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Archive for gennaio 2011

– The Town – 2010 – ♥♥♥ –

di

Ben Affleck

Ben Affleck forse è ora che si dedichi maggiormente alla regia, abbandonando il ruolo da attore medio da commedia romantica che lo ha contraddistinto maggiormente finora. Questo suo secondo film è permeato da parecchi elementi notevoli e non di certo facili da seguire, che sicuramente potrebbero apportargli la fiducia necessaria in un futuro da regista che si prospetta essere niente male. Per prima cosa questa scelta gli consente di interpretare ruoli che lui stesso dipinge e di conseguenza il suo personaggio di Doug, in questo film, gli calza maggiormente a pennello consentendogli di rivelare le sue doti recitative ed espressive maggiormente. Il suo Doug è un americano di origini irlandesi che vive nel quartiere storicamente più ad alto tasso criminale di Boston (Charlestown), dove gli uomini sembrano avere poche alternative, se non quelle di schierarsi o dalla parte della criminalità o da quella della legge. Durante una rapina, con i suoi compagni, decidono di prendere un ostaggio per poi liberare in seguito la direttrice della banca (Rebecca Hall). Doug è incaricato di controllarla qualche giorno, nel caso spifferi all’ FBI qualcosa di troppo, ma finisce per innamorarsene e desiderare di cambiar vita. Questa scelta in alcuni posti come CharlesTown non sembra essere così facile, perchè sembra essere difficile e addirittura impossibile andare avanti in modo differente senza fare i conti con le proprie scelte passate. La capacità di Ben Affleck come regista di questo film è proprio quella di rendere questo sobborgo di Boston uno dei veri protagonisti del film, comunicando allo spettatore che le radici di un contesto sociale fatto di povertà e emarginazione sono importanti nell’ evoluzione di una storia come questa tanto quanto la caratterizzazione di un personaggio. E’ abile a coordinare le sequenze d’ azione muovendo la macchina da presa in modo adrenalinico per poi ritornare a dirigerla in maniera più intensa durante le sequenze più a carattere emotivo. Sembra capace, anche di gestire gli intrecci tra i vari personaggi (non pochi), riuscendo a concatenare gli eventi di ognuno di loro in un singolare modo che nel finale è capace di sorprendere lo spettatore un’ ultima volta. Nelle sequenze delle rapine spesso il film ci ricorda Point Break, anche per le singolari maschere che usano i protagonisti rapinatori che per i rallenti applicati in alcuni momenti. Aiutato da una fotografia molto incisiva e precisa di Robert Elswit che sa apportare una notevole intensità a ogni scena, Affleck dosa sapientemente anche i dialoghi finendo per delineare correttamente il carattere da buono di Doug. Anche il Jeremy Renner, già visto in maniera sorprendente in The Hurt Locker, è decisamente capace di dar vita ad un personaggio ben caratterizzato che vorrebbe inchiodare Doug al suo tragico destino da rapinatore ma che finisce per trovare il suo personale. L’ unica pecca di Affleck in quest’ opera è forse quella di aver provato un certo compiacimento nel curare il suo personaggio, da decidere di risparmiarlo nel finale, come se la sua vena registica non si fosse ancora completamente separata dall’ attaccamento verso il suo ruolo di attore. Se  avesse dimenticato la sua immagine da divo di Hollywood per vestire maggiormente i panni di regista probabilmente avrebbe osato di più e sicuramente questa sua opera, già molto bella, avrebbe avuto modo di esserlo in maniera maggiore. E’ comunque una buona speranza per il suo futuro. Da regista.

( Dalla parte della legge o della criminalità)

( Il mondo degli affetti su un diverso piano della vita)
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– Qualunquemente – 2011 – ♥♥ e 1\2 –

di

Giulio Manfredonia

Pensa al suo popolo il politico Cetto La Qualunque. Pensa ai desideri e ai bisogni dei suoi concittadini, seppur quelli primari, li illude con promesse e non sembra preoccuparsi minimamente della legalità (che considera una vera e propria piaga) . Ma soprattutto il brillante personaggio interpretato da Antonio Albanese dà sfogo al suo “machismo” primordiale da uomo che non ha alcun rispetto per le donne e che le considera solo “pilu” o escort da comprare e invitare a fare un tuffo nella sua vasca idromassaggio. Ovviamente rigorosamente nude. Il trionfo del qualunquismo dei furbetti che vanno contro le regole e la democrazia sembra essere, purtroppo, non solo qualcosa che ci dovrebbe far ridere ma un serio argomento di riflessione. Qualunquemente, il nuovo film dell’ istrionico Antonio Albanese, talento comico di origini meridionali ma cresciuto al Nord, e attore che sembra ormai non essere più una positiva novità nel panorama attoriale italiano, è infatti una commedia che dovrebbe far ridere ma che finisce per far tutt’ altro. A ogni gesto macchiettistico del suo personaggio Cetto La Qualunque, è infatti difficile non ridere, ma immediatamente ci si rende conto che molte di quelle che dovrebbero essere solo delle gag sono purtroppo una triste realtà politica italiana. E’ quindi un sorriso amaro quello che strappa continuamente il film di Giulio Manfredonia nei suoi mille momenti in cui rappresenta un Paese che sembra ormai aver perso fiducia nella legalità e nella democrazia e si rifugia in un’ etica del malcostume, degli abusi di potere e della volgarità ormai purtroppo scambiata per bellezza. Sono infatti emblematiche e non possono non invitare alla riflessione, le sequenze nelle quali il protagonista Cetto interagisce col figlio Melo (che ricorda visivamente “Il Trota” di Bossi) un pò timido e decisamente diverso da lui e che sembra dare maggiore importanza alla purezza di un sentimento come l’ amore, rispetto alla volgarità pacchiana di un procace seno o di un provocante fondoschiena propagandata dal padre. Il personaggio di Cetto La Qualunque più che invogliare alla satira politica però sembra rimandare a una più profonda riflessione sulla volgarità italiana, quella che spesso viene enfatizzata e sbeffeggiata di noi anche all’ estero. E’ per questo che il regista Manfredonia sceglie di usare toni e colori, soprattutto negli abiti, molto accesi e dal look cafone come a voler ricordare quello che sembra essere diventato oggi nel nostro paese un must: l’ ostentazione degli sfarzi e delle paillettes senza la minima attenzione all’ interiorità. Infatti è proprio da questa sua morale, basata sulla vacuità delle apparenze, che il calabrese Cetto La Qualunque dà vita alle sue “non idee” politiche concrete, anche quelle improvvisamente trasformate in pura ostentazione di spacconeria e bullismo. È su queste basi che poi ne deriverà in concreto tutto ciò che è materia di attualità nella nostra Italia da anni: l’ egoismo e il menefreghismo totale per la legalità, l’ ambiente e nei confronti dei diritti umani e sociali. In definitiva c’è sicuramente del talento nella comicità espressa in Qualunquemente. Un tipo di comicità che una volta tanto non arriva solamente per farci dimenticare quelli che sono i nostri problemi reali coprendoli con vuote gag (si veda l’ opera omnia dei cinepanettoni), ma che ce li fa rievocare. Nella speranza che questa leggerezza nella rievocazione possa al tempo stesso farci assumere consapevolezza, sdegno e vergogna per un Paese come il nostro che sembra aver dimenticato (come anche Cetto) il significato di Cultura.

( A caccia di mamme con un bel corpo da assessore)

( Prima regola nei talk show: attaccare con simpatia e arroganza 
senza lasciare parlare l' avversario)

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– Mangia Prega Ama – 2010 – ♥ –

di

Ryan Murphy

La prima domanda che mi sono fatto (dopo un sussurrato “finalmente!!”) non appena i titoli di coda di Mangia Prega Ama iniziavano a scorrere sullo schermo è stata: ” Ma sul serio ci volevano due ore e venti per parlare di questo?”. Si avete letto bene, due interminabili, lunghissime ma soprattutto noiosissime ore e venti per giungere al solito happy ending da commediola romantica americana nella quale si ritorna ad essere innamorati, e poi si crede nuovamente all’ amore dopo aver preso mille o duemila bastonate e bla bla bla…
Ma allora ecco che sorgerebbe spontanea la contro domanda: ” Di cosa parlavano queste due ore e venti?”. Praticamente delle stesse cose che trovate benissimo nelle migliori guide turistiche fotografiche americane che trattino l’ Italia, L’ India o Bali. Solamente di questo. Ma allora non sarebbe stato meglio sedersi su una comoda poltrona di una grande libreria e sfogliare questi libri anzichè farci un film sfruttando la romantica storia d’ amore tra una solita svampita Julia Roberts e un ancora più latino ( stavolta brasiliano con un accento improponibile) Javier Bardem? Ovviamente no, altrimenti tutti gli incassi ricavati dalla pubblicità non potrebbero mai esserci! A questo scopo davanti ai nostri occhi scorrono fiumi di luoghi comuni, di istantanee di mezzo secondo (ripulite e “photoshoppate” anche quelle) su spaghetti (con tanto di  pummarola e basilico sopra) , pizza (con tanto di mozzarella filante), Vino rosso, luoghi di culto indiani (con aria condizionata!) e per finire splendide spiagge balinesi. Cosa volete di più per poi incontrare nuovamente l’ amore e l’ armonia con voi stessi? Ovviamente tanti bellissimi dollaroni che consentono alla nostra protagonista Liz Gilbert ( Julia Roberts) di mollare marito e lavoro per lanciarsi (con un’ unica borsa da viaggio!) in un viaggio interminabile tra Italia (in cerca delle abbuffate), India (in cerca della propria spiritualità!) e Bali (in cerca di….Javier Bardem!). Ecco così che a Roma la nostra Liz  incontrerà un doppiatissimo Luca Argentero che le mostrerà le bellezze della capitale tra un’ abbuffata e l’ altra. Tutto questo solo dopo aver affittato un rudere di casa (senza acqua corrente e acqua calda!) nel centro di Roma da una simpatica vecchina che parla in siciliano stretto ( sempre a Roma, mica a Palermo!). E come se tutte queste abbuffate non fossero bastate alla nostra Liz per trovare la sua pace interiore, partirà per l’ India dove troverà solo centri spirituali , preghiere , elefanti sacri e aria condizionata. Insieme ad un malcapitato Richard Jenkins, unico attore che si distingue in questo film, in grado di far trasmettere un momento di interiorità al suo personaggio, nel triste racconto di un padre distrutto dall’ alcol e dal suo egoismo. Ah si poi ci sono anche venti minuti di baci e romanticismo tra la nostra Julia e il bel Javier a Bali. Ma quello è solo il pretesto finale del film e l’ immagine della locandina quindi che se ne parla a fare?

( No, no non sto pubblicizzando un dolce italiano...
è solo una scena del film!)

( Javier dove eri? Mi ci sono volute due ore di mangiare e pregare per trovarti!)

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– Il Pianeta Selvaggio – 1973 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

René Laloux

Angoscioso, surreale ma al tempo stesso terribilmente realistico è questo film d’ animazione, del lontano 1973, nato dalla collaborazione di Laloux con il visionario pittore e sceneggiatore Roland Topor. Questo visionario artista è maggiormente ricordato per la sua collaborazione nel Nosferatu di Wener Herzog, ma a mio avviso dovrebbe esserlo maggiormente per le illustrazioni e i toni che regala a questa cupa ma straordinaria storia. L’ intero film’ d’ animazione non è per nulla adatto a un pubblico abituato a definire questo genere cinematografico come opere per bambini. Già soltanto i suoi disegni sono insoliti e ricordano più le pitture surreali e grottesche di Dalì o Bosch. La poca fluidità delle animazioni spinge lo spettatore a osservare quest’ opera non per la sua tecnica ma per la sua storia e per quei marcati tratti visivi che ogni fotogramma d’ animazione racchiude al suo interno. L’ ambientazione fantascientifica del pianeta dominato da esseri tecnologicamente e intellettualmente più sviluppati (i Draag) ricorda moltissimo gli sfondi di opere come “El Bosco” o ” Mùsica da Carne” di Hieronymus Bosh. E’ proprio in questa surreale scenografia che si dipana l’ avventura di un giovane umano, strappato dalle braccia della madre, a causa di un gioco Draag, e conseguentemente allevato come animale domestico da una famiglia di questi onniscienti indigeni bluastri del pianeta. La stessa sequenza iniziale del film è di una straordinaria bellezza e mostra in pochi minuti la stupidità del potere, ridotto ad essere un semplice gioco di forza, che spesso può anche essere inconsapevole ( non a caso tale ruolo di gioco\potere è svolto dai piccoli “bambini” dei Draag). Laloux per una buona parte del film sembra volerci comunicare proprio la stupidità insita in chi detiene il potere in virtù della sua forza, che in questo caso è fisica (i Draag sono dei giganti in confronto agli umani), ma che non è sicuramente difficile tradurla in maniera più attuale in supremazia economica. La razza aliena dei Draag non è rappresentata come propriamente  cattiva, come sottolinea anche il doppiaggio italiano moderato e una volta tanto attinente alle atmosfere che il film esprime. I Draag sono una razza che intellettualmente sono e si sentono superiori agli umani e che quindi in maniera quasi del tutto inconsapevole finiscono per trattarli come dei giocattoli. Fondano la loro supremazia quasi esclusivamente sulla conoscenza, della quale sembrano quasi nutrirsi in maniera costante per progredire veramente e non limitarsi solamente a sviluppare delle loro competenze. Gli esseri umani invece, non a caso, sono contraddistinti da un’ ottusità di fondo che li spinge ad essere molto più restii alla conoscenza, all’ informazione di nuove notizie per uscire dal loro stato di schiavitù. Tentano solamente di riunirsi in gruppi, denominati “selvaggi”, allo scopo di organizzare una ribellione o una fuga. Scopriranno anche loro, anche se molto più lentamente che la conoscenza può e deve essere l’ unica via per garantire non solo la sopravvivenza ma anche il progresso comune delle due razze. Ottimistico, saggio e decisamente un film che ogni mente aperta non dovrebbe lasciarsi sfuggire di vedere.

( Gioco Draag)

( Ribellione Umana)

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– 20 Sigarette – 2010 – ♥♥♥♥ –

di

Aureliano Amadei

La Guerra in Iraq. L’ attentato di Nasiriyya del 12 Novembre 2003. Quante volte ormai abbiamo sentite parlare dei soldati italiani uccisi, o dei carabinieri rimasti vittime. Facevano il loro lavoro. Quante volte abbiamo sentito ripeterci che onoravano la loro patria o che sono degli eroi. Aureliano Amadei quel giorno era lì con loro (insieme al regista Stefano Rolla rimasto tragicamente ucciso), e non era nè un membro dell’ esercito e neanche un carabiniere. Era solamente un giovane come tanti di noi che coltivava il sogno di fare cinema, in un’ Italia che è talmente precaria da rendere anche i sogni tali. 20 Sigarette è una finestra sul mondo di questi giovani italiani, che pur di continuare a credere ai loro sogni rinunciano a una tranquillità economica di un lavoro che non piace per inseguire un sogno legittimo, spesso malpagato o sottopagato e in questo caso anche mettendo a rischio la propria vita. Esistenze decise dalle fatalità e a volte anche spezzate a causa di quest’ ultima. La narrazione del film sembra, anch’ essa, essere preda di questa fatalità a tal punto che durante la prima metà del film lo spettatore ignaro non si aspetterà assolutamente ciò che avverrà dopo. Amadei sceglie per questo di utilizzare per metà film uno stile molto lineare e decisamente italiano che narra la storia del giovane Aureliano utilizzando meccanismi visivi e narrativi visti e stra-visti in svariati filmetti adolescenziali della nostra cinematografia. Ma è proprio quando lo spettatore sembra essere annoiato da questa schematicità narrativa che viene improvvisamente stravolto, proprio come una bomba cambierà per sempre la vita del nostro giovane protagonista. Dall’ istante dell’ attentato infatti cambierà la narrazione di Amadei e per almeno venti minuti lo spettatore si troverà immerso in una visione in soggettiva (quella di Aureliano) di ciò che è avvenuto quel lontano 12 Novembre. Perchè il regista ricorderà sicuramente bene (trovandosi lì in quel tragico momento) l’ esatta successione dei fatti e quindi, quale maniera migliore di mostrarcelo direttamente con i suoi occhi e senza i filtri delle false o discutibili informazioni arrivate solo in seguito in Italia? Questo claustrofobico mostrare la violenza della guerra forse è stato già visto di recente nell’ israeliano Lebanon, ma di certo da noi in Italia è insolito vedere un film che rischi di sovvertire così tanto la sua linearità narrativa, ma soprattutto che voglia mettere in discussione la verità propinata ciecamente dalle informazioni ufficiali. Vinicio Marchioni ( già convincente nel ruolo de Il Freddo nella serie targata Sky Romanzo Criminale) è molto bravo nella sua interpretazione, riuscendo a dare credibilità a un personaggio che inizialmente è un ragazzo come tanti un pò anarchico ma che lentamente diventa sensibile a quelli che saranno i tragici fatti che lo coinvolgeranno. Un personaggio che lentamente, soprattutto durante il suo periodo di convalescenza, gli mostrerà un mondo differente da quello che immaginava, dove le macchinazioni delle autorità militari sembrerebbero dominare la verità e la realtà dei fatti. Amadei durante la prima parte del film spinge il pedale della comicità, forse volutamente, per poi devastare i nostri animi con la deflagrazione di una scomoda verità al di sotto della quale l’ unica possibile morale è quella che la guerra è per tutti coloro che la vivono una dolorosa realtà. Sia che i loro protagonisti si trovino in prima linea o che siano tragiche vittime civili una cosa sembrerebbe certa guardando 20 Sigarette: la memoria di una tragedia come la guerra è indelebile nell’ animo umano e sarebbe molto meglio che fosse evitata, qualunque guadagno economico, politico o religioso essa possa avere. Soprattutto poi se le loro reali vittime cadono nel dimenticatoio sostituite da una memoria che ha solo il sapore di una bandiera tricolore. E’ un opera prima quella di Amadei che fa ben sperare sul suo futuro da cineasta.

( Smoking Area)

( Soggettiva di una tragedia)

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– Hereafter – 2011 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Clint Eastwood

Fare un film che parla di morte e soprattutto che indaghi il mondo sconosciuto che potrebbe essercì aldilà dalla vita è sicuramente rischioso. Lo è perchè dozzine di film lo hanno già fatto, salendo sul loro personale pulpito e raccontandoci bizzarre teorie religiose o paranormali, oppure introducendo all’ interno del film con prepotenza presenze imponenti o inspiegabili allo scopo primario di sbalordire lo spettatore o terrorizzarlo. Clint Eastwood, restando coerente a quello che finora è stato il suo modo di intendere il cinema, preferisce non utilizzare tutti questi elementi, e soffermarsi  su ciò che maggiormente sembra importargli : il significato emotivo che sta dietro agli esseri umani che, prima o poi, inevitabilmente si troveranno ad affrontare il misterioso argomento della morte. Ed è proprio sotto questo aspetto che Hereafter dovrebbe essere maggiormente analizzato. Perchè, anche se il suo inizio tragico e condito da effetti speciali non perfetti, ma che vogliono aver lo scopo di comunicare quelli che sono i presupposti di una storia che verrà dopo, ci potrà sembrare un pò troppo “fracassone” è il contatto emotivo e interiore che i protagonisti avranno con la materia della storia a predominare. La linea narrativa usata da Eastwood e dal suo sceneggiatore Peter Morgan è quella che è tanto cara al Guillermo Arriaga di Babel e 21 Grammi, e cioè quel tipo di sceneggiatura che sfrutta storie indipendenti, che hanno luogo in differenti location e che viaggiano apparentemente su binari autonomi per poi confluire insieme anche per un breve istante. Matt Damon offre probabilmente quella che è la sua migliore interpretazione nel portare in scena un personaggio che vive la drammaticità della sua solitudine in maniera interiore e privata, incapace di portare avanti quello che per chiunque rappresenta un dono, ma che invece per lui è una condanna. Non risulta quindi mai sopra le righe, ma il suo personaggio è costantemente moderato, pronto a spiccare non per le sue qualità visibili ma per la propria interiorità emotiva. Damon riesce, in definitiva, a compiere ciò che per un attore è maggiormente difficile: comunicare l’ interiorità di un personaggio non attraverso le parole o i dialoghi ma grazie ai suoi silenzi e al suo lavoro corporeo. Il tema quindi è profondo e decisamente serio a tal punto che il rischio di essere banalizzato è sempre dietro la porta. L’ ottantunenne regista americano, che sicuramente pensa molto a questo argomento, è decisamente distante dalle varie concezioni religiosi che invitano gli uomini a non aver paura della morte e pone l’ intero argomento sotto la speranzosa ala del contatto umano. Utilizza drammi che fanno parte dell’ attualità mondiale ( lo Tsunami e le tragedie naturali, così come gli atti terroristici) come pretesto per far vivere ai suoi personaggi l’ inquietudine e il pathos originato da un trauma pesante che sconvolge in modo prepotente la vita umana. E la speranza che Eastwood ci racconta risiede solamente nel contatto. Quella possibilità che esiste in natura di poter arginare la sofferenza causata da un trauma, l’ angoscia provocata dalla morte di un nostro caro o ancor più la paura di ciò che ci attenderà dopo la vita. Una possibilità, che spesso è difficile da trovare, ma che se trovata con coloro che veramente suonano le nostre stesse corde e ascoltano le nostre stesse frequenze può risultare salvifica. E’ un invito, quello di Eastwood, a non restare paralizzati e immobili in attesa di un futuro o un aldilà che possa essere migliore come sembrano volerci rivelare le religioni, ma che vorrebbe spingerci ad essere attivi, continuare a stabilire contatti umani con la nostra immaginazione e la nostra vita. Ce lo rivela in una semplice, quanto poetica e intensa sequenza finale nella quale sembra esser racchiusa l’ intera morale di questo suo film. Non sarà di certo il suo miglior film, ma è di certo un’ altra importantissima opera di un regista ultraottantenne che mai sembra volersi rassegnare all’ immobilità ma che è sempre spinto a dare una nuova forma a ciò che lui ama di più: fare cinema.

( Non è facile stabilire un contatto...)

(... Ma a volte può essere più facile del previsto)

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– L’ Ultimo Cinema del Mondo – 1998 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Alejandro Agresti

L’ Ultimo Cinema del Mondo è uno spaccato surreale di quella che era l’ Argentina degli anni ’70. E in particolar modo quella che poteva essere la ipotetica realtà di un paesino sperduto nella profonda Patagonia. In questo piccolo paesino i film, dopo aver girato il mondo, aver riscosso il loro successo, arrivano col loro ritardo pronti a stupire la popolazione locale che sembra istruirsi e addirittura arrivare ad esprimersi colloquialmente seguendo le sceneggiature delle opere cinematografiche proiettate. Quindi anche gli ideali sembrano arrivare attraverso i film nelle menti dei cittadini della piccola Rio Pico. Ecco quindi che passando dal ” Tutto è relativo” di Einstein, i cittadini giungono a far proprio anche il concetto Marxista di ” Tutti sono uguali”. Ogni protagonista di questo film sembra avere un ruolo molto importante in quella che è la cultura cinematografica. C’è  Soledad che arriva quasi per caso, col suo taxi, a Rio Pico, e che è spettatrice attiva di tutto ciò che accade. E proprio come una spettatrice cinematografica il regista ce la mostra spesso la sua testa, di quinta, che osserva gli avvenimenti più importanti del paese. Soledad si risveglia in questo piccolo paese e proprio come una spettatrice, si tuffa all’ interno di una realtà che fino a poco prima era così lontana dal suo mondo. Impara pian piano a  lasciarsi andare a ciò che spesso i film provocano nell’ animo umano: si lascia educare ai sogni. Si innamora in maniera del tutto surreale (lasciandosi contagiare da un ballo all’ interno delle mura domestiche), ma molto cinematografica, di colui che è il cinefilo, il critico del paese, zoppo e quasi del tutto afasico. Incapace lui stesso di fare cinema, è manifestazione prima di chi il cinema lo ha all’ interno della sua vita, della sua stessa postura: quel movimento ondulatorio che riproduce zoppicando ricorda tanto le prime produzioni cinematografiche, grazie alle quali il cinema è nato. Arriverà a Rio Pico, in seguito, anche un attore francese (interpretato da un bravissimo Jean Rochefort), che dopo aver consumato la sua fama europea giunge nella profonda Patagonia ritrovando quella notorietà che sembrava aver smarrito, provando così a riconquistarsi una sua personale dignità. Sarà suo il compito arduo di apportare un maggiore splendore a Rio Pico, intenzionato a girare un film che parli di esso che però mai sarò concluso a causa dell’ avvento imminente della televisione. E quando questa arriverà i sogni che fino a quel momento avevano contraddistinto tutti gli abitanti del piccolo paese sembrano svanire di colpo come ipnotizzati da una luce blu all’ interno di una scatola che il regista Agresti non ci fa mai vedere, forse per non mischiarla a quanto di bello ci ha mostrato fino a poco prima. Perchè mischiare i sogni con una scatola già preconfezionata da qualcun altro è impossibile. Spesso non rimane che rifugiarsi nella nostalgia. Intento che L’ Ultimo cinema del mondo attua alla perfezione.

(Soledad sposa il critico afasico)

( Soledad, come una spettatrice, osserva le teorie 
dettate da uno dei suoi compaesani)

 

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