C. Reilly), anche se sono passati sette anni, non si è mai ripreso totalmente dall’ essere lasciato dalla moglie che per lui è ancora una confidente e amica. Molly ( una bravissima Marisa Tomei) piomba nella sua vita in maniera inaspettata. Entrambi sono alla ricerca di una relazione seria e profonda ed entrambi sono disposti a lasciarsi andare totalmente nel vivere l’ amore. Anche John e Cyrus in qualche modo sono accomunati: entrambi sono creativi (uno compositore musicale e l’ altro montatore) ma immaturi, ed entrambi vivono l’ amore in maniera  egoistica alla disperata ricerca di un’ affettività esclusiva tutta per loro. Un’ immagine quella dei due protagonisti che rispecchia quella della nostra modernità colma di personalità infelici costantemente alla ricerca di un’ affettività che spesso tarda ad arrivare. I due registi usano la macchina da presa quasi sempre a mano cercando veloci zoomate in stile documentaristico e cinema-verità che danno all’ intero film un’ impronta indipendente e sicuramente alternativa. Funzionano i dialoghi che al loro interno hanno sia la verve di una commedia che la sottigliezza più consona al drammatico. I dialoghi vengono arricchiti da una bella caratterizzazione dell’ emotività dei personaggi che sono ben espressi dagli sguardi degli attori, vero punto di forza del film. Forse tutto questo scade un pò in un finale che fin dall’ inizio appariva essere prevedibile, ma di certo lo spettatore lo potrà gradire perchè inserito in un contesto immagini\musica\recitazione decisamente più che appagante. Il paffuto Jonah Hill è decisamente bravissimo nel rendere il suo Cyrus a tratti inquietante sia per il suo sguardo che per i suoi mezzi veramente sottili nell’ accaparrarsi l’ affetto esclusivo della madre tentando di sbalzare fuori dal contesto familiare l’ ultimo arrivato John. Una regia che nelle immagini è totalmente al servizio dei suoi protagonisti e degli attori, lasciando ampio margine espressivo sia nell’ esternare le loro emozioni, sia ( da quanto è stato anche confermato dai due registi) nell’ improvvisazione di alcune parti della sceneggiatura. Il risultato è decisamente al di sopra della media se si considera il fatto che si tratta di un film low budget. Certamente c’è qualche stereotipo di troppo in talune scene ma lo straordinario cast riesce a far passare tutto questo in secondo piano, facendo della libertà espressiva cinematografica il suo vero punto di forza.

(Molly all' improvviso..)

( Ma l' amore di Molly è da dividere con quello per Cyrus)

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– Pulp fiction – 1994 – ♥♥♥♥♥ –

