Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for maggio 2011

– Thor – 2011 – ♥♥ e 1\2 –

di

Kenneth Branagh

Thor è un film fracassone e un blockbuster, e questo di certo salta immediatamente all’ occhio, anche solamente dalla locandina. Ma al tempo stesso non si può fare a meno di notare che è un film di Kenneth Branagh. Quello stesso regista e attore che si è reso noto nel tempo per i suoi riadattamenti cinematografici delle maggiori opere di William Shakespeare. Ed è proprio questa sua reminiscenza shakespeariana che Branagh decide di non tralasciare nemmeno nella storia targata Marvel del supereroe Thor costretto all’ esilio sulla terra dal padre Odino e deciso a rimpossessarsi del suo micidiale maglio (visto qui un pò come fosse la celebre Excalibur di Re Artù). Il film è suddiviso in due differenti location, quella del mondo di Asgard, patria di Thor, e quella della Terra. Branagh riesce, in maniera convincente, a gestire il mondo di Asgard, riempiendolo di elementi ispirati al noto drammaturgo inglese, come gli intrighi di palazzo, le dispute tra familiari reali o l’ uccisione del regnante da parte di uno dei familiari più diretti. Al contrario, invece, dal momento in cui il supereroe Thor , interpretato dal muscolosissimo Chris Hemsworth, viene scacciato sulla terra, con dinamiche che molto rammentano quelle già viste in Superman, tutto diventa improvvisamente banale e romanticamente scontato. Era infatti inevitabile l’ inserimento della love story tra la minutissima Natalie Portman e il palestratissimo Chris, seppur contenuto almeno in enfasi e in esternazione di sequenze affettuose. Colpiscono anche le scenografie di Asgard , che tanto rammentano quelle dei palazzi reali, così come anche l’ uso degli effetti speciali è funzionale visivamente alla narrazione. Anche la sceneggiatura si discosta quel tanto che basta dai fumetti Marvel, da apportare un’ impronta teatrale ai suoi personaggi. Ma purtroppo più di questo Branagh non ha potuto fare finendo, in maniera piuttosto evidente, per piegarsi alle logiche da blockbuster, che esigono uno spiccato inserimento di sequenze d’ azione e una velocizzazione dei rapporti tra Thor e i terrestri che lasciano intravedere in maniera palese non pochi buchi di sceneggiatura. Se poi si aggiunge anche l’ esigenza di inserire nel cast presenze multietniche e politically correct (ritroviamo l’ afroamericano, il nipponico e anche la donna guerriera) tra i compagni d’ arme dell’ eroe Thor si può notare come la marchetta sia stata ampiamente pagata da Kenneth Branagh. Tuttavia resta comunque un film, che se inserito nel suo particolare contesto cinematografico, si distingue almeno per riferimenti teatrali e per scenografie. Vale dunque la pena almeno una sua visione. Se non altro si lascia vedere fino alla fine, evitando la sensazione che spesso caratterizza i film fracassoni di questo genere: il fastidio.

( Il muscolosissimo Chris che tenta di
estrarre il maglio Excalibur)

(Chris: Io sono il palestratissimo figlio di Odino, Thor
Natalie: io una scienziata e aspettavo te per buttarmi tra le tue braccia muscolose!)

Read Full Post »

– Noi Credevamo – 2010 – ♥♥♥♥ –

di

Mario Martone

Il revisionismo storico. Questo parolone che in quest’ ultimo anno ha dominato la scena televisiva e cinematografica Italiana sembrerebbe, per le case distributrici e forse anche per il Ministero della cultura che non riguardi il film di Mario Martone. In realtà, Noi Credevamo, è senza alcun dubbio l’ opera cinematografica che più si avvicini a tale concetto, nonostante ben pochi Italiani al cinema avranno potuto vederlo, poichè non ha visto luce in esse per neanche un’ intera settimana. Martone con questo film immerge lo spettatore in un trentennio molto importante per l’ Italia dell’ 800 , pieno di controversie e di revisioni, nei confronti di coloro che credevano fermamente di “fare l’ Italia”. Il film è sicuramente scomodo già per il fatto che sceglie come eroi tre giovani del Sud Italia che spinti dalla loro amicizia e dai loro ideali sono coinvolti nel progetto Mazziniano della Giovine Italia. Lo è poi soprattutto per lo sguardo decisamente alternativo che apporta al Risorgimento, quello in cui il popolo più che essere attivamente coinvolto nel decidere il proprio futuro, finisce per essere lo stesso uno spettatore dei fatti, decisi dai pochi nomi illustri di quegli anni. L’ argomento viene trattato con una serietà e precisione alla quale non siamo abituati in Italia vedere solitamente in un film Storico. Il film viene suddiviso in quattro capitoli che lo rendono maggiormente flessibile, data la sua lunga durata di ben 204 minuti. Martone sceglie di concentrare l’ attenzione della sua macchina da presa sui personaggi , le atmosfere ma soprattutto le passioni che coinvolgevano i protagonisti di quel periodo storico, finendo inevitabilmente per evidenziare lo spirito controverso di quella particolare epoca storica. Proprio questi suoi personaggi però non sono neanche per un solo istante eroicizzati (meccanismo che molto spesso viene sviluppato in un film storico), ma finiscono sempre per essere principalmente esseri umani con dei loro personalissimi valori e con le loro contraddizioni del caso. Il Risorgimento, visto da Martone, non è quindi quel glorioso momento che vede protagonisti i ben noti Garibaldi o Cavour (mai mostrati in questo film) , ma è invece quell’ epoca controversa fatta da uomini appartenenti a vari clan, associazioni o sette, tutte legate tra loro ma non necessariamente sulla stessa lunghezza d’ onda. Luigi Lo Cascio è perfetto e commovente nell’ interpretare Domenico, un giovane repubblicano che ha un fortissimo ideale rivoluzionario per il quale lotterà e soffrirà per tutta la vita, ma che  però nel finale sarà costretto a disilludersi nel vedere la sua Italia unita sotto il marchio dei Savoia e non del popolo. La caratterizzazione del suo personaggio è dettagliata e meticolosa a tal punto da non poter risparmiare allo spettatore alcuna emozione e costringerlo a vivere con lui quegli ideali così forti. Tutto il cast fa comunque un ottimo lavoro di compartecipazione in un film dove sono proprio tutti i comprimari a rendere l’ azione speciale e non soltanto il ruolo del protagonista. Non solo storia quindi, ma anche un’ ottima lezione di cinema ci arriva da Mario Martone: quella che ci insegna a capire che un film veramente completo è fatto di un cast che lavora insieme e non soltanto di un protagonista che regge le fila dell’ intera struttura narrativa dell’ opera. Non è un caso che un attore della statura di Toni Servillo (che molto spesso si è ritrovato da solo a reggere le fortune di interi film) qui sia “relegato” solo a pochissime pose , ma tutte necessarie e intense e che esprimono alla perfezione l’ indole del suo personaggio (Giuseppe Mazzini). La recitazione voluta dal regista richiama spesso il metodo teatrale e quello della letteratura, caratteristica che ancor più fa immergere lo spettatore nell’ epoca ottocentesca. Noi credevamo non è di certo un film di facile visione, ma se si avrà l’ occhio attento ai particolari, ai dialoghi e alle trame narrative storiche non si potrà di certo  non apprezzarlo.

( Esecuzione risorgimentale)
 
( Un Mazzini- Servillo già vecchio a 25 anni)

Read Full Post »

Habemus Papam – 2011 – ♥♥♥ e 1\2

di

Nanni Moretti

Habemus Papam è un film double-face. Tipicamente morettiano, ma con qualcosa di quasi inedito rispetto alla filmografia del regista romano. Se nel Caimano ad essere protagonisti erano un produttore e una giovane regista e Moretti compariva per poco in un ruolo che non gli era del tutto nuovo se pensiamo al suo personaggio nel film di Luchetti Il portaborse, in Habemus Papam egli si mette nuovamente in gioco con uno dei suoi soliti personaggi, ma pur essendo ben presente, non è psicologicamente approfondito e pare del tutto subordinato e funzionale a quello del protagonista, il papa Michel Piccoli, che viene colto da un vero e proprio blocco che gli impedisce di accollarsi le onerose responsabilità da nuovo pontefice. Questo giustifica l’entrata in campo dello psicanalista Moretti e il germogliare di una vena da commedia che pervade sottilmente tutto il film. Numerose sono le scene in cui Michel Piccoli ha delle vere e proprie crisi di pianto (o comunque atti inconsulti) che ricordano vagamente certi scatti morettiani presenti in opere precedenti, ma questo papa non è una macchietta comica, tutt’altro. È un vero e proprio personaggio che cresce e che impariamo a conoscere durante i suoi “pellegrinaggi” a piedi per Roma, alla scoperta del mondo circostante e di sé stesso. Voleva essere un attore, ma la sorella era più brava e quindi gli è toccato il mestiere clericale. Questo lo scopriamo anche grazie a delle scene in cui egli parla con la moglie dello psicanalista Moretti, Margherita Buy, in un ruolo a sua volta psicanalitico insolitamente meno nevrotico del suo solito. La psicanalisi però in questo film è solo parzialmente affrontata, come del resto fu così ne La stanza del figlio. Viene persino messa in ridicolo, giustamente aggiungerei, quando Moretti parla della moglie fissata con il “deficit d’accudimento”. Il punto del film non è la psicanalisi. Il film è una sorta di parabola dai toni drammatici, che affronta il tema del blocco e della paura davanti alle responsabilità che derivano da un ruolo di grande potere come può essere il papato, ma contemporaneamente si sfocia in frangenti più classicamente da commedia con la gestione di personaggi “Vaticanesi” di contorno, che rimangono in piedi in una sorta di gioco-farsa fantasy all’italiana. Il campionato di pallavolo istruito da Moretti e il suo stesso personaggio, poi la compagnia teatrale, sono tutte emanazioni palesemente surreali generate dalla stessa crisi di coscienza del papa Piccoli. Al momento opportuno queste svaniranno e lasceranno posto al finale che ristabilisce i toni drammatici. Se il finale de Il caimano era contratto in una quindicina di minuti ed era una parafrasi fantastico-delirante della vicenda berlusconiana, Habemus Papam alla fine è tutto un delirio, ma per niente rabbioso o molesto nei confronti della chiesa o del pubblico. Il film è una sorta di follia lucida, che se fosse stata realizzata un po’ di anni fa, avrebbe fatto molto più scalpore e dato molto più fastidio. Adesso invece ha l’effetto di qualcosa che potrebbe graffiare, ma non lo fa, anzi, lenisce e riappacifica. Per questo il paragone fatto da molti critici con diverse opere bunueliane mi pare azzardato. Nulla da dire sulla bellezza del pezzo musicale di Mercedes Sosa che fa da colonna sonora portante per il film, ma anche questa sembra voler sottolineare ancora una volta che ormai Moretti non ha più voglia di arrabbiarsi, un po’ come il suo papa protagonista, un po’ come il Bellocchio de L’ora di religione, film che si potrebbe accostare non tanto assurdamente a questo, proprio per questa somiglianza di intenti, voler fare un po’ di guerra, ma allo stesso tempo fare la pace. Non sbilanciarsi mai troppo, anche dal punto di vista delle scelte registico-estetiche, che non hanno assolutamente alcuna rilevanza. Potrebbe benissimo essere una fiction da seconda o terza serata e non a caso il direttore della fotografia è Alessandro Pesci, uno che ha fatto diverse cose per la tv, compresa la serie Elisa di Rivombrosa. Il film necessita almeno una revisione con la coscienza di tutta la filmografia morettiana per rendersi conto che tutti gli elementi del film sono assolutamente voluti. Forse però sono un po’ troppi. Bastava quel Piccoli così incredibilmente calato nei panni di un papa spaurito e riluttante per farne un capolavoro. Solo per questo personaggio sicuramente Habemus Papam è un film da non perdere.

 ( Papa-Piccoli nel suo momento di terrore quando deve mostrarsi alla folla e salutarla.)

 
(Psicanalista pur di una vacanza dai suoi pazienti si approfitta della reclusione Vaticana per 
sperimentare metodi terapeutici sportivi che non potrebbe normalmente applicare.) 

Read Full Post »

– Limitless – 2011 – ♥♥ –

di

Neil Burger

Sfruttare al massimo le tue potenzialità mentali. Sembra uno slogan perfetto di una campagna di marketing si un qualsiasi corso di perfezionamento allo studio o al lavoro. Invece è soltanto un pò quello che vorrebbe comunicare Neil Burger col suo Limitless. Quella tentazione che spesso spinge l’ essere umano ad andare oltre i propri limiti, superarli e non aver poi la capacità di fermarsi. E questo è evidente che, durante la progettazione di questo film, sia stato qualcosa che ha coinvolto anche il suo lavoro come regista. Infatti fin da quella lunghissima zoomata in avanti che preannuncia i titoli di testa, il regista  ci fa capire che la sua intenzione è quella di miscelare vari generi cinematografici ai fini di creare un cocktail adrenalinico che, grazie alle sue suggestioni visive, penetri dai nostri occhi fino nel profondo dei nostri sensi. E’ un pò quel tipo di fare cinema a cui spesso ormai un regista come Danny Boyle ci ha abituato fin dal suo Trainspotting, con il vantaggio però di colpire quel tanto agognato obiettivo che invece Limitless non raggiunge. Quello di arrivare fino alle nostre emozioni attraverso gli intrecci narrativi e la potenza del montaggio visivo. Limitless sembra fermarsi infatti immediatamente prima, quasi preoccupandosi di più di fornire allo spettatore quel preciso stimolo visivo, rispetto a trasmettere di fatto qualcosa. Le premesse sembrano esserci tutte però. C’è quell’ espediente, non originalissimo ma sicuramente ben sfruttabile, della nuova droga, in grado di stimolare l’ immaginazione e la creatività umana. Ma inevitabilmente lo stesso Burger sembra perdersi nei suoi stessi frequenti primi piani e flashback senza mai andare nel profondo dei suoi protagonisti ma cercando solamente una manifestazione visiva in grado di soddisfare esaustivamente le ambizioni della sua carriera cinematografica. Anche la trovata fotografica differente che ben sottolinea i due differenti stati vitali dei protagonisti, visivamente colpisce molto ma finisce poi per esprimere narrativamente solo la banalità di una concezione della mente umana che se liberata pienamente si riduce solamente a dover scegliere quale delle opzioni è migliore per colpire l’ avversario. Come in un gigantesco videogame, dove nel suo inventario il protagonista ha un certo numero di armi e deve solo scegliere quale sia la migliore da usare. Insomma un pò riduttivo. Sicuramente è riduttivo se si pensa alle pretese di riflessione (invece molto alte) che vi sono in questo film. Quest’ opera vorrebbe infatti invitare lo spettatore a riflettere sulla società globale che ci costringe affannosamente ad inseguire la grandezza ed il successo a tutti i costi e ricorrendo a qualsiasi mezzo. Il risultato finale è tutto sommato sufficiente ma fa sicuramente rimanere con l’ amaro in bocca per tutte quelle premesse poi disattese da un grande “giocattolone” visivo con ben poco coinvolgimento emotivo. Incolore è anche la prestazione di Robert De Niro, un attore che sicuramente meriterebbe ruoli ben più consistenti di quello che in questo caso è relegato ad interpretare.

(Uno dei momenti di suggestioni visive del film)
 
(De Niro tenta di spiegare a Bradley Cooper quale ruolo 
lui abbia in questo film)

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: