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Archive for the ‘2009’ Category

– The Twilight Saga: New Moon – 2009 – ♦ –

di

Chris Weitz

Sembra che tutto il mistero del college movie che la Hardwicke aveva sufficientemente espresso in Twilight in questo secondo capitolo della saga sia svanito nel nulla e che la favola romantica abbia preso maggiormente il sopravvento. Col primo film si era formata la coppia leone- agnello (Bella- Edward) che in qualche maniera funzionava, ma adesso per proseguire la storia c’era ovviamente l’ esigenza di allontanare i due piccioncini. E allora quale migliore opportunità se non quella di far si che la sempre più ingenua Bella sia corteggiata da un’ impavido e muscoloso licantropo? Si perchè la giovane agnellina sembra attirar su di sè ogni tipo di stranezza, ma soprattutto sembra essere la detentrice della pozione magica d’ amore in grado di farli innamorare tutti quanti. E anche quella che era la filosofia Twilight dell’ amore tra diversi, qui viene decisamente sopraffatta dalla filosofia “Emo” di una Bella sedotta e abbandonata che come reazione ricerca affannosamente il suicidio. La sceneggiatrice Melissa Rosenberg sembra non sforzarsi più di tanto, e facendo chiari riferimenti allo Shakespeariano “Romeo e Giulietta”, punta tutto sull’ amore romantico suicida, tramutando così l’ amore tra la giovane umana e il bel vampiro in un amore pronto a sfidar tutto pur di restar insieme, anche la morte. I vari dettagli che nel primo capitolo erano presenti, soprattutto nell’ esporre i vari personaggi, questa volta vengono del tutto dimenticati e anche la ricerca di Bella da parte della vampira Victoria assume toni decisamente improbabili (in quanto avrebbe potuto uccidere Bella svariate  volte). Tutte queste attenzioni vengono dimenticate con l’ unico conseguente interesse di introdurre il muscolosissimo Taylor Lautner, novello oggetto di gridolini più o meno assordanti da parte di schiere di rampanti teenagers. Ogni atmosfera drammatica viene liquidata sbrigativamente, come a voler di fretta raggiungere i momenti romantici dei dialoghi tra i tre protagonisti. Soprattutto le sequenze italiane ambientate a Volterra (in realtà Montepulciano), sono girate in maniera sbrigativa mostrando anche in maniera palese il reclutamento abbastanza grossolano delle comparse italiane ( es. le inutili sequenze degli incappucciati in piazza o i carabinieri assolutamente poco convincenti che si limitano a battere con le nocche sul finestrino dell’ auto che accede a una zona di traffico limitato). In definitiva sembra che questo New Moon sia stato costruito solamente pensando al successo del precedente capitolo e quindi dando per scontato che tutto questo si ripeta. Di fatto si è ripetuto, ma questa volta solo per le orde di teenagers in preda alle tempeste ormonali in subbuglio per il primo addominale scolpito. Vero è che non si può di certo dire che questo successo sia dovuto alla recitazione statica degli attori, incentrata solamente sulla loro prestanza fisica.  Come non si può neanche attribuire le ragioni di questo successo alla regia di Weitz che sembra limitarsi a seguire la piatta sceneggiatura e posizionare i suoi attori a favor di telecamera, aiutato anche da effetti speciali grossolani e dagli aspetti decisamente ilari.

( Come sei muscolosoooo!!)

( Edward non ce la fa contro i Vulturi di Volterra!! Che originalità!)
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– Dorian Gray – 2009 – ♥  –

di

Oliver Parker

Oliver Parker sceglie la strada di rielaborare il celebre capolavoro di uno dei pilastri della letteratura mondiale come Oscar Wilde. Decide di non “sminuirlo” allo straordinario manifesto della letteratura e dell’ ideologia edonista, ma di renderlo un vero dark con tanto di presenza demoniaca finale ed effetti speciali degni di un horror. La domanda è : era veramente necessario solcare tale strada per rendere onore al romanzo del celebre scrittore oppure si tratta soltanto di una trovata puramente commerciale per introdurre il personaggio letterario a un pubblico soprattutto giovanissimo? Sicuramente il budget dietro c’è e non è da poco (se si ricordano le frequenti pubblicità su Italia 1, la tv dei giovani a detta di Mediaset), così come anche c’è l’ evidente tentativo di soffermarsi in particolari edonistici non a caso in linea con quelli della nostra società (come i piaceri sessuali). Ciò che nel romanzo di Wilde quindi è sottointeso, nel film di Parker è sempre in bella vista e già questo basterebbe per far inarcare un sopracciglio a tutti gli estimatori del romanzo. Ma il punto è che si tratta di un film e quindi bisogna analizzarlo come tale. Ed è proprio nel film infatti che Parker decide di usare tecniche molto di moda e decisamente giovanilistiche come i frequenti usi del dolly o i frequenti cambi di location che hanno come scopo quello di allietare la bellezza della fotografia e delle immagini sminuendo del tutto la forza della storia. La confusione in effetti è frequente quando ci si sente sballottati da un bordello della Londra vittoriana all’ altro, passando da un teatro malfamato a una residenza vittoriana con una facilità estrema e senza il minimo di raccordo visivo. I personaggi appaiono più come delle figurine messe lì e usate solo dal punto di vista visivo e per nulla da quello introspettivo. La matrice omosessuale del trio Dorian-Henry-Basil qui viene sviluppata in maniera semplicistica relegando il pittore Basil al ruolo dell’ omosessuale attratto da Dorian, il personaggio di Henry (un salvabile Colin Firth) viene visto come la guida di vita e Dorian (un impostato Ben Barnes) che decide di sporcarsi l’ anima saltando da una gonnella all’ altra. Alla fine quello che resta sono soltanto scene un pò glamour di sesso che fanno invidia al migliore degli spot di Dolce e Gabbana, e una musica fastidiosissima che vorrebbe trascinare l’ intero film in una sorta di pomposo inno alla giovinezza. Come se tutto questo non bastasse a deturpare il ricordo del vero Wilde e a confondere quello dei più giovani profani del vero personaggio dell’ opera letteraria il finale viene reso in chiave decisamente horror introducendo effetti speciali così di cattivo gusto da far rammentare l’ inarrivabile mummia computerizzata dell’ omonimo film (La Mummia di Stephen Sommers). Insomma al modernità ha un prezzo sembrerebbe voler dire Oliver Parker. Ma decisamente a volte sarebbe meglio non doverlo pagare noi spettatori.

( Piacere secondo Parker: Sesso, Sesso e poi ancora Sesso)

(Somiglierò al vero Dorian?)

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– Jennifer’ s Body – 2009 – ♦ –

di

Karyn Kusama

Dove è finita la credibilità? Se lo sta forse ancora chiedendo la giapponese Karyn Kusama che armata della procace Megan Fox dà luce a un teen horror fiacco e scontato che mischia argomenti standard da high school ed esoterismo finendo per creare un gran pastrocchio. E se la sceneggiatura è dominata dal binomio brutta vs bella la regista non riesce nemmeno con la macchina da presa o con la fotografia ad alzare il livello dell’ opera che resta invischiata più volte nel becero. Ciò che sorprende maggiormente è che la sceneggiatrice in questione è la brillante Diablo Cody che vanta di aver scritto un copione sicuramente ironico e molto interessante come quello di Juno. Infatti è dichiarato l’ intento di voler parlare del mondo dei teenager (ambiente consueto alla sceneggiatrice) ma è molto meno condivisibile la scelta di discuterne in toni così fortemente sboccati ed eccessivi. Il consumismo sessuale è ormai di moda tra i teenager americani ma il film decide lo stesso di restare molto pudico e sceglie di mostrarci una sensuale Megan Fox mai completamente spogliata ma solo truccatissima con tonalità di rosa e rosso così da renderla (secondo chi?) ancora più provocante.  In realtà il risultato è che Megan Fox truccata così sembra uscita quasi da un videogioco tridimensionale rendendo il risultato ancor più fastidioso e irreale agli occhi di chi aspira un minimo di realismo. Il plot horror è sorretto da uno sfondo esoterico che vede la protagonista trasformarsi in una demone mangiatrice di uomini, ma nel vero senso della parola. Causa di questo maleficio come sempre è il rock, scontata causa demoniaca di molte possessioni dei movies. Ma proprio nell’ attimo in cui almeno tale rito poteva fregiarsi di essere l’ unica parte seriamente horror dell’ intero film ecco che ben presto questa sensazione viene smentita, proprio quando il leader della rock band che conduce il sacrificio demoniaco ci comunica che ha scaricato le procedure del suddetto rito  da (difficile da credere!!) internet. Insomma il ridicolo non sembra avere mai fine in questa ora e mezza che spero non passerete in compagnia di questo film. Non sono esenti dal ridicolo neanche molte delle battute citate come quella che paragona le tette alle bombe intelligenti usate dal sesso femminile per abbattere gli uomini, o il “come sei succoso” proferito dalla protagonista poco prima di divorare la sua preda umana. Solo un breve attimo sembrerebbe salvare il tutto dal tracollo: nel finale quella telecamera di servizio che riprende la nuova killer demoniaca. Poi però si pensa che tale scelta è stata fin troppe volte usata e allora meglio i titoli di coda. In merito a Diablo Cody invece forse sarebbe meglio che si dedicasse interamente a una serie tv sicuramente molto più geniale: United States of Tara.

( Mi brucio la lingua un pò per gioco un pò per noia)

(Sei proprio succoso! Gnam!)

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– Hachiko – 2009 – ♥ e 1\2 –

di

Lasse Hallström

E’ abile Lasse Hallström, regista noto per il fortunato e sopravvalutato Chocolat, ad imbastire questa favola strappalacrime che trae spunto dalla vera storia di amicizia e fedeltà di un cane giapponese e del suo padrone avvenuta realmente durante la fine degli anni ’20. Un cane di razza Akita che in quegli anni è stato insignito dai nipponici del fregio di eroe per aver atteso fedelmente il suo defunto padrone  durante i 9 anni  seguenti alla sua dipartita. E che il film sia stato confezionato con l’ unico scopo di commuovere lo si vede dalle sceneggiature innevate o dai frequenti primi piani del musino del simpatico cane protagonista che strappano tanti “che carino” dalla bocca di stuoli di giovani donne, e non solo. Come se non bastasse i toni del film diventano scena dopo scena sempre più mistici lasciando sempre sottointendere che i destini del cane e del professore interpretato da Mr. Gere siano legati da chissà quale strano fato o senso religioso. Il regista svedese adottato da Hollywood riesce perfettamente anche ad americanizzare una storia che ha tutto di giapponese (l’ amore tra uomo e animale è infatti un tema spesso sfruttato in opere nipponiche soprattutto per bambini), inserendo all’ interno partite di baseball, popcorn e hot dog.  E alla fine il messaggio è ottimistico, positivo e decisamente smielato ma anche troppo palesemente dichiarato. Quelli che dovrebbero essere colpi di scena (come la morte del professor Gere) sono in realtà telefonati anche perchè dopo una prima ora nel quale non avviene sostanzialmente nulla a parte giochi e atteggiamenti complici tra cane e padrone ci si aspetta che debba a tutti i costi avvenire qualcosa di tragico che scuota le sorti piatte che il film fino a quel momento aveva. La colonna sonora del film (da pubblicità di cioccolatini!!) è però sicuramente l’ elemento più fastidioso del film: non sembra zittirsi mai e accompagna, ripetitiva, ogni sequenza forse per addolcire maggiormente i cuori più duri e restii a cedere alle emozioni. La sensazione per chi è cinefilo e non cinofilo è quella che da questa storia vera se ne poteva benissimo trarre un cortometraggio di maggiore sicura riuscita (almeno dal punto di vista artistico). Questo perchè il reale punto di forza del film sono le sequenze conclusive e l’ intera prima ora appare decisamente superflua. Le continue soggettive in bianco e nero, che vogliono assumere il punto di vista di Hachiko, se hanno lo scopo di rendere protagonista reale il cane diventano anche queste pretesto per instillare nello spettatore l’ emozione giusta che possa farlo giungere a pronunciare: ” Come è intelligente questo cane!!”. Va detto però che il cane protagonista è il vero valore aggiunto al film  perchè riesce ad avere una mimica espressiva degna di un attore umano e in grado di sovvertire il noto detto dispregiativo spesso affibbiato agli attori non di talento (“Recitare come un cane”). Non me ne vorranno i cinofili o gli amanti degli animali, che sicuramente avranno trovato molto gradevole questo film (e come ripeto la sua confezione lo è certamente), ma credo che sia molto meglio se si vuole approfondire il tema uomo-animali guardare i capolavori d’ animazione del genio giapponese Miyazaki. Decisamente meglio.

( Baseball e popcorn con Hachiko...American Style)

( Io aspetto qui)

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– Moon – 2009 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Duncan Jones

Rarissimo è trovare una produzione indipendente in grado di imbastire un convincente quanto coinvolgente lavoro di fantascienza inscenandolo interamente in un teatro di posa semplice ed efficace. In un futuro più realistico che immaginario la Terra è priva di energia, consumata da anni di sprechi, e l’ unico modo per continuare in qualche modo la vita sul nostro pianeta è quello di grattare la crosta del tanto amato satellite lunare, qui in grado di essere una fonte energetica. Il regista Duncan Jones (noto per essere il figlio di David Bowie) è in grado di creare un rapporto speciale con lo spettatore, trascinandolo nella solitudine dello spazio e nel mistero da esso prodotto, caratteristiche necessarie del genere di fantascienza. A sperimentare questa solitudine è il solo protagonista (insieme al robottino Gerty con la voce monocorde di Kevin Spacey) Sam Bell (interpretato da Sam Rockwell) che si ritrova da solo a dialogare con gli infiniti misteri lunari. L’ intero film è claustrofobico e gli ambienti scenografici ben rispecchiano il concetto di finito nell’ infinito. Il film per una buona metà ha tutte le caratteristiche del fanta thriller (qui non è difficile trovare parallelismi con il Solaris di Tarkovskij) perchè si ha fin da subito  la percezione che qualcosa di misterioso stia per accadere. Ma Jones va oltre e non si limita a questo e proprio al momento giusto fa riflettere lo spettatore su concetti umani come l’ alienazione aziendale o la clonazione umana. Il primo quanto mai attuale e il secondo ipotesi tanto discussa anche nel nostro presente sui tavoli scientifici. Proprio in un’ epoca nella quale il mainstream fantascientifico moderno esige prospettive catastrofiche del mondo ed effetti speciali fracassoni Jones ritorna ai vecchi colossi fantascientifici come il Kubrikiano 2001 Odissea nello Spazio per i quali il concetto di fantascienza era tutt’ altro che rumoroso. Una fantascienza dal senso più intimista che dovrà fare i conti con le angosce e le paure umane. Sam ben presto si renderà conto che la sua non unicità e le sue allucinazioni sono frutto non del mistero ma di una truffa quanto mai insita  nell’ indole umana. E da qui immediatamente la riflessione se è possibile un mondo nel quale il necessario utilizzo della forza lavoro umana non debba solo essere cagionato da politiche di interesse economico. Sam è infatti sulla tanto ambita Luna ma per tutto il film non sarà il solo lui a desiderare di ritornare sulla terra. Per far capire a chi sta laggiù pensando di avere un potere economico così grande da comandare sulla vita di esseri umani che il valore della vita è ben più alto di quello economico e lavorativo. Un piccolo gioiello costato solo 5 milioni di dollari quello dell’ esordiente Jones che si pone come evidente obiettivo di andare controcorrente e puntare più sulla forza di una buona sceneggiatura che su quella scontata degli effetti visivi. Altro punto decisamente a favore del film è apportato dalle ipnotiche musiche di Clint Mansell, reso famoso per le colonne sonore di tutti i film di Darren Aronofsky e soprattutto dell’ eccellente main theme di Requiem for a Dream. Duncan James sicuramente condivide con il padre David Bowie il talento immaginifico, qui  ben esplicato nelle scenografie e nella complessità dell’ argomento, quanto nell’ attualità dei temi scientifici e umani. Da parte mia la speranza che un film come questo non resti solo un piccolo gioiello sulla luna ma possa arrivare a mutare certe politiche “erroneamente fantascientifiche” di chi è qui tra noi sulla nostra amata Terra.

( Le scenografie claustrofobiche di Moon)

( Un quasi sempre sorridente Gerty)

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– Astro Boy – 2009 – ♥♥ –

di

David Bowers

Cosa viene dopo Hiroshima? Cosa può esserci, dopo il nulla? Forse era proprio pensando a questo che nel 1952 Osamu Tezuka inventò il personaggio di Astro Boy (nome originario Tetsuwan Atom), robottino con la memoria di un bambino, i poteri di un Superman a transistor e i dilemmi esistenziali di un Pinocchio postmoderno. ‘Nato’ in un periodo particolarmente delicato, non rispondeva solo a un vuoto di eroi, quanto piuttosto al bisogno di recuperare il lato umano del progresso tecnologico, o almeno una qualche forma di rapporto tra uomo e macchina. La sua fortuna è cresciuta negli anni e in giro per il mondo probabilmente proprio grazie alla sua attitudine a esorcizzare con semplicità le nuove paure e a soddisfare interrogativi sino ad allora inimmaginabili. Preso a modello per oltre cinquant’anni per personaggi di fumetti e di serie tv occidentali, mi pare che la versione cinematografica del bambino–robot abbia ritrovato oggi non tanto lo spirito originario del manga, quanto quello di un’epoca che lascia scivolare le sue ombre fino a noi, mescolandosi inevitabilmente con problematiche contemporanee (immediati quanto naturali i riferimenti a tante altre pellicole, come Wall-E, A.I….). D’altra parte lo stesso Tezuka aveva intelligentemente preso spunto da quanto di meglio offrisse il cinema e la narrativa di fantascienza del momento (solo per dirne uno, penso a Metropolis di Lang.) La storia è ambientata a Metro City, futuristica Manhattan galleggiante al di sopra di una superficie terrestre ormai abbandonata e straripante di rifiuti (scenario incredibilmente simile a quello di Wall–e). Tenma (Nicolas Cage), importante scienzato e Ministro della Scienza di Metro City, perde il suo unico figlioletto Tobio nel corso di un pericoloso esperimento e in preda al dolore trasferisce il dna e i ricordi del bambino in un cyborg, una copia identica a lui ma, questa volta, invincibile. Ciò che rende indistruttibile il Tobio-robot, aka Astro Boy (Freddie Highmore), è la parte positiva (nucleo blu) di una di energia appena scoperta, oscura ma potentissima, mentre ciò che aveva ucciso il vero Tobio era stata la parte ‘cattiva’, sporca (nucleo rosso) di questa energia. Proprio come ogni nuovo potente strumento frutto della ricerca scientifica più avanzata, quest’ energia misteriosa e instabile può, a seconda di chi la usa e come, salvare quel che resta della Terra, o distruggere definitivamente tutto. Insomma, per farla breve sembrerebbe la classica, scontata divisione bene/male, buoni/cattivi da cartone animato, se non fosse che qui nel personaggio del bambino-robot si ritrova un tocco di umanità, di concretezza rispetto al tema trattato, e proprio in questo forse si discosta di più dal ‘carattere’ del manga giapponese originario. Da principio sembrava solo una scommessa folle quella di affidare a Hollywood un classico dell’animazione nipponica: fondere insieme il melodramma dell’anime giapponese e i buoni sentimenti da happy-end del cinema hollywoodiano, trasporre in qualcosa di tridimensionale e computerizzato un disegno tradizionalmente e rigorosamente fatto a mano, considerato fino ad ora intoccabile per il merito di aver dettato le regole stesse del genere manga (occhi grandi, forme chiare e insieme imperfette, tratto semplice, colore pieno…), con una struttura visiva e narrativa bidimensionale. Mentre nel fumetto giapponese tematiche adulte e complesse vengono normalmente trattato con un linguaggio semplice, da un punto di vista narrativo il film si innesta subito su situazioni molto più drammatiche rispetto allo script di Tezuka, acquisendo una maggiore sfumatura di attualità. Sul piano