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Archive for aprile 2011

– Into Paradiso – 2011 – ♥♥♥ –

di

Paola Randi

Into Paradiso è un esordio cinematografico, quello della regista Paola Randi. Ma guardandolo si ha l’ impressione e la speranza, che il futuro della commedia italiana non possa essere solo spinto da interessi economici di botteghino ma anche dalla volontà di comunicare qualcosa di attuale come l’ immigrazione o la multiculturalità. E trattarla in chiave di commedia, come se questa fosse una realtà non necessariamente drammatica ma vitale, esattamente tanto quanto i conflitti generazionali o i problemi di coppia (entrambi temi gettonatissimi dalla moderna commedia italiana). La regista che viene da esperienze di teatro e da cortometraggi tratta l’ argomento dell’ immigrazione, infatti, come se fosse qualcosa di necessario nella società in cui oggi viviamo. Non a caso lo sfondo scelto dalla regista è quello di Napoli, una città da sempre dipinta come capitale della camorra e della malavita, ma nella quale la società multiculturale che vive al suo interno può rappresentare metaforicamente un vero e proprio “Paradiso”. I protagonisti di questo film (Gianfelice Imparato, Peppe Servillo e Saman Anthony) si incontrano tutti proprio in questo “Paradiso”, ognuno con esigenze diverse ma tutti a loro modo disposti a collaborare pur di venir fuori da una situazione di vita difficile. La parte iniziale del film purtroppo risente un pò di una certa lentezza narrativa e che in alcune sequenze (quelle dei capannoni camorristici) risente forse un pò troppo dell’ impostazione teatrale dalla quale Paola Randi proviene. Le prove degli attori, al contrario sono sempre convincenti e denotano una buona preparazione nella direzione artistica di questi stessi, anche sul cantante degli Avion Travel Peppe Servillo che sembra avere la recitazione nel sangue, in alcune convincenti espressioni facciali. Alcune scelte di sceneggiatura , come l’ innamoramento del protagonista Alfonso per la cugina di Gayan, sembrano essere un pò troppo pretestuose, soprattutto perchè si perdono poi nelle trame della narrazione principale e non trovano una reale esplicazione definitiva nel finale. Al contrario ciò che appare funzionare maggiormente in questa opera prima, oltre alle interpretazioni, sono le scelte sperimentali della regista, come i particolarissimi momenti di isolamento mentale di Alfonso, vissuti come dei veri e propri film mentali ai quali noi spettatori assistiamo. E ovviamente una lode va anche data alla scelta del difficile ma attualissimo tema che mescola, oltre alla questione multiculturale che ho già citato, anche la situazione politica italiana, fatta di una classe dirigente che pensa solo a “mangiare tutto” e di una situazione lavorativa di precariato che costringe un ricercatore di mezza età ad essere cacciato dal suo lavoro a causa del taglio ai fondi, e costretto a cercarsi una raccomandazione da un amico di infanzia lanciato nella politica. Si sorride nel film della Randi, senza mai però eccedere nella risata sguaiata, come a voler dimostrare che una commedia diversa può esistere, anche in Italia. E come Alfonso con la sua leggera metafora “biologica” ci rammenta, non può esistere una ricerca del proprio spazio vitale senza la volontà di ognuno di noi di trovare una strada per comunicare e cooperare insieme nonostante le differenze morfologiche (di etnia o colore della pelle), proprio come fanno le nostre cellule. Solo in questo modo potremmo vivere “into Paradiso”.

( Lettura degli Astri )
 
( Scacchi con Telenovelas)

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Si è concluso ieri 17 Aprile 2011  la sedicesima edizione di Linea d’Ombra-Festival Culture Giovani  dedicata al tema “Madre/patria: tra qui e l’altrove”. Acquitrini Cinematografici ha avuto l’ onore di fare da giurato web per questo importante evento cinematografico italiano che vedeva in concorso ben 38 cortometraggi provenienti da svariate Nazioni. I cortometraggi in concorso erano divisi in due sezioni: CortoEuropa e CampaniaCorto. Alla giuria web di qualità, formata oltre che da questo sito, da altri 29 cinecircoli, studenti di cinema e redattori dei principali siti web e blog di cinema si sono aggiunti i voti di una giuria fisica di persone in sala a Salerno. Acquitrini Cinematografici ha visionato e valutato tra tutti i corti in concorso molte interessanti opere, come il necessario Crossing Salween di Brian O’ Malley sul popolo birmano, o il delicato Elder Jackson di Robin Erard e il tedesco, minimalista e intenso Nach den Jahren di Josephine Links. Sono inoltre rimasto personalmente impressionato dallo spagnolo Mi Amigo Invisible di Pablo Larcuen, già visto al Sundance Festival, e da Reset dell’ italiano Nicolangelo Gelormini, un corto dalle atmosfere Lynchiane e inquietanti.

I Vincitori ufficiali decretati dalla giuria di sala e la giuria web alla fine sono risultati:
– Come Miglior Cortometraggio nella sezione CortoEuropaIntercambio (di Antonello Novellino e Antonio Quintanilla) ex equo con Mi Amigo invisible (di Pablo Larcuen)
– Come Miglior Cortometraggio nella sezione CampaniaCortoLa Colpa (di Francesco Prisco)


Inoltre la direzione del festival ha ritenuto importante assegnare anche una Menzione speciale della GiuriaWeb che è andata a:
– Come corto più votato dalla giuria web CortoEuropaMi amigo invisible (di Pablo Larcuen)
– Come corto più votato dalla giuria web CampaniaCortoReset (di Nicolangelo Gelormini

Ringraziando ulteriormente la direzione del Festival per l’ importante opportunità che mi ha riservato quest’ anno auguriamo al Festival stesso di poter avere luce anche il prossimo anno per la diciassettesima edizione, nonostante le difficoltà che il panorama culturale italiano sta subendo negli ultimi tempi.

Davide Bellanti, Amministratore di Acquitrini Cinematografici

( Una sequenza Lynchiana di Reset)
( Il vintage anni '80 de Mi Amigo Invisible)  

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– Biutiful – 2011 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Alejandro Gonzalez Inarritu

Inarritu per la prima volta si allontana dalle sceneggiature ad incastro di Guillermo Arriaga per lavorare su qualcosa di veramente suo, e ci mostra il dolore di un uomo sconfitto dalla vita ma che lotta con le mani e con i denti per non esserne schiacciato, seppur consapevole della sua impotenza di fondo. Ce lo racconta in una Barcellona lontanissima da quella che siamo abituti a vedere in cartolina o anche da quella romantica in cui lo stesso Bardem era stato protagonista in uno degli ultimi lavori di Woody Allen. Una Barcellona che anzichè mostrarci la movida notturna e le spiagge, ci fa guardare il dolore dei suoi vicoli interni, interamente devastati da un cancro sociale ed economico. Un pò lo stesso dolore che Uxbal (Javier Bardem) vivrà sulla sua persona, essendogli diagnosticato un cancro in metastasi che gli lascerà poche speranze di sopravvivenza. E’ proprio questo connubio tra inevitabile destino di morte e malattia e lo sfondo di estreme tensioni sociali che Inarritu lascia esplodere sullo schermo, usando pochi dialoghi e sfruttando la bravura di un attore come Javier Bardem ( meritatissima la sua Palma d’ oro ricevuta al festival di Cannes) che sa bene come far toccare il fondo al suo personaggio pur restando dignitoso, pur continuando a preoccuparsi dei suoi figli. Il tema della paternità è infatti centrale in Biutiful. Uxbal non potrà evitare fino alla fine di preoccuparsi del futuro dei suoi figli, come se fosse il suo naturale modo per compensare  la mancanza della figura di un padre che lui non ha mai veramente conosciuto. Inarritu mescola realtà e percezioni visionarie (il protagonista è in grado di comunicare col mondo dei morti) sapientemente, forse non lasciandosi compenetrare fino in fondo ma riuscendo comunque ad arrivare al cuore dello spettatore. Ottima è la fotografia, che grazie alle sfumature, fotogramma dopo fotogramma, trascina coloro che guardano all’ interno di un mondo interamente pervaso da dolore psichico , fisico e sociale. Forse la lunga durata di 138 minuti potrebbe invitare molti ad alzarsi dalla poltrona perchè sopraffatti dal carico doloroso che il regista ci sbatterà davanti gli occhi, ma infondo se si ha abbastanza forza per restare seduti si potrà percepire il valore di questo dolore umano. Biutiful è sicuramente un film che spaccherà in due il suo pubblico perchè la ridondanza che tutta questa espressione di dolore ha, potrà risultare un modo sfrontato e compiacente per strappare un’ emozione e delle lacrime. Forse questo film, che tecnicamente e stilisticamente è ineccepibile, non può arrivare alla perfezione perchè le emozioni che suscita sono provocate calcando un unico tema: quello del dramma senza esclusione di colpi. E’ infatti tutto interamente pervaso dal dolore e dal dramma nella vita di Uxbal, e anche i personaggi che lo circondano non si esentano da questo lacrimevole vissuto (il fratello si dimostra un egoista e la moglie bipolare totalmente inaffidabile). Ciò che resta, quindi, è la percezione che Biutiful sia un lavoro di pregevole fattura, ma che il suo regista si autocompiaccia un pò troppo nel manifestare il dolore, come a voler trascinare a tutti i costi dentro il suo film lo spettatore e non lasciargli neanche l’ opportunità di potersi non emozionare. Un rischio che forse avremmo voluto assumerci maggiormente, magari stemperando l’ intensità di alcune sequenze.

( Un padre alle prese con l' unico momento Biutiful della sua vita)
 
(Ultime cene con i figli)

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– La Fine è il Mio Inizio – 2011 – ♥♥♥ –

di

Jo Baier

Prima di iniziare, vorrei ricordare che Jo Baier è un regista tedesco e questo film biografico, pur avendo all’ interno del cast due straordinari attori come Bruno Ganz ed Elio Germano, è una produzione italo-tedesca. E lo si vede, perchè altrimenti, da soli, noi italiani ne avremmo sicuramente fatto una fiction televisiva. Abitudine ormai divenuta consona nel nostro paese quando si vuol trattare una biografia. Per essere precisi non si tratta di una vera e propria biografia ma di un dialogo, l’ ultimo, di un padre con un figlio. Un dialogo che intende essere un testamento di vita, un insegnamento, ma più semplicemente un atto di condivisione e conoscenza del proprio percorso e delle proprie esperienze di vita. Viene subito da dire che non era facile, con un solo film, riuscire ad estrapolare l’ intensità di un racconto di vita che Tiziano Terzani decide di narrare al figlio prima di morire. Era quindi difficile riuscire a fare un’ attenta scelta dei dialoghi che più riuscissero a trasmettere allo spettatore lo spirito di un giornalista che ha vissuto la guerra in Vietnam e la fine del regime comunista sovietico, e diventato infine soltanto un uomo alla ricerca della sua spiritualità interiore. La sceneggiatura del film è infatti costruita quasi interamente sui dialoghi che cercano per quanto più possibile di restare quelli delle registrazioni originali del figlio Folco Terzani. Non vi è quindi nessuna enfatizzazione della narrazione, che poteva essere apportata da flashback sulla vita dell’ uomo Terzani, ma il regista e lo sceneggiatore Ulrich Limmer si limitano a voler trasmettere lo spirito di quell’ uomo che divenne Anam, il senza nome. A metà tra una narrazione obiettiva dei fatti e quella che invece ci mette pareri personali, il personaggio di Tiziano Terzani, interpretato da un perfetto (nel dolore, quanto nell’ intensità del messaggio) Bruno Ganz, riesce ad imprimere negli occhi e nel cuore dello spettatore un racconto complesso che nella narrazione del libro risultava essere evocativo di immagini e sentimenti di vita. Bruno Ganz è in definitiva capace di donare al suo personaggio quel giusto equilibrio di una persona che non era assolutamente un santone new age o un buonista, ma soltanto un essere umano alla ricerca di sè stesso e dei grandi quesiti esistenziali dell’ essere umano. E’ quindi un film evocativo questo La fine è il mio Inizio che sceglie di dare meno valore alla potenza delle immagini e molto più a quella dei dialoghi, caratteristica che cinematograficamente parlando, e non solo, sembra stiamo perdendo sempre di più, soprattutto in Italia. Anche Elio Germano, con la naturalezza che ormai gli è consona, restituisce credibilità e sincerità, al personaggio di Folco, un figlio in ascolto di un padre  tanto diverso ma al tempo stesso tanto uguale a lui, della quale vita è stato spettatore silente per più di trent’ anni. E’ quindi la semplicità della narrazione che più colpisce nella mano registica di Baier. Una semplicità in grado di cogliere anche la conflittualità tra padre e figlio attraverso l’ impetuosità di alcune parole sentite, senza eccedere, senza enfatizzare, ma restando solamente autentici. Se ci si aspetta da questo film l’ epopea di una vita vissuta al massimo, la maestosità delle immagini è meglio non apprestarsi a vedere questo film. Ma se invece si deciderà di prestare orecchio ai dialoghi, mettendosi in contatto con la propria personale capacità di immaginare con la propria mente tutto quello che c’è dietro ad esse, sarà difficile non restare coinvolti da La Fine è il mio Inizio. Perchè infondo ci riguarda tutti da vicino.

( Ogni essere vivente è dotato di occhi)

( Inizio di un dialogo finale)

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– Poetry – 2011 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Lee Chang-dong

Il corpo di una giovane ragazza galleggia sulle rive di un fiume. Questo è l’ inizio dell’ ultimo film del coreano Lee Chang-dong che ha conquistato Cannes, e che inizia come se fosse un thriller, tramutandosi in seguito in uno stupendo trattato sulla poesia della vita. La protagonista è Yoon Hee-Jeong, che in Corea è ormai un’ istituzione nel mondo recitativo e che vanta ben 330 film. Interpreta una donna anziana che sconvolta dal suicidio di una giovane ragazza e da sempre dedicata all’ educazione del nipote e ad alcune attività di volontariato, decide di aprire la sua vita alla conoscenza della poesia. Sarà proprio grazie a questo incontro che Mija inizierà a prestare occhio a ogni sfumatura e ogni particolare di ciò che vive e che le si presenta quotidianamente in maniera differente ed emozionante. Emozione che dovrà scontrarsi inevitabilmente con l’ Alzhaimer che la condannerà nel futuro alla perdita di tutti i suoi ricordi di vita. La macchina da presa di Lee Chang-dong si muove con un minimalismo degno di nota e lascia estrema libertà alla sua attrice che con ogni sua lunga espressione sa trascinare a sè gli spettatori. I tempi e ritmi del film (la durata del film è di più di due ore) rischiano di essere non molto congeniali a quelli occidentali ai quali siamo abituati, ma se si avrà la pazienza di rilassarsi e farsi trascinare nel mondo di Mija alla fine non si potrà che essere positivamente ricompensati dal viaggio tra le nuvole nel quale ci conduce. Il percorso narrativo è decisamente particolare e ci mostra ciò che apparentemente distruggerebbe (emotivamente e psicologicamente) qualsiasi essere umano in una chiave differente e insolita, ma al tempo stesso anche semplice da applicare. Come se la ricerca di questa poesia sia sempre davanti i nostri occhi, che stanchi e filtrati dalla quotidianità e dal dolore  non riescono però a scorgerla. C’ è un’ attenzione particolare ai dettagli nel film di Chang-dong che pur rischiando di finire ben presto nella lunga schiera dei film asiatici meditativi riesce a non finire nella totale indifferenza soprattutto grazie alle straordinarie capacità espressive della sua attrice protagonista. In un mondo, che Mija consapevolmente capirà essere circondato da violenza (quella del nipote e dei suoi compagni adolescenti che hanno violentato la giovane ragazza suicidatasi) e maschilismo  (quella dell’ anziano invalido alla quale fa da badante), c’è anche la speranza di una visione parallela e al tempo stesso alternativa delle cose, riuscendo a vedere del bello anche dove apparentemente non vi sta. Pur passando sempre dal dolore, dalla comprensione e dall’ ammissione dell’ incapacità di dover a tutti costi essere onnipotenti. Un film che si rivela al tempo stesso un film sull’ anzianità e sulla saggezza che molte volte questa tanto sottovalutata età della vita può apportare alla nostra esistenza.

( Karaoke Moments)

( Guardare le cose con occhi differenti)

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