Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘Biografico’ Category

– La Fine è il Mio Inizio – 2011 – ♥♥♥ –

di

Jo Baier

Prima di iniziare, vorrei ricordare che Jo Baier è un regista tedesco e questo film biografico, pur avendo all’ interno del cast due straordinari attori come Bruno Ganz ed Elio Germano, è una produzione italo-tedesca. E lo si vede, perchè altrimenti, da soli, noi italiani ne avremmo sicuramente fatto una fiction televisiva. Abitudine ormai divenuta consona nel nostro paese quando si vuol trattare una biografia. Per essere precisi non si tratta di una vera e propria biografia ma di un dialogo, l’ ultimo, di un padre con un figlio. Un dialogo che intende essere un testamento di vita, un insegnamento, ma più semplicemente un atto di condivisione e conoscenza del proprio percorso e delle proprie esperienze di vita. Viene subito da dire che non era facile, con un solo film, riuscire ad estrapolare l’ intensità di un racconto di vita che Tiziano Terzani decide di narrare al figlio prima di morire. Era quindi difficile riuscire a fare un’ attenta scelta dei dialoghi che più riuscissero a trasmettere allo spettatore lo spirito di un giornalista che ha vissuto la guerra in Vietnam e la fine del regime comunista sovietico, e diventato infine soltanto un uomo alla ricerca della sua spiritualità interiore. La sceneggiatura del film è infatti costruita quasi interamente sui dialoghi che cercano per quanto più possibile di restare quelli delle registrazioni originali del figlio Folco Terzani. Non vi è quindi nessuna enfatizzazione della narrazione, che poteva essere apportata da flashback sulla vita dell’ uomo Terzani, ma il regista e lo sceneggiatore Ulrich Limmer si limitano a voler trasmettere lo spirito di quell’ uomo che divenne Anam, il senza nome. A metà tra una narrazione obiettiva dei fatti e quella che invece ci mette pareri personali, il personaggio di Tiziano Terzani, interpretato da un perfetto (nel dolore, quanto nell’ intensità del messaggio) Bruno Ganz, riesce ad imprimere negli occhi e nel cuore dello spettatore un racconto complesso che nella narrazione del libro risultava essere evocativo di immagini e sentimenti di vita. Bruno Ganz è in definitiva capace di donare al suo personaggio quel giusto equilibrio di una persona che non era assolutamente un santone new age o un buonista, ma soltanto un essere umano alla ricerca di sè stesso e dei grandi quesiti esistenziali dell’ essere umano. E’ quindi un film evocativo questo La fine è il mio Inizio che sceglie di dare meno valore alla potenza delle immagini e molto più a quella dei dialoghi, caratteristica che cinematograficamente parlando, e non solo, sembra stiamo perdendo sempre di più, soprattutto in Italia. Anche Elio Germano, con la naturalezza che ormai gli è consona, restituisce credibilità e sincerità, al personaggio di Folco, un figlio in ascolto di un padre  tanto diverso ma al tempo stesso tanto uguale a lui, della quale vita è stato spettatore silente per più di trent’ anni. E’ quindi la semplicità della narrazione che più colpisce nella mano registica di Baier. Una semplicità in grado di cogliere anche la conflittualità tra padre e figlio attraverso l’ impetuosità di alcune parole sentite, senza eccedere, senza enfatizzare, ma restando solamente autentici. Se ci si aspetta da questo film l’ epopea di una vita vissuta al massimo, la maestosità delle immagini è meglio non apprestarsi a vedere questo film. Ma se invece si deciderà di prestare orecchio ai dialoghi, mettendosi in contatto con la propria personale capacità di immaginare con la propria mente tutto quello che c’è dietro ad esse, sarà difficile non restare coinvolti da La Fine è il mio Inizio. Perchè infondo ci riguarda tutti da vicino.