delle tecniche grafiche e di animazione, si nota l’intento dello studio d’animazione coreano IMAGI (TMNT, Digimon X-Evolution ) di trovare un punto di mediazione tra i disegni imperfetti, le forme esagerate del design originale da una parte, e le esigenze di un moderno cartoon prodotto in Computer Grafica 3D dall’altro lato. Il risultato è in realtà un cartone dallo stile visivo piatto ed espressivo insieme, tipico delle opere tradizionali nipponiche, ma con dettagli rivisti alla luce delle moderne tecnologie di grafica e animazione tridimensionale. Viene naturale pensare al primo lavoro del regista, David Bowers (ex animatore della Disney), che in Giù per il tubo aveva già tentato un ibrido tra Stop Motion e Computer Grafic. In questa seconda opera, seppure tecnicamente ben lontano dalla perfezione e dall’espressività delle creature della Pixar, il solo personaggio di Astro supplisce a tali carenze attraverso una costruzione caratteriale che si evolve durante la storia, e che, pur nei limiti di disegni imperfetti e metafore troppo evidenti e scontate, ne fa una figura credibile e ‘umana’. La storia del manga in mutandoni vira verso il romanzo di formazione, con una forte caratterizzazione della crescita interiore del protagonista: al principio il robottino si sente un ibrido, a metà tra copia identica di un essere umano e macchina potentissima, subendo l’esperienza terribile dell’abbandono così come la vivrebbe un bambino in carne ed ossa. Convinto di essere Tobio, un ragazzino vero, il nostro piccolo eroe viene cacciato via da quello che crede essere suo padre, in realtà suo creatore, e finito sulla Terra in mezzo agli altri scarti di robot rotti comincia la sua odissea come Astro e il viaggio verso la consapevolezza del suo vero destino. Nel fatto stesso che Astro si riveli un esserino che vive di vita propria, nonostante sia identico al bambino di cui doveva essere solo una copia, già si ritrova la metafora di una tecnologia i cui risultati sfuggono al controllo dell’uomo. Lo sceneggiatore (Timothy Harris, Space Jam) introduce questo tema fin dalle prime scene del film, quando il bambino muore proprio a causa di un esperimento bellico del padre e non in un incidente d’auto, stravolgendo così la storia originale. Per inciso, non è certo questo l’unico motivo per cui i fan del ‘dio del manga’ saranno rimasti un po’ delusi dal rifacimento cinematografico americano di questa icona giapponese. A dare spessore al personaggio di Astro nella versione italiana contribuisce – a sorpresa – il doppiaggio di un irriconoscibile Silvio Muccino. Notevole anche la prestazione del Trio Medusa, che danno voce al buffo trio del Fronte Rivoluzionario Robot. Davvero piatto e inconsistente il doppiaggio di Carolina Crescentini, che non riesce a far ‘vivere’ il personaggio di Cora, indistinguibile e noiosa figura tra i tanti personaggi del film, tutti inconsistenti e monocordi come bambole di gomma tranne il protagonista. L’Astro Boy di Tezuka rimane inarrivabile, questa versione cinematografica – presentata in anteprima nella sezione Alice nella città del Festival di Roma 2009 – non arriva neppure a scalfirne la superficie cromata; ciònonostante io trovo il remake di Bowers nel complesso gradevole, e più toccante rispetto al fumetto di Tezuka. Forse piacerà di più a chi non conosce l’originale, e probabilmente non piacerà soltanto ai bambini… Per me è chiaro comunque che non si tratta soltanto di un innocuo cartone animato dalla grafica retrò che ripropone le avventure del robottino. E c’è poi chi ha detto che per esplorare i moderni confini tecnici e narrativi dell’animazione non c’era bisogno di rispolverare un mito intoccabile come questo. A mio parere si tratta di un bel tentativo di esplorare un legame con il passato, anche se poi non ha dato i risultati attesi.

(La nascita di Astro Boy)


(Astro: Ehi, ho due mitragliatori sulle chiappe)


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– Brothers – 2009 – ♥♥  –

di

Jim Sheridan

Se si fa un giro tra i forum e i blog è difficile non trovare commenti in merito a  questo ultimo lavoro di Sheridan che lo definiscano come una scopiazzatura di Pearl Harbour. Quantomeno il fulcro del suo plot amoroso. In realtà il suo plot è ben diverso perchè gli intenti di questo film sono quelli di scavare all’ interno del problema del reinserimento dopo il trauma della guerra e inoltre i suoi protagonisti sono ben diversi (trattandosi qui di due fratellastri con ben più problematici risvolti psicologici della coppia di bellocci senza alcuna introspezione e votati solo al mainstream Affleck-Hartnett). Inoltre il Brothers di Sheridan è in realtà non più di un fedelissimo remake dell’ omonimo svedese Brodre di Susan Bier. E di tutto questo, nonostante il trailer appetibile accompagnato dalla colonna sonora avvolgente degli U2, se ne riescono ad evincere ben presto i limiti. Infatti è difficile non essere attratti dal trailer del film qui in questione, ma è allo stesso modo complesso non restare delusi dal risultato finale dopo esser arrivati in fondo alla visione totale dell’ intero lungometraggio. La costruzione drammaturgica del film appare fin da subito nettamente schematica e divide il film in due parti quella bellica in Afghanistan (peraltro liquidata velocemente) e quella delle dinamiche familiari che dovrebbe essere quella maggiormente interessante. I due fratelli in questione sono molto diversi: il primo (Tobey Maguire) eroe di guerra, mentre il secondo (Jake Gyllenhaal) un perdigiorno che non accetta le responsabilità ma che inevitabilmente ( più per dovere di sceneggiatura che di realtà) è chiamato a mutare il suo atteggiamento. Le psicologie dei due personaggi sono sbattute davanti gli occhi dello spettatore in maniera fin troppo elementare e veloce da non lasciare spazio a nessun tipo di elaborazione emotiva e fanno avere un risultato decisamente televisivo all’ intera evoluzione delle relazioni. Tutto è velocizzato e scontato e nessun elemento è dato da scoprire allo spettatore. Ad eccezione di una sola scena nella quale la tensione e la costruzione delle inquadrature insieme alle spiccate qualità attoriali di Maguire e della Portman raggiungono un notevole livello di tensione emotiva: quella della festa di compleanno. In questo interessante momento scenico la contrapposizione tra le figure di tutti i personaggi evince in maniera decisamente convincente e non banale e le qualità recitative di Tobey Maguire trovano la loro massima espressione. Il resto è tutto un melodramma familiare che ha elementi già visti in tantissime opere hollywoodiane di ben più pregiata fattura (il trauma bellico già precedentemente visto in Nato il Quattro Luglio o le deviazioni psicofisiche violente derivanti dalla drammaticità della guerra ben sviluppate ne Il Cacciatore). Al contrario della Portman e del marito di scena Maguire, Jake Gyllenhaal nei panni del fratello disadattato socialmente risulta essere fuoriposto anche come ruolo (l’ attore, a mio giudizio, ha una presenza scenica più da bravo ragazzo che da sbandato). Un pò troppa carne sul fuoco in definitiva per il regista irlandese del bellissimo Il mio piede sinistro: non si accontenta infatti di trattare i drammi della guerra ma ne vorrebbe elaborare i problemi familiari derivanti da un eventuale reinserimento. Ma per fortuna potrà ringraziare due straordinari giovani attori dal tracollo. Il primo (Tobey Maguire) che si dimostra in grado di non restare invischiato nella tela di Spiderman, mentre la seconda (Natalie Portman) capace di dimostrare la sua continua crescita professionale nata con Leon e passata per Closer.

( Ma scherzi?? Ma chi te la tocca tua moglie\Portman??)

( Ma quando il gatto non c'è i topi ballano)

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