di

Quentin Tarantino

Notoriamente la difficoltà del cosiddetto critico viene quando si deve (o si vuole) recensire uno dei propri film preferiti. Pulp fiction, se fossi costretto a scegliere fra le varie opere di Tarantino, sarebbe senza alcun dubbio fra i miei cinque preferiti in assoluto, che mi porterei sull’isola deserta, o meglio ancora, che farei bruciare insieme al mio cadavere. E parliamo dunque di cadaveri. L’episodio centrale della storia molto semplice e solo apparentemente complessa di Pulp fiction è proprio l’incidente di percorso, se così si può definire, dei due sicari dipendenti di un nero malavitoso – Marcellus Wallace -, interpretati da un Samuel Jackson e un John Travolta in stato di grazia, che presi dai loro discorsi filosofeggianti e spirituali uccidono un innocente negro (‘nigga’) durante una discussione in auto sull’esistenza o meno dei miracoli, dunque di Dio. Il film è molto celebre, citatissimo, modello di riferimento per tutti i suoi successori, i suoi numerosi fan conoscono scene e battute ormai a menadito, ma forse ora è stato superato in fama dal più romanzesco e sguaiato Kill Bill. Lo si accetti o meno, Pulp fiction al di là del suo aspetto divertente e ludico, è un film di genere noir ma rivisitato in chiave più leggera, sarcastica direi. Storia d’ una manciata di uomini coinvolti nel crimine organizzato e delle loro compagne. Tutti coloro sono creature più o meno coscienti dell’insensatezza della loro vita. Cercano una fuga, un riscatto. Il male e nemico comune sembra essere Marcellus Wallace, un boss di colore che in una lunga scena convince il pugile interpretato da Bruce Willis a “mandare il proprio culo a tappeto” al terzo round per interessi d’azzardo. Ma il pugile tenterà di fregarlo e di scapparsene con la fidanzata francese a Bora Bora, la moglie Mia (Uma Thurman) lo tradisce e Jules il protagonista, vuole lasciare il mestiere e darsi al pellegrinaggio spirituale. La svolta di questa storia è piuttosto banale, ossia che nulla va secondo come era stato previsto, dunque gli incidenti vari che capitano ai personaggi sono pretesti di Tarantino e del suo co-sceneggiatore Roger Avary per calarli in situazioni estreme che metterano a dura prova la loro persona. Estrema è la violenza ed estrema sarà l’illuminazione finale che forse spingerà ognuno di loro al cambiamento. Ma solo forse, perchè il finale del film, anche se non pare, è estremamente aperto in quanto si chiude laddove avevamo iniziato, non dandoci grandi soluzioni su quello che sarà il futuro dei nostri eroi, nel bar dove avviene la rapina di Zucchino (Tim Roth) e Coniglietta (Amanda Plummer). Ma ritorniamo all’aspetto che, finite tutte le possibili e un po’ vacue analisi filmiche sui dettagli tecnici e sulla manipolazione temporale applicata dal montaggio anacronico del film, ad oggi rimane quello più interessante, ossia l’enigmatica valigetta misteriosa che irradia una luce dorata e affascinante. Che cosa contiene? Soldi o oro, aimè, non pare proprio e a sostentermi un po’ in questa teoria c’è pure il detto ‘non tutto ciò che è oro luccica’. Alcuni fanatici, forse non solo rispetto al film ma anche alla religione cristiana, hanno ipotizzato che la chiave per risolvere l’enigma risieda nella combinazione della valigetta, ossia 666, che è una serie numerica associata dalla comunità cristiana a Satana, ma in realtà fa riferimento alla “bestia selvaggia, terrena e imperfetta che è il governo umano”, così dice il testo biblico originale. Ma tornando al film per quello che è e che si manifesta, possiamo dire che l’insistenza su Dio, l’intervento divino, la Bibbia e il Demonio non si possano ignorare ma nemmeno attribuire come elementi decisivi per la comprensione della trama. Anzi, l’impressione che si ha in questo film e negli ultimi tre di Tarantino (Kill Bill 1/2 e A prova di morte), è che quest’uomo voglia divertirsi, come faceva Hitchcock, a prendere un po’ in giro il pubblico, a prendersi gioco. Infatti non ci è dato in alcun modo di sapere il contenuto della valigetta, l’elemento biblico rimane lì sospeso quasi a voler mettere la pulce nell’orecchio, e il dubbio esistenziale rimane vivo e intatto nei personaggi, che continuano (o non continuano) a vivere in quell’inferno americano pieno di gente simpatica ma un po’ pazza, sadica e crudele che è Los Angeles. Per carità, non scordiamoci la breve ma grandiosa performance di Harvey Keitel nei panni dell’azzeccagarbugli Mr. Wolfe, già presente nel precedente Le iene, ma anche tutto il resto del cast è favoloso e per questo forse il film, anche se ora è tardi, meriterebbe un riconoscimento per il migliore ensemble di attori mai trovato.

(Gara di Twist)

(Girl, you'll be a woman soon)

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– Louise Michel – 2009 – ♥♥♥ –

di

Gustave de Kervern & Benoît Delépine

L’essenza stessa del proletariato è quella di andare contro il padrone. Quella di non sottostare alle rigide regole che il padrone impone. Ma quando il padrone ti licenzia allora bisogna prendere dei provvedimenti, anche drastici. E’ questo il pensiero di un gruppo di operaie in preda alla collera per aver perso da un giorno all’altro e senza preavviso il loro lavoro in una fabbrica desolata di una altrettanto squallida provincia francese (Picardia). Cosa Fare? Louise,una delle ex lavoratrici che vittima del meccanismo del lavoro è stata costretta a cambiar sesso (da uomo a donna) per avere quel lavoro, ha una brillante idea quella di spendere tutti i risparmi delle dodici ex operaie come fondo per assoldare un killer che faccia fuori il tanto odiato padrone della fabbrica. Il grottesco killer Michel per una strana ironia della sorte ha come lei anche lui cambiato sesso per trovar lavoro (da donna a uomo). Aiutato da un immenso cinismo Michel, incapace di compiere in prima persona i delitti, si farà aiutare da malati terminali che nulla hanno più da perdere per compiere l’efferato atto. I loro due nomi prendono ispirazione dal nome di un’ anarchica femminista insegnante francese che si è contraddistinta per aver rivendicato l’uguaglianza tra uomini e donne sopratutto in merito ad educazione e a salari lavorativi. Attraverso una regia semplice che usufruisce quasi sempre di inquadrature fisse i due registi sono abili a delineare delle atmosfere cariche di cinismo che fanno dei due personaggi due miserabili vittime di un capitalismo ormai imperante che li ha resi schiavi del lavoro per vivere. Benoît Delépine e Gustave Kervern ribaltano la scontata realtà nella quale il capitalista è padrone non solo delle sue fabbriche ma anche delle vite e dei salari dei suoi operai costretti a subire tutto e portano sullo schermo una grottesca possibilità nella quale quest’ultimi tentino di ribellarsi alla sua tirannia seppur in maniera grottesca. E anche se la società e il mondo che sembra circondare i due protagonisti sembra remare in tutti i sensi al contrario loro troveranno il coraggio di ribellarsi, seppur in maniera anarchica, per ritornare a potersi sentire vivi in un mondo che li aveva condannati a sopravvivere da emarginati. E anche se prigionieri potranno conoscere finalmente l’amore e il senso di libertà di espressione di sè stessi che questo sentimento dona anche se si è costretti a vivere in una “prigione”.

( La desolazione della fabbrica di Louise)
( Alla ricerca del padrone da sopprimere)

Pubblicato su Cineocchio

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– Odgrobadogroba – 2008 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Jan Cvitkovic

Sulle note di “I will Survive” suonate da una banda tutta in stile “Kusturikiano” inizia e si conclude questo film. Ed è appunto di sopravvivenza , di vita e di morte che si parla in questo film. D’altra parte Odgrobadogroba in sloveno vuol dire “di tomba in tomba”. E’ quello che fa Pero, il protagonista di questa vicenda attorno alla quale ruotano i suoi familiari , il suo migliore amico Shooki e Renata, la ragazza di cui è innamorato. Pero si guadagna da vivere  commemorando con discorsi poetici i funerali dei defunti del luogo.  Ogni personaggio ha una propria evoluzione intimistica e lenta che si svolge durante il primo dempo del film. Infatti proprio i ritmi del primo tempo sono molto più lenti e servono a farci entrare nelle atmosfere di vita di questa famiglia slovena. A meglio farci comprendere il dolore del padre di Pero per la scomparsa della moglie e la sua solitudine che sfoga attraverso tentativi di suicidio con metodi piuttosto “casarecci” e talvolta buffi che però mai vanno in porto. Ci introduce gli amori ostacolati di Pero e Renata ( con un padre possessivo e severo) e quello di Shooki e della sorella sordomuta di Pero. Durante il secondo tempo  il film cambia radicalmente ritmo e l’evoluzione dei personaggi prende forma. E non solo. Si sviluppa il senso poetico del film, la positività dei protagonisti nei confronti della vita nonostante tutti i tragici avvenimenti e il ritrovo del sorriso anche nei momenti nei quali questo sembra essere svanito del tutto. E allora ecco che proprio durante il secondo tempo troveremo scene molto violenti e forti che però avranno poi un’ evoluzione più dolce e romantica. Per concludersi in un finale dannatamente poetico nel quale anche la morte sembra acquistare un significato ironico ma struggente al tempo stesso. Musica, vita, morte ed emozioni che dal riso vengono sovvertite in un istante in pianto si mescolano tutte insieme fino a creare la vera e propria linfa vitale di questa “opera” balcanica.

(La sorella sordomuta Ida prima di un tragico avvenimento)
(Pero elogia un defunto con un suo sermone)

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