( Ogni essere vivente è dotato di occhi)

( Inizio di un dialogo finale)

Read Full Post »

– Il Discorso del Re – 2011 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Tom Hooper

E’ raro oggi trovare un film  capace di racchiudere al suo interno contenuti che fanno parte della storia, trattandoli con una rara cura che porti lo spettatore ad immedesimarsi con le emozioni dei suoi protagonisti. La balbuzie di Re Giorgio VI (Colin Firth) diventa quindi, non soltanto un problema comunicativo ma è l’ origine di un profondo senso di inadeguatezza del suo personaggio chiamato a causa dell’ imminente inizio della Seconda Guerra Mondiale a rappresentare il leader istituzionale di un’ Inghilterra ormai futura preda dell’ Asse di Hitler. Il protagonista Colin Firth ( candidato all’ Oscar 2011 come miglior attore protagonista) è impeccabile nel suo ruolo riuscendo a manifestare un personaggio  impacciato e ingabbiato nel ruolo di chi vive uno squilibrio comunicativo che ha radici interne originate da un’ educazione molto repressiva. Il regista Hooper delinea un momento delicato della storia britannica nel quale non è solo l’ imminente ingresso in guerra a essere protagonista ma anche l’ evoluzione dei mass media e l’ avvento della radio come mezzo di comunicazione che è in grado di restituire al popolo un ritorno auditivo, e quindi un contatto con l’ autorità monarchica che rappresenta la Gran Bretagna. Una radio che diventa simbolo di unità nazionale ma che si cela dietro un microfono che per chi è balbuziente come  Re Giorgio VI diventa un enorme mostro che catalizza la sua attenzione paralizzandolo. La sceneggiatura, scritta da David Seidler, che ha sperimentato la balbuzie sulla sua persona, essendo diventato balbuziente da bambino durante la guerra, è misurata e mai superflua. E’ costruita molto sulla relazione tra il re “Bertie” e il suo terapeuta\logopedista, interpretato superbamente da Geoffrey Rush, e sul lento processo che condurrà il paziente reale a venir fuori dalla sua nevrosi blindata dietro ricordi dolorosi d’ infanzia e una rigida impostazione dettata da formali buone maniere. Ecco che allora diventa fondamentale guardare questo film in lingua originale per gustarsi pienamente la bravura dei due attori durante i loro siparietti colmi dell’ essenza del conflitto di classe, ma anche per apprezzare la bravura di Colin Firth nell’ interpretare i suoi momenti di spasmi otorinolaringoiatrici e le sue interruzioni fonetiche con immensa credibilità visiva e uditiva. Interessanti sono poi anche le riprese a mano delle quali Hooper si avvale per trasmettere l’ ansia del suo protagonista allo spettatore, senza però mai eccedere ma limitandosi ad essere prerogativa solo di quegli stati d’ animo. Sapienti sono anche le scelte di alcune inquadrature che spesso tengono il protagonista Colin Firth ai margini di essa, rappresentando perfettamente i suoi stati d’ animo, o anche l’ utilizzo frequente di riprese dal basso o le deformazioni del grandangolo. Il Discorso del Re è un film che al suo interno è un manifesto di quella che è stata la fine di un mondo fatto di formalismi e l’ inizio (proprio grazie l’ avvento dei nuovi mass-media) dei favoritismi nei confronti di coloro che sanno come parlare alle persone in barba alla qualità e alla sostanza delle loro parole. Emblematica è infatti la sequenza nella quale lo stesso Re Giorgio VI pur non comprendendo ciò che il suo futuro nemico Hitler dice durante uno dei suoi discorsi ne rimane impressionato constatando che “sembra saperlo dire piuttosto bene”. Un film quindi sulla forza della parola nella comunicazione di massa, ma anche un’ opera che non dimentica di mettere in luce che l’ empatia e la fiducia reciproca è una prerogativa essenziale per chi vuole affrontare i suoi problemi non chiudendosi rigidamente in sè stesso.

( Prima prova di registrazione)

( Il Discorso finale del Re)

Read Full Post »

– Vallanzasca. Gli Angeli del Male – 2011 – ♥♥ e 1\2 –

di

Michele Placido

Certo è stato facilissimo tentare di boicottare questo film. Additarlo come un film che esalta la criminalità o che mette in luce eccessivamente un criminale che ha provocato lutti e dolori rendendolo una star. E’ però molto meno facile comprendere che nessuna persona di buon senso giudicherà positivi o metterà in discussione mai l’ efferatezza dei delitti al solo riconoscere che anche i criminali possano avere un’ etica personale o delle emozioni (seppur discutibili). Il Cinema è fatto per raccontare storie e queste tante volte possono parlare anche di tragici avvenimenti delineando anche personaggi che abbiano caratteristiche un pò borderline e che non necessariamente siano ovvi. Non può esserci un cinema fatto solo di risate, personaggi leggeri e tagliati con le cesoie o si rischierebbe di catalogare la Settima arte entro dei limiti che  un’ attività creativa come questa non dovrebbe avere. Ma scendiamo nei dettagli di questo ennesimo “film criminale” di Michele Placido. Dopo il suo Romanzo Criminale, il regista pugliese, torna a fare un film su una banda criminale, quella della Comasina, scegliendo però questa volta di non dirigere un’ opera corale ma incentrando quasi tutto sul carisma di Kim Rossi Stuart e sul personaggio di Renato Vallanzasca. E forse questo aver scelto di consegnare le speranze del suo ultimo film solo sull’ interpretazione di un bravissimo attore come Rossi Stuart è stata la sua più grande condanna. E’ infatti evidente come il personaggio di Turatello interpretato da Francesco Scianna o quello del gangster un pò isterico e tossico interpretato da Filippo Timi siano delineati in maniera grossolana e superficiale, facendo risultare il primo decisamente scialbo e il secondo un pò troppo enfatizzato e macchiettistico (seppur il bravo Timi è bravo nel regalare ansia e drammaticità al suo personaggio). Al contrario, Kim Rossi Stuart, che ha anche collaborato con la sceneggiatura e ha vissuto a stretto contatto con il vero Renato Vallanzasca prima delle riprese, riesce a dar vita a un personaggio che fà della sua vanità una caratteristica primordiale del suo carattere, ma che oltre al suo carisma mostra anche una buona dose di autolesionismo. Quello che manca del tutto a questo film ( e che invece non mancava affatto in Romanzo Criminale) è l’ inserimento dei crimini che la Banda della Comasina compie all’ interno di quel determinato contesto socio-politico, caratteristica che questa volta fa mancare quella contestualizzazione che nel film precedente era un vero punto di forza. Tutto sommato è evidente che questa volta Michele Placido abbia voluto seguire una linea decisamente diversa ispirandosi a quel Nemico Pubblico con Vincent Cassel che solo un annetto fa ha stupito molti spettatori. Ecco quindi che ciò che risalta maggiormente sono le caratteristiche istrioniche del bel Renè, che ama le belle donne, il sesso e che ha un carisma che gli frutta decine e decine di ammiratrici pur essendo all’ interno delle mura di un carcere. Il montaggio del film è vorticoso e spesso accelerato così da rendere le due ore del film veloci e godibili anche se spesso carenti di raccordi su ciò che sullo sfondo accadeva. Tutto è incentrato sulle reazioni di Vallanzasca agli eventi e l’ intero panorama che lo circonda assume quindi solamente uno sfondo nel quale il suo personaggio è libero di esprimere il suo lato oscuro e il suo lato umano. E questo suo continuo sfogarsi è maggiormente fisico, lasciando come conseguenza naturale, poco spazio alla costruzione della sua interiorità o ai significati veri delle sue scelte criminali. Un personaggio sbruffone e narcisista che più che fermarsi a pensare preferisce agire. Tutto il contrario de Il Freddo di Romanzo Criminale. Era sempre Kim Rossi Stuart allora, sempre bravissimo, ma con il vantaggio di avere avuto un regista che aveva deciso di curare i background emozionali maggiormente, piuttosto che l’ adrenalina delle immagini e delle azioni. Una scelta quella di Placido, forse più di moda, ma sicuramente molto più grossolana.

( Il Bel Renè agli inizi della sua carriera criminale)

( Un Filippo Timi fuori controllo)

Read Full Post »

– Nowhere Boy – 2010 – ♥♥ –

di

Sam Taylor-Wood

Sam Taylor-Wood, alla sua opera prima, decide di costruire un bio-pic  che non sia scontato sul maestoso John Lennon. Non ci spiega quindi come abbia fondato quello che poi diventerà uno dei gruppi entrati nella storia del Rock mondiale, ma decide di narrarci le prime turbe da teenager di un giovanissimo Lennon in conflitto tra due importanti figure della sua vita. La vera mamma, Julia (Anne-Marie Duff), che lo abbandonò quando era ancora un bambino e la zia Mimi (un’ arcigna Kristin Scott-Thomas), che si è presa cura di lui in maniera un pò troppo rigida. Questa storia sull’ adolescenza di Lennon è stata ispirata dal libro scritto dalla sorella del noto cantautore Julia Baird (Growing Up with My Brother John Lennon) e ci evidenzia un giovane John perfettamente inserito in quella generazione ribelle britannica che emulava miti come Elvis Presley e il loro look dai capelli impomatati di brillantina. E forse è proprio questo volerlo rendere meno speciale di quello che invece poi Lennon è diventato ad essere il vero limite di Nowhere Boy. Infatti i toni e le sequenze del film finiscono per diventare fin troppo statiche e banali. Anche la recitazione del protagonista Aaron Johnson è decisamente al di sotto le aspettative e non permette di delineare, come forse il film avrebbe meritato, l’ introspezione psicologica del personaggio Lennon in balia ai conflitti Edipici e ai primi turbamenti sessuali giovanili. Al contrario le due protagoniste femminili sono molto brave ( Kristin Scott Thomas in maniera particolare), a tal punto da rubare la scena al vero protagonista di questa biografia giovanile. Cosa resta quindi di un bio-pic quando quello che dovrebbe essere il vero mattatore viene totalmente oscurato da tutti i suoi con-primari? Quel che accade è che la storia scivola via in maniera piatta e anche quelle idee che sembravano potenzialmente esser buone, risulteranno essere banali rivelando all’ intero film delle atmosfere scontate da filmetto di serie B. Certamente godibile e con certi picchi, soprattutto nel finale, notevoli, ma pur sempre nella media. Resta al di sopra della media la colonna sonora, senza dubbio scelta con cura, perchè non include alcun pezzo degli originali Beatles, ma solamente quelli che erano i  grandi successi rock di quegli anni e i primi ruspanti brani di Lennon e la sua prima band adolescenziale. La regista Sam Taylor-Wood veniva da un passato da artista concettuale come fotografa e videortista, ma ha voluto riservare per il suo esordio cinematografico qualcosa di nettamente più lineare e “normale”. Il non aver osato fidarsi della sua concettualità forse è stato il suo maggior difetto in Nowhere Boy.

( Lennon e il suo complesso Edipico)

( Un giovanissimo Paul McCartney introduce Lennon ai primi accordi)

Read Full Post »

– The Social Network – 2010 – ♥♥♥ e 1\2

di

David Fincher

 

