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Archive for settembre 2010

– Inception – 2010 – ♥♥♥♥♥ –

di

Christopher Nolan

E’ presentato come il film dello stesso regista de Il Cavaliere Oscuro e gode di una promozione ottimale quest’ ultimo film di Christopher Nolan, regista che preferisco ricordare per il magnifico Memento piuttosto che per il suo film batmaniano. In realtà non è semplicemente un blockbuster ma un ‘ opera che ha una storia molto personale per il regista britannico, che ne ha scritto interamente da solo la sceneggiatura ben dieci anni fa. Celato dietro la parvenza di un action movie fantascientifico, Inception risulta alla fine essere un film molto più complesso che al suo interno racchiude elementi visionari che però vogliono essere da Nolan organizzati linearmente per risultare poi allo spettatore fruibili. Il protagonista Dom Cobb (interpretato da un ormai sempre perfetto Leonardo Di Caprio) ha lo scopo di volere innestare un’ idea nel subconscio di una persona utilizzando il fantascientifico mezzo di penetrare nei suoi sogni, aiutato da uno staff artistico completo in grado di controllare ogni aspetto dell’ esperienza onirica del malcapitato. In questo intreccio di sogni e subconsci la narrazione non risulta mai essere fine a se stessa ma costruita da Nolan abilmente come un gioco ad incastri che fino alla fine ha una sua logica ben precisa, ordinata in vari livelli onirici. La costruzione è, come già si era vista in Memento, frammentata ma non impedisce allo spettatore di esserne coinvolto riuscendo con abilità a trascinare all’ interno delle vicende ognuno di loro. E’ fondamentale fare attenzione a tutti i dialoghi del film, anche se spesso veloci e complessi, perché soltanto attraverso di essi si potrà avere una visione globale di ciò che sta accadendo sullo schermo. Il cast gira alla perfezione e oltre a Leonardo di Caprio, ormai a suo agio dopo Shutter Island in personaggi dal passato turbato, vanta di un ottimo Joseph Gordon- Levitt e di una brava Ellen Page, apprezzata precedentemente in Juno. I riferimenti ad opere cinematografiche che hanno cambiato l’ immaginario fantascientifico come Matrix o Brazil sono evidenti così come anche quelli mitologici ( il personaggio della Page si chiama Arianna e tesse le fila del sogno come un architetto). La differenza sostanziale tra un qualsiasi blockbuster hollywoodiano e Inception risiede appunto nella consistenza dei dialoghi e nel posto non prioritario degli effetti speciali, che in questo caso non dominano l’ azione ma ne sono solamente un utile mezzo visivo. Inoltre tutto questo è arricchito da una riflessione metacinematografica sul cinema stesso, che crea delle vere e proprie trame nei nostri subconsci, proprio come fanno i sogni, e che proprio come Cobb e compagni ha bisogno di uno staff ben nutrito di persone per funzionare alla perfezione. Anche le musiche non sembrano per nulla essere scelte a caso e se si glissa sulla già ben nota esperienza nel campo di Hans Zimmer, non si può restare positivamente sorpresi dalla scelta  della canzone utilizzata dai protagonisti per risvegliarsi dai loro sogni, la “Non, je ne regrette rien” di Edith Piaf, personaggio che non meno di un anno fa è stato interpretato dalla stessa Marion Cotillard. E’ proprio questo che Nolan sembra volerci sottolineare: il cinema non è solo recitazione o soltanto effetti speciali, ma un lavoro artistico corale che se eseguito perfettamente, senza tralasciarne ogni suo singolo aspetto, è in grado di entrare alla perfezione nei subconsci ( e nelle preferenze) di ogni spettatore. E sicuramente gli spettatori e i critici non potranno non ricompensarlo nel breve e nel lungo tempo, poichè, a mio avviso, difficilmente questo film non sarà preso in futuro come spunto da altri blockbuster hollywoodiani che però difficilmente terranno conto così perfettamente della coralità ricercata e ottenuta in Inception da Nolan.

( Livello 2 del sogno)

( Manipolazione del subconscio)
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– My Son, My Son, what have ye done – 2010 – ♥♥♥♥ –

di

Werner Herzog

Che ci sia lo zampino produttivo di David Lynch nell’ ultimo film diretto da Werner Herzog lo si nota fin dai primi minuti, dalle musiche, dalle atmosfere che si respirano. La Storia di sfondo è tratta da un vero accadimento di cronaca nera accaduto a San Diego, nel quale un figlio ha inspiegabilmente ucciso la propria madre. Ma Werner Herzog non si limita a narrarne e ricostruirne i fatti, ma scava nella mente del suo assassino mitizzando quel folle gesto a tal punto da renderlo quasi un atto d’ amore. E’ sicuramente un film complesso questo di Herzog che scava sulla complessità dell’ animo umano e sull’ impossibilità di un uomo di riuscire ad afferrare quella bellezza del mondo che lo circonda, pur essendo pienamente consapevole di tutto questo splendore. Il protagonista Brad , interpretato da un perfetto Michael Shannon, per spezzare questa maledizione di non potere ottenere tutta questa bellezza deve quindi uccidere la propria madre, proprio come il Mito greco di Oreste, personaggio che Brad interpreta al tempo stesso in una tragedia teatrale. C’è tutta una riflessione, seppur complessa, sul rapporto tra essere umano e natura in questo film. Che parte dal quotidiano, tipicamente americano, fatto di villette a schiera rosa e apparenze perfette, e giunge fino all’ immensità del mondo manifestata dalle enormi steppe, dalle altissime montagne o da un gran numero di struzzi che corrono. Ricorrenti sono i flashback che vanno a spiegarci il personaggio principale, come anche i momenti di assenza di dialogo, accompagnati dalle musiche ipnotiche e surreali di Ernst Reijsiger, che bloccano i personaggi sullo schermo come a voler sottolineare la loro impotenza difronte all’ orrore della realtà quotidiana. My son, My son, what have ye done non vuole soltanto indagare sul perchè Brad abbia compiuto tale folle gesto, quanto arrivare a comprendere, qualora sia possibile, perchè l’ essere umano possa scegliere consapevolmente di compiere tale atto. Ed è da questa riflessione che se ne dipana un’ altra ben più complessa sulla sottile linea di confine che c’è tra la razionalità (in questo caso della polizia e delle forze armate che al di fuori della casa tentano di acciuffare Brad), e la follia di Brad che tenta in tutti i modi di proteggersi da un mondo che non riesce ad acciuffare completamente. Anche il connotato di depressione viene ribaltato da Herzog, assumendo non più soltanto un’ etichetta patologica quanto più un ossessione che intacca interamente la personalità di un individuo privo dei mezzi necessari a gestire questa grandezza del mondo. Più volte infatti Brad, nel suo percorso verso la “redenzione”, proverà a trovare azioni o oggetti (il marchingegno creato con decine di occhiali ne sarà un esempio) che possano essere capaci di inglobare tutto questo splendore, ma alla fine la sua unica possibilità sarà quella di spezzare tutto questo circolo di ricerca con il matricidio. Quello di Herzog è in definitiva un invito a guardare oltre la semplice linearità delle cose, alla ricerca di un nuovo campo visivo delle cose che ci si presentano davanti gli occhi. C’è chi ha pensato (come spesso accade ultimamente a tutti i critici dispregiativi di David Lynch) che questa produzione sia solo stata uno scherzo di due amici che abbiano voluto mettere in scena i loro due universi cinematografici. Ma anche se così fosse, come molto spesso recita il protagonista Michael Shannon ogni volta che viene cercato di esser riportato alla razionalità dai suoi interlocutori, verrebbe da dire: ” E allora..??”

( Finzione...)

( ...o realtà?)

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– Somewhere – 2010 – ♥♥♥♥ –

di

Sofia Coppola

La vita all’ hotel Chateau Marmont di Los Angeles per Johnny Marco, celebre attore di successo, sembra essere ripetitiva, circondata dai lussi, dalle donne e dalle feste, ma noiosa. E questa noia e meccanicità si evince fin da subito, ed è quello che la Coppola vuole comunicarci fin dal principio con la lunghissima inquadratura fissa che ci mostra il protagonista Stephen Dorff a bordo della sua ferrari nera che gira in tondo ininterrottamente nel bel mezzo del deserto californiano. A questa lunga inquadratura tante altre ne seguono, tutte con lo scopo, da sole, di delineare le caratteristiche del suo personaggio principale senza per forza dover ricorrere a forzati dialoghi introduttivi. Bastano le immagini e la loro forza comunicativa, anche se forse un pò troppo lenta, caratteristica che sicuramente non farà amare questo film a tutti i suoi spettatori. Ritornano, dopo il pernottamento di Lost in Tranlation,  in questo film di Sofia Coppola i cosiddetti “non-luoghi”, cioè quegli ambienti che hanno un fine specifico (in questo caso l’ Hotel o le piscine dell’ hotel stesso) ma che fanno incrociare al loro interno diverse persone senza però mai arrivare a una vera profondità relazionale. Tutti ripresi con lunghe inquadrature fisse intervallate da lenti zoom sui volti dei personaggi che maggiormente caratterizzano i loro sentimenti interiori. Sono quindi le micro espressioni del volto che fanno da vere protagoniste, dando sempre meno importanza a quei dialoghi che sembrano scomparire sempre di più dal mondo di chi ha la fama e il successo. Somewhere è sicuramente un film in parte autobiografico per la regista statunitense perchè oltre a riflettere sul mondo di Hollywood mette duramente a confronto la vita e la relazione tra una star cinematografica (come di certo è il padre di Sofia Coppola) e la sua unica figlia. Un mondo, quello Hollywoodiano, nel quale il tempo sembra essersi dilatato ma al tempo stesso fermato e nel quale i suoi attori sono chiusi, come in un vuoto limbo pieno di niente. Una realtà totalmente dominata dall’ assuefazione dove anche le donne e il sesso sono ormai qualcosa di così comune per Johnny Marco da non riuscire nemmeno a mantenerlo sveglio. E’ ottimamente delineato il rapporto padre- figlia perchè non cade mai nel melodrammatico, dilatando i loro momenti in attimi senza dialogo, originati dall’ incapacità di trovare argomenti su cui discutere data la scarsa conoscenza reciproca. Così anche gli attimi di gioco a Guitar Hero o davanti alla Wii assumono il valore di veri atti comunicativi con lo scopo di collegare due mondi (quello del padre e della figlia) così distanti tra loro. Anche i momenti girati in Italia ci fanno riflettere sul degrado che ormai avvolge il nostro mondo televisivo e cinematografico, che impedisce qualsiasi discorso bombardando lo spettatore con balletti fuori luogo improvvisati da procaci soubrette seminude. In Somewhere, quindi, anche il mondo dello spettacolo Italiano è messo duramente sotto critica additato di una vacuità ancor più grande di quella Hollywoodiana che porta il protagonista Johnny Marco a scappare di corsa dal Nostro Belpaese. La colonna sonora e l’ utilizzo delle musiche è sorprendentemente perfetto e anch’ esso assume una caratteristica primaria nel film. Elle Fanning, nel ruolo della figlia, è naturale e decisamente molto espressiva a tal punto da far pensare che voglia seguire le orme della sorella se non addirittura superarle. Un ruolo così importante il suo in questo fin da sconvolgere la vita di Johnny e dal risvegliarlo dal torpore nel quale sembrava essere invischiato, liberandosi della sua Ferrari (metafora della ricchezza che ti fa chiudere in un guscio di pochi centimetri quadrati) e invitandolo semplicemente ad andare oltre. Oltre la solitudine e la noia. Verso la vita.

( Il senso di vuoto che l' attore Johnny Marco sperimenta anche in Italia)

( Un rapporto ritrovato con la figlia potrà fargli cambiare idea)

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