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Archive for giugno 2011

– La Promessa dell’ Assassino – 2007 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

David Cronenberg

E’ sempre un piacere poter constatare quando un regista ossessionato dai corpi, dalla carne e dal sangue come David Cronenberg, nonostante la linearità di questo suo lavoro, non perda la sua coerenza stilistica e il suo percorso autoriale personale. La Promessa dell’ assassino, infatti, ci riporta a ciò che è una costante nei lavori di Cronenberg e cioè l’ essenza stessa del male. Un Male sempre presente nella vita dell’ uomo e che nonostante le resistenze riesce sempre a trovare una strada per esprimersi. Lo sguardo di analisi di Cronenberg è freddo e macabro come i corpi freddi dei cadaveri che vengono mostrati nel film. Rigidi pezzi di carne condannati da un’ esistenza marchiata dai tatuaggi impressi nei loro corpi e che sono solo vittime del succedersi degli eventi. L’ intero film scorre narrativamente come un fiume d’ acqua freddo, infatti, circondato da atmosfere cupe e da un superbo tocco fotografico che è quasi sempre contraddistinto da tonalità nere e rosse. E’ come se Cronenberg volesse con questo film comunicarci qualcosa di finale, come la morte. Ogni inquadratura o movimento di macchina è sempre distante dall’ azione che si svolge, quasi a volerlo immortalare come in una fotografia finale. Viggo Mortensen, divenuto ormai l’ attore feticcio del regista canadese, incarna perfettamente il suo personaggio trasfigurato nella manifestazione del male ma  di fatto rappresentazione stessa del Bene con tutte le controversie del caso. Nikolai (Viggo Mortensen) è marchiato interamente da simboli d’ onore attraverso i suoi tatuaggi che gli impediscono di andare contro le regole basilari che la malavita talvolta richiede di praticare, come gli stupri, gli abusi o gli sfruttamenti. Diviene quindi il difensore di tutto questo e il suo rapporto\incontro con Anna (Naomi Watts) è proprio basato su questa sua consapevolezza. Lei sarà per lui il tramite, attraverso cui lui potrà manifestare il destino che il suo personaggio da tempo aveva già tatuato sul suo corpo. E’ un percorso quello di Nikolai, forse salvifico, ma sicuramente verso il Bene e una sua rinascita. Ne funge da perfetta metafora la lotta interamente nudo nel bagno turco, molto cruenta e colma di suspense. Sarà durante questa sequenza che Nikolai dopo aver lottato finirà a terra sanguinante, ma vincitore, in posizione fetale , verso una nuova nascita. Per cento minuti Cronenberg crea un mondo dalle cupe atmosfere precarie e malavitose, nel quale i suoi personaggi e i suoi attori si muovono con lentezza e con la dovuta misura. Mai eccedendo nell’ enfasi delle urla, ma mantenendo tutto come strozzato in gola , come ad un vero noir si domanda. E il finale seppur apparentemente rassicurante, attraverso un’ inquadratura distante e che si interrompe improvvisamente non fa altro che comunicare allo spettatore l’ incessante e incombente pericolo di una probabile minaccia esterna. Sempre probabilisticamente presente.

(Il Giudizio dei Tatuaggi)


(Cronenberg istruisce Cassel )
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– Uomini senza Legge – 2011 – ♥♥ e 1\2 –

