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Archive for marzo 2011

– Tutte le cose che non sai di lui – 2007 – ♥♥ e 1\2 –

di

Susannah Grant

Certo Catch and Release è sicuramente un titolo. Non lo è “Tutte le cose che non sai di lui” perchè lo rende già catalogato nell’ elenco infinito delle commediole romantiche americane piene solamente di miele, romanticismi scontati con qualche accenno volgare e un preponderante istinto nell’ azzerare la quantità di neuroni dei suoi spettatori. Ma tanto si sa che i nostri titolisti forse vogliono proprio questo da una commedia statunitense. Anche quando non è proprio così e, come in questo caso, ha decisamente molti elementi che la rendono sicuramente differente da quelle solite produzioni cinematografiche. Susannah Grant è alla sua prima volta dietro la macchina da presa, ma il suo passato da brillante sceneggiatrice ( l’ Erin Brockovich da Oscar è infatti opera sua) ed esperta di cinema si vede, infatti è capace di fotografare questa commedia dai toni romantici in maniera non scontata, dando un tocco indipendente all’ intero prodotto. Lo arricchisce infatti di riprese a spalla, alcune sequenze di frame ripetuti e lunghissime dissolvenze così da evitare di massificare la sua commedia con le centinaia sfornate annualmente dal mercato hollywoodiano. Non a caso questo film da noi in Italia è stato un semi-flop ed è stato tolto dalle sale dopo pochissimo tempo, caratteristica che può ben far capire quanto la grande maggioranza del pubblico italiano preferisca commedie prive di ogni genere di originalità e variante. Anche i personaggi sembrano costruiti meglio del solito e quasi tutti funzionano molto bene, se si fa eccezione di quello interpretato da Timothy Oliphant che è decisamente troppo chiuso all’ interno di quegli schemi da eroe bello e dannato. Jennifer Garner al contrario è decisamente adatta ed è in grado di donare al suo personaggio quella femminilità tipica data dagli sbalzi di umore e dai cambiamenti emotivi con ogni espressione del viso. L’ attrice si lascia poi andare del tutto durante la lunga sequenza della cena all’ aperto, delizioso momento in cui il suo monologo funziona molto bene, mettendo ben in risalto le doti della sceneggiatrice e regista Grant. Ultima nota non meno importante è la presenza di Juliette Lewis, azzeccatissima a mio giudizio, nell’ interpretare un personaggio al tempo stesso eccentrico,bizzarro e sensibile. In definitiva Susannah Grant dipinge un elegante ed alternativo quadretto di amici che in un non lungo istante di vita impareranno a conoscersi ed amarsi con una particolare attenzione ai dialoghi e alla tentazione di cadere nel facile baratro della banalità. Esattamente in sintonia con il messaggio che la commedia intende lanciare, guardando questo film non  si può che essere positivamente sorpresi.

(Frame Ripetuto)

( Cena delle rivelazioni in libertà)
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– The Green Hornet – 2011 – ♥♥♥ –

di

Michel Gondry

C’è un pò di tutto nell’ ultimo film dell’ eclettico Michel Gondry. C’è sicuramente l’ intenzione da parte della Sony Columbia di produrre un lavoro molto commerciale che si inserisca in quel contesto di action movies ispirati agli eroi dei fumetti, ma soprattutto c’è lo zampino di un regista avvezzo ai videoclip fin dai suoi esordi e con un approccio estetico alla cinematografia decisamente originale. D’ altro canto aveve provato un pò di tutto Gondry e aveva bazzicato dalla commedia al film drammatico, girando anche in digitale, quindi l’ idea di poter mettere il suo zampino su un genere cinematografico così tanto commerciale sicuramente è qualcosa che deve averlo tentato non poco. Nonostante le sue dinamiche narrative che perfettamente lo inseriscono nel contesto di genere Gondry riesce ad introdurre elementi che più rientrerebbero nella classificazione parodistica poichè mette in discussione le dinamiche di potere tra l’ eroe e il suo aiutante o i costumi (con mantelli e maschere) che spesso caratterizzano i protagonisti di questo tipo di film. L’ idea del “Calabrone Verde” nasce da un programma radiofonico degli anni ’30, in seguito diventato un fumetto e poi addirittura un serial televisivo che vedeva protagonista Bruce Lee come interprete della spalla dell’ eroe principale. Lo spettatore contrariamente a quanto avviene nei film che trattano di supereroi, questa volta difficilmente tenderà ad identificarsi nel suo protagonista a causa del tocco di Gondry che lo rende un ragazzino viziato e praticamente incapace, totalmente dipendente dal carattere e la forza del suo aiutante Kato e dalla sua bella segretaria, interpretata da Cameron Diaz, che in maniera del tutto ignara finisce per essere la mente di ogni loro azione. Non si può evitare di notare l’ ispirazione pulp che Gondry prende dal grande Tarantino, soprattutto in una delle prime sequenze, dove il cattivo interpretato da Christoph Waltz (che per alcuni istanti ricorda il cinismo del suo personaggio di Bastardi Senza Gloria) è protagonista di un lungo dialogo dal finale del tutto inaspettato e decisamente dai ritmi pulp. In definitiva, se non ci si lascia sviare solamente dal fatto che The Green Hornet è tutto sommato un blockbuster commissionato da una prestigiosa casa produttrice, non sarà difficile vedere che visivamente non ne resta solamente un prodotto commerciale. Perchè al suo interno troviamo parecchi marchi di fabbrica di casa Gondry come le accelerazioni di frame, i freezing frame da diverse angolazioni della macchina da presa e come ultimo, ma non trascurabile, lo split screen multiplo, che spesso lo ha contraddistinto nelle sue precedenti opere. Vale comunque la pena non perderlo quindi, soprattutto per chi è stanco dei soliti supereroi da emulare e da prendere come esempio.

( Accelerazioni e arti marziali)

( Un Christoph Waltz un pò fuori moda ma molto cattivo)

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– Tamara Drewe – 2011 – ♥♥♥  –

di

Stephen Frears

Stephen Frears, dopo aver lasciato i merletti di Cherì e The Queen, torna in campagna e, ispirandosi alle omonime graphic novels di Posy Simmonds, ci racconta degli intrecci e tradimenti amorosi che hanno come sfondo un piccolo bed and breakfast e un piccolo gruppo di scrittori in cerca di ispirazione per la creazione dei loro romanzi. A “disturbare” la routine bucolica degli artisti è il ritorno della giovane giornalista Tamara (Gemma Arterton) che grazie all’ intervento del chirurgo sembra essersi trasformata da brutto anatroccolo in possibile musa ispiratrice degli incauti scrittori. Il fatto che Tamara Drewe sia un film ispirato da un fumetto si evince subito da come sono caratterizzati i suoi personaggi, quasi in maniera monodimensionale, senza alcuna sfaccettatura ma ritagliati nettamente secondo il ruolo che devono avere ai fini della storia. Troviamo quindi la protagonista dalle procaci apparenze e perennemente confusa tra i suoi amori, lo scrittore di romanzi gialli impenitente fedifrago o l’ adolescente annoiata dalla vita di provincia e in preda alle tempeste ormonali e le ossessioni per i giovani cantanti rock famosi. Questi personaggi pur costruiti intorno ad una struttura da commedia british si muovono sempre in maniera funzionale al meccanismo narrativo e al centro di quel conflitto di passioni che altro non vuole che proporre una satira sulla classe intellettuale inglese. I romanzieri intellettuali sono quindi tutti visti come degli inguaribili bugiardi e propagatori di un mondo tendenzialmente ipocrita dove le donne assumono un ruolo di vittime e gli uomini sono incapaci di dominare la loro attrazione nei confronti della menzogna. Il mondo messo in scena da Stephen Frears è interamente permeato dalla menzogna, vista quasi come una caratteristica inevitabile delle relazioni umane, ma affrontata dai suoi vari personaggi in maniera differente. La donna , ancora una volta, si trova al centro della narrazione di Frears, è il meccanismo stesso della narrazione, ciò che scatena gli intrecci e le relazioni umane. Non a caso l’ arrivo di Tamara nella piccola comunità agreste spezza quella pace e routine anche un pò noiosa che vigeva fino a prima di quel momento. Il potere femminino è visto quindi oltre che come fonte di ispirazione artistica anche come attrazione fatale e perdita di ogni razionalità per l’ universo maschile. Funziona anche il meccanismo di narrazione a catena, che partendo dalle azioni sconsiderate di due ragazzine è in grado di determinare e far cambiare i destini di tutti gli altri protagonisti della vicenda. Le velleità artistiche, le contraddizioni amorose e l’ umorismo brillante dei dialoghi spesso ricordano quelli presenti nella vecchia cinematografia di Allen seppur conditi in maniera molto più nera e cinica, atteggiamento tipico della cultura britannica. Non a caso la morte anche qui sembra trovare il suo posto, come un evento del tutto naturale che fa parte della vita, della commedia stessa della vita, esattamente come l’ humour e le passioni amorose.

( L' arrivo di Tamara accolto da uova...)

(...e dagli sguardi della comitiva del bed and breakfast)

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– Fratelli in Erba – 2010 – ♥♥ e 1\2 –

di

Tim Blake Nelson

Per me è inevitabile non iniziare a scrivere di questo film pensando alla solita attività pubblicitaria, dai fini stupidi e senza senso, che stravolge ancora una volta il titolo di un film forse perchè sarebbe stato poco politicamente corretto limitarsi a tradurlo fedelmente o semplicemente lasciarlo uguale all’ originale (Leaves of Grass). Nel nostro Paese dei divieti chiamare semplicemente un film “Foglie di Erba” sarebbe stato un rimando troppo diretto al taboo della droga e della marijuana, troppo anche soltanto per un titolo di un film. Per quanto però i nostri titolisti abbiano provato a sponsorizzare Fratelli in Erba come una commedia poco impegnativa non credo che l’ intenzione di Nelson sia stata proprio questa. La riflessione che infatti il regista pone è quella di ritrovare lo spirito poetico di Whitman in un’ America spaccata in due che non sa vivere con equilibrio la dualità di una legge troppo severa e punitiva e di un senso di libertà e passione fin troppo dirompente. Per introdurre a questo utilizza come protagonisti due fratelli gemelli, entrambi interpretati da un perfetto Edward Norton, che rappresentano queste due differenti facce della medaglia umana. Uno dei due è un brillante professore universitario di filosofia che ha abbandonato il suo accento del Sud e il suo passato familiare tragico alla ricerca di un più rigido sistema di vita; l’ altro invece è un delinquentello di provincia che coltiva marijuana biologica ed è costantemente diviso tra buone intenzioni e la tentazione del crimine. Si alternano quindi ordine e caos in questa tragicommedia dai toni più leggeri che drammatici, fino a culminare in un amaro epilogo nel quale il fato risulta l’ unico vero e proprio arbitro delle esistenze umane. Nelson però ha forse la pecca di tirare in ballo fin troppi elementi di riflessione come l’ impossibilità di rompere con i legami del passato o l’ antisemitismo e l’ infondatezza dei pregiudizi umani. Tutto questo finisce per essere tirato in ballo in maniera decisamente superficiale e non tocca mai l’ approfondimento che servirebbe. Edward Norton però riesce a mostrarsi il vero mattatore di questo film contrapponendo due ruoli molto differenti ma paralleli e dimostrando una notevole capacità recitativa nel cambiare repentinamente registro e stati d’ animo, cercando di non risultare mai caricaturale ma decisamente sempre originale ed eclettico. Interessanti le atmosfere da tragicommedia, che non faranno di questo film di certo un capolavoro memorabile, ma che di certo accompagnano durante i suoi centocinque minuti di durata. E perlomeno lo rendono differente dalle solite commediole statunitensi che arrivano in distribuzione nel nostro Paese.

( Due Facce della stessa medaglia)

( La Ricerca della passionalità)

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– Gorbaciof – 2010 – ♥♥ –

di

Stefano Incerti

Sembra un esperimento il settimo film di Stefano Incerti, un tentativo di codificare una storia attraverso una telecamera che tallona il suo protagonista e una carestia di dialoghi. E al resto ci pensa da solo Toni Servillo che con il suo singolare modo di camminare e la sua espressività del volto (seppur truccatissimo) riesce a creare, praticamente dal nulla, un personaggio che incarna in sè la maschera della ribellione napoletana di chi vive in un quartiere dominato dagli immigrati orientali e dalla corruzione messa in atto dai malavitosi della zona.  Il punto è che guardando Gorbaciof è spontaneo chiedersi se ci sia qualcos’ altro di originale in questo film oltre alla ormai nota bravura del suo attore principale. Perchè ormai credo tutti sanno quanto l’ attore napoletano sia abile nel caratterizzare i suoi personaggi e nel riempirli di personalità ed espressività anche se ricoperto da una maschera di trucco. Ce lo ha mostrato ne Il Divo, ne Le Conseguenze dell’ Amore e poi in Gomorra e quindi che bisogno c’ era di darcene anche questa volta una dimostrazione con l’ aggravante però che questa volta la trama di sfondo è solo un insieme di clichè sulla realtà di ghetto di Napoli? Certo la parvenza d’ autore c’è e si sente nella scelta minimalista del regista e nel suo voler concedere poco spazio alle parole, ma basta poco per rendersi conto che senza Toni Servillo tutti gli altri attori sembrano essere messi lì in posa come fossero dei manichini pronti solo ad agire come se fossero poco più che comparse (la giovane Mi Yang spesso si dimentica anche di non guardare in camera). Ma un film raramente funziona in pieno senza attori e ruoli comprimari, o soprattutto senza una valida sceneggiatura che ci spieghi il perchè di tanti dei movimenti e delle scelte che il suo protagonista compie durante il film. E a poco serve la silenziosa storia d’ amore con la cameriera cinese che vorrebbe emozionare lo spettatore con vorticosi movimenti di macchina e sottofondi musicali. Appaiono poco più di un’ esercizio di stile perchè ben presto ci si può accorgere dei notevoli buchi di caratterizzazione sui personaggi. Si lascia solo intravedere quella tenerezza dell’ animo umano che Incerti vorrebbe comunicare, ma tutto questo accade solamente grazie al suo attore protagonista. Nel finale nulla può l’ amarezza espressa da un’ impossibilità di fondo di redenzione. Come poco o nulla può la citazione di Tarantiniana memoria (Pulp Fiction) che il regista sfrutta per far morire il suo mattatore. Un freddo colpo inaspettato che spegne lentamente le luci sull’ immagine di un cielo che ci risparmia almeno la vista di un aereo. Sarebbe stato decisamente troppo scontato in quel caso.

( Una delle lunghe ed evocative camminate di Servillo)

 (Amore Silenzioso con sguardo in camera)

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– Il Grinta – 2011 – ♥♥♥ –

di

Ethan Coen & Joel Coen

I fratelli Coen questa volta decidono di confrontarsi con un nuovo genere, quello Western, anche se sembrerebbe, guardando il loro remake del film che nel 1969 fece vincere l’ Oscar a John Wayne, che questo genere sia solo lo scenario di una narrazione che manca di tutte quelle sue caratteristiche vere e proprie. Nulla si potrà dire al tocco fotografico scelto dai Coen, che è in grado di ricreare perfettamente le atmosfere di quel genere, ma se poi ben ci si sofferma a riflettere è facile notare che non vi è nessuna epopea da western o nessun picco di scene d’ azione, ma vi è invece una riflessione, più vicina al genere drammatico, sul tempo che inevitabilmente scorre e che dietro di noi ci lascia soltanto perdite, rendendoci difficile il vivere. La scelta di narrazione, non a caso, è infatti quella del flashback della quarantenne Mattie Ross che ci racconta la sua storia avvenuta quando aveva solo quattordici anni, dopo l’ assassinio del padre da parte di un malvivente che rispondeva al nome di Tom Chaney (Josh Brolin). La quattordicenne Mattie è interpretata dalla convincente Hailee Steinfeld (paralizzata però da un doppiaggio italiano decisamente legnoso), che in maniera molto surreale porta in scena un personaggio che poco ha di fanciullesco e tutto invece di donna matura. Il suo modo di parlare e i suoi dialoghi sono fortemente connotati da un’ impronta di saccenza che è molto insolita se si considera che infondo non è di facoltose origini e che, per sua stessa ammissione, aveva dei genitori semi-analfabeti. Al contrario invece gli adulti assumono tutti qualcosa di goffo e addirittura il cattivo interpretato da Brolin degli atteggiamenti del tutto infantili. L’ unico personaggio che sembra ricordare il genere western sembra quello del cattivo Lucky Ned, interpretato da Barry Pepper, in grado di restituire visivamente un personaggio che solamente con la sua espressività e rudezza è in grado di comunicare allo spettatore la sua aggressività. E anche se Jeff Bridges è ormai una certezza recitativa e mi ricorda un pò Jena Plissken invecchiato, purtroppo non si può dire altrettanto di Matt Damon che qui è, forse volutamente, un pò troppo sopra le righe. Degna di nota è però la sua prima apparizione in scena nella penombra di una veranda, col volto illuminato dal fiammifero usato per dar fuoco alla sua pipa. Per un attimo in quella lenta carrellata si respirano i toni da western che forse mancano troppo in questo remake. In definitiva forse questo ennesimo lavoro dei fratelli Coen andrebbe visto come un proseguimento di quella che è la loro matrice narrativa, cioè quella che vede l’ uomo al margine della vita. Un uomo in balia del tempo che incalza e che sembra inseguirlo fino ad un epilogo che può assumere tratti inaspettati. Come quello scelto dai due registi che lascia al veleno dei serpenti il ruolo di interpretare quell’ imprevedibilità che scuote il mondo della pianificatrice Mattie. Per finire con una cavalcata predominata dai primi piani e su uno sfondo di un cielo stellato, forse anche quello volutamente finto. Forse anche l’ epopea di un Western può essere per i Coen una perpetua finzione? Gli amanti del vecchio western di certo non apprezzeranno. I fan dei Coen forse potrebbero farlo ma pur sempre mantenendo ben saldi gli speroni degli stivali a terra con la convinzione che Il Grinta non è il miglior film dei due noti fratelli .

(La Ragazzina che infinocchiò lo sceriffo federale)

( Un colpo da 1000 punti)

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– Figli delle Stelle – 2010 – ♥♥ e 1\2 –

di

Lucio Pellegrini

E’ un’ occasione questo film di Lucio Pellegrini. Un’ occasione, in un delicato momento come il nostro, di fare una commedia che in qualche modo faccia riflettere sui risvolti economici e politici che la nostra Italia sta subendo. Soprattutto perchè i protagonisti sono quei quasi quarantenni vittime del precariato dilagante e con all’ interno un’ immensa frustrazione e sfiducia sul futuro. Protagonisti che non hanno più alcun punto di riferimento o famiglia e che non sono altro che figli delle stelle. E’ un peccato però che questi personaggi tirati in ballo da Pellegrini finiscano per essere banalizzati a tal punto da apparire solo una banda di gente onesta (e un pò minus habens) che tenta di cambiare la loro vita dandosi alla criminalità. Il film si sviluppa narrativamente in maniera del tutto insolita poichè dopo l’ iniziale rapimento ci vengono di frequente mostrati flashback come a volerci svelare qualcosa di importante nelle personalità dei protagonisti. Queste aspettative però non vengono esaudite e tutti i personaggi restano molto eterei, galleggiando in un limbo macchiettistico caratterizzato sulla base di icone simboliche e un pò malinconiche di una generazione che vorrebbe gridare il suo no alle politiche dei potenti ma che si trova impotente poi nel momento di farlo. Come bloccata dal senso mediatico e vacuo delle chiacchiere da talk show che di fatto niente di diverso apportano nei futuri di queste persone tanto deluse. Ciò che invece colpisce di più e funziona in Figli delle stelle è invece il “risveglio” che il film ha nella sua parte finale. Perchè, da dopo l’ uscita di scena del personaggio anonimo interpretato da Fabio Volo (decisamente sottotono in questa prova), il film assume quella vena un pò folle e surreale che ricorda tanto la vecchia commedia all’ Italiana. Splendidi sono sia Pierfrancesco Favino, nell’ interpretare un insegnate precario che sogna la supplenza e cova il desiderio di innamorarsi, come anche l’ ormai certezza Giuseppe Battiston nel ruolo di un ricercatore universitario di sociologia con idee rivoluzionarie e di memoria “cheguevaresca”. Perchè è in questi ultimi momenti di delirio che il film ci regala che riscopriamo quanto possa essere surreale questa condizione sociale quanto mai più attuale oggi. Una mezz’ ora conclusiva che sa alternare momenti di leggerezza a momenti di commozione e riflessione, per chi ancora non sa rassegnarsi alla comicità becera e senza senso di alcune storie poco utili che spesso il nostro cinema ci propone. Apprezzabile, in definitiva, il tentativo di Lucio Pellegrini, di analizzare i nostri problemi in questa chiave, certo è che se i suoi personaggi fossero stati costruiti con una maggiore attenzione al loro background psicologico-sociale di certo il film sarebbe stato molto meno imperfetto.

( La frustrazione della protesta )

( Mi Dichiaro prigioniero politico)

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