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Archive for the ‘1998’ Category

– L’ Ultimo Cinema del Mondo – 1998 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Alejandro Agresti

L’ Ultimo Cinema del Mondo è uno spaccato surreale di quella che era l’ Argentina degli anni ’70. E in particolar modo quella che poteva essere la ipotetica realtà di un paesino sperduto nella profonda Patagonia. In questo piccolo paesino i film, dopo aver girato il mondo, aver riscosso il loro successo, arrivano col loro ritardo pronti a stupire la popolazione locale che sembra istruirsi e addirittura arrivare ad esprimersi colloquialmente seguendo le sceneggiature delle opere cinematografiche proiettate. Quindi anche gli ideali sembrano arrivare attraverso i film nelle menti dei cittadini della piccola Rio Pico. Ecco quindi che passando dal ” Tutto è relativo” di Einstein, i cittadini giungono a far proprio anche il concetto Marxista di ” Tutti sono uguali”. Ogni protagonista di questo film sembra avere un ruolo molto importante in quella che è la cultura cinematografica. C’è  Soledad che arriva quasi per caso, col suo taxi, a Rio Pico, e che è spettatrice attiva di tutto ciò che accade. E proprio come una spettatrice cinematografica il regista ce la mostra spesso la sua testa, di quinta, che osserva gli avvenimenti più importanti del paese. Soledad si risveglia in questo piccolo paese e proprio come una spettatrice, si tuffa all’ interno di una realtà che fino a poco prima era così lontana dal suo mondo. Impara pian piano a  lasciarsi andare a ciò che spesso i film provocano nell’ animo umano: si lascia educare ai sogni. Si innamora in maniera del tutto surreale (lasciandosi contagiare da un ballo all’ interno delle mura domestiche), ma molto cinematografica, di colui che è il cinefilo, il critico del paese, zoppo e quasi del tutto afasico. Incapace lui stesso di fare cinema, è manifestazione prima di chi il cinema lo ha all’ interno della sua vita, della sua stessa postura: quel movimento ondulatorio che riproduce zoppicando ricorda tanto le prime produzioni cinematografiche, grazie alle quali il cinema è nato. Arriverà a Rio Pico, in seguito, anche un attore francese (interpretato da un bravissimo Jean Rochefort), che dopo aver consumato la sua fama europea giunge nella profonda Patagonia ritrovando quella notorietà che sembrava aver smarrito, provando così a riconquistarsi una sua personale dignità. Sarà suo il compito arduo di apportare un maggiore splendore a Rio Pico, intenzionato a girare un film che parli di esso che però mai sarò concluso a causa dell’ avvento imminente della televisione. E quando questa arriverà i sogni che fino a quel momento avevano contraddistinto tutti gli abitanti del piccolo paese sembrano svanire di colpo come ipnotizzati da una luce blu all’ interno di una scatola che il regista Agresti non ci fa mai vedere, forse per non mischiarla a quanto di bello ci ha mostrato fino a poco prima. Perchè mischiare i sogni con una scatola già preconfezionata da qualcun altro è impossibile. Spesso non rimane che rifugiarsi nella nostalgia. Intento che L’ Ultimo cinema del mondo attua alla perfezione.

(Soledad sposa il critico afasico)

( Soledad, come una spettatrice, osserva le teorie 
dettate da uno dei suoi compaesani)

 

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– Cube –  1998 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Vincenzo Natali

Film horror, claustrofobico, psicologico, fantascientifico, paranoico, enigmatico e inquietante, Cube è una piccolissima ma preziosa produzione canadese di ormai più di un decennio fa che preserva tutt’oggi la sua originalità e bellezza nonostante il set in cui si svolge la storia sia uno solo e nonostante il suo debito cultural-cinematografico con capisaldi dei generi sopra menzionati come Alien o l’ormai leggendario e orwelliano 1984. Sei individui, tutti interpretati da attori poco noti ma giusti nei loro ruoli, si ritrovano intrappolati in una struttura cubica composta da un’infinità di altri cubi che nascondono pericoli mortali, ma anche uno schema di fuga decifrabile solo da un genio della matematica che se non fosse autistico sarebbe decisamente più rispettato e meno sfruttato.
Man mano che i personaggi proseguono nei loro tentativi di fuga, la tensione fra di loro cresce e diminuiscono sempre più, come in un gioco ad eliminazione, ma pagando con la propria vita. Per questo motivo, una dottoressa, un poliziotto, un architetto – interpretato da David Hewlett, il più famoso oggi nel film per aver fatto parte successivamente al cast della serie Stargate – e una studentessa di matematica si interrogano molto sui come e i perchè si trovino imprigionati, arrivando addirittura a sospettare inizialmente un rapimento alieno, spostandosi poi su paranoiche idee di sequestro a scopi sperimentali da parte del governo. L’architetto, in realtà un semplice impiegato, ad un certo punto si scopre che è il responsabile della progettazione dell’involucro esterno e di conseguenza non si aggiudica la simpatia di tutti i suoi compagni di sventura. Man mano che la prigionia avanza nel tempo con i suoi protagonisti stremati e sempre più poco propensi al successo, l’intelligenza e la lucidità logico-matematica avranno paradossalmente la meglio, infatti la studentessa di matematica con l’aiuto dell’architetto e di un autistico- idiota sapiente che si rivela ferratissimo nei calcoli di cifre astronomiche riuscirà a comprendere che il cubo non è statico, ma che si muove mutando in continuazione, dunque non solo devono districarsi in uno spazio labirintico, ma devono anche lottare contro il tempo necessario per raggiungere la porta che conduce verso l’esterno. Il poliziotto di colore, Quentin, sin dall’inizio stabilisce un ruolo da leader all’interno del gruppo e ciò provocherà grossi conflitti fra i vari personaggi. A differenza degli altri, lui sarà quello che perderà più di tutti il lume della ragione ed inizierà a volersi fare strada da solo a costo di eliminare gli altri. Cosa che accadrà effettivamente nel finale, in cui giunti alla meta, l’architetto e la studentessa hanno uno scambio di battute illuminante riguardo il fatto che forse non ne valga poi così la pena di tornare al mondo esterno che li aspetta fuori. A risolvere questo dilemma in modo decisamente sanguinario sarà l’ormai psicotico Quentin, in questo finale che potremmo battezzare ‘mysterious ending’, tornando inaspettatamente dopo una sua breve ma programmata scomparsa ferendo a morte la ragazza e si suppone anche l’architetto dato che lo pugnala svariate volte nello stomaco. L’idiota se ne esce incolume e cammina verso un altrove fatto esclusivamente di luce bianca e abbagliante. La sceneggiatura del film, scenograficamente e visivamente squisito, scritta dal regista italo-canadese Vincenzo Natali, non si perde in spiegazioni e non dà coordinate particolari sulle motivazioni che stanno dietro al cubo. Ciò dona a quest’opera una valenza kafkiana, soprattutto per la supremazia non tanto dell’azione, ma piuttosto della dialettica prettamente psicologica che si instaura fra i vari personaggi, i quali, uno ad uno, rappresentano nella propria maniera l’infinita solitudine e disperazione umana, che però, come dice la studentessa prima di tirare le cuoia, forse bisogna solo imparare ad accettarla e conviverci. Va da sè che la struttura complessa e cubica della prigione contiene molteplici metafore sulla vita. Ma non manca un riferimento più banale e ludico al cubo di Rubik, non mancano suggestioni cinefile che si traducono soprattutto nella scenografia, nei colori e le luci in un astuto gioco citazionista bilanciato fra espressionismo, un po’ di surrealismo e  pop sci-fi alla Spielberg e colleghi. Soprattutto, non dimentichiamolo mai, la forza inquietante del film ha addirittura uno scopo didattico. Cube infatti ci vuole ricordare con l’ironia dell’architetto prigioniero di una struttura a cui progettualmente lui stesso ha contribuito, che tutti noi siamo un po’ prigionieri di un’idea del mondo che, tramite i mezzi della comunicazione e non solo, ci ha resi i nostri stessi carnefici. Se il film si fosse avvalso di un attore più bravo ed espressivo per il ruolo di Quentin e se si fosse sporcato di più le mani in merito al problema della sopravvivenza senza acqua e cibo (magari trattando il tema del cannibalismo), lo avrei definito un capolavoro. Da vedere assolutamente, mentre invece è da dimenticare il seguito Cube 2 – Hypercube, che non è altro che il solito remake hollywoodiano pieno di astruse soluzioni avveniristiche e da marketing.

(L'inquadratura di inizio film)

(Fra il cubo e l'involucro...)

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– Festen – 1998 – ♥♥♥♥♥ –

di

Thomas Vinterberg

Qui e ora. Mostrare ciò che avviene in tempo reale e senza salti temporali è parte delle regole del movimento cinematografico Dogma 95 fondato dal regista danese Lars von Trier. E Festen si attiene alla perfezione a questo editto esposto nel manifesto del suddetto movimento cinematografico, documentando fedelmente attraverso la sola forza delle parole di ogni personaggio in scena i ricordi e le terribili angosce, per lungo tempo celate di una ricca famiglia danese che si riunisce insieme per festeggiare il sessantesimo compleanno del “padre capofamiglia”. Con l’obbligo delle riprese a spalla e la totale assenza di scenografie o di colonna sonora Vinterberg porta in scena un film quasi teatrale , decisamente antiborghese che tende a destabilizzare la figura paterna, a trattare del passato emotivo attraverso la sola presentazione visiva del presente. Tutti i personaggi sono quasi tallonati dalla macchina da presa in un crescendo di cruda verità familiare. Una verità violenta e più che mai schietta che come un fulmine si abbatte sull’ ipocrita “ciel sereno” di una liturgia festosa costruita solo su false basi borghesi. Una piccola comunità quella della famiglia di Festen che ogni anno si riunisce per festeggiare l’oblio e l’apparenza di “armadi” ben costruiti ma che nascondono crudeli quanto nefandi scheletri. E proprio quando la rivelazione da parte del primogenito Christian , dovrebbe spezzare la ben costruita struttura di quella festa , ci si accorge invece che gli anticorpi ipocriti posseduti da chi ha vissuto un ‘ intera vita nella menzogna sono duri a morire e che neanche la crudeltà delle parole riesce ad abbatterli. Fino a quando la verità non sia sul serio sbattuta in faccia. E provenga addirittura dalle parole scritte e lasciate in eredità come un testamento di verità dalla sorella gemella di Christian, morta suicida. E le angosce di questa verità celata e non detta vengono perfettamente contagiate allo spettatore sopratutto grazie all’utilizzo della tecnica utilizzata del Dogma 95. Festen è una metafora perfetta di una società di potere che lega chi annuncia il vero male destabilizzante da solo nel bosco ad un albero, lontano dall’ apparente calma piatta e festosa del mondo. Che obbliga a tacere gli infelici per il bene degli inebriati da una felicità farisea che vuole farsi portatrice della salute psicologica del mondo. Ma inevitabilmente la soggettiva di un testamento scritto sarà consegnata agli occhi di noi spettatori e nelle mani dei protagonisti che attoniti non potranno far altro che arrendersi alla cruda quanto dura evidenza dei fatti.

Festen

( Il diverso e l'infelice va scacciato)
Razzismo
( E anche le disuguaglianze se non nascoste devono essere attaccate)

Pubblicato su Cineocchio

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