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Archive for novembre 2010

– Una Vita Tranquilla – 2010 – ♥♥ e 1\2 –

di

Claudio Cupellini

Peccato viene da dire. E’ davvero un peccato che in Italia si producano pochissimi noir, ma ancor più è un peccato che quelle poche volte che vengono distribuiti le storie siano potenzialmente interessanti, ma telefonate fin dal principio e con pochissimo pathos. E’ questo il caso de Una Vita Tranquilla, noir di Claudio Cupellini gradevole e godibilissimo solamente se si guarda la recitazione di uno straordinario Toni Servillo, sempre perfetto in ogni cambio di emozione e in ogni sottile espressione manifestata nel suo volto. Per il resto la sceneggiatura ci offre il solito ritorno di un figlio, pronto a sconvolgere l’ apparente vita tranquilla di Rosario (Toni Servillo), ristoratore di origini campane che in Germania si è rifatto una vita dopo un passato turbolento da camorrista. Il problema è che fin dai primi venti minuti del film lo spettatore percepisce i legami tra i personaggi e quello che è peggio la personalità del suo protagonista, ragion per cui l’ unica cosa che per consolarci si può fare è seguire (come già fa la macchina da presa) le espressioni del mattatore Servillo, il suo alternare momenti di quiete a momenti di rabbia e la sua controllata angoscia.  Servillo è decisamente ottimo nel recitare in due lingue diverse un personaggio colmo di ambiguità che da solo è capace di imprimere quell’ alone di mistero che la sceneggiatura al contrario non riesce ad apportare. Edoardo (Francesco Di Leva) e Diego (Marco D’Amore), il figlio napoletano di Rosario, nei panni dei due delinquentelli camorristi arrivati in Germania per compiere un omicidio, finiscono per essere decisamente troppo macchiettistici. Soprattutto Edoardo concentra l’ intero personaggio sulla sua parlata eccessiva napoletana tralasciando del tutto altri aspetti del personaggio. Il confronto finale tra padre e figlio in macchina è sbrigativo e veloce, sottolineato dalle urla dei due protagonisti e conduce ad un finale ciclico che non ha nulla di particolarmente originale per questo genere. Il testo sceneggiativo è ridotto all’ essenziale e Cupellini forse preferisce lasciare esprimere gli sguardi e le espressioni di Servillo e del giovane D’ Amore, la loro fisicità in grado di trasmettere allo spettatore, anche con solo un abbraccio, la potenza di mille parole. La macchina da presa quindi si alterna tra primi piani dei volti e piani lunghi (che attraversano anche le trasparenze di un vetro di una finestra) per spiegare l’ evoluzione dei suoi personaggi. Ma non basta puntare tutto sugli attori per rendere un film veramente completo. Un’ occasione (sprecata) che Cupellini dovrebbe capire.

( L' apparente Vita Tranquilla di Rosario)

( Verso il finale ciclico)
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– Il Mio Nome è Khan – 2010 – ♥♥♥ –

di

Karan Johar

I tre cuori di questo film andrebbero da soli alla straordinaria interpretazione di Shah Rukh Khan, uno degli attori più in voga dell’ universo Bollywoodiano, che con questa sua interpretazione di un personaggio affetto da Sindrome di Asperger non sfigura difronte a ricordi di interpretazione analoghe, come Dustin Hoffman in Rain Man o Tom Hanks in Forrest Gump. I riferimenti a questi due film anche sul piano della sceneggiatura in effetti si sprecano ( anche il nostro Khan eredita dalla madre una frase simbolo sulla vita che però non ha come similitudine i cioccolatini ma suddivide gli uomini in buoni e cattivi) e non lasciano di certo spazio all’ originalità di questo lavoro perfettamente confezionato dall’ industria cinematografica Indiana. Esattamente come in Forrest Gump, infatti, la storia ci è narrata come se fosse un flashback dello stesso protagonista che racconta la sua storia di vita, dal passato in India fino al suo approdo negli USA e il suo amore con Mandira, giovane ragazza madre di origine indiana ma di religione indù. E la sua storia personale non è esente ( come non lo era quella del Forrest di Tom Hanks) dal subire le conseguenze di quelli che sono stati gli avvenimenti socio-politici prima in India e dopo negli USA in conseguenza ai tragici e noti fatti dell’ 11 Settembre 2001. Differente è  il periodo storico, che nel film di Zemeckis erano i Seventies, mentre qui sono il primo decennio degli anni duemila. Ma ovviamente la più sostanziale differenza sta proprio nella costruzione del film. Il mio nome è Khan, seppur girato per gran parte negli States e distribuito ampiamente anche in Occidente, non tradisce per nulla il modo di fare cinema tipicamente Bollywoodiano e tratta quindi avvenimenti attuali e tragici con una leggerezza consona a quello stile cinematografico, tenendo in primo piano la storia d’ amore tra i due protagonisti, le atmosfere da sogno e poco realistiche e la colonna sonora avvolgente che accompagna quasi tutte le sequenze maggiormente coinvolgenti. Ecco allora che la complessità che temi come le ripercussioni nei confronti dei musulmani dopo l’ 11 Settembre o le discriminazioni religiose vengono affrontate con numerosi stereotipi e un eroismo degno di certi film americani di serie B. Sicuramente l’ attenzione a queste complesse tematiche ha fruttato a questo film la selezione della Berlinale come film fuori concorso, ma certo è che se non fosse stato sorretto dalla straordinaria interpretazione di Shah Rukh Khan o dalla fotografia ottimamente costruita il film avrebbe avuto molta meno fortuna in Occidente. A mio avviso è degno di nota anche il repentino cambio di registro  da commedia decisamente leggera a melodramma (forse un pò troppo melò e un pò meno drammatico) che è presente in questo lungo film Indiano. Sicuramente è un film che va positivamente sfruttato per intrattenere un numero maggiormente largo di pubblico, sia quello amante delle commedie d’ amore e dei buoni sentimenti ma anche chi non disdegna la riflessione verso temi sociali e culturali oggi più che mai attuali. Certo è però che dalla riflessione che questo film suscita necessiterebbe in seguito un approfondimento, per non far si che certe tematiche restino solamente discusse in superficie. Ma in questo caso, nell’ epoca nella quale ci troviamo oggi, sarebbe forse molto più difficile riuscire ad intrattenere adeguatamente. Obiettivo d’ intrattenimento che Il mio Nome è Khan riesce a centrare molto bene.

( Al mondo esistono due tipi di persone: Quelle buone e Quelle cattive)

( In viaggio verso il Presidente)

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– The Social Network – 2010 – ♥♥♥ e 1\2

di

David Fincher

 

Il film The social network ha il merito di essere stato realizzato ineccepibilmente grazie a un regista, David Fincher, che al look e l’atmosfera dei suoi film ci tiene molto. Il curioso caso di Benjamin Button, con l’aiuto di un racconto geniale di Fitzgerald a dare l’ispirazione, si è aggiudicato la definizione di capolavoro. Con The social network si cavalca più modestamente l’onda di un successo planetario come Facebook per raccontare una storia che, ammettiamolo, al fine del godimento di questo film ci dovrebbe interessare il giusto scoprire se sia vera o meno. Non a caso è tratta da un romanzo di Ben Mezrich, che a sua volta è ispirato alla realtà… Due amici, un ispanico e un ebreo fortunati di essere nell’università di Harvard, fanno centro grazie al loro genio informatico-matematico e fondano il social network che tutti conosciamo, ma entrambi sono soli e senz’altro vogliono una donna e qualcosa di più, quindi fanno a gara a chi è più stronzo e furbo. Con le donne finisce che entrambi fanno un buco nell’acqua e anche con Facebook, non appena capiscono di avere in mano un affare da diventarci stra-ricchi, ne combineranno varie. Solo alla fine, dopo esser passati per una travagliata battaglia legale, si riuniranno e capiranno i propri errori (questo lo si avverte in tutto l’atto finale, ma la riunione ci viene informata dai titoli e non dalle immagini del film, quasi a voler raffreddare il tutto per non cadere in sentimentalismi). In mezzo a tutto questo caos, ci sono cose interessanti, come ad esempio il paradosso che ha dato origine al social network, ossia che Mark Zuckerberg – interpretato dal giovane e decisamente più bello Jesse Eisenberg – abbia inventato qualcosa che “dovrebbe” facilitare i rapporti sociali, quando lui invece, cosa tipica dei geni, si rivela pressochè incapace di avere dei rapporti sociali. Adesso che è il miliardario più giovane del mondo, si sentirà ancora più solo o forse è riuscito a risolvere tutti i suoi problemi? Di sicuro ha trasmesso la sua passione per il computer e il virtuale a milioni di persone, che ne sono diventate dipendenti… Abbiamo naturalmente il tema della tentazione, della corruttibilità, dunque la perdita dell’innocenza. Quindi per certi versi il film assume i connotati di un romanzo di formazione, puntato alla predica della preservazione dell’amicizia nonostante tutto, specie quando mancano altri affetti sentimentali (curioso e interessante anche che i genitori dei due protagonisti in questo film non figurino mai e che le donne ricoprano solamente un ruolo di puro desiderio possessivo). Tutto il resto è un non troppo gradevole ritratto dell’odioso ambiente delle tipiche università elitarie americane piene di ricchi figli di papà e, successivamente, quando il social network decolla, del mondo frenetico, spietato e senza regole del business odierno che punta tutto sul web e le innovazioni. Ma ciò che più penalizza il film è una sovrabbondanza di tecnicismi dell’informatica avanzata che solo dei secchioni di questo settore possono veramente capire e cogliere. Io utilizzo Facebook, soprattutto per svago. Ho a che fare con i computer da molti anni, ma ci sono delle parti, specie all’inizio del film, che propongono al pubblico una valanga di termini che non diranno nulla ai più, specie perché nell’originale vengono recitati a ritmo sostenuto e quindi nel doppiaggio diventano una informe lista senza anima. Considerato ciò, il film potrà entusiasmare e soddisfare a pieno gli esperti di computer e internet, e tutti i genietti in genere, mentre invece attirerà un po’ ingannevolmente un pubblico giovanissimo, che troppo spesso fa un uso improprio di Facebook confondendo il virtuale con il reale. The social network riesce comunque, non so quanto volontariamente, a ridicolizzare tutti questi aspetti e superata la prima parte che vede nascere il fenomeno, si focalizza sul deteriorarsi dell’amicizia reale fra Mark e il suo socio Eduardo. Nulla da dire sugli attori, che sono in parte, ma non spiccano un gran che, se non la pop-star Justin Timberlake (già apprezzato in Alpha dog) in un ruolo da vero pescecane del business internettiano che sembra ritagliato apposta per lui e qualche anziano dal volto non nuovo. La struttura narrativa a salti fra presente e passato funziona. La fotografia sposata all’uso della Red One camera gioca tutto sul contrasto fra tonalità calde e luminosità ridotta al minimo. Questo va ad enfatizzare il senso – anche climatico – di freddo e di morte nell’anima. La colonna sonora non è invasiva, ma funziona, grazie ad una felicissima collaborazione fra moderni maestri dell’electronica e l’industrial come Trent Reznor e Atticus Ross. Ma dov’è finita quella bella canzone che si sente nella presentazione pubblicitaria del film? Le tinte noir si addicono di certo al cinema di Fincher, che trasuda forse un po’ troppo di figure maschili, escludendo appunto il penultimo lavoro “Benjamin Button”, in cui il ruolo di Cate Blanchett è di notevole rilievo. Quindi speriamo che il suo ardito remake in attuale produzione dello svedese Uomini che odiano le donne riesca nell’ardua impresa di fare ammenda su questi punti.

(Prima scena del film, lei dice a Zuckerberg che è uno stronzo, 
ma lui è un genio dell'informatica vendicativo da non sottovalutare affatto...)

(Lui si invece che è uno stronzo e Justin Timberlake lo fa benissimo!)

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– Il Cacciatore – 1978 – ♥♥♥♥♥ –

di

Michael Cimino

Ci sono tantissimi film sulla guerra e poi c’è Il Cacciatore, forse il precursore di tutti i film che hanno parlato non solo della guerra ma di come quest’ ultima cambi la vita delle persone che la fanno. Di come queste persone siano delle vittime di un terribile evento che non permetterà più di vivere le loro emozioni, i loro sentimenti e principalmente la loro vita come una volta. Perchè c’è un prima e c’è un dopo. E queste due fasi Michael Cimino vuole ben sottolinearle dilatando i tempi narrativi del suo capolavoro e mostrando allo spettatore la vita di tre giovani amici, operai della Pennsylvania, prima e dopo la loro attiva partecipazione alla fallimentare guerra degli Stati Uniti in Vietnam. La prima parte del film per certi versi ricorda quella lunga sequenza del matrimonio presente ne Il Padrino, che allo stesso modo serve per narrarci quella che era prima la vita dei nostri protagonisti fino al triste presagio durante il matrimonio: una goccia di vino che cade sul vestito della sposa. Nessuno dei protagonisti se ne avvede, ma Cimino, con un primo piano, vuole renderlo noto allo spettatore come a voler profetizzare che da quel momento in poi la vita dei tre amici sarà in modi diversi distrutta. I movimenti della macchina  da presa ( in maggioranza carrelli e piani sequenza) sono frequentemente lenti perchè il regista non vuole farci perdere nessun particolare di ciò che ci mostra. I personaggi sono ottimamente delineati e ricchi di particolari. Di Mike (Robert De Niro) spicca la sua freddezza sia nel cacciare prede sia nel momento della roulette russa sotto prigionia, una freddezza che però sa riconoscere quando essere leale sia durante la straordinaria sequenza di caccia nella quale risparmia il cervo dopo aver sbagliato il suo unico colpo, sia nel finale quando tenta di riportare a casa l’ amico Nick ( Christopher Walken). Nick è invece un amante del gioco d’ azzardo e lo si nota sia prima della loro partenza per il Vietnam che in seguito quando ormai traviato dai dolori della guerra che ha generato in lui follia si dà all’ azzardo della roulette russa in una Saigon ormai sotto scacco. Infine Steven è forse il personaggio più umano e innocente avvolto da un’ tragico destino fin da quando quella goccia di vino al suo matrimonio cade sul vestito della sua sposa. Anche le donne che restano a casa sono straordinariamente presenti nel film di Cimino. Una superba e bellissima Meryl Streep dà alla sua Linda credibilità nell’ interpretare una donna, amata da due uomini (Nick e Mike), sofferente ma incapace di comprendere fino in fondo le ragioni del suo dolore. E’ un film equilibrato Il Cacciatore che non lascia predominare nè la drammaticità della commozione nè quella della crudeltà, ma li rappresenta entrambe come un affresco che lo spettatore osserva provando anch’ egli una commistione di emozioni alla visione. Tutto fino a giungere a un finale catartico e che invita alla speranza: quel God Bless America cantato da tutti i “reduci” dopo il funerale dell’ amico Nick.

( Un Colpo solo...)

( Un Colpo solo...)

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