di

Rachid Bouchareb

Uomini senza Legge ha sicuramente tutte le carte in regola per essere considerato un buon film. Ha la fotografia che è tipica dei film noir e che grazie alle sue tonalità cupe comunica allo spettatore quel senso di grigiore e difficoltà che derivano dalle ingiustizie e dalle condizioni politiche e sociali di un popolo alla ricerca della propria identità e indipendenza. Il periodo storico che fa di sfondo ai tre fratelli algerini protagonisti è quello dell’ indipendenza algerina e della difficile, quanto controversa operazione di liberazione attuata dal movimento algerino FLN, contrastato dal Main Rouge francese, partorito proprio per contrastare il primo. Il regista Rachid Bouchareb però non si accontenta di raccontare solamente il punto di vista storico degli avvenimenti, ma desidera arricchirli ulteriormente con toni da epopea familiare, inserendo le vicende e le emozioni personali dei tre fratelli dal ’45 al ’61. Un periodo durante il quale li vedremo lentamente arrendersi alla violenza, nonostante siano spinti da nobili ideali di libertà. Dopo un prologo, dai toni anche fin troppo da romanzo popolare,  che va indietro fino al 1925, quando i fratelli e la loro famiglia sono spossessati della loro terra e assistono all’ uccisione del padre da parte dei coloni francesi, il film infatti passa subito al 1945. Epoca in cui la Francia esulta per la resa tedesca e la fine della Seconda Guerra Mondiale, ma in Algeria invece una folla di manifestanti indipendentista viene massacrata dallo  stesso esercito Francese. Da quel momento i tre fratelli saranno costretti per motivi diversi a vivere senza legge e senza “patria” per lottare per i loro ideali. I propositi del regista di unire l’ epico al gangster movie quindi ci sono, ma purtroppo il film risulta avere molto spesso ritmi e recitazioni da ottima produzione televisiva più che da cinema. I protagonisti stessi, infatti, sembrano imbrigliati all’ interno dei loro schematici personaggi, dall’ epilogo che sembrerebbe senza alcuna evoluzione o via di fuga. C’è l’ ex soldato reduce dalla guerra in Indocina continuamente turbato dai suoi ricordi di morte e che sembra non riuscire a liberarsi dal suo istinto omicida; l’ attivista politico rivoluzionario che si trova a confondere il fanatismo violento con i veri ideali di rivoluzione; e il fratello più giovane e più opportunista che pensa più alla sua fortuna economica che agli ideali patriottici. Ma tutti loro sono accomunati dallo spirito di fratellanza che diventa forse il vero filone portante delle vicende familiari. Lo sguardo di Bouchereb è di conseguenza molto pacato e fino alla fine tende ad evidenziare che gli estremismi violenti in una rivoluzione sono sempre sbagliati. Non a caso tiene in vita il fratello che più è lontano dalla lotta ad ogni costo per l’ indipendenza. Quindi nonostante la ribellione e l’ andare contro la legge, nel loro caso, sia l’ unica strada possibile ciò che lo spettatore finirà per leggere sarà che è sempre meglio mediare con i propri nemici prima che combatterli ciecamente con ogni mezzo possibile. Ecco che quindi il film finisce per essere più un film sulla fratellanza, con un finale strappalacrime, e con ben poco approfondimento sulle vere vicende storiche algerine. Più un film che fa smaccatamente un occhiolino ai gangster movie di Brian de Palma o di Scorsese che un vero e proprio film con una sua ben costruita identità.

(1925: Morte del padre)
 
( Fine anni '50 in Francia)

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– 6 Giorni sulla Terra – 2011 – ♥ e 1\2 –