Il film The social network ha il merito di essere stato realizzato ineccepibilmente grazie a un regista, David Fincher, che al look e l’atmosfera dei suoi film ci tiene molto. Il curioso caso di Benjamin Button, con l’aiuto di un racconto geniale di Fitzgerald a dare l’ispirazione, si è aggiudicato la definizione di capolavoro. Con The social network si cavalca più modestamente l’onda di un successo planetario come Facebook per raccontare una storia che, ammettiamolo, al fine del godimento di questo film ci dovrebbe interessare il giusto scoprire se sia vera o meno. Non a caso è tratta da un romanzo di Ben Mezrich, che a sua volta è ispirato alla realtà… Due amici, un ispanico e un ebreo fortunati di essere nell’università di Harvard, fanno centro grazie al loro genio informatico-matematico e fondano il social network che tutti conosciamo, ma entrambi sono soli e senz’altro vogliono una donna e qualcosa di più, quindi fanno a gara a chi è più stronzo e furbo. Con le donne finisce che entrambi fanno un buco nell’acqua e anche con Facebook, non appena capiscono di avere in mano un affare da diventarci stra-ricchi, ne combineranno varie. Solo alla fine, dopo esser passati per una travagliata battaglia legale, si riuniranno e capiranno i propri errori (questo lo si avverte in tutto l’atto finale, ma la riunione ci viene informata dai titoli e non dalle immagini del film, quasi a voler raffreddare il tutto per non cadere in sentimentalismi). In mezzo a tutto questo caos, ci sono cose interessanti, come ad esempio il paradosso che ha dato origine al social network, ossia che Mark Zuckerberg – interpretato dal giovane e decisamente più bello Jesse Eisenberg – abbia inventato qualcosa che “dovrebbe” facilitare i rapporti sociali, quando lui invece, cosa tipica dei geni, si rivela pressochè incapace di avere dei rapporti sociali. Adesso che è il miliardario più giovane del mondo, si sentirà ancora più solo o forse è riuscito a risolvere tutti i suoi problemi? Di sicuro ha trasmesso la sua passione per il computer e il virtuale a milioni di persone, che ne sono diventate dipendenti… Abbiamo naturalmente il tema della tentazione, della corruttibilità, dunque la perdita dell’innocenza. Quindi per certi versi il film assume i connotati di un romanzo di formazione, puntato alla predica della preservazione dell’amicizia nonostante tutto, specie quando mancano altri affetti sentimentali (curioso e interessante anche che i genitori dei due protagonisti in questo film non figurino mai e che le donne ricoprano solamente un ruolo di puro desiderio possessivo). Tutto il resto è un non troppo gradevole ritratto dell’odioso ambiente delle tipiche università elitarie americane piene di ricchi figli di papà e, successivamente, quando il social network decolla, del mondo frenetico, spietato e senza regole del business odierno che punta tutto sul web e le innovazioni. Ma ciò che più penalizza il film è una sovrabbondanza di tecnicismi dell’informatica avanzata che solo dei secchioni di questo settore possono veramente capire e cogliere. Io utilizzo Facebook, soprattutto per svago. Ho a che fare con i computer da molti anni, ma ci sono delle parti, specie all’inizio del film, che propongono al pubblico una valanga di termini che non diranno nulla ai più, specie perché nell’originale vengono recitati a ritmo sostenuto e quindi nel doppiaggio diventano una informe lista senza anima. Considerato ciò, il film potrà entusiasmare e soddisfare a pieno gli esperti di computer e internet, e tutti i genietti in genere, mentre invece attirerà un po’ ingannevolmente un pubblico giovanissimo, che troppo spesso fa un uso improprio di Facebook confondendo il virtuale con il reale. The social network riesce comunque, non so quanto volontariamente, a ridicolizzare tutti questi aspetti e superata la prima parte che vede nascere il fenomeno, si focalizza sul deteriorarsi dell’amicizia reale fra Mark e il suo socio Eduardo. Nulla da dire sugli attori, che sono in parte, ma non spiccano un gran che, se non la pop-star Justin Timberlake (già apprezzato in Alpha dog) in un ruolo da vero pescecane del business internettiano che sembra ritagliato apposta per lui e qualche anziano dal volto non nuovo. La struttura narrativa a salti fra presente e passato funziona. La fotografia sposata all’uso della Red One camera gioca tutto sul contrasto fra tonalità calde e luminosità ridotta al minimo. Questo va ad enfatizzare il senso – anche climatico – di freddo e di morte nell’anima. La colonna sonora non è invasiva, ma funziona, grazie ad una felicissima collaborazione fra moderni maestri dell’electronica e l’industrial come Trent Reznor e Atticus Ross. Ma dov’è finita quella bella canzone che si sente nella presentazione pubblicitaria del film? Le tinte noir si addicono di certo al cinema di Fincher, che trasuda forse un po’ troppo di figure maschili, escludendo appunto il penultimo lavoro “Benjamin Button”, in cui il ruolo di Cate Blanchett è di notevole rilievo. Quindi speriamo che il suo ardito remake in attuale produzione dello svedese Uomini che odiano le donne riesca nell’ardua impresa di fare ammenda su questi punti.

(Prima scena del film, lei dice a Zuckerberg che è uno stronzo, 
ma lui è un genio dell'informatica vendicativo da non sottovalutare affatto...)

(Lui si invece che è uno stronzo e Justin Timberlake lo fa benissimo!)

Read Full Post »

