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Archive for the ‘Animazione’ Category

– Il Pianeta Selvaggio – 1973 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

René Laloux

Angoscioso, surreale ma al tempo stesso terribilmente realistico è questo film d’ animazione, del lontano 1973, nato dalla collaborazione di Laloux con il visionario pittore e sceneggiatore Roland Topor. Questo visionario artista è maggiormente ricordato per la sua collaborazione nel Nosferatu di Wener Herzog, ma a mio avviso dovrebbe esserlo maggiormente per le illustrazioni e i toni che regala a questa cupa ma straordinaria storia. L’ intero film’ d’ animazione non è per nulla adatto a un pubblico abituato a definire questo genere cinematografico come opere per bambini. Già soltanto i suoi disegni sono insoliti e ricordano più le pitture surreali e grottesche di Dalì o Bosch. La poca fluidità delle animazioni spinge lo spettatore a osservare quest’ opera non per la sua tecnica ma per la sua storia e per quei marcati tratti visivi che ogni fotogramma d’ animazione racchiude al suo interno. L’ ambientazione fantascientifica del pianeta dominato da esseri tecnologicamente e intellettualmente più sviluppati (i Draag) ricorda moltissimo gli sfondi di opere come “El Bosco” o ” Mùsica da Carne” di Hieronymus Bosh. E’ proprio in questa surreale scenografia che si dipana l’ avventura di un giovane umano, strappato dalle braccia della madre, a causa di un gioco Draag, e conseguentemente allevato come animale domestico da una famiglia di questi onniscienti indigeni bluastri del pianeta. La stessa sequenza iniziale del film è di una straordinaria bellezza e mostra in pochi minuti la stupidità del potere, ridotto ad essere un semplice gioco di forza, che spesso può anche essere inconsapevole ( non a caso tale ruolo di gioco\potere è svolto dai piccoli “bambini” dei Draag). Laloux per una buona parte del film sembra volerci comunicare proprio la stupidità insita in chi detiene il potere in virtù della sua forza, che in questo caso è fisica (i Draag sono dei giganti in confronto agli umani), ma che non è sicuramente difficile tradurla in maniera più attuale in supremazia economica. La razza aliena dei Draag non è rappresentata come propriamente  cattiva, come sottolinea anche il doppiaggio italiano moderato e una volta tanto attinente alle atmosfere che il film esprime. I Draag sono una razza che intellettualmente sono e si sentono superiori agli umani e che quindi in maniera quasi del tutto inconsapevole finiscono per trattarli come dei giocattoli. Fondano la loro supremazia quasi esclusivamente sulla conoscenza, della quale sembrano quasi nutrirsi in maniera costante per progredire veramente e non limitarsi solamente a sviluppare delle loro competenze. Gli esseri umani invece, non a caso, sono contraddistinti da un’ ottusità di fondo che li spinge ad essere molto più restii alla conoscenza, all’ informazione di nuove notizie per uscire dal loro stato di schiavitù. Tentano solamente di riunirsi in gruppi, denominati “selvaggi”, allo scopo di organizzare una ribellione o una fuga. Scopriranno anche loro, anche se molto più lentamente che la conoscenza può e deve essere l’ unica via per garantire non solo la sopravvivenza ma anche il progresso comune delle due razze. Ottimistico, saggio e decisamente un film che ogni mente aperta non dovrebbe lasciarsi sfuggire di vedere.

( Gioco Draag)

( Ribellione Umana)
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– Piovono Polpette – 2010 – ♥♥♥ –

di

Phil Lord & Chris Miller

Ultimamente vanno tanto di moda i film catastrofici e soprattutto provenienti dagli States ne abbiamo visti parecchi. Ma a volte i pericoli più grandi risiedono nel quotidiano e non in grandi tempeste, gelate o nubifragi. La sovralimentazione è un problema che ormai ha colpito quella parte del mondo soprannominata “ricca” assoggettata a ogni genere di desiderio alimentare, in qualsiasi periodo dell’ anno e ad ogni costo, in barba alla qualità dello stesso cibo e in primo luogo della nostra salute. Il giovane Flint Lockwood, protagonista della storia, è uno scienziato che è più abile a procurare guai alla sua ridente cittadina, la cui economia è basata sulla vendita e l’ inscatolamento delle sardine, che ad inventare marchingegni realmente utili. Anche quando inventerà la sua innovativa macchina che è in grado di mutare l’ acqua in cibo però le cose non andranno meglio e ben presto si troverà ad essere l’ artefice di un mutamento climatico dalle prospettive catastrofiche nel quale il cibo assumerà la forma di vere e proprie tempeste distruttive. Il film d’ animazione della Sony invita lo spettatore a riflettere, non solo sul personaggio di Flint e sul suo complesso rapporto con il padre che lo vorrebbe vedere sistemato magari nel negozio di sardine di famiglia, anzichè provare a capire le sue passioni, ma anche sul problema della sovralimentazione e dell’ obesità che attanaglia sempre di più la nostra società. Con non pochi riferimenti anche politici a come le multinazionale e talvolta anche la politica usi strategie consumistiche per fare sempre più soldi a spese della salute dei cittadini. Il personaggio del sindaco che ingrassa sempre di più, facendo del cibo (e della sua stazza) un’ opportunità per arricchirsi e rendere la sua città un punto d’ attrazione turistico di matrice consumistica, è un fulgido esempio di quante volte il marketing e il capitalismo dettato dalla politica dia molto più valore ai soldi che ad altri valori. Forse però tutta questa morale, in talune scene non risulta essere la priorità dei due registi ma solamente un messaggio lato ben nascosto da battute facili e frequenti sketch durante i quali risulta veramente difficile non ridere.  Sembra, infatti, che la Sony con questo lavoro, presentato nelle sale lo scorso Natale, abbia voluto seguire la linea Disney da una parte, nel voler creare un’ animazione divertente e d’ intrattenimento, ma dall’ altra riuscire anche a far pensare e riflettere come solo i capolavori della Pixar hanno saputo fare. Ecco quindi che una storia semplice di un figlio e di un padre, della sua educazione sentimentale ai primi amori viene “farcita” con l’ ecologismo e i problemi attuali dati dall’ obesità, sempre più considerata malattia sociale. Tutto sommato un discreto lavoro di commistione di due diversi intenti hanno dato vita a un godibilissimo e appetitoso “piatto” cinematografico.

( Gelato per tutti i bambini!)

( Una tempesta...di spaghetti)

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– Fantastic Mr. Fox – 2010 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Wes Anderson

E’ giusto prima di parlare in qualsiasi modo di Fantastic Mr. Fox raccomandare a tutti coloro che decidano di vedere questo film di scegliere una sala che lo trasmetta in lingua originale, perchè le voci di George Clooney, Meryl Streep o Willem Dafoe sono parte integrante dell’ ironia e della forza che quest’ opera esprime. Il visionario Wes Anderson decide di tramutare il suo cinema in animazione e ispirandosi all’ omonimo libro per bambini di Roal Dahl ( in Italia Furbo, Signor Volpe) ci narra la storia di una famiglia allargata di animali del sottosuolo che per vivere ed evitare solamente di sopravvivere decide di sfidare il dominio di tre temibili contadini della zona saccheggiando le loro tenute in barba ai loro evoluti meccanismi difensivi. Resta quindi quella particolare attenzione di Anderson alle dinamiche familiari “diverse” e ai suoi personaggi bizarri (che ha avuto il suo inizio ne I Tenenbaum) ma che celano al loro interno delle caratteristiche umane normalissime come il desiderio di approvazione del figlio Ash nei confronti del capofamiglia Mr. Fox o lo stesso protagonista con la voce di Clooney che difficilmente riesce a tenere a freno i suoi istinti animali (un pò maschili) in contrapposizione con la ragione femminile, e un pò materna, della moglie. Non è un caso infatti che il regista accompagni la sua decisione di provare il cinema d’ animazione sperimentando non il classico metodo ma quello più insolito dello stop motion, utilizzando dei bellissimi pupazzi in pelouche, in seguito fotografati e animati. Un modo per essere “diversi” anche nel modo di fare animazione. Restano i tipici marchi di fabbrica andersoniani come i titoli di apertura come se fossero un libro o la suddivisione narrativa in capitoli come a voler collegare direttamente il cinema alla letteratura.  E’ per questa ragione che anche questo film resta un film profondamente soggettivo di Wes Anderson e un modo per esprimere il suo mondo fatto di oggetti artigianali in movimento, quegli stessi oggetti che per lui rappresentano la realtà. Metaforico è infatti il gesto chiave dell’ intero film, quello di scavare per sopravvivere, come a voler sottintendere  la fuga di coloro che sono “diversi” per continuare a vivere fino a trovare un luogo in cui poter condividere con pochi selezionati amici questo loro status di animali\persone differenti dal resto del mondo. Una condizione che sembra inarrestabile per i protagonisti di questo mondo visionario in stop motion. Un mondo dove gli animali gestiscono tutto con pacatezza (tutto il doppiaggio sia di Clooney che della Streep sono contraddistinti da un tono quasi monocorde), anche l’ ironia e il sorriso, mai quindi eccessivamente sguaiati ma sempre chiusi nel loro emisfero quasi autistico. Tipica espressione dell’ inquietudine di chi non è del tutto uscito dalle crisi adolescenziali. Anche per questo Fantastic Mr. Fox si pone come un film per grandi e piccini, un perfetto ponte tra due differenti universi, così differenti e contaminati entrambi l’ uno più dall’ istintività animalesca e più spregiudicata del vivere e l’ altro dalla ragione della famiglia e il desiderio a volte non celato del raggiungimento della ricchezza economica.

( Ritorno alle vecchie abitudini)

( Villains )

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– Astro Boy – 2009 – ♥♥ –

di

David Bowers

Cosa viene dopo Hiroshima? Cosa può esserci, dopo il nulla? Forse era proprio pensando a questo che nel 1952 Osamu Tezuka inventò il personaggio di Astro Boy (nome originario Tetsuwan Atom), robottino con la memoria di un bambino, i poteri di un Superman a transistor e i dilemmi esistenziali di un Pinocchio postmoderno. ‘Nato’ in un periodo particolarmente delicato, non rispondeva solo a un vuoto di eroi, quanto piuttosto al bisogno di recuperare il lato umano del progresso tecnologico, o almeno una qualche forma di rapporto tra uomo e macchina. La sua fortuna è cresciuta negli anni e in giro per il mondo probabilmente proprio grazie alla sua attitudine a esorcizzare con semplicità le nuove paure e a soddisfare interrogativi sino ad allora inimmaginabili. Preso a modello per oltre cinquant’anni per personaggi di fumetti e di serie tv occidentali, mi pare che la versione cinematografica del bambino–robot abbia ritrovato oggi non tanto lo spirito originario del manga, quanto quello di un’epoca che lascia scivolare le sue ombre fino a noi, mescolandosi inevitabilmente con problematiche contemporanee (immediati quanto naturali i riferimenti a tante altre pellicole, come Wall-E, A.I….). D’altra parte lo stesso Tezuka aveva intelligentemente preso spunto da quanto di meglio offrisse il cinema e la narrativa di fantascienza del momento (solo per dirne uno, penso a Metropolis di Lang.) La storia è ambientata a Metro City, futuristica Manhattan galleggiante al di sopra di una superficie terrestre ormai abbandonata e straripante di rifiuti (scenario incredibilmente simile a quello di Wall–e). Tenma (Nicolas Cage), importante scienzato e Ministro della Scienza di Metro City, perde il suo unico figlioletto Tobio nel corso di un pericoloso esperimento e in preda al dolore trasferisce il dna e i ricordi del bambino in un cyborg, una copia identica a lui ma, questa volta, invincibile. Ciò che rende indistruttibile il Tobio-robot, aka Astro Boy (Freddie Highmore), è la parte positiva (nucleo blu) di una di energia appena scoperta, oscura ma potentissima, mentre ciò che aveva ucciso il vero Tobio era stata la parte ‘cattiva’, sporca (nucleo rosso) di questa energia. Proprio come ogni nuovo potente strumento frutto della ricerca scientifica più avanzata, quest’ energia misteriosa e instabile può, a seconda di chi la usa e come, salvare quel che resta della Terra, o distruggere definitivamente tutto. Insomma, per farla breve sembrerebbe la classica, scontata divisione bene/male, buoni/cattivi da cartone animato, se non fosse che qui nel personaggio del bambino-robot si ritrova un tocco di umanità, di concretezza rispetto al tema trattato, e proprio in questo forse si discosta di più dal ‘carattere’ del manga giapponese originario. Da principio sembrava solo una scommessa folle quella di affidare a Hollywood un classico dell’animazione nipponica: fondere insieme il melodramma dell’anime giapponese e i buoni sentimenti da happy-end del cinema hollywoodiano, trasporre in qualcosa di tridimensionale e computerizzato un disegno tradizionalmente e rigorosamente fatto a mano, considerato fino ad ora intoccabile per il merito di aver dettato le regole stesse del genere manga (occhi grandi, forme chiare e insieme imperfette, tratto semplice, colore pieno…), con una struttura visiva e narrativa bidimensionale. Mentre nel fumetto giapponese tematiche adulte e complesse vengono normalmente trattato con un linguaggio semplice, da un punto di vista narrativo il film si innesta subito su situazioni molto più drammatiche rispetto allo script di Tezuka, acquisendo una maggiore sfumatura di attualità. Sul piano delle tecniche grafiche e di animazione, si nota l’intento dello studio d’animazione coreano IMAGI (TMNT, Digimon X-Evolution ) di trovare un punto di mediazione tra i disegni imperfetti, le forme esagerate del design originale da una parte, e le esigenze di un moderno cartoon prodotto in Computer Grafica 3D dall’altro lato. Il risultato è in realtà un cartone dallo stile visivo piatto ed espressivo insieme, tipico delle opere tradizionali nipponiche, ma con dettagli rivisti alla luce delle moderne tecnologie di grafica e animazione tridimensionale. Viene naturale pensare al primo lavoro del regista, David Bowers (ex animatore della Disney), che in Giù per il tubo aveva già tentato un ibrido tra Stop Motion e Computer Grafic. In questa seconda opera, seppure tecnicamente ben lontano dalla perfezione e dall’espressività delle creature della Pixar, il solo personaggio di Astro supplisce a tali carenze attraverso una costruzione caratteriale che si evolve durante la storia, e che, pur nei limiti di disegni imperfetti e metafore troppo evidenti e scontate, ne fa una figura credibile e ‘umana’. La storia del manga in mutandoni vira verso il romanzo di formazione, con una forte caratterizzazione della crescita interiore del protagonista: al principio il robottino si sente un ibrido, a metà tra copia identica di un essere umano e macchina potentissima, subendo l’esperienza terribile dell’abbandono così come la vivrebbe un bambino in carne ed ossa. Convinto di essere Tobio, un ragazzino vero, il nostro piccolo eroe viene cacciato via da quello che crede essere suo padre, in realtà suo creatore, e finito sulla Terra in mezzo agli altri scarti di robot rotti comincia la sua odissea come Astro e il viaggio verso la consapevolezza del suo vero destino. Nel fatto stesso che Astro si riveli un esserino che vive di vita propria, nonostante sia identico al bambino di cui doveva essere solo una copia, già si ritrova la metafora di una tecnologia i cui risultati sfuggono al controllo dell’uomo. Lo sceneggiatore (Timothy Harris, Space Jam) introduce questo tema fin dalle prime scene del film, quando il bambino muore proprio a causa di un esperimento bellico del padre e non in un incidente d’auto, stravolgendo così la storia originale. Per inciso, non è certo questo l’unico motivo per cui i fan del ‘dio del manga’ saranno rimasti un po’ delusi dal rifacimento cinematografico americano di questa icona giapponese. A dare spessore al personaggio di Astro nella versione italiana contribuisce – a sorpresa – il doppiaggio di un irriconoscibile Silvio Muccino. Notevole anche la prestazione del Trio Medusa, che danno voce al buffo trio del Fronte Rivoluzionario Robot. Davvero piatto e inconsistente il doppiaggio di Carolina Crescentini, che non riesce a far ‘vivere’ il personaggio di Cora, indistinguibile e noiosa figura tra i tanti personaggi del film, tutti inconsistenti e monocordi come bambole di gomma tranne il protagonista. L’Astro Boy di Tezuka rimane inarrivabile, questa versione cinematografica – presentata in anteprima nella sezione Alice nella città del Festival di Roma 2009 – non arriva neppure a scalfirne la superficie cromata; ciònonostante io trovo il remake di Bowers nel complesso gradevole, e più toccante rispetto al fumetto di Tezuka. Forse piacerà di più a chi non conosce l’originale, e probabilmente non piacerà soltanto ai bambini… Per me è chiaro comunque che non si tratta soltanto di un innocuo cartone animato dalla grafica retrò che ripropone le avventure del robottino. E c’è poi chi ha detto che per esplorare i moderni confini tecnici e narrativi dell’animazione non c’era bisogno di rispolverare un mito intoccabile come questo. A mio parere si tratta di un bel tentativo di esplorare un legame con il passato, anche se poi non ha dato i risultati attesi.

(La nascita di Astro Boy)


(Astro: Ehi, ho due mitragliatori sulle chiappe)


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– Planet 51 – 2009 – ♥ e 1\2 –

di

Jorge Blanco, Javier Abad & Marcos Martínez

Che c’ è la Dreamworks dietro la sceneggiatura di questa ultima animazione dai nomi iberici si vede forse fin troppo ed è quello che rovina l’ intero prodotto. I personaggi sono infatti costruiti in uno sfondo che è un misto perfetto di citazioni cinematografiche di film culto hollywoodiani che vanno da Alien a Ritorno a Futuro. Lo sceneggiatore è infatti lo stesso di Shrek, Joe Stillman, che sperando di riutilizzare la formula citazionistica già funzionante dà vita ad un’ animazione che vorrebbe far intendere a tutti che l’ ignoto e il diverso in realtà potremmo essere noi stessi. Questa morale un po’ sempliciotta è  però nascosta dietro tantissime gag decisamente infantili che distraggono dal messaggio di riflessione che l’ intero film intende comunicare. Stereotipati e assolutamente non approfonditi tutti i personaggi sembrano costruiti a uso ed abuso degli sketch visivi o della morale buonista e l’ happy ending in chiave amorale. L’ astronauta umano un pò bamboccione e con la bandiera a stelle e striscie sempre ben in vista è un po’ l’ eroe svampito e spaccone alla Will Smith in Independence Day. Il ragazzino alieno che lo aiuta invece sembra preoccuparsi soltanto dell’ amore della sua bella aliena che in quanto donna è relegata a una parte fatta solamente di poche parole e tante smorfie facciali. Anche i cattivoni del film sono molto stereotipati: il generale tutto d’ un pezzo ha un espressione arcigna così tipica da entrare in competizione con il più espressivo degli Schwarzenegger, mentre lo scienziato pazzo con l’ ambizione di lobotomizzare cervelli è non a caso doppiato con accento tedesco di memorie hitleriane. A parte queste note decisamente stonate e poco originali va decisamente elogiato il tentativo europeo ( l’ animazione è prodotta dagli studi spagnoli dell’ Ilion Animation) di competere con i colossi americani e di portare sul mercato natalizio e pre natalizio dei film per le famiglie un’ animazione più vicina a noi. Anche se ci si accorge ben presto, vedendo Planet 51, che di non Americano in quest’ opera c’è veramente pochissimo. Decisamente più un film per piccini però che uno per adulti. I genitori che accompagneranno al cinema i propri pargoli si ritroveranno solamente nelle musiche della loro infanzia. Per il resto resta solo un tentativo quello di educare i piccini alla diversità ben lontano dal capolavoro di Wall-e seppur il tentativo di animare un piccolo robottino-cane c’è anche qui ma è decisamente carente dell’ approfondimento emozionale che il robottino della Pixar aveva.

( I due protagonisti e la bandiera a stelle e striscie in bella vista)

( e gli Stereotipati cattivoni)

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– A Christmas Carol – 2009 – ♥♥♥ –

di

Robert Zemeckis

Non si può definirlo una vera e propria animazione l’ ultimo lavoro natalizio dello sperimentatore Zemeckis perchè gran parte dei meriti di questo film vanno proprio ai suoi attori. Si avete proprio letto bene attori. A guardarlo così il celebre Racconto di Natale di Dickens usato già precedentemente in dozzine di film natalizi sembrerebbe una ottima animazione computerizzata le quali facce sono state disegnate sulle impronte di veri attori. Ma in realtà Zemeckis ha utilizzato il Performance Capture, una tecnica che utilizza cineprese in grado di riprendere gli attori a 360° gradi e in seguito mutarli in personaggi animati. Infatti il trasformista Jim Carrey riesce a lasciare un indelebile marchio in questo lavoro natalizio con le sue espressioni naturali e ben caratterizzate, senza le quali il personaggio di Scrooge non sarebbe stato così reale. E come lui anche gli altri attori (Gary Oldman, Robert Wright Penn e Colin Firth) non perdono le loro doti recitative anche se in seguito i loro corpi verranno digitalizzati. Ed è proprio il realismo ciò che Zemeckis utilizzando il 3d vuole donare alla sua opera digitale. Nessun tradizionale campo e controcampo ma l’ intero film è una pura immersione a 360° gradi nel mondo dell’ avaro Scrooge e nei suoi dialoghi con i tre spiriti del Natale che sono in grado di fargli sovvertire le idee sul valore del Natale ma soprattutto della vita. I dialoghi e l’ intera sceneggiatura è fedelissima al racconto di Dickens. Zemeckis non ha scelto di modernizzare il tutto pensando giustamente che già l’ intera storia è attualissima, nonostante sia ambientata in piena era industriale. L’ unico tocco di modernità sta proprio nella tecnica cinematografica che catapulta gli spettatori in una sorta di incubo natalizio che per molti aspetti ha i ritmi di un horror. L’ unico appunto al film, che peraltro non gli permette di eccellere, risiede nel calore e nell’ approfondimento dei personaggi. Tutto viene velocizzato in A Christmas Carol non permettendo soprattutto alla figura del suo protagonista Scrooge di venire approfondita nei suoi risvolti psicologici. La sua conversione, infatti, da avaro senza cuore a generoso anziano con un fervido spirito natalizio avviene in maniera troppo repentina, senza farci riflettere in maniera più convincente sulle effettive ragioni del suo mutamento. Tutto questo fa esclusivamente pensare a come, forse, la unica preoccupazione del regista di Forrest Gump sia stata quella di spettacolizzare il tutto con il digitale e con l’ innovativa tecnica tridimensionale piuttosto che curare i dettagli della nota storia natalizia. La morale finale che incentra tutto sull’ importanza dei sentimenti e i mali futuri che l’avarizia cagiona all’ uomo è cosa nota e non è difficile trasportarla ai giorni nostri anche se gli odierni avari sono forse più curati esteticamente del trasandato Scrooge. Certo se si sarebbero evitati i frequenti voli tra i palazzi, che hanno il solo scopo, in mia opinione, di trascinare forzatamente lo spettatore in una sorta di videogame tridimensionale, sarebbe di certo stato meglio e il realismo voluto da Zemeckis nelle interpretazioni dell’ intero cast sarebbe di certo stato valorizzato in maniera esaustivamente maggiore.

( Scrooge\Carrey dialoga con lo spirito del Natale passato\sè stesso)

( Il repentino mutamento di Scrooge)

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Mary and Max – 2009 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Adam Elliot

Un’ amicizia lunga 20 anni non è facile da descrivere in un lungometraggio d’ animazione. Soprattutto poi se è un’ amicizia la cui base sono le lettere e le parole impresse sui fogli di due diversi personaggi che abitano alle parti opposte del globo. Ma soprattutto è un’ amicizia che coinvolge due persone che non fanno parte di un mondo perfetto o sono creati dalla fantasia. Rappresentano le minoranze, i deboli, i malati e i depressi. Categoria che sicuramente per un’ animazione è insolita. Da una parte nella lontana Australia c’è la piccola Mary (con la voce di Toni Colette), una bambina che mangia tanto cioccolato e beve bevande ad alta concentrazione di latte, con una voglia dello stesso colore della cacca, una mamma alcolizzata e desiderosa di avere amici che le possano dare risposte alle domande più importanti sulla vita. Max (a cui è Philip Seymour Hoffman a dar voce) è invece un quarantenne  Newyorchese obeso anch’ egli appassionato di cioccolata, afflitto dalla sindrome di Asperger che lo relega in una condizione di alienato rispetto alla realtà metropolitana e caotica della Grande Mela. Il regista Adam Elliot, che è stato trionfatore all’ Oscar 2004 nella categoria  miglior corto d’ animazione, approfondisce con questo suo lungometraggio il vero valore dell’ amicizia come rimedio alla solitudine. Le due differenti ambientazioni sono entrambe pervase da atmosfere malinconiche con una maggiore enfasi su New York, dove i colori assumono sembianze più cupe e grigie. Di estremo impatto visivo è infatti il grigiore che avvolge la camera di Max, colorato solamente dal pon pon rosso che Mary gli ha mandato e che lui gelosamente terrà in testa fino alla fine. La loro amicizia di penna continua per lunghi venti anni ma è continuamente alla ricerca della corretta forma di valore, passando dall’ attaccamento morboso e dipendente a quello quasi vocazionale nel quale Mary decide di voler risolvere i problemi derivanti dalla malattia di Max durante il corso dei suoi studi, senza però preoccuparsi innanzitutto dei suoi problemi personali . Con semplicità Mary and Max riesce a centrare il vero punto delle relazioni umane: quello della scelta dei propri amici, ma con responsabilità e maturità nel comprendere che questi ultimi non devono essere un rimedio alla nostra solitudine o ai nostri problemi ma un tesoro di ben più alto valore. Sarà difficile non cedere alle lacrime dell’ emozione per valori che sono insiti dentro ognuno di noi, così come sarà sicuramente impossibile non cogliere momenti di assoluto divertimento. Non si sa se mai arriverà in Italia, ed è un peccato se così non fosse.


(Max tiene sempre con se il primo ritratto di Mary)

( e Mary non dimentica mai di scrivergli)

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