di

Varo Venturi

Il genere fantascientifico è un tipo di cinema che in Italia non ha mai attecchito più di tanto, quindi sicuramente questo tentativo di Varo Venturi di parlarci di Alieni scegliendo come scenario la nostra Roma vale sicuramente l’ interesse di almeno una visione. Purtroppo però Varo Venturi, nonostante si professi un accanito sostenitore delle abduzioni da parte degli alieni e della manipolazione mentale che questi esercitano su di noi attraverso svariate forme, il suo film risulta essere solamente un enorme calderone di tutte queste teorie, senza però mai essere in grado di esporle in maniera cinematograficamente coinvolgente per lo spettatore. Ovviamente per lo spettatore che non ha alcuna nozione a priori di tutte queste teorie e decide di approcciarsi al film come un qualsiasi spettatore desideroso di godersi un film di fantascienza. E’ già infatti in questa catalogazione di genere però che il regista pone il suo primo accento, tenendoci a specificare che il suo è un film di realscienza e che intende mostrare quella che per lui è la vera realtà. Ecco allora che con questa presunzione si può subito capire che è impossibile produrre un film che risulti gradevole a un pubblico vasto e che magari si trova in disaccordo con la sua visione del mondo. Soprattutto poi se il prodotto finale contiene al suo interno numerose pecche stilistiche e tecniche. Tralasciando gli evidenti difetti nel mixaggio sonoro,  vi sono in 6 Giorni sulla terra delle  indiscutibili lacune sia nella sceneggiatura che nella recitazione degli attori. I buchi di sceneggiatura presenti nel film spesso non ci fanno comprendere in pieno i perchè di certe azioni dei protagonisti (o forse il regista compie il grossolano errore di darne per scontate le ragioni), e  rendono l’ intero prodotto narrativamente confuso e diviso a metà tra la sua evidente ostentazione di effetti visivi e il linguaggio degli iniziati, a tutti i costi inserito in maniera frequente. La recitazione inoltre è di evidente stampo televisivo e in ogni battuta denota un enfasi talvolta inopportuna che molto ricorda quella che spesso si vede nelle fiction. E’ un peccato perchè infondo alla base sembra evidente che da parte del regista c’è una ricerca e una dedizione all’ argomento molto chiara. Non a caso il regista si è avvalorato dell’ aiuto in fase di sceneggiatura di un esperto in materia come il professore Corrado Malanga. Molte delle teorie esplicate nel film sicuramente non avranno difficoltà infatti ad appassionare chi è molto convinto di queste dottrine o chi non sia di certo un iniziato alle tesi complottistiche di David Icke. E’ proprio per questa ragione che 6 Giorni sulla terra potrà più facilmente interessare un pubblico “militante” all’ interno di tali dottrine che chi invece sarà solamente interessato all’ opera cinematografica. Per quanto mi riguarda è sicuramente un’ occasione sprecata di una teoria cinematograficamente originale, che sarebbe però risultata maggiormente interessante senza la pretesa di convertire il suo spettatore ad essa.

( Ipnosi aliena)
 
( Imbarazzanti effetti speciali)

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– Last Night – 2010 – ♥♥ e 1\2 –

di

Massy Tajedin

Interessante la prospettiva dell’ esordiente regista di origine iraniana Massy Tajedin nell’ inquadrare quelli che sono i desideri sessuali e d’ amore di una giovane coppia sposata, delimitandoli all’ interno del fugace contesto di una notte. Last Night si muove su due piani differenti : quello dell’ attrazione che sembra lasciare poche vie di fuga tra Eva Mendes e Sam Worthington e quella invece più sofisticata e dagli accenti decisamente più romantici tra Keira Knightley e Guillaume Canet. La telecamera è focalizzata sulle emozioni notturne dei suoi protagonisti e si sofferma sui loro volti attraverso frequenti primi piani pronti a cogliere ogni espressione degli attori. La regista decide di non giudicare mai ciò che i protagonisti sentono e lascia scorrere le immagini quasi come un flusso emozionale senza mediarli minimamente dalle inferenze esterne e lasciando allo spettatore ogni possibilità di conclusione. Last Night è un film che punta tutto sull’ immagine visiva e sulla curatissima fotografia , ma che purtroppo denota nella sua sceneggiatura la sua più evidente lacuna. Nulla di originale infatti sul tema della infedeltà e dei tradimenti viene detto sia stilisticamente che come contenuti. Al contrario, invece, le interpretazioni degli attori spiccano nei loro silenzi e nella loro espressività e le frequenti inquadrature che si soffermano spesso sulle mani o sugli occhi sembrano tutte essere azzeccate e comunicare perfettamente il dramma sentimentale interiore che i protagonisti vivono. La Tajedin non si limita di certo nell’ utilizzare i silenzi che diventano spesso quasi dei tasselli di un thriller sentimentale che però non si consumerà mai. L’ ambientazione tipicamente newyorkese è scenograficamente di sicuro fascino e rammenta le atmosfere domestiche da loft che già abbiamo visto in altri film. Lo sguardo della macchina da presa è distaccato e lascia che lo spettatore si immedesimi emotivamente con ciò che vede, assumendosi però pienamente il rischio che tutto questo possa non accadere e che il quindi l’ intero film finisca per ripiegarsi su se stesso, in un film assolutamente piatto emotivamente. Il finale è in verità il vero tocco artistico che la regista ci vuole concedere. Un lungo fuoricampo che lascia l’ intera storia raccontata in sospeso, dopo che i due coniugi si scambiano un abbraccio quasi gelido e seguito da una loro possibile intuizione di ciò che la notte appena trascorsa è avvenuto. E’ in questo conclusivo stordimento che si riesce a percepire quell’ emozione che per l’ intero film si è mantenuta sospesa lungo un filo incerto. Un film che vale comunque almeno una visione notturna.

( L' Attrazione passionale)
 
( L' Amour Fou)

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– The Tree of Life – 2011 – ♥♥♥♥ –

di

Terrence Malick

E’ il film che Terrence Malick aveva in mente da una vita intera e che ha sempre rimandato aspettando il momento giusto per poterlo finalmente produrre. E’ l’ atto della creazione della vita e dell’ uomo visto dall’ occhio visionario di un regista che di certo non si contiene nella sua espressività cinematografica dando luce a un lavoro che per tecnica e fotografia eccelle in ogni suo particolare. La citazione di Giobbe (38:4,7) che introduce il film ben spiega fin da subito i presupposti che il film vuole esprimere al suo interno. Ossia l’ immensa contraddizione che vi è  tra il giusto che soffre senza colpa e il malvagio che invece riesce a vivere bene le conseguenze del suo agire. Partendo da questo assunto si esplica la storia familiare della famiglia O’ Brien, dominata dal padre padrone (Brad Pitt) che con pugno fermo e disciplina impone ai suoi figli la strada da seguire come a voler rappresentare un destino crudele dal quale non si può scappare. All’ interno della famiglia tutto viene mitigato dalla contrapposizione data dalla figura femminile e materna della madre (Jessica Chastain), che rappresenta la grazia e l’ amore infinito , sempre paziente e affettuosa con i figli e dotata di una forza “sotterranea” che le permette di vivere insieme ad un marito oppressivo, sapendo regalare in famiglia fugaci momenti di tranquillità. Il film di Malick parte dal privato e da venti minuti iniziali che scuotono lo spettatore stordendolo immediatamente con l’ annuncio di una morte e le espressioni tragiche dei protagonisti. La telecamera di Malick sovverte le regole grammaticali del cinema e neanche per un solo istante ci regala i campi e controcampi che spesso il cinema ci impone. La macchina da presa qui infatti e continuamente in movimento tra primi piani e piani sequenza che spesso tallonano i protagonisti del film. Risulta quindi inattaccabile tecnicamente The Tree of life, essendo un esempio perfetto di virtuosismi tecnici e movimenti di macchina innovativi , accompagnati da una fotografia perfetta che ben sa miscelare i contrasti senza caricarli troppo. Visivamente il risultato è quindi affascinante nonostante la trama non lineare rischi di far abbandonare la sala a molti spettatori che da questo film si aspettano una facile visione. Il contrasto tra natura e grazia permea l’ intera opera cinematografica, evidenziando la brutalità mista però al senso di libertà incondizionata nel vivere l’ amore della prima, alla rinuncia della seconda al fine di donare un senso allo scorrere incessante della vita stessa. Il film è colmo di simbolismi che spaziano dal privato , alla natura fino ad arrivare anche alla creazione del cosmo. E’ proprio questa sovrabbondanza di simbolismi che forse risulta la pecca maggiore della sceneggiatura del film , di grande impatto visivo ma spesso proprio per tali ragioni didascalico. Di certo una sola visione , non basterà per apprezzarne a pieno il valore e la complessità che quest’ opera racchiude al suo interno, si consiglia quindi lo spettatore di avere modo di poterlo rivedere una seconda volta, al fine di soffermarsi maggiormente non solo sulle emozioni visive ma anche sui particolari e le riflessioni filosofiche che il film al suo interno contiene. The Tree of Life è un film perennemente in bilico tra religiosità, spiritualità e scienza. Malick porta lo spettatore ad interrogarsi costantemente sul perchè della vita e porta lo spettatore a riflettere su quel dilemma esistenziale che è l’ origine della vita. Il finale di certo non lascia indifferenti nel suo surrealismo e seppur troppo criptico e misterioso è in grado di comunica una suggestione visiva che poche volte siamo abituati a vedere al cinema. Un cinema quello di Terrence Malick che è un ponte tra il passato e quello che potrebbe essere il futuro digitale della cinematografia, non a tre dimensioni.

(Il Rigido Padre Brad)
 
( La grazia infinita della madre)

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