    Locandina La Nobildonna e il Duca

    – La Nobildonna e il Duca – 2001 – ♥♥♥♥ –

    di

    Eric Rhomer

Dopo un periodo di retrospettiva rhomeriana, giungo finalmente alla visione de La nobildonna e il duca (L’inglese e il duca) e mi accorgo di essere davanti a un film assolutamente senza precedenti. Rhomer, che in tutta la sua filmografia precedente a questo è sempre stato pur diversamente dagli altri comunque appartenente alla scuola di cinema della nouvelle vague ossia della rappresentazione di situazioni e ambienti naturali, sovverte i suoi abituali schemi di regia e compone una opera d’arte difficile e complessa, in cui a brillare e a rimanere nel cuore dello spettatore certamente non sono le scene in interni in cui la realmente esistita scozzese e ‘realista’ Grace Elliott, in trasferta francese, entra nel vivo della vibrante Rivoluzione Francese. A rimanere impresse sono le numerose tavole prospettiche dipinte da Jean Baptiste Marot che ritraggono la Parigi del 700 e che al suo interno, grazie al digitale e alla computer grafica, finalmente Rhomer è riuscito ad integrare con azione e attori creando un piccolo kolossal politico francese che ha avuto in mente per una decina di anni. Il risultato è un ibrido di tecnica in cui si uniscono la moderna arte del compositing e l’arte sublime del fondale appartenente al cinema classico – ma ad appartenere a questo sono anche le inquadrature ravvicinate degli attori e la loro stessa recitazione. Il risultato è un film che si dilunga in chiacchiere indiscutibilmente tendenti all’annoiare il pubblico medio, come tutto il cinema Rhomer, ma trattasi di chiacchiere solo in apparenza futili poiché in tutta l’opera di questo regista fuori dalle righe i suoi personaggi sono esseri pensanti che per forza di cose devono scontrarsi con la dura realtà sociale a cui appartengono pur non sentendovisi integrati. Un errore che si commette spesso davanti ai suoi film è proprio quello di osservarne oggettivamente i protagonisti e reputarli incapaci e bloccati dalla ragione, insomma considerarli pazzi. Rhomer, come il più grande entomologo, riesce invece a creare delle psicologie, cosa assai rara nel cinema odierno, e diventa inevitabile per il godimento e la comprensione del film immedesimarsi nella vicenda, anche se può risultare difficile in quanto viene stavolta narrata dal punto di vista di chi la Rivoluzione la critica. Il finale, in cui pullulano vari attori del cinema rhomeriano in alcuni gustosi cameo, è appagante come tutta l’estetica del film, disconosciuto aimè dalla patria di Rhomer, ma fortunatamente lodato a Venezia. Certo, non è Barry Lyndon, ma comunque nell’ambito del cinema in costume si offre una ricostruzione dell’epoca narrata stranamente più veritiera di quando si ricostruisce in fiction nei teatri di posa Hollywoodiani o di Cinecittà.

( La presa della Bastiglia... da molto lontano)

(Grace finisce in prigione)

Read Full Post »

– I Demoni di San Pietroburgo – 2008 – ♥ –

di

Giuliano Montaldo

Giuliano Montaldo non stava dietro la macchina da presa da quasi 18 anni. E si vede. In una gelida San Pietroburgo dell’ 800 il regista italiano delinea la figura del celebre scrittore Dostoevskij, tra angosce, ricordi tormentati e complotti rivoluzionari contro lo zar. Sicuramente il film gode di qualche sporadica scena emozionante, anche se deve il sussulto di questa fugace sensazione più alle parole tratte dai capisaldi della letteratura dello scrittore russo che alla sceneggiatura del film stesso. Per il resto I demoni di San Pietroburgo si presenta agli occhi forte di una fotografia ben curata ma carente nei ritmi cinematografici. Perchè sarebbe meglio dire, guardando il film di Montaldo, che gli attori e sopratutto il protagonista Miki Manojlovic si muovono lentamente sul palcoscenico, ma poi invece ci si rende conto che non siamo a teatro. Ed è proprio per questa ragione che riesce difficile tenere gli occhi aperti fino alla fine e che le quasi due ore di questo film finiscono per apparire eterne. Fanno di gran lunga miglior figura Roberto Herlitzka, Anita Caprioli o Filippo Timi relegati a piccolissimi ruoli, ma che proprio per la loro limitatezza di ruolo si apprezzano sicuramente di più per le loro doti. Certamente, anche in questo caso, più teatrali che cinematografiche. Il film risulta spesso forzatamente melodrammatico e vaga tra flashback e atmosfere soffuse per far riflettere lo spettatore sul ruolo degli intellettuali nella collettività, sulle rivoluzioni politiche, sulla libertà e sulla religione e  Dio. Per il vero Dostoevskij però questa dimensione religiosa fu molto importante sopratutto nei suoi ultimi anni di vita. Nel personaggio di Montaldo invece si vede più un suo rifiuto della violenza ma un costante impegno nella lotta e nella rivoluzione, seppur più con le parole che con l’azione. Ed è per questo che si oppone anche all’ uso della violenza da parte dei reazionari studenti che progettano l’ annientamento della famiglia imperiale. I Demoni di San Pietroburgo è un tentativo di mostrarci il confine tra giustizia e prepotenza , tra rispetto per l’ Uomo e violenza. Ma con questi ritmi che ricordano spesso quelli di uno sceneggiato RAI ( il film peraltro è prodotto da RAI Cinema) difficilmente riesce a comunicare più che una sensazione di stanchezza agli occhi. Di noia. Risvegliata solamente dagli sporadici passi di letteratura di uno (ma non il solo!) tra i più validi scrittori slavi. Niente di nuovo.

(Dostoevskij calca il palcoscenico cinematografico)

(Mentre Herlitzka viene relegato ad un ruolo marginale)

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: