Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for agosto 2010

– Il Segreto dei suoi occhi – 2010 – ♥♥♥♥ e 1\2   –

di

Juan Josè Campanella

Far si che un film racchiuda in sè vari significati ma soprattutto diversi generi cinematografici non è di certo cosa da poco, ma il regista Juan Josè Campanella con questo film ci dimostra perfettamente che è possibile strutturare un noir che sia però anche una gran bella storia d’ amore, che allo stesso tempo ci parli anche di un pezzo significativo di Storia argentina che ha avuto le sue ripercussioni nel senso di giustizia del suo popolo. La narrazione si svolge su due differenti piani temporali e ha come personaggio principale Benjamin Esposito ( Ricardo Darìn), un pubblico ministero in pensione che intenzionato a scrivere un libro su un vecchio caso irrisolto della sua carriera rivive con i suoi ricordi i più significativi episodi che hanno contraddistinto la sua vita: l’ ossessione per questo stesso caso e l’ amore eterno per una donna mai veramente posseduta . All’ interno di questa semplice storia si intersecano emozioni e vicende storiche che raramente sono descritte in un modo così esaustivo e che vogliono rispecchiare quello che è il comportamento umano universale. A mio giudizio è proprio questa universalità che ha avuto il merito di fargli aggiudicare l’ Oscar come miglior film straniero, in un anno che vedeva nominati altri due ottimi film come Il Nastro Bianco o Il Profeta (quest’ ultimo insuperabile registicamente ma incapace di coinvolgere in maniera totale un più ampio numero di spettatori a causa del suo tema). Certo alcune sequenze d’ amore sono forse fin troppo viste ( l’ addio sul treno in primis) anche in altri film dello stesso genere, ma certo è che il modo in cui il regista coinvolge lo spettatore contaminando la struttura del thriller con il melodramma è davvero notevole. Venticinque anni sembrano non essere facili da cancellare nella memoria del protagonista Benjamin così come è impossibile rimuovere la dittatura militarista in Argentina che in quegli anni è stata capace di modificare radicalmente il senso di giustizia etico-morale di molti argentini. E’ da questo che si dipana una vicenda dal sapore decisamente popolare, che ha come protagonista un paese stesso che crede di vedere come stanno veramente le cose mentre in realtà è cieco. Così come lo spettatore crede fino alla fine di comprendere cosa ci sia dietro i frequenti primi piani sugli sguardi degli attori protagonisti, ognuno di loro custode di un segreto inespresso per differenti motivi. Il rimpianto e il senso di colpa sono temi che dominano le emozioni dei protagonisti, a volte forse fin troppo (qui si vede che siamo in Argentina la patria delle telenovelas!), ma che introducono in maniera convincente il romanticismo amoroso che nel film assume una caratteristica anch’ essa di rilievo. Lodevole la riflessione che il regista induce sull’ inutilità della pena di morte e della giustizia fai da te, cosa che sembra ormai di moda nella società contemporanea. Introduce, al contrario, il valore della pena lunga, come l’ ergastolo, dal valore meno immediato ma decisamente più dolorosa per il condannato. Sicuramente virtuoso il piano sequenza (costruito in post-produzione e non reale) di ben cinque minuti allo stadio, che lascia senza parole alla prima visione e ancor di più durante la visione del suo backstage. Un film che sa perfettamente stupire e al tempo stesso far piangere i suoi spettatori e che ben sintetizza in sè il concetto di cinema d’ autore e cinema d’ intrattenimento di livello sicuramente alto. D’ altro canto per vincere un Oscar come miglior film straniero oggi ci vuole proprio questo.

( L' Attesa della giustizia )

( Un Amore impossibile)

Annunci

Read Full Post »

– Pandorum – 2010 – ♥♥ –

di

Christian Alvart

Vorrei iniziare a scrivere su questo film specificando che ho volutamente ignorato di inserire il sottotitolo italiano (L’ Universo Parallelo) nel titolo del film perchè credo che sia ancora una volta una dimostrazione di come i titolisti delle case di distribuzione italiane sfornino i loro titoletti con l’ obiettivo di accalappiare i loro spettatori fuorviandoli da quello che in realtà è il vero tema del film. In Pandorum infatti non si tratta affatto di Universi paralleli quanto piuttosto di una fictionaria sindrome di Pandorum, una condizione psicologica con tendenze omicide e allucinazioni nella quale si ritrovano coloro che sono stati sottoposti a lunghi periodi di iper-sonno. In questa bizarra condizione si ritrovano i due protagonisti (Ben Foster e Dennis Quaid) di questo thriller fantascientifico che al suo interno racchiude miriadi di riferimenti a precedenti film di generi analoghi. In primo luogo abbiamo una nave spaziale che come la saga di Alien ci ha ben insegnato può essere una straordinaria ambientazione per creare situazioni di suspense, paura e claustrofobia. Abbiamo anche delle creature che inizialmente sembrano aliene ma che poi si rivelano solamente delle mutazioni umane che ricordano quelle di The Descent- Discesa nelle tenebre, ma soprattutto abbiamo la perdita di memoria degli astronauti che non sanno bene dove si trovino che tanto ricordano Solaris. E come se non bastasse tutto questo citazionismo per rendere quest’ opera un lavoro non pienamente originale si aggiungono anche i movimenti di macchina, decisamente un pò troppo “movimentati”, che “shakerano” lo spettatore nel buio trascinandolo in atmosfere da film horror. Sono questi tutti elementi che fanno di Pandorum un film che non può certo fregiarsi di essere un titolo memorabile ma solamente un lavoro capace di allietare le calde notti d’ estate. Certamente il mix di alcune sequenze soprattutto iniziali sono interessanti. Ad esempio il susseguirsi di inquadrature durante il risveglio dall’ iper-sonno del protagonista Ben Foster sono capaci di creare quel giusto pathos che il plot richiede, alternando le urla dell’ attore all’ interno della sua cella al silenzio totale all’ esterno che già da solo non preannuncia nulla di positivo per le sorti del suo personaggio, il Caporale Bower. Ed è proprio il giovane attore di Boston che si distingue maggiormente in questo film, perchè il povero Dennis Quaid, ormai richiamato a ricoprire ruoli di comprimari in  qualsiasi film di serie B dalle atmosfere fantascientifiche, thriller o catastrofiche, sembra limitarsi al suo solito “fraseggio” espressivo che non lascia spazio a nessun tipo di originalità interpretativa. Anche la giovane e bella attrice tedesca Antje Traue è richiamata a ricoprire il ruolo della bella amazzone fantascientifica, che come spesso capita in questo genere di film inizialmente è dai comportamenti un pò burberi e antipatici ma alla fine mostra tutti i suoi lati più femminili. Il finale è prevedibile e come sempre felice ed è condimento perfetto ad un film estivo che di certo si lascia guardare, ma dal quale non ci si può aspettare nulla di più che la sufficienza.

( Il Risveglio dall' Iper-sonno di Ben Foster)

( E' ovvio che per rendere un film almeno mediamente 
di successo bisogna scritturare una bell' attrice)

Read Full Post »

– Coming Soon – 2010 – ♥ –

di

Sopon Sukdapisit

Un avviso ai lettori di questa recensione: qui di seguito sono riportati alcuni spoiler sul film che potrebbero svelare il fulcro del plot del film; si consiglia quindi a quanti vogliano vedere il film di leggere questa recensione solo dopo averlo visto. Sicuramente è un film horror che ha un significato metacinematografico che va ben oltre il voler spaventare i suoi spettatori. Di certo il regista tailandese Sopon Sukdapisit avrebbe voluto far riflettere sulla pirateria e i metodi spesso crudeli e poco sensibili che vi sono durante la produzione di un film. Ma se così fosse stato avrebbe dovuto porre maggiore attenzione alla recitazione dei suoi attori e non solo ricercare il citazionismo cinematografico. Frequenti sono infatti i riferimenti  ad altri film dello stesso genere, a cominciare dall’ ormai molto noto The Ring e la visione del film che uccide, fino alle semplici inquadrature come quella del primo piano sull’ occhio che si apre resa celebre da Lost. Tutti riferimenti che hanno per unico scopo quello di far capire che il vero orrore è originato dall’ atto stesso di guardare, soprattutto poi se questo è supportato da un qualsiasi supporto mediatico. Il plot di Coming Soon è interamente incentrato sulla presenza di uno spirito maledetto che perseguita tutti coloro che guardano il film del quale è protagonista e che inizialmente fa credere allo spettatore che sia lo spirito di una reale assassina del passato, mentre alla fine si scopre che si tratta dello spirito della stessa attrice del film, deceduta proprio durante le riprese del film. E’ un peccato però che oltre al trucco ben eseguito dello spirito in questione ben poco sia all’ altezza delle atmosfere di tensione e paura che il film vorrebbe creare. Gli stessi attori protagonisti non vanno oltre le loro frequenti espressioni basite o terrorizzate che vengono arricchite in orrore da un doppiaggio italiano veramente pessimo che modifica anche alcune battute ( è ridicolo sentire che un personaggio thailandese scommetta su partite del campionato di calcio italiano). Interessante resta solamente qualche sequenza di montaggio tra la dimensione filmica e la realtà che spesso confonde l’ attenzione dello spettatore spiazzandolo su quale sia la realtà e quale la finzione. Ma tutto questo dura ben poco, perchè non appena l’ inquadratura ritorna sulle espressioni degli attori o sui dialoghi si è trascinati in una dimensione di orrore che è ben differente da quella indotta da questo genere cinematografico. Verrebbe da pensare che se l’ intenzione di trasmettere un valido messaggio metacinematografico era tra le prerogative del regista, l’ espressione di tutto questo nel suo film si vede poco, ma gli si augura comunque che “Coming Soon” (verrà presto).

( Espressioni Basite che si sprecano)

(Quante volte abbiamo visto il corridoio di luci che si spegne
creando l' illusione inseguimento?)

Read Full Post »

– Il Padre dei miei Figli – 2010 – ♥♥♥ –

di

Mia Hansen-Løve

Il Cinema oggi è in crisi, e questo è cosa ormai nota, ma che dietro a tutto questo vi siano persone che hanno lavorato per esso e che adesso sprofondano con lui spesso non ci se ne rende conto. La regista Mia Hansen-Løve con questo film vuole delineare la figura del produttore cinematografico Grègoire (dichiarato personaggio ispirato al produttore francese Humbert Balsam) dedito al suo lavoro in maniera impeccabile e in eguale misura alla sua famiglia. Ma purtroppo, subissato dai debiti e dai ricavi sempre minori dei film che ha deciso di produrre, nonostante abbia una famiglia delineata in maniera forse fin troppo positiva decide di porre fine alla sua vita. La narrazione del film viene spezzata in due: nel primo tempo abbiamo modo di conoscere la delicatezza e la gioiosità della famiglia di Grègoire e nel secondo tempo ci viene raccontato  come il lutto e il suo suicidio incidano in maniera violenta e dolorosa nelle esistenze di quanti lo conoscevano e amavano. Louis-Do de Lencquesaing, nel ruolo di Grègoire, riesce ad imprimere convinzione al suo personaggio che è restio a manifestare il suo dolore interiore all’ interno delle mura familiari non lasciando per nulla trapelare i segreti di fallimento che si porterà inevitabilmente con sè nella tomba. Le sue premure in famiglia manifestano un latente egocentrismo e il suo personaggio stesso sembra dimostrarlo a tal punto che una volta che sarà uscito di scena nella seconda parte del film se ne sentirà la mancanza. Il film contrappone l’ essenza stessa della morte e della vita nei due istanti cinematografici nel quale il film è suddiviso. Grègoire non saprà dire di no a quell’ istinto di morte che per lui sarà fulmineo e veloce esattamente come la regista ce lo fa vedere sullo schermo in pochi secondi. Immediati e diretti. I sopravvissuti della sua famiglia al contrario dovranno andare avanti spinti dal loro istinto vitale che li porterà prima a risolvere quanto rimasto insoluto da Grègoire ed in seguito tentare di ristabilire una certa armonia familiare. Su tutto spiccano le prove degli attori e soprattutto di una Chiara Caselli, che sembra aver trovato in Francia la sua nuova casa cinematografica, nel ruolo di una madre che sa dispensare molta dolcezza, in controtendenza quindi con gli ultimi ruoli un pò dark che l’ avevano contraddistinta. Il film ha l’ obiettivo anche di mostrare tutto ciò che si cela dietro le apparenze di splendore di chi produce cinema, anche se qui si parla pur sempre di un certo tipo di cinema e non di quello hollywoodiano da blockbuster. Vengono mostrati quindi i fallimenti di chi ha voglia di produrre cinema vero, quello ispirato a quello di un tempo che poteva onorarsi del titolo di Settima Arte. Frequenti, a questo proposito, sono i riferimenti artistici ed architettonici nel film ( si spazia da Jean Cocteau a una cappella medioevale dei Templari, fino a giungere ai mosaici bizantini della Basilica di Sant’Apollinare in Classe) , che mettono in luce di come molti artisti, esattamente come Grègoire abbiano “prodotto” arte in epoche decisamente decadenti in quanto a senso artistico. Il finale è forse un pò troppo sbrigativo e lascia più spazio alla riflessione che alle spiegazioni, ma in un’ epoca decisamente incompiuta come la nostra forse è giusto ogni tanto fermarci a riflettere anziché essere sempre esauditi dalle risposte visive di molti finali cinematografici.

( L' Armonia di una famiglia apparentemente felice)

( Il dolore di un lutto inatteso)

Read Full Post »

– Robin Hood – 2010 – ♥♥  –

di

Ridley Scott

Ridley Scott, decisamente astuto e ormai ben dentro alle politiche blockbuster americane, sapeva che di film sulla leggenda di Robin Hood se ne eran fatti fin troppi (e alcuni di questi difficilmente dimenticabili), così non abbandonando il suo modo epico di raccontare storie che lo ha negli ultimi tempi contraddistinto “sforna” un prequel di un personaggio che ormai è divenuto una notissima leggenda. Così, a dieci anni dal suo Il Gladiatore, ripesca il “Generale” Russel Crowe e gli affida il compito di interpretare un’ altro giustiziere che però a differenza del precedente non avrà l’ esigenza di morire platealmente per dimostrare a tutti il suo valore. Tutto inizia facendo in modo che l’ happy ending che molti Robin Hood cinematografici hanno visto non possa essere possibile. Si vede infatti Re Riccardo Cuor di Leone morire in battaglia davvero, facendo così cessare la sua finale apparizione risolutiva. In questo lungo film di Scott (più di 140 minuti di durata), sembra però voler essere l’ azione a tesser le fila drammaturgiche del film che vorrebbe porre il suo punto di forza nei frequenti combattimenti che vedono il nostro “Russel Hood” combattere in maniera molto muscolare utilizzando ogni tipo di arma medievale. Un Robin Hood che nasce come arciere ma che diventa quindi anche un abile guerriero con la spada, quanto anche un efficace cavaliere. Chi l’ avrebbe mai detto? Ma allo spettatore che non si lascerà facilmente impressionare dalle sequenze d’ azione non sarà difficile notare quanto siano spesso prolisse alcune sequenze e decisamente macchinose le vicende che vedono Robin cambiare il suo nome da Longstride a Loxley. Anche il personaggio di Lady Marion viene in parte stravolto, con una Cate Blanchett non proprio di nobili origini e che preferisce affaccendarsi in mestieri da uomini ed esternare un carattere alquanto diffidente e burbero, almeno inizialmente. Sembrano essere lontani per Ridley Scott i tempi del suo Blade Runner che non era di certo esente da sequenze d’ azione, ma che sapeva anche fondere una sceneggiatura solida e una visione geniale nelle scenografie e nelle interpretazioni. Adesso il “buon vecchio” Ridley sembra essersi un pò “venduto” al kolossal storico che di storico poi non si capisce bene cosa abbia, a parte al punto stravolgere quest’ ultima con trovate scenograficamente appariscenti ma prive di alcun contenuto. Certo Tarantino nel suo Bastardi senza Gloria ci ha dimostrato che la storia può essere stravolta al cinema, ma una cosa è farlo mettendoci del proprio (in quel caso la vena pulp di Tarantino), mentre invece ben altra cosa è produrre un’ opera mainstream colma di ammiccamenti politically correct e rispettosi anche nei confronti della religione. E anche se il filone giustiziere, che tanto ha contraddistinto da sempre il regista di origini britanniche, è presente anche in questo suo Robin Hood, non sembra essere abbastanza per giustificare tutta questa azione manifestata a suon di arco, spada e mazza. Come anche le interpretazioni stesse degli attori, quella muscolare di Crowe e quella da regina delle amazzoni di Cate Blanchett, non possono salvare completamente un film che è spudoratamente creato non per essere innovativo o per darci una nuova visione del Robin Hood che già tutti conoscono, ma esclusivamente per “deliziare” i palati grossolani di tutti coloro che amano le scene d’ azione e si emozionano con un sonoro “WOW!!” davanti ad un film con Vin Diesel.

( Da questo momento diventi mio figlio per esigenze di sceneggiatura)

(Chi l' avrebbe mai detto che Robin Hood fosse stato anche
un abile cavallerizzo guerriero con mazza?)

Read Full Post »

– The Box – 2010 – ♥ e 1\2 –

di

Richard Kelly

Forse Richard Kelly avrebbe voluto indagare,  in maniera insolita e un po’ surreale, la difficoltà di una coppia nel compiere una scelta importante e dalle conseguenze non semplici. O forse avrebbe voluto indagare come l’ essere umano si rapporta davanti al desiderio di ricchezza e alla tentazione di un facile guadagno economico. Certo è che se questi erano i presupposti del regista Statunitense, famoso per il visionario Donnie Darko, in questo suo The Box non si può dire che ci sia completamente riuscito. I personaggi costruiti da Kelly riescono a trasmettere quel senso di angoscia misto ad ambiguità e grazie alle loro malformazioni fisiche (il personaggio interpretato da  Frank Langella ha metà volto completamente deturpato mentre quello personificato da Cameron Diaz ha una malformazione al piede) conducono lo spettatore in un mondo fatto di stranezze irreali. Ma a quale scopo? Forse con il puro piacere (esclusivo del regista ma ben meno presente negli occhi dello spettatore) di imitare atmosfere alla David Lynch e trame suggestive che farebbero invidia al migliore episodio di X-Files?  Quello che è sicuro è che i protagonisti della vicenda vivono un incubo reale originato dalla loro scelta di schiacciare quel pulsante della ingegnosa quanto misteriosa scatola consegnata da un ambiguo Signor Steward (Frank Langella). E’ infatti da quel momento che l’ intero film da misteriosa e angosciosa riflessione sulle scelte e i desideri dell’ essere umano si trasforma in un film dalle sembianze fantascientifiche più che da film thriller. Quello però che ancor più stona sono i presupposti iniziali. Perchè la coppia di coniugi interpretata da Cameron Diaz e James Marsden sembra essere spinta a premere il pulsante da problemi economici, ma al tempo stesso non sarà difficile accorgersi della situazione lavorativa e residenziale nella quale si trova la famiglia in questione. Lui impiegato alla NASA e lei professoressa risiedono in una perfettamente arredata villetta a schiera con tanto di giardino curato. Non è abbastanza per ritagliarsi una piccola oasi di tranquillità? Sembrerebbe volerci dire di no Richard Kelly, ma un pò tutti sappiamo che la risposta a questa domanda per molte famiglie decisamente in condizioni peggiori sarebbe stata ben diversa. In definitiva è proprio l’ obiettivo che il regista si prepone che non risulta per nulla reale e finisce per non coinvolgere lo spettatore, più preoccupato, dopo la prima mezz’ ora di film, di cercare di capire come mai i protagonisti vengano sballottati da una location ad un’ altra senza il minimo collegamento razionale. Per poi concludere il tutto in un finale che era già ovvio fin dal principio e che fa “chiudere” questo film in una scatola che non verrà facilmente riaperta per essere nuovamente rivista.

( La Scelta in un pacco: Soldi e morte o Vita tranquilla?)

(Surrealtà Acquatica)

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: