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Archive for febbraio 2011


MIGLIOR SCENOGRAFIA: Robert Stromberg e Karen O’Hara per Alice in Wonderland

 

 

 


MIGLIOR FOTOGRAFIA: Wally Pfister per Inception

 

 

 


MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA: Melissa Leo per The Fighter

 

 

 


Miglior film cortometraggio d’animazione: The Lost Thing

 

 

 


MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE: Lee Unkrich per Toy Story 3 – La grande fuga

 

 

 


MIGLIORE SCENEGGIATURA NON ORIGINALE: Aaron Sorkin per The Social Network

 

 

 


MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE: David Seidler per Il discorso del re

 

 



MIGLIOR FILM STRANIERO: In un mondo migliore di Susanne Bier
( “Danimarca” )

 

 

 


MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA: Christian Bale per The Fighter

 

 

 


MIGLIOR COLONNA SONORA ORIGINALE: Trent Reznor e Atticus Ross per The Social Network

 

 

 


MIGLIOR SONORO: Richard King per Inception

 

 

 


MIGLIOR MONTAGGIO SONORO:Lora Hirschberg, Gary A. Rizzo, Ed Novick per Inception

 

 

 


MIGLIOR TRUCCO: Rick Baker, Dave Elsey per Wolfman

 

 

 


MIGLIORI COSTUMI: Colleen Atwood per Alice in Wonderland

 

 

 


Il Miglior Cortometraggio Documentario: Stranger No More di Karen Goodman e Kirk Simon

 

 

 


Il Miglior Cortometraggio: God of Love di Luke Matheny

 

 

 


MIGLIOR DOCUMENTARIO: Charles Ferguson e Audrey Marrs per Inside Job: chi ci ha rubato il futuro

 

 

 


MIGLIORI EFFETTI SPECIALI: Paul Franklin, Chris Corbould, Andrew Lockley, Peter Bebb per Inception

 

 

 


MIGLIOR MONTAGGIO: Kirk Baxter e Angus Wall per The Social Network

 

 

 


MIGLIOR CANZONE ORIGINALE: Randy Newman per Toy Story 3 – La grande fuga
( “We Belong Together” )

 

 

 


MIGLIOR REGIA: Tom Hooper per Il discorso del re

 

 

 


MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA: Natalie Portman per Il cigno nero

 

 

 


MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA: Colin Firth per Il discorso del re

 

 

 


MIGLIOR FILM: Iain Canning, Emile Sherman e Gareth Unwin per Il discorso del re

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– 127 Ore – 2010 – ♥♥♥♥ –

di

Danny Boyle

Il Cinema di Danny Boyle è stato fin dai suoi inizi caratterizzato dalla capacità di riuscire a esprimere visivamente una storia come se fosse una frenetica e adrenalinica situazione. Il montaggio serrato, le accelerazioni hanno contraddistinto ormai il suo stile di far cinema e anche questa volta riesce a darcene un ottimo esempio dando vita ad un film che molto ricorda sia il suo primo Trainspotting, che The Beach. La storia è tratta dalle vicende reali accadute al giovane Aaron Ralston nel 2003. Aaron è un giovane un pò egoista che non si cura molto del lato affettivo della vita ed è interamente dedicato a spingersi oltre i limiti con un vero atteggiamento di sfida sia verso se stesso che verso la natura. Ma sarà proprio quella stessa Natura a presentargli il conto inchiodandolo per 127 infinite ore ad una roccia millenaria che lui stesso accidentalmente sposterà. Il film inizia in maniera adrenalinica, delineando così i tratti del suo protagonista che con la musica a tutto volume e pochi viveri impavido si dirige verso un’ avventura tra i canyon dello Utah. Poi improvvisamente il film cambierà registro e il protagonista James Franco resterà, insieme alla natura che lo circonda, l’ unico protagonista. Lui, le sue allucinazioni e le sue visioni oniriche che gli faranno ripercorrere i suoi affetti. Frequente è quindi l’ utilizzo dei flashback come anche dei flashforward\premonizioni come a rappresentare la forza della nostra mente che in certe situazioni emotive non può fare a meno di creare tali immagini. 127 Ore è un film che nel suo montaggio frenetico racchiude al suo interno profondi significati che vanno dalla critica alle leggi americane sulla denuncia per scomparsa (sembrerebbero troppe le 48 ore necessarie prima di avviare le procedure di ricerca), al valore dei ricordi come vera linfa vitale del tessuto vitale ed emozionale umano. Aaron è un essere umano come tanti, inserito in un contesto societario sovraffollato (Boyle infatti non smette di ricordare allo spettatore questo contesto con alcune sequenze di folle di persone in movimento) nel quale però inevitabilmente si termina per essere terribilmente soli con noi stessi. Ed è questo stare con sè stessi che è argomento primario di gran parte del film di Boyle, concetto però che viene trattato con ironia e senza mai scadere in eccessivi sentimentalismi che avrebbero apportato in maniera del tutto errata toni eccessivamente drammatici a questa sua creazione cinematografica. Nonostante questo il regista britannico riesce a prender per mano il suo spettatore e condurlo nell’ interiorità del suo protagonista, nelle sue memorie, nelle sue speranze future e nella sua voglia di vivere che in fin dei conti resta la forza più potente che l’ uomo possiede. James Franco sa destreggiarsi ottimamente all’ interno di un personaggio costretto ad un cambio di registro recitativo che passa dal surreale al superficiale, dal drammatico all’ ironico. Da solo riesce a caratterizzare il suo personaggio, poichè anche per esigenze di script forse, il suo regista non approfondisce fino in fondo il tessuto familiare del suo protagonista, lasciando così al suo attore la libertà e la capacità di comunicare con le sue parole, a volte folli e a volte ironiche, quello che è il suo vissuto psicologico e caratteriale. 127 Ore è decisamente un film che finisce per possedere e intrappolare lo spettatore fino al tanto atteso finale che è accecante come il sole della vita, quando si esprime al suo massimo potenziale dentro di noi.

( Inchiodato a una roccia)

(Videocamere a confronto)

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– Il Cigno Nero – 2011 – ♥♥♥♥♥ –

di

Darren Aronofsky

Come si può non apprezzare tutto lo studio che c’è dietro quest’ ultimo capolavoro di Darren Aronofsky? E’ evidente lo studio che c’è dietro ogni dettaglio di colore, ogni ripresa alle spalle della sua protagonista e ogni piroetta espressa dalla protagonista Nina. Certo gran parte del merito va anche a Natalie Portman capace di interpretare con il suo volto un personaggio umano che al suo interno racchiude quella dualità della vita eternamente divisa da due contrastanti interiorità: quella che ci spinge al sentire emozioni che la nostra etica morale reputa sbagliate e quella che invece ci dirige verso il bello, il puro e il buono. Il mondo cinematografico di Aronofsky sembra essere ossessionato dalla ricerca della perfezione e le sue opere da Requiem for a Dream a The Wrestler ne sono un lampante esempio di come la sua sia una ricerca coraggiosa che osa oltre il limite del buonismo, spingendosi oltre fino a mostrarci quella parte della natura umana che è decisamente più oscura. E forse è proprio per questo che i suoi film non sempre incontrano l’ unanimità dei giudizi perchè quando si osa e si decide di andare oltre i limiti di ciò che si può o meno mostrare è pur sempre un rischio. Questo è infatti il destino che prima di lui hanno dovuto subire registi come David Cronenberg o David Lynch da sempre votati ad andare oltre le convenzioni visive che il cinema propone. Black Swan è un percorso umano di una donna: quello di Nina, che da sempre castrata da una madre fin troppo apprensiva e capace di insegnargli soltanto disciplina e rigore è incapace di vivere in maniera realmente libera e autentica sapendo sperimentare quella dualità tipica del vivere. E’ la dualità quindi ciò che sembra diventare protagonista in quest’ opera, non a caso gli specchi diventano protagonisti e ci regalano frequenti spettacolari inquadrature dove una perfetta Natalie Portman è in grado di rappresentare quelle che sono le pressioni emotive che il suo personaggio sente. Aronofsky è perfetto nella scelta dei due confini in grado di delineare un film. Con l’ inizio ci regala una meravigliosa parabola onirica nella quale due danzatori perdono piume come a voler presagire il percorso emotivo e di vita che la protagonista dovrà svolgere lungo tutta la durata dell’ opera cinematografica. Nel finale altrettanto perfetto ci regala un finale sorprendente che ancora una volta ci fa comprendere come la psiche umana sia in grado di dominare ogni nostra azione o deformazione percettiva. E durante il suo percorso Nina dovrà imparare ad essere una danzatrice perfetta, a saper fondere la tecnica con l’ abbandono e la purezza con la sensualità. Per fare questo dovrà attraversare una vera e propria crisi di identità che metterà in gioco il suo equilibrio psichico fino a non riconoscersi più in sè stessa e quindi perdersi. Il rischio e la paura di vivere sono quindi argomenti predominanti di questo film in grado di regalarci oltre a perfette sequenze visive (meraviglioso l’ uso della telecamera in soggettiva che tallona alle spalle la protagonista) , interessanti spunti di riflessione su quali siano i rischi della ricerca della perfezione, i limiti delle emozioni umani e la fragilità\forza della nostra psiche nell’ affrontare tutto questo. E esattamente come era in The Wrestler lo straordinario Mickey Rourke , anche qui, al centro di tutto rimane un essere umano ferito, ma al tempo stesso in grado di poter dimostrare a tutti la bellezza della vita nei suoi chiaroscuri di luce.

( Le mille facce dell' animo umano)

( Metamorfosi compiuta)

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– Burlesque – 2011 – ♥ –

di

Steve Antin

Ok, col tempo il musical in stile burlesque è cambiato e forse ha perso la comicità e l’ ironia che c’ era dietro fin dalla sua nascita, ma la forma che ha assunto nel musical diretto da Steve Antin forse è un pò troppo per essere digerito come solamente un’ evoluzione naturale di questo genere di show. E’ infatti chiaro fin da subito che in questo film, a parte un paio di fugaci sketch mostrati solamente come sfondo alla storia principale, resta ben poco della comicità erotica che contraddistingueva quel genere e tutto viene sostituito dai toni romantici e da favola da teenager della solita ragazza di campagna che stufa della sua deludente vita da barista sottopagata decide di sbarcare il lunario proponendosi con tenacia e determinazione come nuova ballerina di un insolito locale che pratica show in stile burlesque nel bel mezzo di Los Angeles. Ecco allora che, tra paillettes e lustrini, il superficiale modello di vita che consiglia solamente di agitare un pò il fondoschiena e tirar fuori un pò di coraggio per proporsi ai fini di realizzare i propri sogni economici e lavorativi può aver atto. American Dream, senza alcuna gavetta, scuole o altro questa sembra essere la ricetta ideale per il successo. E poi ovviamente una volta ottenuto tutto questo per coronare il tutto di una certa dose fiabesca è anche giusto coronare anche i sogni amorosi. Quello ovviamente solo alla fine, come aggiungere del buon aceto balsamico a un’ insalata già ben condita. Le dinamiche sceneggiative della storia sono totalmente prive di originalità e si costruiscono sulla base di personaggi che sembrano usciti da un film con Hilary Duff nei quali troviamo il bel riccone di mezza età che spera e crede di poter comprare tutto con i soldi, la ballerina alcolizzata antagonista alla protagonista che fa l’ antipatica ma che nel finale sembra redimersi e infine il bel ragazzo dai buoni propositi che però prima di dichiararsi ci mette un pò l’ intera durata del film. Anche Christina Aguilera, che nel film assume il ruolo di protagonista, si limita ad interpretare un personaggio non lontano da una qualsiasi delle attrici che popolano il mondo dei teen movie. Solo che questa volta il “teen-movie” sembra un enorme spot pubblicitario totalmente alla mercè della star Aguilera, al suo debutto come attrice. La coppia CherStanley Tucci salva il film dal totale tracollo apportando esperienza e stile a un film con ben poche basi sulle quali poter scommettere. Le coreografie musicali infondo non sarebbero neanche male se non fosse che finiscono per offendere un genere di spettacolo Ottocentesco come il Burlesque, nato come espressione artistica atta a deridere la seduttività e l’ erotismo femminile o a esaltare in donne che poco rispettavano i canoni di bellezza la loro femminilità. Lo riducono qui a un banalissimo spettacolo di varietà  degno di uno show televisivo del Sabato sera.

( Ehi ragazza di campagna io sono ricco e 
ho il macchinone vuoi far successo?)

(Unica scena che vale il prezzo del biglietto)

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– Mammuth – 2010 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Benoît Delépine &  Gustave de Kervern

Il sessantenne Mammuth (soprannome derivato dalla sua mitica moto anni ’70) è un uomo che ha dedicato l’ intera vita al lavoro e adesso giunto alla pensione vede la sua vita perdere ogni significato. Gli resta ben poco nelle sue nuove giornate senza lavoro oltre a potersi dedicare ad un puzzle di duemila pezzi, aiutare la compagna con le faccende domestiche e contare alla finestra le auto che passano. Ma gli si presenterà l’ occasione di poter ripercorrere le strade della gioventù in sella alla sua vecchia moto allo scopo di recuperare alcuni documenti per fini pensionistici in tutti i luoghi nei quali ha prestato servizio lavorativo da quando aveva sedici anni. I surreali registi francesi Benoît Delépine e Gustave de Kervern dopo averci già deliziati con la piccola chicca Louise- Michel, grazie ad un mastodontico Gerard Depardieu ci regalano un’ icona spesso dimenticata, quella del lavoratore instancabile, vittima del progresso, essere umano che ha dimenticato tutte le vere gioie del vivere soffocandole all’ interno dell’ alienante tran tran lavorativo. Grazie a un viaggio on the road i due registi accompagnano lo spettatore all’ interno di un mondo parallelo che all’ apparenza potrebbe risultare surreale ma che al suo interno ha toni decisamente fin troppo realistici e che è in grado di rappresentare perfettamente uno spaccato sociale che spesso annichilisce l’ uomo relegandolo ad una vita senza alcuna vera tessitura emozionale. E’ un pò quello che ha fatto Mammuth per anni, ha deciso di soffocare i suoi ricordi amorosi, la sua gioventù e di conseguenza la sua vita stessa sotto la triste routine di un frustrante lavoro ( in realtà di ben più di uno soltanto), che lo ha forse aiutato a non pensare a certi dolori e sofferenze del suo passato ma che adesso come uno tsunami sembrano inevitabilmente presentarsi davanti a lui. Con un’ unica soluzione: quella di viverli, affrontarli, metabolizzarli e infine risvegliarsi a una nuova realtà di vita senza rimpianti. Le riprese e la fotografia dai toni sgranati fanno di quest’ opera un vero esempio di cinema-arte ponendo i suoi protagonisti come delle vere e proprie installazioni sullo schermo che camminano su uno sfondo che, anche da solo, è comunicativo. Una sceneggiatura quella di Mammuth che sa essere al tempo stesso profonda e leggera e che si fa espressione  di libertà umana come anche di sentimenti come la solitudine o la sconfitta. Il protagonista è infatti accompagnato per l’ intero suo viaggio dai fantasmi della sua memoria che lo aiuteranno a riconciliarsi con il suo presente e a mettere definitivamente un punto al passato. Un inno ad andare avanti nonostante le frustrazioni che quotidianamente la vita ci può proporre. Un invito a riconciliarsi con l’ essenza stessa della vita. E al tempo stesso un’ occasione per riflettere sull’ alienazione sociale che oggi il nostro mondo iper scandito dai ritmi lavorativi rischia di farci sperimentare.

( Il momento della partenza on the road)

( Cullato dai fantasmi del passato)

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– Il Discorso del Re – 2011 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Tom Hooper

E’ raro oggi trovare un film  capace di racchiudere al suo interno contenuti che fanno parte della storia, trattandoli con una rara cura che porti lo spettatore ad immedesimarsi con le emozioni dei suoi protagonisti. La balbuzie di Re Giorgio VI (Colin Firth) diventa quindi, non soltanto un problema comunicativo ma è l’ origine di un profondo senso di inadeguatezza del suo personaggio chiamato a causa dell’ imminente inizio della Seconda Guerra Mondiale a rappresentare il leader istituzionale di un’ Inghilterra ormai futura preda dell’ Asse di Hitler. Il protagonista Colin Firth ( candidato all’ Oscar 2011 come miglior attore protagonista) è impeccabile nel suo ruolo riuscendo a manifestare un personaggio  impacciato e ingabbiato nel ruolo di chi vive uno squilibrio comunicativo che ha radici interne originate da un’ educazione molto repressiva. Il regista Hooper delinea un momento delicato della storia britannica nel quale non è solo l’ imminente ingresso in guerra a essere protagonista ma anche l’ evoluzione dei mass media e l’ avvento della radio come mezzo di comunicazione che è in grado di restituire al popolo un ritorno auditivo, e quindi un contatto con l’ autorità monarchica che rappresenta la Gran Bretagna. Una radio che diventa simbolo di unità nazionale ma che si cela dietro un microfono che per chi è balbuziente come  Re Giorgio VI diventa un enorme mostro che catalizza la sua attenzione paralizzandolo. La sceneggiatura, scritta da David Seidler, che ha sperimentato la balbuzie sulla sua persona, essendo diventato balbuziente da bambino durante la guerra, è misurata e mai superflua. E’ costruita molto sulla relazione tra il re “Bertie” e il suo terapeuta\logopedista, interpretato superbamente da Geoffrey Rush, e sul lento processo che condurrà il paziente reale a venir fuori dalla sua nevrosi blindata dietro ricordi dolorosi d’ infanzia e una rigida impostazione dettata da formali buone maniere. Ecco che allora diventa fondamentale guardare questo film in lingua originale per gustarsi pienamente la bravura dei due attori durante i loro siparietti colmi dell’ essenza del conflitto di classe, ma anche per apprezzare la bravura di Colin Firth nell’ interpretare i suoi momenti di spasmi otorinolaringoiatrici e le sue interruzioni fonetiche con immensa credibilità visiva e uditiva. Interessanti sono poi anche le riprese a mano delle quali Hooper si avvale per trasmettere l’ ansia del suo protagonista allo spettatore, senza però mai eccedere ma limitandosi ad essere prerogativa solo di quegli stati d’ animo. Sapienti sono anche le scelte di alcune inquadrature che spesso tengono il protagonista Colin Firth ai margini di essa, rappresentando perfettamente i suoi stati d’ animo, o anche l’ utilizzo frequente di riprese dal basso o le deformazioni del grandangolo. Il Discorso del Re è un film che al suo interno è un manifesto di quella che è stata la fine di un mondo fatto di formalismi e l’ inizio (proprio grazie l’ avvento dei nuovi mass-media) dei favoritismi nei confronti di coloro che sanno come parlare alle persone in barba alla qualità e alla sostanza delle loro parole. Emblematica è infatti la sequenza nella quale lo stesso Re Giorgio VI pur non comprendendo ciò che il suo futuro nemico Hitler dice durante uno dei suoi discorsi ne rimane impressionato constatando che “sembra saperlo dire piuttosto bene”. Un film quindi sulla forza della parola nella comunicazione di massa, ma anche un’ opera che non dimentica di mettere in luce che l’ empatia e la fiducia reciproca è una prerogativa essenziale per chi vuole affrontare i suoi problemi non chiudendosi rigidamente in sè stesso.

( Prima prova di registrazione)

( Il Discorso finale del Re)

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– Vallanzasca. Gli Angeli del Male – 2011 – ♥♥ e 1\2 –

di

Michele Placido

Certo è stato facilissimo tentare di boicottare questo film. Additarlo come un film che esalta la criminalità o che mette in luce eccessivamente un criminale che ha provocato lutti e dolori rendendolo una star. E’ però molto meno facile comprendere che nessuna persona di buon senso giudicherà positivi o metterà in discussione mai l’ efferatezza dei delitti al solo riconoscere che anche i criminali possano avere un’ etica personale o delle emozioni (seppur discutibili). Il Cinema è fatto per raccontare storie e queste tante volte possono parlare anche di tragici avvenimenti delineando anche personaggi che abbiano caratteristiche un pò borderline e che non necessariamente siano ovvi. Non può esserci un cinema fatto solo di risate, personaggi leggeri e tagliati con le cesoie o si rischierebbe di catalogare la Settima arte entro dei limiti che  un’ attività creativa come questa non dovrebbe avere. Ma scendiamo nei dettagli di questo ennesimo “film criminale” di Michele Placido. Dopo il suo Romanzo Criminale, il regista pugliese, torna a fare un film su una banda criminale, quella della Comasina, scegliendo però questa volta di non dirigere un’ opera corale ma incentrando quasi tutto sul carisma di Kim Rossi Stuart e sul personaggio di Renato Vallanzasca. E forse questo aver scelto di consegnare le speranze del suo ultimo film solo sull’ interpretazione di un bravissimo attore come Rossi Stuart è stata la sua più grande condanna. E’ infatti evidente come il personaggio di Turatello interpretato da Francesco Scianna o quello del gangster un pò isterico e tossico interpretato da Filippo Timi siano delineati in maniera grossolana e superficiale, facendo risultare il primo decisamente scialbo e il secondo un pò troppo enfatizzato e macchiettistico (seppur il bravo Timi è bravo nel regalare ansia e drammaticità al suo personaggio). Al contrario, Kim Rossi Stuart, che ha anche collaborato con la sceneggiatura e ha vissuto a stretto contatto con il vero Renato Vallanzasca prima delle riprese, riesce a dar vita a un personaggio che fà della sua vanità una caratteristica primordiale del suo carattere, ma che oltre al suo carisma mostra anche una buona dose di autolesionismo. Quello che manca del tutto a questo film ( e che invece non mancava affatto in Romanzo Criminale) è l’ inserimento dei crimini che la Banda della Comasina compie all’ interno di quel determinato contesto socio-politico, caratteristica che questa volta fa mancare quella contestualizzazione che nel film precedente era un vero punto di forza. Tutto sommato è evidente che questa volta Michele Placido abbia voluto seguire una linea decisamente diversa ispirandosi a quel Nemico Pubblico con Vincent Cassel che solo un annetto fa ha stupito molti spettatori. Ecco quindi che ciò che risalta maggiormente sono le caratteristiche istrioniche del bel Renè, che ama le belle donne, il sesso e che ha un carisma che gli frutta decine e decine di ammiratrici pur essendo all’ interno delle mura di un carcere. Il montaggio del film è vorticoso e spesso accelerato così da rendere le due ore del film veloci e godibili anche se spesso carenti di raccordi su ciò che sullo sfondo accadeva. Tutto è incentrato sulle reazioni di Vallanzasca agli eventi e l’ intero panorama che lo circonda assume quindi solamente uno sfondo nel quale il suo personaggio è libero di esprimere il suo lato oscuro e il suo lato umano. E questo suo continuo sfogarsi è maggiormente fisico, lasciando come conseguenza naturale, poco spazio alla costruzione della sua interiorità o ai significati veri delle sue scelte criminali. Un personaggio sbruffone e narcisista che più che fermarsi a pensare preferisce agire. Tutto il contrario de Il Freddo di Romanzo Criminale. Era sempre Kim Rossi Stuart allora, sempre bravissimo, ma con il vantaggio di avere avuto un regista che aveva deciso di curare i background emozionali maggiormente, piuttosto che l’ adrenalina delle immagini e delle azioni. Una scelta quella di Placido, forse più di moda, ma sicuramente molto più grossolana.

( Il Bel Renè agli inizi della sua carriera criminale)

( Un Filippo Timi fuori controllo)

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